futuro
Il paradosso di Keynes. di A. Angeli

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Non siamo ancora alla catastrofe, e tuttavia i segnali sono evidenti e incontrovertibili. Tutti gli indici economici sono al negativo e sicuramente nella immediata prospettiva, senza l’aiuto dell’Europa, con la quale dobbiamo trattare e concludere un accordo, ci troveremmo al default economico e sociale e nel breve volgere di tempo, costretti ad accettare un’austerity pesantissima o usciere dall’Europa, con tutte le immaginabili conseguenze sociali alle quali seguirebbero sicuramente ricadute sulla tenuta democratica del paese. Due dati: quello della disoccupazione e a seguire della domanda aggregata, scandiscono il tempo di questa crisi alla quale il governo può sopperire indebitandosi oltre ogni immaginazione, senza indugiare su MES si o MES no, una volta accertata la caduta di ogni condizionalità. D’altro canto, la crisi epidemica ha scansioni temporali di diffusione non coincidenti con le necessità del paese di riavviare la macchina produttiva, e l’esperienza vissuta in questi sessanta giorni di lockdown ha spinto il paese ad adottare difese che hanno inciso fortemente su tutti i settori della produzione e quindi nella formazione della ricchezza.
Tuttavia, ora si tratta di ripartire e puntare alla ripresa, allo sviluppo della produzione e alla creazione della ricchezza, dentro un disegno e un progetto di sviluppo che porti il paese nella modernità, nella green economy, nella digitalizzazione, nei nuovi processi informatizzati, insomma nella società dei Big data. Le condizioni ci sono tutte. Infatti, una volta superata l’epidemia, sarà come se il paese dovesse ripartire da zero. Spetta quindi al governo dimostrare intelligenza e lungimiranza, proprio ora che l’Europa ha accantonato molti vincoli, deliberato sostegni finanziari di diverso tipo e natura, e sembra orienta ad adottare i recovey bond, dopo che sarà costituito il recovey fund; spetta, quindi, al governo e alle forze di maggioranza dare prova di volontà, di lucidità, di coerenza.
Tuttavia non dobbiamo nasconderci che ci sono ostacoli non indifferenti a trovare tutte le risorse necessarie, questo perché il governo non ha messo a punto alcun progetto sia per la parte che riguarda la linea di sviluppo che intende seguire per la difesa delle aziende fondamentali e delicate per lo sviluppo del paese, che per quantificare lo stock di risorse finanziarie delle quali indicare presuntivamente il fabbisogno al fine di costruire un quadro macroeconomico affidabile e perseguibile. Nel frattempo ci sarà l’imperativo categorico del lavoro che manca e della necessaria riorganizzazione del welfare, puntando convintamente al superamento della povertà, della precarietà, del lavoro nero o sottopagato, anche inventando un nuovo sistema di redistribuzione della ricchezza. Magari anche rivedendo gli astrusi strumenti finora messi in campo ( quota cento, reddito cittadinanza, e tanto altro ) senza un significativo ritorno di risultati sul fronte del lavoro e della diminuzione della povertà. Certo, questa non è la classica congiuntura economica, che si caratterizza per mancanza d’investimenti e disoccupazione. E’ qualcosa di più e, per l’ordine di grandezza del disastro economico, è di più difficile.
Per questo un breve richiamo a Keynes, il quale aveva ben presente che, in antitesi a quanto ritenuto dai teorici a lui precedenti, la situazione d’insufficienza della domanda è un duraturo fenomeno di squilibrio tra risparmi e investimenti (pensiamo alle enormi disparità di reddito e all’abbondanza di ricchezza privata, pari questa a quattro volte il debito pubblico). Nella Teoria generale del 1936, scriveva: Se il Tesoro si mettesse a riempire di biglietti di banca vecchie bottiglie, le sotterrasse ad una profondità adatta in miniere di carbone abbandonate, e queste fossero riempite poi fino alla superficie con i rifiuti della città, e si lasciasse all’iniziativa privata… di scavar fuori di nuovo i biglietti…, non dovrebbe più esistere disoccupazione e, tenendo conto degli effetti secondari, il reddito reale e anche la ricchezza in capitale della collettività diverrebbero probabilmente assai maggiori di quanto sono attualmente”. Insomma, anche scavare buche, per poi riempirle, potrebbe essere di stimolo alla ripresa. Uscendo dalla metafora, si pensi alle difficoltà per la nostra agricoltura, la quale presto si troverà a fare i conti con la mancanza di manodopera per provvedere ai raccolti; si pensi alla formazione dei lavoratori, alla quale il paese dovrà ricorre nel breve tempo e che sarà giocoforza determinata dalla fase post covid19: trasporti, scuola, luoghi di lavoro, servizi, commercio, industrie, poiché il nuovo paradigma del lavoro sarà il distanziamento, la protezione, la salvaguardia della salute. E ciò comporterà una rivalutazione delle condizioni di lavoro e degli stessi processi, delle stesse procedure, del modello organizzativo. Ecco, scavare buche per poi riempirle ci serve per capire che nessuno deve essere di peso, che il momento nel quale tutti siamo chiamati a dare il nostro contributo e a fare la nostra parte è ora. Altrimenti, nella buca, ci cadremo tutti.
Alberto Angeli
La gaffe di C. Lagarde. di A. Angeli

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Ma è stata proprio una gaffe, la frase di Christine Lagarde “ la BCE non è lì per contenere lo spread”, oppure. Oppure, come si dice, pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Una frase che giovedì 12 ha fatto precipitare i mercati europei, che hanno avuto un crollo mai segnato nella storia, soprattutto Piazza Affari piombata a un meno 17%, bruciando 84,2 mld di euro. Da parte dei tanti osservatori economici e finanziari, ma soprattutto del Copasir,( Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) son state espresse parole di sbalordimento e preoccupazione ( meglio dire sospetto ), tanto da chiedere alla Consob di fornire i dati sugli scambi. Nella sostanza al Copasir, pur non competendo a quest’organismo intromettersi nelle dinamiche del mercato azionario, l’intervento è stato deciso per difendere il patrimonio industriale, tecnologico e scientifico del nostro paese mettendolo al riparo da azioni speculative. Insomma, accorre che ci sia una risposta all’interrogativo che il Copasir si pone e cioè dove sia finito circa un quarto delle azioni delle blue chips, che nel giro di due giorni hanno oscillato in Borsa.
Nella sostanza, l’indagine Copsir è rivolta a comprendere se ci sono state o sono in corso scalate estere sul mercato industriale del nostro Paese, presagendo, forse, che dall’estero qualcuno ha pensato di sfruttare questa situazione di debolezza socio/sanitaria e economica, per fare acquisti delle nostre migliori strutture produttive. Il faro è indirizzato verso società del settore bancario e assicurativo, delle telecomunicazioni, dell’energia, della difesa e della ricerca chimica farmaceutica. Non è paranoia, quella del Copasir, ma una sana e fondata preoccupazione e un’intelligente reazione, anche perché al divieto delle vendite allo scoperto, impartito dalla Consob, Germania e Francia non si sono uniformate, diversamente da Spagna e Regno Unito.
L’esperienza della Christine Lagarde non è messa affatto in discussione, per cui il sospetto che non si tratti di una gaffe, bensì di una operazione ostile al nostro paese non pare sorprendere gli osservatori politici e finanziari, anche se qualcuno più smaliziato vi ha visto qualcosa di più “politicamente scorretto”. D’altro canto c’è un’esperienza al proposito della rapacità della finanza speculativa, vissuta dalla Cina nella coincidenza del coronavirus esploso a Wuhan con il conseguente crollo del mercato azionario, esponendo imprese internazionali di alto livello tecnologico, che producono in Cina, ad azioni di acquisizione a prezzi stracciati. Lagarde ha cercato di rammendare alla meglio il danno, forse peggiorando le cose invece di chiarire. Poi, dopo molte ore, una serie d’interventi autorevoli, dalla Von der Layen ai componenti della BCE e altri membri della Commissione, hanno riportato la calma sui mercati finanziari e consentito un lieve recupero della borsa nazionale e internazionale ( anche, forse, per l’intervento di Trump, che ha esposto il suo programma contro il coronavirus, con lo stile demenziale che lo caratterizza ).
E il governo? Il buon senso ci spinge a sospendere ogni giudizio, a recriminare sui provvedimenti, a criticare e contestare le troppe lacune in materia di fornitura dei mezzi medicali, soprattutto la mancanza di mascherine, di disinfettanti. La risposta ai provvedimenti è generalmente accolta con responsabilità e partecipazione. L’invito a rimanere tutti a casa è seguito giudiziosamente, nella speranza che la battaglia che il paese sta conducendo contro questo nemico invisibile si affermi vincente. Sono però i temi economici che preoccupano, il rischio di perdere il lavoro di non farcela con le proprie forze e le poche risorse, anche economiche, a fare fronte ai tempi duri che ci attendono. Il coinvolgimento dell’opposizione, a sostegno dei provvedimenti economico e finanziari deliberati, pur in una condizione dialettica, sono poca cosa rispetto a ciò che lo stato delle cose richiederebbe. La disponibilità dell’Europa, della Commissione tutta, del Parlamento, dovrebbe spingere il governo ad adottare provvedimenti adeguati con risorse più consistenti, per rafforzare il sistema sanitario, dotandolo di tutti gli strumenti medici necessari, anche mettendo in cantiere la costruzione di industrie specifiche; aiutare e sostenere il settore agro/alimentare, mettendo allo studio forme utili a proteggere la salute dei lavoratori del settore; garantire l’approvvigionamento delle risorse alimentari alle strutture commerciali mettendo a punto un piano, con un commissario ad hoc, per disciplinare l’accesso all’acquisto, avendo cura di garantire la difesa sanitaria degli operatori. Allestire una struttura, che affianchi la croce rossa e le tante strutture di volontariato, per assistere gli anziani soli e impossibilitati a muoversi ( considerato che è imposta la sospensione di ogni loro mobilità perché più esposti al rischio infettivo ). L’accordo sindacati e aziende, firmato proprio oggi, sulla difesa della salute dei lavoratori intesa come prioritaria, è un fatto notevole per garantire la continuità produttiva, da attivare là dove sono stasi messi in atto i provvedimenti di prevenzione sanitaria. Il nostro paese ha la fortuna di possedere un personale medico, infermieristico, di supporto invidiabile, prezioso, ammirevole. A loro deve andare tutta la nostra riconoscenza, anche perché la lezione che abbiamo appreso in questa circostanza non deve concludersi con la vittoria sul coronavirus: il sistema sanitario e i suoi operatori dovranno rimanere al centro della nostra considerazione e priorità politica. Tutti usciremo diversi, da questa lotta, con una maggiore consapevolezza sulla nostra naturale debolezza rispetto all’ambiente, all’uso che facciamo delle sue risorse, per cui quando riprenderemo a confrontarci sulle scelte politiche da compiere, insomma a dividerci, saremo sicuramente diversi e più responsabili. Ora cerchiamo di vincere la nostra battaglia per ritornare a sorridere.
Alberto Angeli
Le premesse delle sardine. di P. P. Caserta

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In assenza di una forte attenzione ai temi del conflitto, del Lavoro, della questione sociale, il semplice anti-populismo qualifica una (pseudo)sinistra elitista, non una sinistra popolare.
Quando si parla di movimenti e del loro retroterra ideologico-culturale, tendo a dare molta importanza alle logiche iniziali. Questo vale in modo particolare per i movimenti post-ideologici. Metterne in parentesi l’analisi perché si suppone che sia “troppo presto per esprimere un giudizio” frena e ritarda la comprensione, prolungando illusioni e rivelando la vera, sebbene spesso involontaria, funzione di questa cautela, quella di predisporre un efficace dispositivo a protezione della conservazione. Nel caso delle sardine, la conservazione assume la forma della piena organicità alla polarizzazione populista-elitista del dibattito politico, usando l’antisalvinismo come elemento di giustificazione.
Da quando il movimento delle sardine è apparso sulla scena, alcuni, tra quanti lo hanno incoraggiato o difeso, hanno fatto passare che criticarlo significasse automaticamente fare dietrologia. È un’associazione di idee ruvida e dualistica e forse oggi lo si può capire meglio. Un conto è mettere in guardia dal complottismo (in questo caso: dietro alla sardine c’è / ci sono / sono manovrate da…), sempre perniciosissimo, altro è la clamorosa ingenuità della lettura dei movimenti “spontanei”. Qui ci vuole una misura tra dietrologia e totale ingenuità! Certo, esiste un livello spontaneo dei movimenti, ma c’è anche il livello della leadership che incanala un movimento fatto, in parte e specialmente all’origine, di pulsioni e di istanze spontanee o largamente condivise. E può, in questo senso, plasmarlo, proprio nel momento iniziale in cui un movimento è duttile e assomma al suo interno potenzialità molteplici. Inoltre, le dinamiche tra la leadership e la base o la piazza, i meccanismi di partecipazione e di decisione, le eventuali cinghie intermedie di trasmissione, vanno analizzati. È un lavoro che va fatto seriamente, come sempre a debita distanza sia dalla demonizzazione che dall’esaltazione acritica. Cosi, non ho mai inteso parlare di quello che c’e “dietro” alle sardine e nemmeno di cosa abbiano davanti; bensì, tanto per cominciare, dei sei punti del “programma”, che equivalevano più o meno a dire: “Signori, quando fate macelleria sociale, non mettetevi le dita nel naso!” Inoltre, al di là del merito delle questioni, quella piattaforma programmatica fu decisa da chi? Da quanti? Secondo quale metodo? La “piazza”, la base, è stata coinvolta? Sono stati posti in essere meccanismi decisionali in qualche modo larghi, partecipativi, inclusivi? A me non pare.
Non c’è dubbio che i movimenti abbiano bisogno di tempo per essere giudicati, devono decantare. E non è mai saggio disprezzare una mobilitazione estesa. Dialogare, piuttosto, almeno fintanto che appare possibile e utile. È lecito, però, esprimersi sulle premesse e io penso che già molte riserve fossero fondate. Santori aveva precisato subito che non ha (lui? il movimento?) “posizioni politiche” perché “svolge il ruolo di anticorpi”. Un movimento che si pensa “non politico”, di che tipo di anticorpi può essere portatore? Si recepisce pienamente il terreno della spoliticizzazione, che è la vera malattia, più del “sovranismo” di destra, perché questo può essere spiegato come uno degli effetti di quella, non il contrario. Santori proseguiva: “c’è un progetto di centro-sinistra molto ampio” e ancora “c’è il PD”, per essere chiari su un esito a quel punto quanto mai ovvio. Si poteva già dire, allora: non ci siamo.
Ad essere fallimentare è, a mio avviso, la piattaforma dell’anti-salvinismo e del contrasto al populismo. Per mesi abbiamo assistito a questo, il nuovo governo è nato bagnato da questa benedizione: essere contro Salvini è diventato elemento sufficiente di nobilitazione politica, anche per personaggi più che discutibili e non esclusi quanti lo avevano vergognosamente sostenuto fino al giorno prima. Si sono dispensate patenti di legittimazione democratica a buon mercato. Nella costruzione di una alternativa politica seria, e sempre con l’obiettivo di una sinistra autonoma e terza, che è il mio orizzonte di riferimento, il problema che avverto come il maggiore al momento è questo: l’anti-salvinismo non basta e non può bastare, non dovrebbe nemmeno essere, propriamente, il fulcro di un progetto che, in tal caso, dimostra immediatamente di non avere alcuna proiezione. Anche perché, se si accettasse questa piattaforma riduttiva (contro il populismo, contro il “sovranismo” ecc.) si amputerebbe il problema della sua complessità. La destra ultra-nazionalista (preferisco evitare il termine “sovranismo” perché ambiguo, ma ora su questo non mi addentro) è, per conto mio, soltanto la metà del problema. L’altra metà è il contrasto all’egemonia neo /ordo-liberista, rispetto alla quale la destra ultra-nazionalista è in una posizione falsamente antagonista.
Sappiamo che il terreno di possibilità sul quale la destra ultra-nazionalista prospera è rappresentato dalle politiche anti-sociali del neoliberismo globalista e mercatista. Separare queste due metà del problema non mi trova d’accordo e penso di sapere anche a cosa porti: ancora una volta alla difesa del sistema, alla conservazione mal travestita da rivoluzione. Illudendosi che il problema sia soltanto la destra ultra-nazionalista (quello che molti chiamano, secondo me impropriamente, sovranismo) si taglia a metà il quadro e si finisce, inevitabilmente, per trovarsi imbarcati insieme a quelli che sono, per noi, non di meno avversari, cioè quelli che hanno applicato tutte le deleterie ricette del neoliberismo e dell’austerity: appunto il PD, il “centrosinistra ampio”. Alle sardine bisogna allora chiedere se “oltre l’anti-salvinismo c’è di più”, ma io credo che già non partivamo affatto bene. Se, poi, i leader delle sardine corrono all’abbraccio con i Benetton, bisogna sorprendersi? Se vanno ad aprire Amici di Maria De Filippi, bisogna sorprendersi? Forse ci sarebbe stato da sorprendersi del contrario. Ebbene sì, noi ve lo avevamo detto. Perché le sardine, se guardiamo alle premesse e ai leader, sono proprio Benetton+Amici. È una sintesi che non manca di nulla: politica elitista per le masse. Ovviamente il problema di fondo non sono le sardine ma la mancanza dell’alternativa. Ma anche le speranze mal riposte non aiutano.
Pier Paolo Caserta
Dalla peste di Camus al 2020. di A. Angeli

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“Orano un giorno d’aprile 194.., il medico Rieux scopre il cadavere di un ratto sul suo pianerottolo. Il portinaio, il signor Michel, pensa che siano dei burloni che si divertono a mettere questi cadaveri di ratti all’interno dell’edificio……” E’ questo l’inizio del romanzo La Peste di Camus scritto tra il 46 e il 47, un successo letterario, una tragedia descritta in 5 atti e che ha inizio nel 194.. nella città di Orano, che “volge le spalle al mare”. Alcuni giorni più tardi, un’agenzia di stampa annuncia che più di sei mila ratti sono stati raccolti quel giorno. L’allarme aumenta, alcune persone iniziano a prendersela col sindaco. Quando, improvvisamente, il numero di cadaveri diminuisce, le strade tornano pulite, la città si crede salva. Il Signor Michel, il portinaio, cade però malato. Rieux tenta di curarlo, ma la malattia peggiora rapidamente. Rieux non può fare nulla per salvarlo. Nel leggere i 5 atti il lettore capirà come la peste raccontata da Camus non è una malattia, ma la malattia dell’umanità, una terribile sciagura imprevedibile e spietata, Così come lo è stata la seconda guerra mondiale, con quanto di particolarmente orribile l’ha accompagnata. Alla fine del racconto, quando la peste era finita e il terrore scomparso, allora le coppie separate dalla quanrantena e quanti obbligati a rinchiudersi per nascondersi al contagio si ritrovarono, e povere di parole, affermavano in mezzo al tumulto, con gioia e una esagerata felicità, che la peste era finita e che il panico aveva fatto il suo tempo. Negavano [i sopravvissuti ] tranquillamente e contro ogni evidenza che noi avessimo mai conosciuto un mondo insensato, in cui l’uccisione d’un uomo era quotidiana (…) negavano insomma che noi eravamo stati un popolo stordito, di cui tutti i giorni una parte, stipata nella bocca di un forno, evaporava in fumi grassi, mentre l’altra, carica delle catene dell’impotenza e della paura, aspettava il suo turno.” La metafora che Camus ci consegna è quella della guerra dell’anno 194.. in cui si svolsero i fatti, ma nello stesso tempo evidenzia i tipi con la loro leggerezza e inclinazione alla speculazione, quelli che ne approfittano per arricchirsi, quelli che accettano con fede ipocrita la peste, quelli che tentano di fuggire, ma poi ragionano e si sentono coinvolti nella lotta. Resta la morte, anche quando l’epidemia è finita e i parenti e gli amici si ritrovano; “tutti sanno però che il microbo della peste non muore mai” allora Camus lascia che il narratore affermi: “e può restare dormiente per decenni, ma non scompare”: ( la guerra potrà tornare, il senso della metafora ).
Rileggere la Peste di Camus è un ottimo esercizio mentale con il quale valutare serietà e razionalità di chi ha la responsabilità istituzionale e politica di assolvere ad un compito, delicato e difficile, quale quello di difendere la salute e la vita dei cittadini, i quali si aspettano un comportamento come il medico Reiux che, coinvolgendo le autorità, ottiene di chiudere la città, dopo che le stesse hanno considerato la gravità dell’epidemia in corso. Anno 2020, fine febbraio, la nuova peste del secolo ha il nome Covid 19, coronavirus, e per l’OMS è emergenza sanitaria globale, con la Cina punto focale dell’epidemia. Il mondo si trova quindi a dover fronteggiare l’evoluzione dell’infezione, per cui ognuno di noi, benchè preoccupato, confida e affida la propria fiducia alla capacità dei propri governanti di organizzare rapidamente una risposta efficace e complessiva. Mentre lo spettacolo che ci viene proposto è una risposta disordinata, fino al punto che ogni Paese improvvisa provvedimenti in totale disarmonia con i vicini, ritenendo di poter fronteggiare il flagello epidemico chiudendo i propri confini, ricorrendo all’isolamento, anzichè organizzare le necessarie difese per combattere e debellare il virus rispettando le indicazioni degli scienziati. Cosi la responsabilità politica, che pertiene alle istituzioni e ai politici, ha preso la forma di una nuova guerra tribale, nella quale corriamo il rischio di bruciare il patrimonio di civiltà conquistata dopo la seconda guerra mondiale.
L’altro rischio virale, che il mondo sta correndo, è il crollo dell’economia, i cui segnali ci sono dati dall’andamento delle borse, sempre in calo, comprovando una evidente sensibilità dall’andamento crescente dell’epidemia globale anche a causa della tipologia delle risposte: interruzione dei rapporti economici, commerciali, di mobilità delle merci, finanziari, che i paesi infettati mano a mano adottano in un crescendo distruttivo della produzione e della ricchezza. Certo, qui il ruolo dell’ONU, del FMI, dell’Europa, della BCE, è al momento totalmente assente o, almeno, impercettibile. E queste assenze pesano sull’economia, sulla produzione, sul lavoro, sui redditi delle famiglie. Sono queste attenzioni, che il cittadino richiede, rivendica, e si aspetta. Chiunque, di buon senso, avverte in primis il dovere di combattere l’infezione, ma non ignora che la lotta contro l’epidemia deve e può essere condotta anche difendendo i posti di lavoro, la mobilità, la sicurezza degli scambi e soprattutto i redditi dei lavoratori e dei pensionati. E l’Italia? L’emergenza epidemica si combina con quella economica, con gravi ripercussioni generali: crisi del turismo, chiusura delle scuole e delle università, dei servizi e del terziario, dei trasporti terrestri e aerei, isolamento di intere aree del paese e chiusura delle frontiere adottata e imposta da numerosi Paesi. Tutto questo non è avvenuto per caso. E’ giusto riconoscerlo, a inizio crisi c’è stato un surplus di notizie da parte del Governo, ma la stampa e i media hanno strabordato e concorso a determinare panico e paura, incrementando una psicosi suicida che, meno male, lentamente sta rientrando. Ma il più spregiudicato è stato il comportamento della Lega e del suo segretario, il quale continua nella sua inqualificabile azione distruttiva di ogni razionalità, coerenza, rettitudine e responsabilità al solo scopo di portare all’incasso il sogno di un governo autoritario e sovranista. Dobbiamo confidare che il governo resista al difficile momento e che i provvedimenti che si accinge a deliberare vadano nella direzione di un sostegno all’economia, al lavoro, al reddito, cogliendo il momento sicuramente serio per disegnare un diverso modello di sviluppo verso cui indirizzare i provvedimenti, affinchè una volta pacatasi la violenza dell’epidemia, il paese possa continuare nel cammino per approdare a un modello di società aperta, solidale ed egualitaria.
Alberto Angeli
La Sinistra rimetta al centro il conflitto, il lavoro, la questione sociale. di P. P. Caserta

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Quanti hanno a cuore oggi la ricostruzione di una sinistra che sia terza e autonoma dovrebbero stare attenti a non finire nel tritacarne neoliberale del movimentismo post-ideologico.
È un rischio sempre incombente, lo abbiamo visto con il M5S, lo stiamo vedendo con le sardine (anche se tra i due movimenti ci sono sia assonanze che differenze) e lo vedremo, credo, ancora in forme nuove. Non si tratta di disprezzare nessuno, ma solo di capire che non si può pensare di affidare ai movimenti post-ideologici il lavoro che è nostro. Non solo questo, in realtà. Tra le braccia di questi movimenti sono finite e finiscono molte delle speranze dei delusi della sinistra. Bisogna, allora, trovare il modo di rendere chiaro che un vasto coinvolgimento di massa non rende un movimento popolare nello scopo. I movimenti post-ideologici, figli della ritirata e della disintermediazione della politica, sono elitisti nell’essenza. Non c’è bisogno di alcuna dietrologia per affermare questo, è più che sufficiente leggerne le premesse reali. Sono movimenti organici alla polarizzazione del dibattito ideologico da tempo in essere, che riduce l”alternativa” alla falsa scelta tra un blocco nazional-populista e uno elitista, in un gioco di specchi, di legittimazione reciproca, che deve escludere una politica popolare.
Si risponde decostruendo i movimenti ma si risponde, soprattutto, essendo sinistra oltre i nominalismi, tornando nei luoghi del conflitto, mettendo al centro il Lavoro e la questione sociale, lavorando, in connessione con le migliori realtà nella scena internazionale, alla costruzione di una sinistra né populista né elitista, ma popolare ed eco-socialista.
Il fatto che la sinistra debba tornare nei luoghi del conflitto non significa che debba tornare semplicemente nei vecchi luoghi. Occorre, invece, leggere i nuovi luoghi e le nuove forme del conflitto, che è sempre in primo luogo il conflitto tra Capitale e lavoro e le cui forme mutano nel tempo. In effetti, a me pare che l’errore qui sia stato duplice: a volte la sinistra ha abbandonato i luoghi del conflitto, persino il tema del conflitto. In altri casi è tornata nei vecchi luoghi del conflitto, ma non vi ha trovato quasi più nessuno, mentre altrove, nei luoghi nuovi, la sofferenza e il risentimento crescevano, e altri avanzavano per intercettarli, rappresentarli e canalizzarli.
Questi due errori corrispondono approssimativamente alla pseudo-sinistra neoliberista e alla sinistra vetero-comunista nelle sue forme più sclerotizzate. Anche per questo c’è bisogno del Socialismo, che ha la cultura di non irrigidirsi in formule interpretative definitive e chiuse della realtà sociale.
Il conflitto si è spostato. Le nuove forme del conflitto non sostituiscono le vecchie, vi si aggiungono. Da questo non si può prescindere e occorre riprendere il filo.
Pier Paolo Caserta
Un colloquio improbabile con Karl Marx. di A. Angeli

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L’emozione non seguiva lo scandire del tempo. Non ricordavo da quanto stessi aspettando, seduto al tavolo all’interno del bellissimo Pub Museum Tavern, n.49 D. Great Russell, street Bloomsbury di Londra, di fronte al magnifico Brithish Museum. Davanti, sul tavolo, stavano in bella mostra due bicchieri contenenti dell’ottimo whisky Scozzese. Pensai che il mio ospite avrebbe gradito, poiché mi ero bene informato sulle sue abitudini e le preferenze in materia di drink. Finalmente! L’uomo che espettavo aveva fatto il suo ingresso nel Pub e l’Host, da me precedentemente informato, con un cenno elegante e carico di rispetto lo aveva invitato a seguirlo conducendolo al mio tavolo. Impacciato mi alzai e porsi la mano presentandomi, ma l’ospite, senza proferire una parola, si sedette. “Sono Karl Marx”. La presentazione, così diretta e quasi brusca, mi lasciò per un attimo interdetto. “Ehm, ehm, sono piacevolmente sorpreso, non credevo che avrebbe accettato la mia richiesta d’incontrarla, distogliendola dal suo impegno di ricerca che sta conducendo presso il Brithish Museum”, risposi, riprendendo la mia padronanza. “Nessuna intervista, sia chiaro. Solo una chiacchierata, è questo il nostro accordo”, precisò Marx, con tono perentorio, mentre sorseggiava con voluttà e senza imbarazzo l’whisky. “ Si, certo, mi atterrò a quanto concordato: niente domande. Lascio a lei la parola e la scelta del tema, magari iniziando con una delle sue dotte frasi riguardanti l’aura della sua opera economica e filosofica”.
“ La mia preferita resta: “y a ce qu’il de certain c’est que moi, je ne suis pas marxiste”. [ciò che è certo è che non sono un Marxista ] della quale mi sono servito in molte circostanze imbarazzanti. Si tratta della risposta che ho dato a tutte le insistenti richieste a lasciarmi intervistare. Landor, corrispondente del World, è l’unico a cui concessi di intervistarmi, a Londra il 3 luglio 1871. Ricordo la data perchè un paio di mesi prima, la Comune di Parigi, a cui avevo partecipato, era stata soffocata nel sangue. Ma torniamo al presente. Per recuperare il tempo durante il quale sono stato assente dalla scena politica mondiale, negli ulti anni mi sono dovuto documentare e ho scoperto con piacevole sorpresa che la mia faccia è assunta a simbolo di una speranza di cambiamento. Mi viene spontaneo ricordare la frase: uno spettro si aggira per il mondo e ha la fisionomia ed il nome di Karl Marx. Ciò a dispetto dei miei critici o ex Marxisti, che hanno deliberato la mia damnatio memoriae. Insomma, per un lungo periodo sono stato ostracizzato, ignorato e i mie libri bruciati. Ma anche per questo ho una massima ‘de omnibus dubitandum est’ (“bisogna dubitare di tutte le cose”) cioè dubito dell’intelligenza di chi ha pensato, e tuttora pensa, che ignorando il mio pensiero e quello di Engels, il mondo si sia rivelato migliore, e a conferma le informazioni e le notizie su questo inizio del 2020 non mi paiono le più rassicuranti”.
“ Ma sono ancora tanti i seguaci che si dichiarano Marxisti, studiosi che interpretano e diffondono il suo pensiero”. Intervenni, interrompendo l’eloquio di Marx, con tono rispettoso, ma interrogativo.
Marx, scuotendo il capo si affrettò ad affermare quasi a scolpire le parole: “le mie teorie non sono mai state dominanti. Ho avuto dei seguaci che non mi sono scelto o cercato, e per i quali ho meno responsabilità di quante ne abbiano Gesù per Torquemada o Maometto per Osama bin Laden. I seguaci che si nominano da soli sono il prezzo del successo”. Fece una breve pausa, per riprendere subito il filo del discorso. “ Parlano tutti di classi, strutture, determinismo economico, rapporti di potere, oppressi e oppressori. E fanno tutti finta di avermi letto. Dovrei pensare che questo costituisca un chiaro segno di successo. Altri mettono in dubbio la mia opera filosofica e mi accusano di eccessivo economicismo. Eppure, se guardiano all’evolversi della storia, quanto avevo ragione ad essere ossessionato dall’economia! Siete tutti ossessionati dall’economia e, nel prevedibile futuro, lo rimarrete. Non ho bisogno di spiegarlo ai lettori del Financial Time, del Wall Street Journal e dell’Economist. Né ai politici che promettono il paradiso in terra e poi dicono che ‘non si può evitare il mercato’, e che la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia [l’attuale parola usata per sostituire l’espressione capitalismo mondiale] è inarrestabile. Alcuni insistono nell’affermare che la borghesia sia stata una mia invenzione, e se anche fosse mai esistita come struttura politica sociale ed economica, interessata a sostenere l’efficienza del capitalismo, nel corso della storia è stata sostituita dal ceto medio, oggi in crisi in quasi tutti i paesi occidentali. Ciò che io ho scritto al proposito ha un riscontro storico nei fatti e questi confermano che quando la borghesia è minacciata, dà il potere a chiunque è in grado di toglierla dai guai. A chi importa dei diritti civili, delle elezioni, della libertà di stampa e della pace quando il dominio del capitale è in pericolo? L’aristocrazia e la borghesia, con il sostegno del capitalismo, sono stati gli azionisti delle due grandi guerre del XX secolo, al termine delle quali la contabilità delle vittime è di oltre 85 milioni tra civili e militari, ma non furono gli aristocratici e i borghesi a morire al fronte a soffrire la fame e a morire per le malattie, ma i proletari, i poveri delle periferie delle grandi città, i braccianti , i piccoli affittuari e i mezzadri, cioè la classe proletaria delle campagne. A questi dati si devono aggiungere le numerose guerre che hanno caratterizzato questo secolo definito breve dallo storico Britannico Eric Hobsbawm, quasi tutte di natura civile o territoriale: crisi economiche; speculazione finanziaria; cicli depressivi; disoccupazione diffusa; crisi del mondo socialista. Un’altra prova della resistenza del capitalismo a ogni mutamento sociale e politico, si riscontra anche nel fatto che la fine del colonialismo non abbia effettivamente determinato la liberazione dei paesi e dei popoli interessati, poiché sono rimasti prigionieri delle logiche imperialistiche, le quali usano ogni mezzo per mettere in atto politiche predatorie delle risorse e ricchezze naturali di questi popoli, sono fatti sui quali non è possibile equivocare e contraddirmi”.
“ Già, ma è anche il secolo in cui è caduto il muro e i paesi dell’ex blocco Sovietico hanno scelto di aderire al sistema del mercato occidentale, adottando forme di governo democratiche e parlamentari, consegnando al popolo la libertà di scegliere, con il voto, i propri governanti, l’unica strada per garantire i diritti, la libertà, sicure prospettive di pace e di progresso economico”. Aggiunsi in fretta.
Senza tradire segni di sorpresa per quanto da me rilevato, Marx riprese il suo discorso: “ Ho parlato di fatti, sui quali non si può indulgere. Allora a questi fatti si deve aggiungere sicuramente la fine del potere del cosiddetto socialismo Sovietico e la “liberazione” dei paesi satelliti, il cui simbolo è la caduta del muro. Ma si può affermare che il mondo è oggi migliore solo perché non c’è più il blocco Sovietico? Quanto sta accadendo in questo inizio del XXI secolo, siamo nel 2020, non può essere giustificato urlando: “ ma è colpa dei comunisti!”. Trump, Putin, Erdogan, Kim Jong-un, Xi Jinping, sono identificabili come autoritari i primi e dittatori i secondi; ma devo anche stabilire una verità: Corea del Nord e Cina non sono la misura di tutte le cose, per citare Protagora, non sono comunisti, non sono socialisti, ma una degenerazione del capitalismo finanziario consumistico. E il mondo non è più pacifico, e le guerre non sono terminate in questo primo ventennio del XXI secolo. Lo sfruttamento dei paesi ex coloniali prosegue, con l’aggravante dei colpi di stato, le guerre civili, i genocidi, la distruzione dell’ambiente e la violenza al clima, sono fatti che bruciano ogni speranza di milioni di esseri umani, che fuggono da questi disastri e si trasformano in migranti alla ricerca di un posto sicuro, la salvezza, anche mettendo a rischio la propria vita e quella dei propri figli. Sono i nuovi proletari del capitalismo del XXI secolo, isolati da tanti altri muri costruiti lungo i confini dell’America fino all’Europa dei Paesi di Visegrad. ‘Proletari di tutti i paesi unitevi’ è il proclama con il quale io ed Engels, nel lontano 1848, scrivemmo il Manifesto del Partito comunista. L’Unione Sovietica lo adottò come motto a rappresentare l’internazionalismo operaio. Uno dei concetti fondamentali che compongono la lunga analisi del Manifesto è che la produzione economica, e la struttura della società che da essa necessariamente ne consegue, forma, in ogni epoca della storia, il fondamento della storia politica e intellettuale di tale epoca; che però tale lotta ha raggiunto ora uno stadio nel quale la classe sfruttata e oppressa (il proletariato) non si può più emancipare dalla classe che la sfrutta e l’opprime (la borghesia), se non liberando allo stesso tempo per sempre tutta la società dallo sfruttamento, dalla oppressione e dalle lotte fra le classi. E’ un concetto superato, anacronistico? Panta Rei, tutto scorre, ci ricorda Eraclito. L’èra dell’intelligenza artificiale, dei Big Data, dell’uomo alla conquista dell’universo, della criogenesi umana, che ci fa pensare all’eternità, sono i dati del cambiamento epocale. Eppure, nonostante ci si trovi nel passaggio storico della post modernità, che ci dona il turbocapitalismo e l’iperfinanza, che si sintetizza nell’1% dei possessori delle ricchezza prodotta rispetto al 99% che deve lottare con le miserie del mondo ( intramontabili vizzi dello sfruttamento, delle diseguaglianze sociali, politiche, economiche) , questo nuovo status sociale non cancella o nientifica la necessità di liberare l’uomo dal bisogno e dallo sfruttamento, al quale, più che mai, è richiesto di essere sempre disponibile a lottare per l’uguaglianza delle libertà e dei diritti per tutti. Allora, è ancora valido il motto: Proletari di tutto il mondo unitevi!”. Marx sospese la sua esposizione e per un attimo restammo in silenzio. Fui io a riprendere la parola.
“E’ vero, miliardi di persone sono interconnesse, ipercollegate, messaggiano senza incontrarsi, dialogare, scambiarsi impressioni e opinioni su quanto li circonda, socialmente e politicamente: vivono nell’individualità. E’ l’individualismo di Max Stirner, che si spinge fino all’egoismo, da interpretare appunto come l’unico, l’IO vero, il quale connota efficacemente l’ individuo odierno che non cerca un partito, non rivolge alcun interesse alla politica, sente lo Stato lontano, assenti le istituzioni, anche perchè i partiti tradizionali sono sostituiti dai movimenti populisti, nazionalisti quando non sovranisti. Siamo cioè in piena metamorfosi, l’uomo ha perso il connotato della propria dimensione, per cui l’opposizione a questo sistema non è da attendersi solo da parte dei lavoratori salariati, ma dagli esclusi da questa società opulenta, come i gruppi del dissenso dei Paesi avanzati e i dannati del terzo mondo e dai giovani. E questo mi induce a credere che, di fronte a queste trasformazioni, non sia sufficiente rispondere: lottiamo per una società socialista!”. Conclusi sorpreso di me stesso.
“ Mio caro amico,” riprese Marx, “ io non sono un profeta, ma uno studioso e il mio lavoro è il contenuto di molte pubblicazioni scientifiche, dalle quali si apprende che la divisione della società in classi non è un prodotto della natura, come indicano il Leviatano di Hobbes e il Trattato di John Locke, e il socialismo non è un frutto che si può raccogliere dall’albero della conoscenza del bene e del male. Il socialismo del XXI secolo non potrà mai avere le caratteristiche concettuali e scientifiche del socialismo del XIX i cui strumenti si fondano sul materialismo storico e l’applicazione del materialismo dialettico alla storia della società, questo perché il socialismo scientifico era ed è in ogni caso basato su uno studio analitico delle leggi della storia e della società. Ma non è in questa breve conversazione che possiamo affrontare un compito così complesso. Predire il futuro non è una mia pertinenza, e tuttavia seguo con attenzione e cerco di capire i temi sollevati da milioni di giovani, come Greta Thunberg e il movimento School Strike for Climate, i giovani di Hong Kong contro la prepotenza cinese, le Sardine in Italia per una nuova politica, e nelle piazze di tanti altri Pesi di tutti i continenti, per un cambio del modello di società e per una politica che offra un futuro di pace e di sviluppo sostenibile ed equilibrato alle nuove generazioni. A loro, quindi, spetta il gravoso compito di studiare le leggi della storia e della società, ed elaborare una proposta per realizzare una società socialista adatta a quel momento storico in cui il principio di ‘condivisione’ sia adottato per il superamento dell’individualismo, della divisione in classi sociali, per una giustizia in cui ‘ciascuno dia secondo la propria capacità e ciascuno riceva secondo i propri bisogni’.
Alberto Angeli
La logica della guerra. Il grande nulla nella guerra per la guerra. di G. Marigo

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La logica della guerra si nutre di dicotomie, contraddizioni ed assoluti categorici se così non fosse non potrebbe funzionare. Essa esige adepti e seguaci che non si pongano domande sulle altrui ragioni e che credano ciecamente di essere nel giusto (l’unico giusto possibile) e che sia loro dovere difendere le ragioni dell’una o dell’altra parte.
Scegliere fra Trump e Soleimani e fra il mondo che il Cow -boy incappucciato di bianco vede e quello che il generale islamico difendeva è sinceramente difficile ed anche per nulla interessante per me.
Entrambi sono colorati di colori cupi, grevi … a loro modo orrendi. Il Mondo migliore possibile che speriamo e nel quale crediamo è lontanissimo e diverso da tutti loro.
Eppure potremmo finire persino con il dover combattere per difendere l’uno dall’altro ed a dover credere che esista una vera una ragione per farlo. Salvo poi, quando la storia descriverà questo periodo, scoprire d’essere stati manipolati ed usati a pretesto per il Grande Nulla della guerra per la guerra, come è sempre stato prima dell’ultima … Usati per un risiko mortale ed inutile, per un aggiustamento di posizione al tavolo del potere assoluto. Per il petrolio o il coltan, oppure il rame e le terre rare, per l’uranio o l’acqua; oppure qualsiasi altra cosa stupida e materiale che sia servita a reale pretesto … ed anche questo sarà una scusa per mascherare le ragioni d’una follia assoluta fatta di competizione e di pura rivalsa di deformato senso del possesso, dell’assurda convinzioni d’essere padroni di qualsiasi cosa. Un orrendo risvolto della natura umana?
Prendere una parte significa accettare la logica folle e demenziale che le vede contrappost, che arricchisce solamente chi dallo scontro e dalla competizione riceve linfa e vigore, chi gestisce il potere reale di questo mondo. Chi mai rischierà di morire in questo teatro degli orrori.
Aprire gli occhi sulla realtà ci porterebbe a scoprire come, stranamente, i veri burattinai della competizione pranzino assieme, frequentino gli stessi luoghi, abbiano i medesimi status simbol, abbiano i medesimi interessi e prevedano di rifugiarsi nel medesimo bunker in caso di disastro epocale.
Scopriremmo come gli interessi che muovono questa commedia tragica siano del medesimo tipo da una parte e dall’altra, anzi come essi non abbiano parte alcuna.
Le guerre alla fine son tutte uguali non le vince davvero nessuno e non risolvono nulla, eppure ogni volta ci caschiamo quando una testa di legno, un uomo di cartone, un servo burattino del potere vero si prende la briga di giocare questo gioco stupido e criminale.
Stranamente è sempre il medesimo tipo d’uomo che interpreta la parte del macellaio si chiami Giulio Cesare, Napoleone, Mussolini, Hitler, Truman Churchill, Roosevelt, Khomeini, Khamenei, Netanyahu, Soulimani o Trump,con i loro servitori sciocchi e d estimatori e le loro nefande tifoserie schierate (I Salvini e le Meloni di casa nostra, ma non solo), mentre i mercanti di armi, i generali … i venditori di anime e gli inventori di crociate traggono tutti i vantaggi possibili dal momento, finalmente a loro favorevole … ammesso che ve ne sia uno che non lo sia.
E così ci stanno trascinando in una nuova follia, con la prospettiva che la prossima guerra si combatta nuovamente con clave e sassi, ammesso di sopravvivere a quella che si sta prospettando sempre più chiaramente e che forse non ha mai finito di covare sottotraccia sin dalla fine del secondo conflitto mondiale.
La scusa per accenderla ormai è innescata, da tempo. Così come da tempo è iniziato il giochino del “dar ragione” a Putin piuttosto che a Trump o Obama A Netanyahu piuttosto che a Khamenei o a Kim Jong-Un. Figli di differenti, ma uguali oligarchie … uomini di potere e tigri di carta dalle quali dovremmo piuttosto liberarci, ma che finiamo per incensare. Chi scrive non sta con nessuno di loro e crede solamente nella Pace … ma forse saremo davvero troppo pochi ad essere convinti di questo e quel che vogliono succeda, succederà comunque.
Giandiego Marigo
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