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Con l’ANPI il 10 Febbraio a Roma per difendere gli spazi sociali e culturali

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casa delle donne

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Venerdì 10 marzo alle ore 16 in Campidoglio, si terrà una manifestazione sulla tristemente famosa delibera 140/2015 che ha portato in questi giorni alle minacce di sgombro di moltissime realtà sociali e culturali della città di Roma quali la Casa delle donne, la scuola popolare di musica di Testaccio, l’associazione Cielo, la Casa dei diritti sociali e molti altri centri di aggregazione con funzioni sostanzialmente pubbliche sono già state private dei loro locali, pensiamo al Circolo Gianni Bosio di tradizione orale sgombrato dal Rialto.

Conformemente al nostro deliberato congressuale, che avrete presente, e in continuità e coerenza con la nostra battaglia per la difesa e l’attuazione dei principi fondamentali della Costituzione, che prevede il libero sviluppo della persona umana quale singoli e nelle formazioni sociali, la presidenza provinciale invita tutti gli iscritti ad essere presenti in piazza per sollecitare una soluzione positiva e ragionevole, che non può essere dettata da principi economici. La nuova delibera comunale n.19/2017 é peraltro del tutto insufficiente non portando alcuna sostanziale modifica alla 140. Invitiamo pertanto tutti gli associati a partecipare e ad essere presenti, rivendicando il nostro impegno per la realizzazione di un ordinamento costituzionale impegnato alla giustizia sociale, impegno che dovrà caratterizzare anche le manifestazioni celebrative della vittoria sul nazifascismo e della Liberazione.

Presidenza ANPI Roma

Ritrovare l’unità, di C. Baldini

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Un Renzi qualunque senza alcuna cultura ha potuto imbrogliare o plagiare tanta gente. Gente che in gran parte proveniva dalla Storia, a volte dal PCI. Egli ha continuato il discorso berlusconiano del superamento delle differenze destra e sinistra. E i babbei della sinistra gli hanno creduto. Bisognerà pure capire che il peccato originale sta nella nascita dello stesso PD, che via via ha sposato più gli interessi di Confindustria che dei lavoratori.

Converrà rinfrescare che la Destra c’è ed ha convinto la Sinistra che lei non serve.

Sono di sinistra coloro che pensano che le diseguaglianze non siano accettabili e che un governo e una società debbano operare per ridurle, soprattutto ponendo in essere una condizione di eguaglianza di opportunità per tutti i cittadini. Sono di sinistra coloro che pensano che il mercato libero e sregolato insito nella globalizzazione, produca non solo diseguaglianze, ma anche ingiustizie e questi ritengono sia necessario dare delle regole al mercato, garantendo una competizione equa, e che debba essere indirizzato a conseguire obiettivi collettivi e non soltanto arricchimenti personali.

L’alternativa di sinistra si può costruire solo nel momento in cui si abbia una cultura politica di sinistra e si recuperino dei valori storicamente appartenenti alle sinistre europee; quando si progetti un welfare in grado di consentire a tutti di avere assistenza, previdenza, una formazione culturale adeguata e un lavoro dignitoso.

Se non si va in questa direzione, si perde un grande pezzo di quella che è stata la sinistra in questo continente.

Una prospettiva di sinistra la si costruisce attorno a una politica economica diversa, che comunque contenga aspetti keynesiani cioè di intervento dello Stato in molte attività che costituiscono bene comune e necessario. Certo, occorre tenere conto delle costrizioni e degli accordi a livello europeo, anzi lavorare dall’interno per cambiarli. Per questo è nata Sinistra Italiana. Che non avrà certo problemi ad accordi programmatici con qualunque forza lavori in questa direzione.

La cosa grave è che non vedo la volontà nemmeno da parte del cosiddetto nuovo centrosinistra o DP di ricostruire una cultura politica adeguata, all’altezza delle sfide europee, internazionali e naturalmente anche italiane.

Anche il sistema elettorale fa parte di questa cultura politica.

Gli elettori devono poter scegliere i candidati, e da questo punto di vista i collegi uninominali sono insuperabili, restituendo loro potere invece che lasciarlo solo ai dirigenti di partito. I tanto vituperati sistemi proporzionali possono essere molto buoni: ricordiamoci che tutta l’Europa adotta sistemi elettorali proporzionali, tranne la Francia e la Gran Bretagna, e che è il caso di comprendere che resta il sistema in grado di garantire maggiormente la rappresentanza degli orientamenti dei cittadini.

Dovremmo ragionare già da qui, in rete, noi di Sinistra Italiana con i compagni di Possibile. Così come ne abbiamo discusso a Bologna il 18 dicembre. Se la base è in grado di trovare comuni giudizi ed azzardare comuni proposte , avremmo già fatto un primo passo verso un partito unito. Perchè non scordiamo che dobbiamo poi parlare la stessa lingua sul territorio. Io ci credo.
Ed è così, solo se la gente si fida, che ci schioderemo dagli 0,.

E la nostra opposizione si farà sentire.

Claudia Baldini

Lasciate che i morti seppelliscano i morti, di R. Achilli

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Nelle parole di ieri di Bersani ci sono tutte le “ragioni” della scissione. “Non è più la Ditta”, “con Renzi non mi prendo umanamente”, “l’addio potrebbe non essere definitivo”, “credo nel centrosinistra”. Il Pd, per la componente non veltroniana degli ex Ds, nasce per prolungare, con altri mezzi, l’Ulivo a base socio-liberista ed europeista dei primi anni Novanta.

Non capiscono che il discorso del Lingotto fatto da Veltroni prefigura un partito interamente a base politica liberista, che abbandona anche i residui di solidarismo welfaristico e laburista che ancora sopravvivono in una piattaforma da economia sociale di mercato corretta con reminiscenze socialdemocratiche blande. Credono che il veltronismo non abbia la forza di conquistare il partito, che sia un fenomeno contingente che può essere distrutto con la sconfitta elettorale del 2008 e la susseguente cacciata dalla segreteria di Veltroni operata, con forza, da D’Alema. Non si accorgono che negli anni pezzi rilevanti della stessa base sociale sulla quale è stato costruito il Pd cambiano pelle.

Quel ceto medio istruito e riflessivo che negli anni Novanta forniva la base di consenso all’Ulivo chiedendo un liberalismo moderato da reti di sicurezza in caso di caduta, una ideologia dell’efficienza e della correttezza nella gestione della Cosa pubblica, un cosmopolitismo visto come motore di opportunità, esprimendo una ideologia di governismo, cioè di capacità di compromesso anche molto forte pur di rimanere dentro i meccanismi del potere, con la crisi economica degenera. L’ideologia del governismo si trasforma, con la paura di precipitare nella povertà, in conservatorismo difensivo. L’originario liberismo condito da elementi di solidarismo e l’efficientismo nella gestione degli affari e delle finanze pubbliche si trasformano in accettazione delle forme più radicali di neoliberismo, pur di rimanere agganciati al treno del potere, nel momento in cui l’Europa ci impone tale svolta.

In questa deriva, nasce il fenomeno di Renzi. Giovanilismo e rottamazione sono gli scalpi che il renzismo offre al popolo piddino per tagliare definitivamente i ponti con l’interpretazione ulivista di una sinistra moderata e di governo degli anni Novanta, ed entrare definitivamente nell’era “nuova”, senza pesi né ostacoli imbarazzanti, che potrebbero compromettere, con ricordi sbiaditi di socialdemocrazia, il nuovo “format” con il quale rimanere agganciati a potere e privilegi residui. I Sinistrati Dem, semplicemente, non capiscono la fase. Credono di essere ancora utili “coprendo” a sinistra questa operazione di svolta a destra, cercano un compromesso di sopravvivenza con il fiorentino trionfante. D’Alema, checché ne dica oggi, cerca il posto di Mr. Pesc, per uscire dalle diatribe italiche. Bersani e gli altri semplicemente una assicurazione di rimanere in pista alle elezioni. Il ragionamento della copertura a sinistra filerebbe anche, ma si scontra con la personalità, con evidenti tratti di sociopatia, tipica di Renzi. Incapace di immaginare un compromesso politico con i suoi interlocutori, Renzi vive dentro una dimensione psicologica personale di tipo salafita. Inseguendolo senza caprine la natura, i sinistrati perdono faccia, credibilità e seguito. L’unico a salvarsi parzialmente è D’Alema che, più sottile intellettualmente, capisce in anticipo l’antifona e si colloca rapidamente su una posizione di contrasto al fiorentino. Mentre Bersani ci regala le sue ineffabili metafore balbettando sul che fare al referendum, D’Alema già da mesi lavora per il No, prendendosi quella fetta i elettorato ex-Ds delusa da Renzi e rimasta ad una connessione affettiva con quell’idea di sinistra pallida che i Ds ancora incarnavano, nella loro discendenza, più attuale che effettiva, con il PCI.

Adesso, messi con le spalle al muro da un Renzi che vuole assolutamente tornare in sella, incapaci di finirlo con una strategia di logoramento che Renzi ha evitato con il congresso anticipato (mostrando peraltro più coraggio personale di loro, dimettendosi sia dal Governo che dalla segreteria) sono costretti ad uscire. Portandosi dietro le loro carabattole di sempre: l’Europa buona da riformare, gli immigrati da accogliere in quote stabilite con Juncker, l’Ulivo, il centrosinistra che fa le liberalizzazioni selvagge però, attenzione, mette in campo la social card. Sono morti che camminano, e la decomposizione gli fa perdere qualche pezzo non appena si muovono (vedi Emiliano che torna a coda bassa nel Pd). Qualcuno, magari altri morti come gli ex SEL scottiani che sognano ancora il compromesso assessorile di governo, dia loro degna sepoltura, perché in fondo per una parte della storia del Paese sono stati anche utili. Non adesso, però.

Riccardo Achilli

Non si distrugge l’idea socialista! I socialisti al fianco di Giacomo Matteotti.

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Alcuni giorni fa dei vigliacchi senza nome hanno distrutto la lapide che ricorda l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, posta a Roma nell’ottantesimo anniversario della sua scomparsa ed a Fratta Polesine è stata imbrattata con uno spray la locandina di un convegno a lui dedicato. Noi socialisti diciamo tutti uniti VERGOGNA! e vogliamo ricordare il suo nome e il suo sacrificio come è giusto fare, perché il suo esempio sia un monito per le giovani generazioni ed un avvertimento a tutti coloro che pensano di poter sottovalutare il ritorno del fascismo.

Nato a Fratta Polesine  il 25 maggio 1885, da una famiglia di idee socialiste, nominato nel 1920 segretario della Camera del Lavoro di Ferrara,  Giacomo Matteotti nel 1921 è l’uomo che ha pubblicato l’“Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia”, in cui si denunciavano per la prima volta le violenze delle squadre d’azione fasciste. Nel 1922 ha fondato, insieme a Filippo Turati e ad altri fuoriusciti dal PSI, il Partito socialista unitario (PSU), di cui è nominato segretario. Pubblicata a Londra, nel 1924, la traduzione del suo libro “Un anno di dominazione fascista”, il 30 maggio 1924, ha coraggiosamente preso la parola alla Camera dei deputati, contestando i risultati delle elezioni tenutesi il 6 aprile e denunciando con chiarezza una serie di violenze, illegalità ed abusi perpetrati dai fascisti. Quel discorso merita di essere ricordato: Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. […] L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. […] Per vostra stessa conferma dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… […] Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse. Il 10 giugno 1924, uscendo di casa a piedi per andare a Montecitorio, viene rapito da alcune persone (che poi si sapranno essere della polizia politica fascista)  e barbaramente ucciso. Il suo corpo senza vita sarà abbandonato in un bosco nel comune di Riano a 25 Km da Roma e ritrovato alcuni giorni dopo. Il 3 gennaio 1925 in un celebre discorso alla Camera, il capo del fascismo Benito Mussolini avrebbe, di fatto giustificato anche quell’assassinio, dicendo: Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!  Giacomo Matteotti però non sarà mai dimenticato dai socialisti italiani e diventerà anzi il simbolo della lotta contro il fascismo, la violenza ed ogni forma di ingiustizia. Dopo Giuseppe Di Vagno, primo socialista ucciso dai fascisti, ci sarà la violenta distruzione della sede dell’«Avanti!», il giornale di riferimento del PSI e saranno in tanti i socialisti uccisi e incarcerati per il coraggio delle loro idee: da Rodolfo Morandi a Giuseppe Saragat a Sandro Pertini, solo per dire i più famosi tra quelli rinchiusi a lungo in carcere dal regime, poi diventati i protagonisti della Resistenza. Lelio Basso e Lina Merlin, Filippo Turati e Pietro Nenni saranno costretti a vivere confinati od a trovare rifugio all’estero. Ma ne cadranno altri purtroppo sotto il fuoco nemico: Eugenio Colorni, uno dei padri del manifesto di Ventotene che getterà in quegli anni le basi dell’Europa unita ed il coraggioso sindacalista Bruno Buozzi, sono ancora nei nostri cuori. Ma Giacomo Matteotti diventerà un simbolo per tutti. Per questo, durante la dura Guerra di Liberazione dal nazifascismo, le formazioni partigiane socialiste si sarebbero chiamate Brigate Matteotti in suo onore.

Pietro Nenni, che rimetterà in piedi il Partito socialista italiano e lo guiderà per decenni con forza, creando negli anni ‘60 i governi di centro-sinistra, dirà di lui: Chiunque aveva avvicinato Matteotti e ne aveva scrutato il pensiero e l’anima, sapeva di essere di fronte ad uno di quegli uomini che ponderano le parole e gli atti, che procedono con metodo rigoroso alla indagine dei fatti politici e sociali, ma che presa la loro via la percorrono fino in fondo, inflessibilmente. Questo morto – al quale fu a lungo contesa una tomba – domina la scena politica italiana.

Oggi che la sua lapide è stata vigliaccamente frantumata in tanti pezzi, che i suoi cocci sono stati lasciati in terra per sfregio, nel cuore di Roma, in una strada di grande traffico, senza che nessuno, ovviamente, abbia visto nulla, noi socialisti ci chiediamo stupiti: ma come è stato possibile e dove stiamo andando a finire? La scomparsa dei Partiti che hanno abbattuto il fascismo e creato la Repubblica e la democrazia produce anche questo. La cosa è gravissima e ci preoccupa molto, anche perché solo qualche giornale riporta l’appartenenza socialista del deputato Matteotti trucidato dal regime. Stiamo cadendo sempre più in basso. 

Per questo ci rivolgiamo alla società civile, ai mezzi d’informazione e a tutti voi cittadini gridando:

Non si attacca la democrazia e non si distrugge l’idea socialista!

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I compagni socialisti di Roma, la sezione PSI di Roma Centro “Rodolfo Morandi”, la sezione PSI XIV Municipio di Roma, il Circolo socialista “Andrea Costa” di Ostia Antica, il Circolo culturale “Giacomo Brodolini” Roma Nord, l’Associazione Culturale “Giacomo Matteotti” di Rovigo, i socialisti della federazione provinciale PSI di Trieste, l’Associazione “Il Socialista” di Milano, il Movimento Base Italia, Iniziativa socialista e inoltre hanno aderito numerosi altri compagni socialisti e semplici cittadini.

Firma convinto Giorgio Benvenuto presidente della Fondazione Pietro Nenni e della Fondazione Bruno Buozzi, Condividono l’iniziativa e firmano convinti Giuseppe Ciccarone ed Enzo Bartocci rispettivamente presidente e presidente onorario della Fondazione Giacomo Brodolini, “La Fondazione Lelio e Lilsli Basso si associa alla denuncia ed esprime la sua indignazione”  Elena Paciotti, presidente della Fondazione Lelio e Lisli Basso – ISSOCO; “La Fondazione Di Vagno si associa allo sdegno dei socialisti e dei democratici: Matteotti, come Di Vagno e tutti i Martiri del fascismo e della ideologia della violenza come strumento di lotta politica, sono patrimonio inviolabile del Paese intero” Gianvito Mastroleo presidente della Fondazione Giuseppe Di Vagno; “Apprezziamo e condividiamo la vostra iniziativa. Auspichiamo che la lapide venga ricomposta lasciando evidenti i segni dell’atto vandalico per  non dimenticare l’ultimo oltraggio alla memoria di un uomo politico che, in tempi drammatici per la democrazia nel nostro paese,  ebbe sempre il coraggio di manifestare le proprie idee assumendosene la piena responsabilità verso i lavoratori e le istituzioni” Walter Galbusera presidente della Fondazione Anna Kuliscioff;  “La figura di Matteotti dovrebbe stare a cuore non soltanto ai socialisti di ogni orientamento, ma a tutti coloro che credono nelle idee di democrazia e libertà, e che riconoscono il valore supremo dei principi di legalità e di difesa dello stato di diritto, di cui Matteotti fu uno strenuo propugnatore, e per i quali venne brutalmente assassinato per mano di sicari fascisti strettamente legati al nascente regime mussoliniano. Per questo l’attacco di chiaro segno fascista compiuto contro la lapide commemorativa di Matteotti, nel luogo in cui si consumò l’agguato omicida, costituisce un fatto grave, e non certo derubricabile a mero atto vandalico compiuto da qualche mentecatto sconsiderato. ll Circolo Carlo Rosselli di Milano si unisce allo sdegno ed alla denuncia di quanto accaduto, alla richiesta che la lapide venga prontamente ripristinata, all’invito ad una vigile attenzione verso questi inquietanti episodi, ed alla esortazione a che si proceda in modo non distratto all’individuazione dei responsabili”  Francesco Somaini presidente del Circolo Rosselli di Milano; “Il  ripugnante atto di vandalismo politico sulla lapide che ricorda uno dei più grandi  martiri della democrazia italiana mi induce a ribadire  la necessità storica della ripresa della lotta per gli ideali del socialismo, senza di cui la barbarie, in tanti modi declinata nei tempi odierni, rischia di non avere più avversari” Guido De Martino, Aderiscono il Povinciale ANPI di Roma, il Circolo ANPI don Pietro Pappagallo di Roma e il Circolo ANPI Monterotondo Edmondo Riva, sottoscrive Antonella Guarnieri storica e responsabile del Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara.

Chiarezza sul Referendum sul Jobs Act, di C. Baldini

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Raccogliere 3 milioni di firme non è una passeggiata. Lo dico per quanti alludono che Cgil (sempre fuoco ‘amico’) avrebbe scritto un testo quesito in modo da farselo respingere. Ci vogliono menti ormai cattive o talmente arrabbiate per arrivare a formulare ipotesi che, tra l’altro, farebbero sprofondare anche la classe dirigente dell’unico sindacato storico che nel nostro Paese fa ancora il sindacato. Certo, in un Paese piddino e grillino. Che significa che anche Cgil è fatta di PD e di Grillo (soprattutto Fiom). Ma è una battaglia quotidiana che in tanti si continua con risultati alterni, ma quelli possibili. Una cultura del sospetto che non giova alla chiarezza ed alla verità. Vediamo di ripercorrere le motivazioni del testo referendario.

La materia dei licenziamenti si è evoluta negli anni . All’inizio c’era solo il licenziamento con preavviso obbligatorio. Poi si è via via affermato con l’elaborazione in Statuto della necessità per il datore di lavoro di formulare una ‘Giusta Causa’ per il licenziamento. Ma anche il diritto per il lavoratore che ritenesse arbitrario il licenziamento di ricorrere al giudice. Questo principio della ‘giusta causa’ è stato realizzato in due modi: attraverso la ‘Tutela Obbligatoria’ (art. 8 della legge 604/1966), applicabile alle imprese FINO a 15 dipendenti sulla singola unità produttiva o FINO a 60 su scala nazionale della stessa impresa.

La ‘Tutela Obbligatoria’ prevedeva l’OBBLIGO per il datore di lavoro di reintegra, ossia se il giudice dichiarava illegittimo il licenziamento, il datore di lavoro doveva riassumere oppure offrire risarcimento che, a seconda dell’anzianità di lavoro, andava dalle 3 mensilità a 6 mensilità. In tempi di vacche grasse molti sceglievano il risarcimento, perché il lavoro si trovava.
L’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, invecefa un passo avanti nel campo della Tutela reale. Prevedeva infatti, sempre in caso di accertata illegittimità, per il datore di lavoro di reintegrare il lavoratore licenziato nel posto di lavoro e di corrispondergli una indennità risarcitoria pari alle retribuzioni dalla data del licenziamento sino alla reintegra. Normale direi: hai licenziato senza motivo riassumi e dai il salario perso fino a quel momento. Civiltà.

Vediamo che succede dopo. Il primo grosso attacco al concetto di giusta causa viene dalla Fornero del governo Monti.
Con la legge n. 92/2012 (Riforma Fornero) è stata modificata la disciplina contenuta nell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori e sono stati introdotti distinti regimi di tutela per le diverse ipotesi di illegittimità del licenziamento. La piena tutela reale è¨ rimasta applicabile soltanto al caso di nullità del licenziamento perché discriminatorio. E’ stata poi introdotta una tutela reale “attenuata” (che comporta il diritto del lavoratore alla reintegrazione e al risarcimento del danno sino a un massimo di 12 mensilità ) nel caso in cui non ricorrono gli estremi della giusta causa o del giustificato motivo soggettivo “per insussistenza del fatto contestato ovvero perchè il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa” e in caso di manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo.
Quindi una rete complessa caso per caso che di fatto ha tolto tutela e avallato solo il riconoscimento di nullità per discriminazione. Che non è così semplice da provare.

Si va avanti quindi di tutela esclusivamente risarcitoria, incentrata sul diritto del lavoratore a un’indennità risarcitoria da 12 a 24 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto. C’è ancora un altro caso di tutela applicabile in caso di vizio di carattere formale o procedurale e comporta il diritto del lavoratore a un’indennità risarcitoria compresa tra un minimo di 6 e un massimo di 12 mensilità . La bolgia fatta per aiutare a licenziare arbitrariamente.
Si potrà pure dire che si dovevano fare scioperi ad oltranza, ma si fece un tentativo. Deserto o quasi. Perché in Parlamento PD con Bersani accettò tutto ciò. Diventa difficile anche per un sindacato convinto scendere in piazza.
Andiamo avanti. Come siamo messi a quel punto?
҉҉҉Per tutti i lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015 sono tuttora in vigore questi differenti regimi di tutela previsti dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori; e per i lavoratori di aziende che occupano meno di 16 dipendenti in ciascuna unità produttiva o meno di 60 su scala nazionale continua a essere in vigore la tutela obbligatoria prevista dalla legge n. 604 del 1966 (fatta salva la reintegrazione in caso di licenziamento discriminatorio). Per i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015 si applica invece un nuovo regime di tutela, introdotto dal decreto legislativo n. 23 del 2015 (Jobs Act).҉҉҉

RAGIONIAMO

Il decreto legislativo Jobs Act ha quindi limitato il diritto del lavoratore alla reintegrazione nel posto di lavoro SOLTANTO ai casi di licenziamento discriminatorio, considerato nullo o in palese falso del fatto contestato. Negli altri casi di licenziamento ILLEGITTIMO, è previsto solo un indennizzo economico, pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del Trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio (in misura comunque non inferiore a 4 e non superiore a 24 mensilità). La predetta indennità risarcitoria è ridotta a una mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del Trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a due e non superiore a dodici mensilità, in caso di vizio formale o procedurale. Per le piccole imprese, al di sotto dei 15 dipendenti, è prevista invece un’indennità da 2 a 6 mensilità. Punto

***L’obiettivo del referendum è quello di abrogare completamente quest’ultima disciplina introdotta dal D.Lgs. n. 23/2015, e di abrogare nel contempo alcune parti dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori: in pratica, si vogliono abolire le modifiche introdotte con la Legge Fornero, per tornare alla vecchia formulazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, e quindi a un UNICO REGIME DI TUTELA IN CASO DI LICENZIAMENTO ILLEGITTIMO(anche in caso di licenziamento viziato solo sul piano formale), incentrato sul diritto del lavoratore alla reintegrazione e al risarcimento del danno in misura piena.**

L’obiettivo del referendum è anche quello di ESTENDERE l’ambito di applicazione della tutela prevista dall’art. 18: già per le imprese agricole con più di 5 dipendenti esiste la stessa tutela. Proprio per la Costituzione che non ammette discriminazioni tra lavoratori nelle stesse condizioni la parte considerata da alcuni propositiva, ma in realtà costituzionalmente legittima, potrebbe essere stralciata.

Sarà la Corte a pronunziarsi, il prossimo 11 gennaio, sull’ammissibilità o meno del quesito.

L’avvocatura dello Stato fa il suo mestiere a favore di Jobs act.
Noi vediamo di fare il nostro. Perché alla fine il risultato è stato anche costituzionalmente dubbio: tutele diverse a parità di mansioni e condizioni. La risultante è sempre la stessa.
Non si tratta di riportare indietro la Storia. Si tratta di equilibrare diritti e doveri nel posto di lavoro.

Buona fortuna Referendum.

Claudia Baldini

Il paese della democrazia, di S. Valentini

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Una famiglia su due nel Mezzogiorno è i condizione di povertà;
– Quasi 20 milioni di poveri;
– 34% di disoccupazione giovanile;
– il 5% della famiglie italiane non riesce più a pagare l’affitto;
– il debito pubblico è alle stelle e l’Italia è fanalino di coda nella crescita in Europa;
– Cresce l’emergenza profughi e si naviga al buio;
. L’unione europea ci chiede una manovra aggiuntiva dopo appena qualche giorno dal varo della legge di stabilità di circa 15.000 miliardi;
– La polizia giudiziaria indaga sul Comune di Roma mentre il Sindaco di Milano si autosospende;
– La corte costituzionale boccia la riforma della pubblica amministrazione;
– siamo senza regole elettorali certe;
– siamo in presenza di una crisi profonda del sistema bancario italiano che penalizzerà i piccoli risparmiatori, che metterà in discussione i posti di lavoro nelle banche (si parla di 20.000 posti) e che sarà pagata dalla comunità nonostante gli stipendi milionari dei manager che hanno determinato tale situazione;
– il sistema politico italiano si stringe attorno alla famiglia Berlusconi per l’attacco subito da Medioset;
– il governo viene sonoramente bocciato sulla sua proposta di riforma costituzionale ma tutti gli artefici di tale riforma non solo restano al loro posto nel nuovo governo virtuale ma vengono promossi, con Renzi grande puparo;
– Intanto la criminalità organizzata e la grande finanza vanno in Italia il bello e il cattivo tempo e cresce dismisura la disuguaglianza sociale;
– si dice di aver abolito le Province ma 5000 scuole medie superiore e non so quanti chilometri di strada vengono ancora gestiti da enti non eletti, senza risorse adeguate e soprattutto con consigli e presidenti nomimati dalle segreterie locali dei partiti come per i Consigli delle areee metropolitane;
– si continua a morire per incidenti sul lavoro ma se ne parla solo e non sempre l’evento drmmatico accade,
– soprattutto nel Mezzogiorno vi sono nuove forme di schiavismo con la forza lavoro degli immigrati.
Sicuramente dimentico molte cose, aggingete, aggiungete, questa è vera democrazia, guai a chi la tocca!

Sandro Valentini

L’insostenibile leggerezza della Seconda Repubblica, di A. Valenzi

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In tutta coscienza, dopo quanto accaduto dal 2011 in poi (ma dovrei scrivere dal 1992), non sarà per Gentiloni che mi straccio le vesti.

La richiesta del voto subito è suggestiva, ma insensata.
Senza una legge elettorale equivarrebbe a votare a vuoto, sprofondando di nuovo nel caos, che stavolta sarebbe totale. Votare dopo il parere della Consulta sull’Italicum significherebbe dare ogni risoluzione di controversia politica alla Magistratura. Ed è un principio discutibile.

Gentiloni sarà alla guida di un Governo a scartamento ridotto.
Non potrà durare più di un anno (al massimo) e sarà un anno di campagna elettorale permanente, quindi non avrà la piena libertà di manovra di un Monti, di un Letta o di un Renzi che erano alla guida di Governi con prospettive di durata molto più lunghe.

Sempre ammesso poi che riesca a ottenere la fiducia in Parlamento.
Il quadro in cui si muove è fragile. Il partito di cui fa parte, il Pd, è depotenziato rispetto al Pd del 2013 e se andasse a Congresso entro quest’anno (come ci andrà, ne ha tutto l’interesse) dovrà fare i conti con quella minoranza che ha vinto al referendum.

Il Pd non è più dunque quel perno aggregativo del 2013, e questo vorrà dire che molti abbandoneranno la barca, soprattutto tra gli alleati, che cominceranno a fare i conti su come presentarsi alle prossime elezioni.

Non è una situazione “Gentiloni al posto di Renzi e tutto è come prima”. L’onda d’urto del referendum è stata dirompente, e se ne sono accorti.
Piuttosto bisognerà richiamare alla ragione il M5S, che ora più che mai ha bisogno di dotarsi di quella struttura che fino ad oggi ha rifiutato di darsi, ma che adesso diventa imprescindibile. E a situazione mutata, che cambi anche la tattica: l’isolazionismo in cui si è chiuso e che è servito in un momento in cui aprirsi non aveva senso (lo aspettavano cinque anni di opposizione), oggi il senso non lo ha più.
La coalizione referendaria del No deve ora spostarsi sulla tutela della sovranità nazionale, la cui minaccia è oltre Gentiloni.
Fermarsi alla sola vittoria, significa aver fatto un lavoro a metà.

Il Comitato del No non ha sciolto i suoi comitati territoriali, e bene ha fatto. Perché la guerra continua anche dopo la brillante vittoria nella battaglia referendaria. Sono più deboli, ma non sono finiti. Siamo più forti, ma non abbiamo ancora vinto.

Antonio Valenzi

La politica che vorremmo, di O. Basso Persano e C. Baldini

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Vorremmo una politica che si rifaccia al suo significato etimologico:
Dal greco antico politikḗ (“che attiene alla pόlis”, la città-stato), con sottinteso téchnē (“arte” o “tecnica”); per estensione: “arte che attiene alla città-stato”, talvolta parafrasato in “tecnica di governo (della società)”.
Quindi, per noi, chi decide di fare politica si deve occupare del benessere della città-stato, oggi della società, e il benessere della società trae origine dal benessere delle persone.
In questi ultimi decenni (per non dire secoli), la Politica si è occupata sempre meno del benessere delle persone, per arrivare a non occuparsi neanche più del benessere del pezzettino di società costituito dalla propria nazione, per occuparsi sempre più del benessere del capitale, della finanza e quindi di quella ristretta cerchia di persone che ,tramite il denaro, tanto, e sempre di più, incidono sulla politica e quindi sull’economia reale.

Ma il benessere della società è direttamente proporzionale a quello di TUTTE le persone, non di un’elité.
Lo stesso Pil (prodotto interno lordo) è fatto di soli numeri di produzione, ma non di come si produce, di importazione e di esportazione. Non c’è alcun dato nei calcoli del Pil che riporti la condizione di vita e di lavoro e quindi di benessere delle persone che danno quel Pil. Quindi, che senso ha dire che il pil della Spagna è raddoppiato quando la disoccupazione è al 40%.?
Chiaramente se si licenzia e si sfruttano maggiormente quelli che restano, è una cifra illusoria che non rispecchia l’economia di un Paese ma che porta acqua al solito mulino.

Partendo da questi presupposti, la nostra idea di Politica ha come principi fondanti i bisogni delle persone:
– Alimentarsi
– Vestirsi
– Curarsi
– Muoversi
– Istruirsi
– Aiutarsi
Per fare tutte queste cose, è necessario riportare il lavoro, la scuola, la sanità, le comunicazioni e l’ecosostenibilità al centro dell’agenda politica di chiunque si appresti a governare la società.
Mai come oggi occorre dire chiaramente “Prima le persone”

Il lavoro deve essere un diritto di tutti, tenendo conto di quali sono le finalità del lavoro: non l’arricchimento di pochi sulla pelle di tanti, ma un metodo per ottenere il necessario (e se possibile anche il superfluo) per vivere; quindi, se si ottiene l’obiettivo con meno ore di lavoro, si lavori di meno e si assumano altre persone (LAVORARE MENO, PER LAVORARE TUTTI).
Va da sé che se siamo concordi su questo punto chiave, non possiamo accettare il liberismo come politica economica.
Queste cose, badate, non sono argomentazioni marziane, nei paesi nordici (Svezia) sono già messe in atto.

Esiste quindi un percorso già tracciato che non azzera i presupposti economici del capitalismo, ma cerca di conciliarli tramite i diritti delle persone con il valore del benessere delle persone in carne ed ossa.
Non v’è alcun dubbio che occorre ribaltare la globalizzazione nelle sue strategie ed origini viziate dal liberismo sfrenato.

La scuola è uno dei servizi che vengono demandati a un’istituzione che rappresenti i cittadini. Questa istituzione trova le risorse per attivare l’istruzione dei propri rappresentati raccogliendo i soldi da ognuno di loro, secondo le possibilità di ognuno, perché funziona così, il nucleo primario delle società è la famiglia, in cui non tutti portano a casa uno stipendio, ma tutti ricevono la loro parte e danno il loro contributo come possono.
Anche la sanità è uno di questi servizi ed entrambi non hanno nessun obbligo di dare un profitto immediato, perché sono servizi che precorrono un profitto successivo: il cittadino competente, preparato e sano provvederà a produrre il profitto.
Le comunicazioni, soprattutto in un mondo globalizzato come il nostro devono essere incentivate e libere, le persone devono potersi spostare senza grossi impicci, possibilmente nella maniera meno invasiva possibile per l’ambiente, quindi bisogna dare un grande impulso ai trasporti pubblici, invece di tagliarli.
Perché non si può accentrare in pochi luoghi i servizi principali e togliere la possibilità di raggiungere quei luoghi, se non con enorme dispendio di tempo ed energie.
E qui si collega anche l’ecosostenibilità, non possiamo pensare di sfruttare all’infinito le risorse naturali del nostro pianeta, non possiamo pensare di usare tutto l’universo animale e vegetale, come se non ci fosse un domani e soprattutto infliggendo dolore e morte non necessari.
In conclusione noi chiediamo ad un partito che vuole affermarsi come Sinistra Italiana o a chiunque voglia ricostruire un insieme valoriale che si richiama a questi punti fermi, di intraprendere questo percorso con chi, senza esitazione, si sente di dovere dare ancora un valore storico alla parola Sinistra. Le ideologie sono state derise da chi aveva interesse a farlo, ma questa operazione ha portato all’annullamento di forze sociali organizzate su valori comuni.
E’ buffo come la sinistra abbia smontato il suo patrimonio ideologico ed invece la destra l’abbia rafforzato e affondato il coltello nel buco nero lasciato da una stolta sinistra.
Anche i movimenti non sono partiti veri e propri. Anzi disprezzano il partito. Non capiscono che è la forma di rappresentanza che occorre mettere in atto per contrastare l’ideologia rimasta sempre viva: quella del Denaro innanzitutto.

Orietta Basso Persano e Claudia Baldini

Brevi riflessioni su la proposta di Pisapia, di S. Valentini

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A me pare che Pisapia ponga una questione giusta ma si rivolge all’uomo sbagliato, a Renzi.
C’è la necessità di ricostruire un campo largo delle forze democratiche e progressiste alternativo a tutti gli altri schieramenti. Il centro sinistra deve marciare almeno su due gambe, e su questo sono d’accordo.
Ma la strategia neocentrista di Renzi va in questa direzione? Mi pare di no. Il progetto di Pisapia passa quindi solo se la strategia neocentrista del Pd, oggi dominante, sarà sconfitta. Attenzione, il renzismo non è solo Renzi, al di la delle sue varianti è una strategia che ha molti sostenitori. E’ la vocazione del maggioritario, su cui il Pd è nato, dunque è in continuità con il veltronismo.
Per un Pd che guardi a sinistra occorre sperare nella forza di persuasione di altre figure, anche tra loro molto diverse, come Bersani e la Bindi, che dicono cose molto giuste, quasi di “rifondazione” del Pd. Saranno in grado di spostare l’area dorotea di Franceschini verso tale progetto, insomma di dar vita a una nuova maggioranza dentro il Pd? L’operazione è possibile ma non certa. Questi dovrebbero essere gli interlocutori del progettodi Pisapia dentro il Pd. 
Seconda interrogativo. Chi ricostruirà la gamba di sinistra di questo progetto?
Bersani? La Bindi, Cuperlo? A me pare che questi vedano solo come orizzonte il Pd, anche se Bersani mi pare molto attento affinché il partito tessa rapporti per costruire il campo largo. A meno di una iniziativa avventuristica (da non escludere di Renzi, ma Mattarella e Franceschini sono pronti a stopparla) non mi pare che la sinistra del Pd, nel suo insieme, sia proiettata ad abbandonare il Pd.
Infine, il dato più drammatico: la sinistra è divisa in tanti rivoli, non si muove unitariamente nella direzione che chiede Pisapia. Gli arroccamenti, le visioni identirarie, i piccoli interessi di bottega la spingono ancora una volta, nonostante il potenziale del bacino a due cifre offerto dal voto referendario sul No, sulle rive del minoritarismo. Occorre allora che si affermi nelle prossime settimane una leadership forte a sinistra, in grado di portare avanti il progetto di Pisapia e nel contempo favorire, dall’esterno, un ricollocamento del Pd sul versante che chiede Bersani. Per fare questo il ruolo di Pisapia è insufficiente. È importante ma troppo poco. Occorre altro!
E qui vado al punto. È necessario che scendano coraggiosamente in campo, come ha fatto Pisapia, altre figure, in particolare mi riferisco a De Magistris e a D’Alema con il sostengo in qualche misura riconoscibile della Cgil. Non è la mia una eresia o una burla da “scherzi a parte”. Se se vuole un nuovo soggetto politico della sinistra che incida, occorre unire e non dividere. Unire senza pregiudizi.
De Magistris è portatore di una visione fondamentale per la sinistra, una visione non politicistica. Egli è attento a tutto ciò che viene dai territori: le grandi lotte per la pace, il lavoro, i beni comuni e la tutela dell’ambiente. Insomma è portatore di una visione per cui la sinistra non è solo la sommatoria di ceti politici ma un movimento ampio capace di rappresentare i conflitti, di movimenti che partecipano da protagonisti al processo costituente di un nuovo e autonomo soggetto politico. Senza un robusto insediamento sociale non vi sarà mai un un uovo soggetto politico della sinistra convincente.
D’Alema, poiché in questa fase, come ha mostrato in tutta la campagna referendaria, è il dirigente più autorevole che la sinistra dispone; ha legami internazionali e rapporti forti con personalità del mondo della cultura. 
Qualcuno prenderà l’iniziativa di porsi sulla strada proposta da Pisapia ma aggiustando il tiro?
Non ne ho idea ma so che bisognerebbe fare qualcosa e subito.

Alessandro Valentini

Il Paese, questo sconosciuto, di C. Baldini

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La valanga di NO non è stata certamente sul merito della riforma renziana. Tanti NO lo sono stati, ma guardando la distribuzione per regioni non c’è dubbio che il No è stata una porta chiusa in faccia violentemente da parte delle popolazioni più disagiate e dai giovani che pure soltanto due anni fa nutrivano speranze di miglioramento delle condizioni di vita, al presidente del Consiglio

Del Paese che ha peggiorato il suo stato, il maggior partito di governo è molto responsabile, non può incolpare genericamente i predecessori. Per una ragione primaria:
il Pd è direttamente intervenuto con voucher e Jobs act a ledere diritti vitali del lavoratore, ad aggravare la precarietà, ad incoraggiare il nero. Non va poi messa in secondo piano, la cosiddetta Buona Scuola imposta ed attuata contro la stragrande maggioranza dei docenti e del personale della Scuola. Oggi la Scuola si trova in una situazione disastrosa. Non era accaduto nemmeno con la Gelmini che si raggiungessero livelli infimi di giustizia e di assurdità, in omaggio all’impossibile equiparazione della Scuola Pubblica, nostro vanto e patrimonio, ad un Apparato aziendale. Il presidente del Consiglio in carriera nel PD andava avanti a colpi di fiducia e di mance, come i dc del secolo scorso, che però ci sapevano fare e il rispetto dell’avversario sapevano gestirlo.

In questa sofferenza generale e profonda e non solo economica, a cui il partito di maggioranza e i suoi alleati di comodo non avevano fatto caso, si va ad innestare, senza alcuna necessità, se non l’obiettivo di potere del capo, una mega revisione costituzionale approssimata, confusa e contradditoria, conforme ai voleri dei poteri forti, sostenuta da banche e finanza, da imprenditori e Capi di Stato, costituita da un attacco combinato Costituzione-Legge elettorale alla democrazia parlamentare. Portato fino alla fine con protervia ed arroganza dal Principe dei servi, come un plebiscito popolare di investitura su se stesso. Ma si è accorto presto che il popolo non era disposto.

Naturalmente pensando che fosse un problema di comunicazione , si arruolano i guru migliori, si occupano le tv, si silurano i ribelli. Quanti dei nostri già pochi soldi questo personaggio ha speso per il suo potere? E’ una risposta che il Parlamento deve pretendere rendicontata
Meno male che il popolo stavolta ha fatto il suo dovere e abbiamo salvato la Costituzione. E se altre ragioni hanno deciso , significa che mancava solo l’occasione.
Del resto con Cgil messa all’angolo e rinunciataria, gli altri solita roba, la sinistra che non c’è perché è geneticamente diventata destra, quando mai, la gente che sta male in questo Paese per ragioni economiche e sociali avrebbe potuto dire la sua?

Ecco , ora viene il difficile per tre motivi:
il Bimbo arrabbiato dice :adesso voglio vedere come ve la cavate. Pesta i piedini , stizzito da lesa maestà. Non capisce nemmeno che è Presidente in carica per gli affari correnti. Poi c’è molta sceneggiata. Tornerà.
Ma il secondo motivo è l’immaturità e l’incapacità delle maggiori forze di opposizione. 5 stelle e Lega chiedono il voto subito e referendum sull’Europa.
Su quali programmi e con chi se non hanno il 51%? Ah ecco, viva l’Italicum, se vincono loro!
Esercizio del potere , non governo del Paese. Trovate la differenza tra prima e dopo. Con ciò, io ho simpatia per l’impegno di tanti pentastellati. Ce l’ho anche per quei piddini che si sono distinti dalla maggioranza e schierati per il NO. Ma né gli uni , né gli altri hanno legittimità per tenere ancora un Paese in stallo nelle campagne elettorali. Diano il benservito ai loro padroni, si organizzino democraticamente e smettano di considerarsi la settima meraviglia della politica. Perché non hanno ancora dimostrato nulla. Anzi.

Il terzo motivo siamo noi, inesistenti e scarsamente visibili per nostro grave ritardo rispetto alle esigenze del Paese. Noi di sinistra, noi delle 33 sigle diverse. Noi di Sinistra Italiana ancora lontani dal congresso e tra polemiche. Noi Civatiani poco inclini a sperimentare fuori dal recinto. Noi rifondaroli in lite continua con sel. Noi comunisti più o meno estremi con la pretesa di essere la verità stiamo perennemente al balcone a consolarci col Che o con Putin, nientemeno.
Siamo parecchi , alla fine siamo tanti, ma talmente separati e livorosi che ormai produciamo poli che si respingono. Noi che parliamo agli altri dei bisogni del Paese ed abbiamo ragione, parliamone al nostro interno e con i vicini di casa. E siamo così anche alla base, i vertici ne sono l’espressione. Altro che partire dal basso! Cambiare la testa per poter partire.

Non siamo mai pronti quando è ora.

Claudia Baldini.