futuro

La logica lavorativa di chi è di destra. di G. De Grassi

Postato il Aggiornato il

Quanto sono belli i discorsi sulla meritocrazia e quelle teorie secondo cui, se sei povero, è solo colpa tua. Non si tratta di guadagnare tanto o poco: a volte anche quel minimo mensile — che per alcuni non è niente — può fare davvero la differenza. Basta una spesa improvvisa, un imprevisto, e tutto si complica.

Poi arriva lo stipendio, che nel mio caso non ha una cadenza regolare: sono compensi legati alle ore lavorative e a una serie di fattori più grandi di me, e spesso anche delle stesse società con cui collaboro. E alla fine, quando arrivano quei soldi, ci si ritrova con più spese di quando si era cominciato.

Un contratto a tempo indeterminato, magari mentre si studia? Fattibile, sì, ma con 1200 euro al mese oggi si può vivere bene? La scelta sembra questa: meglio guadagnare tanto una tantum o poco ma con costanza? Onestamente direi la seconda, se non fosse che spesso questa comporta di diventare schiavi di qualcuno (salvo rari casi). Nel primo caso ci si sente liberi, anche se liberi non lo si è davvero.

Il punto è proprio questo: le condizioni in cui oggi siamo costretti a lavorare. Aprirmi una partita IVA? Un’ulteriore catena. E mentre cerco di essere preciso nei pagamenti e nel risolvere le varie situazioni, cresce quella pressione e quella voce che ci accusa — noi giovani — di essere nullafacenti, come se nella vita esistessero solo il lavoro e il sacrificio. Ma non è nemmeno di questo che si tratta: il fine ultimo, ormai, sembra essere solo pagare per tutto, e spesso aspettare mesi per ricevere ciò che si è guadagnato.

Io personalmente mi sono sempre dato da fare. Ho lavorato molto per persone che mi hanno fatto mille promesse, ma nei fatti il mio lavoro è spesso rimasto non retribuito, nonostante le ore spese e gli anni impiegati ad apprendere una competenza. Eppure, per alcuni, “basta schiacciare due tasti al computer” e il gioco è fatto. Facile parlare quando i concorsi pubblici si facevano con la quinta elementare, e non servivano certificazioni come l’ICDL, l’alfabetizzazione digitale o il Trinity.

Siamo una generazione colta, ma costretta a vivere come chi non ha mai fatto nulla nella vita. E non dico che non ci sia lavoro, perché il lavoro c’è: il problema è che non è pagato in modo adeguato, né nei tempi né nei compensi.

Invece di spendere il PNRR in armi, usatelo per pagare i docenti che hanno già lavorato, e soprattutto per creare nuovi posti di lavoro. Le idee ci sono, ma manca la volontà di investire: ognuno pensa al proprio orticello. E in questo, la cara Giorgia Meloni è bravissima — proprio come lo è stata la sinistra prima di lei.

Volete un’Italia migliore? Iniziate a garantire il vero lavoro, non un’occupazione che riscaldi la sedia per tot mesi per poi ricominciare da capo; rendete il lavoro più semplice e più umano così da poter sembrare di non lavorare nemmeno un giorno, portando risultati migliori a casa.

Questa è la mia idea di lavoro.

Gianmarco De Grassi

Prima riflessione sui risultati definitivi delle elezioni francesi. di G. Giudice

Postato il

I risultati definitivi (annunziati dal ministro degli interni sono questi: 33,1% al RN di Le Pen e Bardella (con il supporto di una parte degli ex gollisti ; 28% alla Sinistra del Nuovo Fronte Popolare; 20,7 % ai “centristi liberali” di Macron.

Se (come avevano previsto i sondaggi da tempo) l’estrema destra razzista, xenofoba è la prima formazione politica, rappresenta comunque solo un terzo degli elettori francesi. E , su questa base è seriamente in forse che possa prendere la maggioranza assoluta al II turno.

La sinistra unificata ha un ottimo risultato (ben oltre un quarto degli elettori), tenendo anche conto che la lista è stata messa a punto a meno di due settimane dal voto. Sapendo mettere da parte anche i dissensi su alcuni punti. Sono nettamente prevalse le ragioni unitarie. E certamente il merito va al Compagno Mélenchon che ha saputo trovare la quadra nel modo migliore, coinvolgendo i suoi ex compagni del PS (che è cresciuto alle europee) , il piccolo PCF e i Verdi. La sinistra si è presentata alle elezioni con un programma fortemente alternativo a quello di Macron, alle sue politiche antisociali, che hanno notevolmente accresciuto le disuguaglianze e le ingiustizie , gestite con arroganza e protervia , e segnato da pulsioni autoritarie. Per non parlare delle uscite squinternate sul voler mandare truppe francesi in Ucraina.

Comunque la sinistra può rappresentare l’unico vero argine alla destra reazionaria. Infatti la La Pen ha espressamente detto che il vero nemico da combattere è la sinistra di Melenchon. Il quale (con il consenso dei suoi alleati) ha espressamente affermato che in eventuali triangolazioni nei collegi , essi si ritireranno e (turandosi il naso) voterebbero per un candidato di Macron. L’imperativo categorico è quello di impedire alla destra di prendere la maggioranza assoluta in parlamento , per la catastrofe democratica e civile che si abbatterebbe sul paese. Del resto, già due anni fa, alle presidenziali del 2022 Jean Luc , giunto terzo a pochi passi dalla le Pen , disse apertamente “al secondo turno nessun voto vada alla Le Pen” .

La sinistra in Francia ha preso 9 milioni di voti, ed ha la possibilità di espandersi, tenendo anche conto che solo la metà degli elettori del RN è apertamente razzista e fascista. La feccia della società francese. L’altra metà ha espresso più un voto “contro” (Macron) che non un voto per. E comunque la sinistra , tra i nostri cugini d’oltralpe , mostra una sua vitalità ; quanto meno esiste una sinistra con forti connotazioni socialiste.

In Italia purtroppo non è così. L’unica forza veramente definibile di sinisttra in parlamento è l’AVS . IL PD nonostante i passi in avanti della Schlein non lo è. Non dimentichiamo che nel Pd hanno ancora grande influenza i Letta , i Gentiloni, i guardiani dell’austerità europea. E che definiscono Mélenchon un sovranista di sinistra (una contraddizione in termini) speculare alla Le Pen. Mélenchon ha sempre parlato di sovranità democratica , che egli ben distingue dal concetto di sovranità nazionale. E’ un autentico socialista internazionalista come lo era Matteotti (o Jaurès) . Lo hanno accusato di essere antisemita perché ha definito crimini di guerra quelli commessi a Gaza dal governo fascista di Netanyau. Del resto lo stesso Sanchez è stato accusato di antisemitismo perchè la Spagna ha riconosciuto lo stato palestinese e ha definito crimini di guerra quelli commessi a Gaza. Del resto lo stesso Gutierres aveva detto le stesse cose.

I veri antisemiti sono i governanti di Israele, perché , con le loro azioni criminali di fatto scatenano l’odio verso gli ebrei. Ma tanti ebrei sostengono apertamente la causa palestinese e condannano un governo fascista che tradisce i valori più profondi dello stessi ebraismo. Mélenchon è stato anche accusato di essere filo-Putin. Un’enorme bugia. Ecco cosa disse Mélenchon in un’intervista al settimanale l’Express il 31 maggio 2022 “Vladimir Putin è un uomo che ha violato tutte le regole internazionali, ha invaso un Paese sovrano, ha commesso crimini di guerra e minacciato il mondo di un conflitto nucleare, tutto ciò è odioso”, spiega Jean Luc Mélenchon in una lunga intervista al settimanale L’Express.Il tribuno della gauche, rivelazione delle ultime presidenziali ( è andato a un passo dal ballottaggio) e leader della coalizione di sinistra radicale (Nupes) che sfiderà Macron alle legislative del 12 giugno, non ha alcuna simpatia per le politiche atlantiste e ha spesso criticato l’espansionismo strisciante della Nato a est. È non lesina bordate all’Unione europea che vorrebbe rifondare da cima a fondo.

Ma di fronte all’invasione dell’Ucraina è sempre stato chiarissimo: nessuna equidistanza. Un approccio coerente da parte di chi peraltro non ha mai avuto atteggiamenti compiacenti verso il capo del Cremlino a differenza di molti politici occidentali che per lunghi anni hanno visto in Putin un “elemento di stabilità”: «La colpa è nostra, siamo stati compiacenti a Grozny in Cecenia e ad Aleppo in Siria, ora ne paghiamo le conseguenze».

Ecco come la pensa Mélenchon …i veri amici di Putin vanno cercati nell’estrema destra europea, nella Lega. Certo Mélenchon si è sempre battuto per una soluzione politica e dilpomatica evitando una escalation bellica senza fine. Ma il giudizio è netto ed inequivocabile, lo considera un criminale. Mi fermo qui , aspetto commenti…Mélenchon con Corbyn…

Giuseppe Giudice

Brutti segnali per il futuro dell’Europa. di A. Angeli

Postato il

Si, le previsioni delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo preoccupano i leader che fino ad aggi hanno governato l’UE. Proprio Emmanuel  Macron, in un discorso di fine aprile ne ha esternato lo stato d’animo, un episodio che mette in luce l’ansia che pervade molti leader, con il quale ha inteso trasmettere un avvertimento molto eloquente sul pericolo che corre il continente nel caso di un’affermazione della destra. Nel suo intervento centrale è stata l’affermazione sulla necessità di proporre un’Europa che guarda al suo cambiamento e sappia trasformarsi  in “potenza europea”.

Dare un nuovo volto al continente Europeo, che segni  l’ alternativa alle cupe previsioni di un avanzamento della destra in Europa e di un’affermazione di una nuova leadership Trump, alla guida degli USA, questo il messaggio di Macron, in cui non sono assenti le preoccupazioni per le difficoltà che incontra la resistenza in Ucraina contro l’invasione  Russa e l’insostenibile carneficina del popolo di Gaza da parte di Israele. Insomma, un richiamo per un cambiamento della politica Europea, nella prospettiva di dotarla della necessaria forza,  e del potere politico, da dispiegare su ogni versante della sua politica, sia essa economica, sociale e della difesa, imponendosi come nuova  potenza nel  prevedibile mutamento di scenario geopolitico che si profila per i prossimi anni.

Il concetto del potere politico ha una forte suggestione storica e per questo suggerisce  di richiamare gli scritti di Nicolò Machiavelli contenuti nelle dense pagine del Principe, che il filosofo scrisse nel lontano XVI secolo, appunto sul potere politico. Per Machiavelli la politica è un’arte, almeno così la presenta in una lettera a Lorenzo dei Medici, sovrano della Repubblica fiorentina. Un aforisma ci può aiutare a comprendere cosa intendesse per potere politico: come un pittore naturalista, che riproduce fantasiosamente le montagne e dalla loro cima si accinge a studiare le pianure, così anche i governanti dovrebbero abitare i loro domini:  “Per conoscere bene la natura del popolo bisogna essere principe”, scriveva Machiavelli, “e per conoscere bene la natura dei principi bisogna essere del popolo”.

Richiamando Macron scopriamo come la sua prolusione si relazioni con la prima parte della frase di Machiavelli, e costituisca quindi una risposta alla domanda: cos’è il potere oggi nell’Europa contemporanea e come rimodellare le sue istituzioni per coglierne le magnifiche sorti e progressive. Con la sua risposta  Macron ha svelato la vulnerabilità dell’Europa  e la ciclica crisi politica che ne annichilisce le potenzialità dell’esercizio del potere. E’ certo un paradigma, quello a cui è ricorso, con l’intento da impegnarsi in una appassionata difesa della nostra civiltà e cultura Europea, trascurando però la parte dell’aforisma in cui Machiavelli ricorda che anche le persone formano opinioni sui loro governanti, opinioni che i governanti ignorano a loro rischio e pericolo.

Ecco il tema vero, che non riguarda solo Macron ma tutta l’élite politica Europea, la quale si è resa distante e inaccessibile lungo tutta la storia dell’UE, trascurando le popolazioni, escludendole come cittadini da qualsiasi coinvolgimento e partecipazione diretta all’elaborazione politica e nelle decisioni più rilevanti dalle quali dipendeva e tuttora dipende la vita e il corso della storia dell’Europa. Questa esclusione ha influenzato e cambiato negativamente  il panorama europeo, aprendo la strada alla destra radicale.

Le riflessioni di Machiavelli sugli avvenimenti politici del suo tempo, tra cui i conflitti tra le principali potenze europee,  il malcontento nei confronti dei rappresentati delle signorie o principati e situazioni di caos che coinvolsero il crollo della legittimità della chiesa cattolica, s’ispirano alla Repubblica Romana per trarne lumi a sostegno della sua idea sul potere politico.  Il senso dell’indicazione si riassume nella considerazione che di fronte all’indifferenza dei valori, la storia si rivela l’unica guida alla quale attenerci per superare i momenti difficili. Al proposito rileva ( nei Discorsi su Livio ) come il segreto della libertà Romana non risiedesse nella sua fortuna né nella potenza militare, ma nella capacità dei romani di conciliare la disuguaglianza tra le élite ricche, la parte nobile e la maggioranza della popolazione, che indicava come popolo.

La storia ci ricorda quale sia il comportamento di chi detiene il potere economico, le leve del comando sociale che, come ci ricorda Machiavelli, e nel XIX secolo Marx, è il continuo accumulo di ricchezza e con essa del potere politico per governare gli altri, così, giustamente, la reazione naturale di quella parte del popolo esclusa è quella di lottare per superare l’ingiustizia sociale e il disequilibrio economico che deriva da una mancata giustizia nella redistribuzione della ricchezza. Purtroppo la storia ci ricorda che lo scontro di classe non ha assolutamente esaurito la sua natura di lotta politica per una più equa giustizia nella distribuzione del potere politico e sociale Solo incanalando anziché sopprimendo questo conflitto, diceva Machiavelli, è possibile preservare la libertà civica, riconquistare un senso alla politica e contenere il potere che mediante il comando viene esercitato. Oggi, purtroppo, ci troviamo a dover riconoscere il grave l’errore commesso dall’Europa, per avere ignorato i consigli di Machiavelli.  

Dobbiamo ammettere che nonostante tutta la retorica sulla democrazia, e gli inviti ai cittadini a valutare i pericoli che si prospettano con le prossime elezioni, l’UE è connotabile come un’istituzione di governo oligarchico, supervisionato da un corpo di tecnocrati, incline ad una smisurata burocrazia anche se non eletto che opera nella Commissione Europea. Non ci sono consultazioni del popolo sulla politica, nessuna partecipazione e coinvolgimento dei cittadini nelle più importanti decisioni, politiche, sociali, economiche finanziarie e di difesa, e anche nelle più minute questioni che coinvolgono gli interessi di milioni di cittadini e consumatori. Le sue regole fiscali, che impongono limiti rigorosi ai bilanci degli Stati membri, offrono protezione ai ricchi imponendo al contempo l’austerità ai poveri. Dall’alto al basso, l’Europa è dominata dagli interessi di pochi ricchi, che limitano la libertà di molti.

Queste contraddizioni, cioè  queste violazioni della democrazia partecipata e coinvolgente, favoriscono e rafforzano i disegni di potere  delle imprese, degli istituti finanziari, delle agenzie di rating, del credito e i potenti gruppi di interesse ai quali è concesso di dettare la propria legge, limitando gravemente il potere politico. L’Unione Europea è lungi dall’essere il colpevole peggiore. Una grave colpa ricade sugli Stati-nazione, dai quali è dato corpo a un’apparenza di partecipazione democratica, che potrebbe invece sostenersi e applicarsi solo attraverso la fedeltà ad una costituzione condivisa. Purtroppo,  essendo l’Unione Europea, costruita sul mito del libero mercato, la causa  di queste contraddizioni sociali e economiche, la lotta per un’alternativa  è molto più difficile da sostenere e portare a compimento. Solo seguendo l’imperativo di una democratizzazione del processo, che assegni al Parlamento Europeo il potere rappresentativo e legislativo, con la costituzione di un Governo che segni il superamento dei nazionalismi, sarà possibile realizzare il disegno di un’Europa unita seguendo l’insegnamento dei Fratelli Rosselli.   

Questi rilievi danno una plausibilità all’ansia che si coglie nelle forze politiche della sinistra e moderate  dell’Europa,  per le previsioni che assegnano alla destra estrema e conservatrice un probabile successo elettorale. Uno stato di tensione che non pare cogliere le preoccupazioni di milioni di cittadini europei  poveri, senza lavoro o lavoro precario, con basso tenore di vita, coinvolti nelle politiche del cambiamento climatico, ai quali interessa poco la questione della migrazione. Questo ci induce a dire che, forse, il fascino per la destra estrema e conservatrice, ossessivamente ostile nei confronti del migrante, è riassumibile nella critica al fallimento politico, economico e sociale e sulle questioni della sicurezza e della pace delle forze che hanno guidato fino ad oggi l’Europa.

Allora, se stiamo ai fatti che ci fanno vedere un futuro cupo, c’è da sperare ben poco, o, forse, in un colpo di fortuna che, come sottolinea Machiavelli ne “Il Principe”, è come un fiume il cui straripamento può essere impedito costruendo argini e dighe”. Se i politici europei sono sempre più intrappolati nella gestione dell’emergenza, è perché hanno fallito nel primo compito della politica degna di questo nome: diagnosticare le cause della crisi, spiegare ai loro rappresentati e a chi è escluso e difendere coloro la cui libertà è in pericolo. Già questo sarebbe un cambiamento, anche se i segnali sono piuttosto brutti.

Alberto Angeli

La Repressione a Pisa e a Firenze: un atto di forza contro il Libero Pensiero e un attacco alla Democrazia. di A. Angeli

Postato il

Nell’ultimo episodio di ciò che gran parte dell’informazione interpreta come un preoccupante trend autoritario, le cariche della polizia contro gli studenti pro Palestina a Pisa e a Firenze, hanno suscitato l’indignazione delle forze di opposizione, le quali si sono dichiarate pronte a presentare interrogazioni parlamentari al ministro Piantedosi. Questi atti di violenza, non respingimenti ma manganellate da parte della polizia nei confronti dei manifestanti, tutti giovani studenti, che stavano esercitando il loro diritto democratico di esprimere opinioni e solidarietà, solleva serie preoccupazioni sulla direzione in cui si sta dirigendo il paese.

L’uso sproporzionato della forza per reprimere il libero pensiero, rappresenta un attacco fondamentale ai principi democratici che dovrebbero essere al centro della nostra società. La democrazia si basa sulla libertà di espressione, sulla diversità di opinioni e sul rispetto per i diritti umani. Tuttavia, l’azione della polizia a Pisa e Firenze sembra indicare un tentativo di soffocare tali valori, suscitando serie e ragionevoli preoccupazioni sulla messa in pericolo delle fondamenta stesse della nostra società democratica.

In un contesto, in cui la situazione geopolitica richiede un dibattito aperto e onesto su questioni come il conflitto in Medio Oriente, è essenziale che la libera voce degli studenti e dei cittadini venga rispettata e ascoltata anziché repressa con la forza oppressiva e lesiva. Infatti, l’utilizzo di cariche contro manifestanti pacifici è non solo un segnale di intolleranza ma anche una violazione dei diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione.

Le forze di opposizione, sensibili a questa crescente minaccia alla democrazia, stanno agendo con decisione annunciando interrogazioni parlamentari. Il ministro Piantedosi è chiamato a rispondere delle azioni della polizia sotto la sua responsabilità e a dimostrare se il governo è disposto a difendere i principi democratici o se preferisce scorciatoie autoritarie nel gestire le divergenze di opinione.

È imperativo che il dibattito politico rimanga aperto e costruttivo, senza ricorrere alla violenza come risposta alle divergenze ideologiche e politiche. La forza non dovrebbe mai essere uno strumento per piegare il libero pensiero; al contrario, dovrebbe essere la forza delle idee e della discussione a plasmare il nostro futuro collettivo.

Quanto accaduto a Pisa e Firenze richiede una riflessione profonda sulla situazione attuale e sulle minacce alla democrazia. Il popolo italiano merita un governo che rispetti e protegga quanti intendono manifestare le loro opinioni e i diritti fondamentali nella piena libertà di espressione che la Costituzione stabilisce e tutela in termini inderogabili, promuovendo un clima di apertura e tolleranza. La risposta alle divergenze ideologiche e di opinione, quando espresse nel rispetto delle norme generali, non dovrebbe mai essere la repressione, ma piuttosto il dialogo costruttivo e il rispetto reciproco, pilastri essenziali di una società democratica sana.

Alberto Angeli

La svolta autoritaria, di A. Valentini

Postato il

Molti a sinistra allarmati gridano alla svolta autoritaria. CGIL e UIL tentano timidamente di rialzare la testa e promuovono uno sciopero generale (8 ore di sciopero) molto articolato, che tra l’altro non coinvolge alcuni settori pubblici considerati vitali. Ma nonostante uno sciopero così blando, il Governo Meloni, addirittura Salvini invocano la precettazione, i media – fatte poche eccezioni – e quasi tutto il sistema dei partiti – espressione della metà degli elettori – si scagliano contro il diritto di sciopero e contro le due Confederazioni che hanno deciso una modesta mobilitazione sindacale, mentre sarebbero necessarie ben altre mobilitazioni di lotta per tutelare il mondo del lavoro, drammaticamente colpito dalla crisi e dai provvedimenti di un Governo perfettamente in linea con i falchi neoliberisti dalla Ue. Come del tutto inadeguata è stata la reazione dell’opposizione alla proposta costituzionale del centrodestra della elezione diretta del premier. Se tale proposta costituzionale dovesse essere realizzata l’Italia sarebbe l’unico paese al mondo ad avere un simile sistema istituzionale. Da qui il “grido di dolore”, l’allarme, il pericolo di una svolta autoritaria. Pare che nessuno si sia accorto che la svolta già c’è stata e si è affermata nel corso degli ultimi trent’anni. Con l’ascesa del dominio del capitale finanziario, ascesa sancita dal trattato di Maastricht, si è realizzato in Italia, come in tutto l’Occidente, un sistema politico a-democratico che ha messo in discussione anche il diritto di sciopero, regolandolo con molti limiti e restrizioni. La Costituzione è stata manomessa, attenzione non tanto nei principi fondamentali (nessuno è così sprovveduto da metterli in discussione) ma negli articoli successivi che regolano la loro attuazione. Dunque, le scelte di questo Governo sono il risultato di politiche in cui paritarie sono le responsabilità sia del centrodestra sia del centrosinistra. Si guardi, per fare un solo esempio, alla politica estera schiacciata sull’atlantismo e con tutti i media a sostenerla. Gridare allora alla svolta autoritaria quando tutti i buoi sono scappati dalla stalla politicamente significa solo mettersi lungo la striscia del susseguirsi di pesanti atti che hanno smantellato tutte le conquiste politiche, economiche, sociali e democratiche della prima Repubblica, che hanno condotto a questo sistema a-democratico, in cui le decisioni che contano sono prese da una ristretta élite finanziaria per giunta fuori dall’Italia. Se non è autoritarismo questo sistema non so che significato dare al concetto di autoritarismo. Una vera forza di cambiamento rivoluzionario allora invece di gridare al lupo, che si è già mangiato quasi tutto quello che c’era da mangiare, dovrebbe attrezzarsi di una strategia che contrasti tale sistema politico a-democratico espressione del capitale finanziario.

Comunque pur con i tanti e tanti limiti alla sciopero della CGIL e UIL aderisco. Meglio poco, anzi pochissimo del tutto insufficiente, che niente. Ma la strada da percorrere non è sicuramente questa.

Sandro Valentini

Il campo largo. di M. Zanier

Postato il

Se c’è una cosa che sembra stia riuscendo alle opposizioni è la creazione del campo largo, ossia la confluenza delle differenti posizioni su temi importanti che disegnano la fattibilità di un campo alternativo al centro destra. Recentemente infatti PD, Movimento 5 Stelle, Azione e Sinistra italiana hanno trovato l’accordo sul salario minimo a 9 euro l’ora per tutti, mettendo nell’angolo il governo delle destre.

Il nuovo Pd a guida Schlein che sta finalmente rilanciando la componente di sinistra di quel partito, si trova frequentemente su temi concreti come le vertenze operaie più significative e la drammatica situazione lavorativa vissuta da milioni di precari. Il campo progressista presidiato dal Movimento 5 Stelle di Conte ha promosso una grande manifestazione nazionale per contrastare il precariato che ha visto la presenza anche di altri leader del centro-sinistra come la Schlein e Fratoianni. Dal canto suo, Sinistra italiana dà voce quotidianamente a molte vertenze dei lavoratori precari e porta avanti un programma radicalmente alternativo al populismo del centro destra.

In questo scenario il piccolissimo PSI mi sembrava aver preso dopo tanto tempo la via migliore: ridiscutere la sua linea negli Stati generali del socialismo con i socialisti iscritti e non iscritti. Un po’ come la Costituente socialista degli inizi. Avevo anche deciso di contribuire al suo dibattito interno ma poi il Segretario Maraio si è messo in testa di andare contro il campo largo con una sua dichiarazione che mi ha lasciato di sasso, affermando che la Schlein doveva cambiare linea e abbandonare i 5 Stelle al loro destino, evidentemente considerandoli il male assoluto.

Il sondaggio SWG de La 7 di stasera fotografa però un panorama ben diverso: il 64 % degli iscritti al PD è graniticamente d’accordo con la Segretaria Schlein nel portare avanti il campo largo col M5S.

Se si costruisce questo campo delle opposizioni in accordo su molti punti con le piattaforme di due grandi sindacati confederali come CGIL e UIL, secondo me i socialisti non possono girarsi dall’altra parte ma stare dentro le contraddizioni del mondo del lavoro, con la propria storia migliore, i propri valori, il proprio contenuto teorico.

Io personalmente voglio fare così, nel mio piccolo, perché credo l’unica cosa da fare con un governo di destra pericoloso sia sostenere le opposizioni che si contrappongono davvero al governo Meloni, lasciando il Psi attuale alla sua strada. Perché ho ben chiaro in mente l’esempio di Giacomo Brodolini, che all’epoca del centro sinistra organico degli anni Sessanta, da Ministro del Lavoro impegnato nella costruzione dello Statuto dei Lavoratori, andò ad ascoltare gli operai che facevano un picchetto per difendere il loro posto di lavoro per capire i loro problemi reali ed elaborare, da socialista, delle soluzioni politiche serie e conseguenti.

Marco Zanier

La pace una priorità, se vogliamo salvare il mondo. di A. Angeli

Postato il Aggiornato il

Provate a scrivere per esteso la cifra: trecentomila miliardi di dollari, ( poco meno del 350% del PIL mondiale). A tanto ammontava il debito globale detenuto da famiglie, imprese, banche e governi alla fine del 2022. Un peso enorme, che già all’inizio di questo 2023 è andato aumentando a causa della guerra e che grava come un masso sulle spalle dei debitori, alle prese con il rialzo dei tassi di interesse resosi necessario per sconfiggere l’inflazione ( una sfida ben lontana dall’essere vinta ). C’è di che essere preoccupati: se un paese è inadempiente verso i suoi creditori è un grosso problema per i suoi cittadini, ma se sono molti paesi ad andare in default, è il mondo a precipitare nella crisi.

Se guardiamo agli anni ’80, il default in America Latina determinò l’iperinflazione, rivolte di popolo e instabilità in molti paesi: Argentina, Brasile, Perù. Oggi, 2023, il mondo si trova sull’orlo di un’altra crisi del debito e con oltre 56 guerre attive, di cui quella scatenata dalla Russia contro l’Ucraina deve considerarsi la più pericolosa, sia per la stabilità dell’ordine geopolitico mondiale sia per i riflessi economici e finanziari legati all’andamento dell’interscambio internazionale, su cui grava l’inflazione, la crisi energetica e la fornitura di materie prime e la conseguente crisi della containerizzazione. Una crisi nelle mani dei leader del mondo, gli unici che riunendosi potrebbero concordare e sostenere le necessarie misure per impedire una catastrofe, poiché si stanno manifestando i segnali della recessione in Germania e un default del bilancio americano, se non interverrà un accordo tra democratici e liberali. E questi leader dovrebbero utilizzare la cassetta degli attrezzi in cui sono stati risposti gli strumenti che contribuirono a superare la crisi del debito latinoamericano, specie la parte delle misure che indussero i creditori a condividere il dolore del rigore e ad accettare meno di quanto fosse il loro credito.

Molti paesi si erano esposti eccessivamente e avevano un debito insostenibile anche prima che il Covid 19 spargesse le sue spore nel mondo ( il debito Italiano a fine 2022 registrava un 150,3 % sul pil ). La pandemia ha aggravato questa situazione spingendo molti paesi a deliberare nuovi debiti per rimanere a galla e fare fronte al rallentamento del commercio internazionale. Poi la guerra in Ucraina, crisi energetica, prezzi alle stelle, inflazione, scarsità nei rifornimenti. Ora, l’aumento dei tassi di interesse ha notevolmente ampliato il costo del servizio di quel debito. Si stima che 56 paesi siano in difficoltà debitoria o a rischio, più del doppio rispetto al 2015. Una situazione pesante, che condiziona la struttura del bilancio, imponendo ai paesi indebitati di spendere una quota del bilancio nazionale a ridurre il debito e a pagare gli interessi su quello rimanente. E quando i paesi devono dedicare una parte rilevante delle entrate del governo al servizio del debito, si trovano con meno risorse per pagare le necessità di base come la formazione, i trasporti, la prevenzione e le cure sanitarie , l’energia, insomma i servizi necessari per il funzionamento di un’economia e per la cura dei propri cittadini. Né hanno abbastanza da investire per il futuro: nei sistemi sanitari per prepararsi alla prossima pandemia o nella transizione energetica verde. D’altro canto anche gli investitori stranieri, se avvertono rischi di perdere molto denaro su larga scala, adatteranno la loro condotta di investitori alla nuova situazione, con effetti imprevedibili sui mercati finanziari.

Agli inizi del 2023 ci sono stati alcuni progressi nelle riunioni del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale a Washington, una circostanza che ha messo a confronto tutti gli attori: banche multilaterali di sviluppo, istituzioni finanziarie private e di settore, prestatori sovrani ( con i big di Cina e USA), per trovare una soluzione su come accelerare la ristrutturazione del debito e superare i colli di bottiglia nel processo di rianamento. Questa nuova Tavola rotonda sul debito sovrano globale, guidata dal FMI, dalla Banca mondiale e dall’India, l’attuale presidente del Gruppo dei 20, ha raggiunto un accordo su alcune questioni, anche se molto che rimane irrisolto su come verrà effettuata la ristrutturazione.

Seguendo il detto: qualsiasi progresso è una buona notizia, o la speranza è l’ultima a morire, il mondo si attende novità su questo fronte, mentre indugia su quello che rappresenta l’incognita più pericolosa e la questione prioritaria : il fronte di guerra della Russia contro l’Ucraina. Allora, seguendo la logica, si può dire che il debito può attendere. Mentre la pace deve essere ora la priorità assoluta, e un’occasione per i paesi irretiti nelle maglie del debito di impegnarsi con più decisione per una tregua, prima fase del confronto per raggiungere la pace e definire il nuovo equilibrio globale che, realisticamente, dovrà sostituire il vecchio ordine già messo in discussione fin dal 2008 e poi nel 2014, con l’aggressione Russa alla Georgia e poi con l’occupazione della Crimea. Sono gli scontri geopolitici una delle ragioni principali per cui i negoziati sul debito sono impantanati. In questo processo di ridefinizione dell’ordine geopolitico globale, in cui includere il debito globale e la ricerca della pace, la presenza della Cina costituirebbe un segno di quanto le cose siano cambiate dagli anni ’90, quando la Cina era principalmente un mutuatario. Oggi è il più grande creditore bilaterale del mondo . In questo nuovo panorama, è molto più difficile raggiungere un accordo su chi dovrebbe essere rimborsato e su quale lunghezza temporale definire il rimborso. La Cina, che ha prestato circa 900 miliardi di dollari ai paesi in via di sviluppo negli ultimi 10 anni, principalmente per progetti infrastrutturali nell’ambito della sua Belt and Road Initiative, è stata riluttante a concedere la riduzione del debito, a meno che gli obbligazionisti commerciali e le banche multilaterali di sviluppo non adottino lo stesso criterio. Purtroppo, tutte le iniziative che la Cina ha intrapreso nello corso di questi ultimi anni, dalla emergenza virale, alla via della seta, dalla soluzione del debito alla ambigua proposta di pace sulla guerra scatenata dalla Russia con l’occupazione della Crimea, non segnalano nulla di confortante e di positivo. Certo, l’America, prima con Trump e oggi con Biden, ha al suo attivo rilevanti responsabilità, si potrebbe dire imperdonabili scelte politiche, che la Cina non poteva non interpretare come vere e proprie sfide, sia su Taiwan, che su il contenzioso sul commercio transfrontaliero dei chip e la guerra dei dazi.

I nostro globo è oggi avvolto da un immenso calore, e non è solo il prodomo di un collasso climatico, ma il segnale di un disastro politico globale che i leader dei paesi più importanti sembrano incapaci di gestire e affrontare con la dovuta intelligenza e lungimiranza. Bisognerebbe ricorrere all’imperativo categorico di Kant:” è il solo e unico principio a priori della ragione, che comanda alla volontà di essere buona in se stessa, cioè di agire prescindendo da qualunque inclinazione sensibile e da qualunque fine particolare, assumendo un punto di vista universale”

Alberto Angeli

Ha un futuro la destra italiana? di M. Zanier

Postato il Aggiornato il

Quando si guarda al Governo Meloni, spesso si è preoccupati del rischio di una lunga sterzata a destra della politica italiana e più di un osservatore ha gridato all’inizio di un nuovo Ventennio. Se è comprensibile la preoccupazione di molti per le politiche sociali e culturali di destra che possano ledere diritti fondamentali e non ascoltare le richieste provenienti dagli strati sociali più bassi, sulla longevità di questa maggioranza o sulla riproducibilità in futuro di questa coalizione di centro-destra nutro molte perplessità.

La coalizione che il 25 settembre 2022 ha vinto le elezioni politiche ottenendo il 44% dei voti con un’astensione che ha superato il 63% dei votanti, era costituita del 26% di Fratelli d’Italia, la Lega ferma al 9%, Forza Italia all’8% e Noi Moderati che non raggiungeva l’1%.

Se questo raggruppamento si chiama di Centro-Destra è per la presenza di Forza Italia e, in misura minore dei centristi di destra di Maurizio Lupi (che ha raccolto anche i voti democristiani dell’Udc di Lorenzo Cesa), che bilanciano in senso moderato i due partiti più schiettamente di Destra che sono Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e la Lega di Matteo Salvini, che sono la maggioranza relativa e orientano questa coalizione in modo nuovo rispetto al passato. Ma queste sono cose note.

Quello su cui si riflette molto poco, secondo me, è che l’anello debole di questa maggioranza di governo è costituita dai moderati, ossia da Forza Italia soprattutto che è modellata da sempre sulla persona del suo leader, Silvio Berlusconi, che è nato nel 1936 e non può essere immortale e che non presuppone un vero ricambio generazionale al suo interno, nonostante si diano molto da fare Maurizio Gasparri, Antonio Tajani e il giovane Alessandro Cattaneo. Nessuno in quel partito, questa è una certezza, può prendere il posto per quell’elettorato di Berlusconi, che è il carismatico padrone del suo partito e che continua ad orientare molte testate giornalistiche oltreché il suo apparato di emittenti televisive. Quando lui non ci sarà più un giorno (gli auguro lontano), il suo partito sarà destinato a sciogliersi come neve al sole o a ridimensionarsi fortemente anche e soprattutto come immaginario popolare per quell’elettorato ed i suoi deputati, senatori e amministratori locali non potranno essere automaticamente “saltare il fosso” come hanno fatto alcuni di loro oggi entrando in Fratelli d’Italia, perché non è automatico che chi ha votato un partito moderato e padronale voti un partito postfascista come quello guidato da Giorgia Meloni. Non è così che funziona.

Senza l’8% di Forza Italia, i democristiani di destra che rendono presentabile questa coalizione di nostalgici, non si aggregheranno, credo, automaticamente al carrozzone di Giorgia Meloni e Salvini (anche lui mi pare insidiato all’interno della Lega da una nuova generazione di amministratori locali ambiziosi) e lei non potrà andare lontano, non avendo matematicamente i numeri per governare ancora. Quindi mettiamo da parte la paura di una lunga e salda coalizione di Destra-Centro. Questa perciò rischia di essere per la Meloni la prima e l’unica occasione di stare al governo del Paese.

Anche perché i moltissimi che l’hanno votata nel 2022, giocandosi così l’ultima carta, sperando cioè che l’unica persona che non era mai stata alle leve del comando, potesse dare loro delle risposte e delle soluzioni definitive, si renderanno presto conto che non potrà essere così. Perché è contro l’aumento dei salari più bassi, perché dovrà ancora proseguire le politiche sull’immigrazione impostate negli anni passati dato che lo chiedono gli industriali che hanno bisogno di manodopera strutturale, perché i suoi esponenti di spicco parlano con disprezzo dei giovani che percepiscono il reddito di cittadinanza mandandoli a zappare nei campi, senza tanti giri di parole e attaccano i diritti delle coppie omosessuali che in una certa misura hanno votato (incautamente direi) per il centro-destra.

Ovviamente lo sgretolamento a fine legislatura della coalizione guidata dalla Meloni non risolve al mio avviso il problema di una rappresentanza politica degna e responsabile.

Il fronte progressista che ha fatto un salto di qualità prima con la conferma di Giuseppe Conte a capo di un Movimento 5 Stelle ancorato ad una proposta progressista, poi con l’elezione di Elly Schlein al vertice del Partito Democratico che si pone in grande discontinuità col moderatismo di Enrico Letta e si collega alle richieste della CGIL da un lato, del popolo arcobaleno dall’altro e fa cartello sul salario minimo con le altre opposizioni. Ma non basta. Bisogna ripartire, secondo me, dai territori, dalla Scuola e dalla Salute pubblica, dalla difesa dell’ambiente, dai luoghi di lavoro, prendendo una posizione ferma nei confronti delle aziende che delocalizzano e licenziano operai ed impiegati da un giorno all’altro, in contesti spesso meno combattivi della realtà operaia della GKN che da qualche anno sta facendo scuola. C’è bisogno a sinistra di una visione del futuro, di un’idea di trasformazione graduale e profonda della società che a me piace chiamare ancora Socialismo.

Marco Zanier.

La Comune di Parigi: una democrazia operaia. di A. Angeli

Postato il

Un dovere celebrare il 152° anniversario della Comune di Parigi, quando nacque il primo governo operaio che influenzò le idee di Karl Marx.

La Comune di Parigi rappresenta storicamente la prima esperienza rivoluzionaria che vide i lavoratori assumere brevemente il potere e dare corpo al primo governo operaio. La rivoluzione operaia nacque 152 anni fa nel mese di marzo, precisamente il 18-03-1871. Il movimento operaio governò la città per 72 giorni tra marzo e maggio 1871, con al centro la libertà e la democrazia. Karl Marx descrisse la Comune di Parigi come: “La prima rivoluzione in cui la classe operaia è stata apertamente riconosciuta come l’unica classe capace di iniziativa sociale, anche dalla gran parte della classe media parigina – negozianti, commercianti, mercanti – il ricco capitalista è il solo escluso”. Frederick Engels in seguito scrisse: “La Comune di Parigi è stata la dittatura del proletariato. La prima esperienza di liberazione dalla schiavitù della borghesia e del patriziato”.

La Comune nasce a seguito di una sconfitta militare francese. Tutto inizia nel 1870, quando scoppiò la guerra tra Francia e Prussia. Le forze francesi furono rapidamente distrutte all’inizio di ottobre 1870 e Parigi fu posta sotto assedio totale. I governanti francesi firmarono un armistizio con la Prussia alla fine del 1870. Il popolo considerò quell’accordo un tradimento, a cui si associarono quanti avevano cercato di difendere Parigi. In particolare l’affare fece infuriare la Guardia Nazionale, una forza che costituita prevalentemente dalle fasce più povere della popolazione.

I testi ci ricordano che il comitato centrale della Guardia Nazionale aveva collocato e approntato 400 cannoni in varie parti della città pronti per l’attacco. Al fine di coordinare e organizzarne il controllo, il capo del nuovo governo provvisorio, uscito dall’armistizio, Adolphe Thiers, ordinò il 18 marzo il sequestro dei cannoni. Questo scatenò una reazione da cui prese corpo la resistenza, che si preparò a fronteggiare l’esercito francese, che nel frattempo era riuscito a mettere al sicuro i cannoni, subito però fronteggiato e ostacolato da miglia di lavoratori che si convogliarono nei punti nevralgici per impedirne l’occultamento. Le donne, nella circostanza, svolsero un ruolo fondamentale nell’intimidire i soldati e alimentare le aspettative della resistenza. A Louise Michel, membro della Guardia Nazionale, fu affidato il ruolo di difendere le armi.

Subito si mosse dirigendosi verso la chiesa e suonò le campane per chiamare a raccolta la popolazione. Richiamò attorno a se oltre 200 donne, per affrontare il forte esercito formato da oltre 3.000 soldati. Questo segnò l’inizio della rivolta. Al proposito, Michel scrisse: “Siamo corsi al doppio suono delle campane, sapendo che c’era pronto ad attaccarci un esercito in formazione di battaglia. Ci aspettavamo di morire per la libertà. Tutto il genere femminile era al nostro fianco, non so come ma abbiamo vinto il primo scontro.»

Nel frattempo Thiers ordinò ai soldati di sparare contro la mobilitazione e disarmare gli operai. Ma i soldati rifiutarono, portando sezioni dell’esercito a unirsi ai parigini contro i generali. Due di questi furono assassinati dai loro soldati. Allora Thiers ordinò l’evacuazione di Parigi. Le donne durante la rivolta si comportarono come gli uomini e parteciparono attivamente alla costruzione delle barricate, brandirono le armi e si unirono a comitati. Molte di loro pretesero e ottennero un comando e si dimostrarono all’altezza del compito e spesso più coraggiose degli uomini. Con il loro esempio anticiparono quello che divenne poi il pensiero di Karl Marx. Infatti, Marx, sapeva che per raggiungere la liberazione le donne dovevano lottare per sé stesse. “È vero, forse, che alle donne piacciono le ribellioni contro il potere. Non siamo migliori noi uomini quanto al potere, ma il potere non ci ha ancora corrotti e noi guardiamo con interesse al ruolo delle donne ”.

Il 26 marzo i lavoratori si riunirono e deliberarono di eleggere un proprio consiglio che lavorasse nel proprio interesse per la sicurezza e la liberazione. Marx scrisse: “Il vecchio mondo si contorceva in convulsioni di rabbia alla vista della bandiera rossa”. Engels da parte sua aggiunse: «la Comune si servì di due espedienti infallibili. In primo luogo la creazione dei responsabili di tutti i posti di comando mediante le elezione. In secondo luogo, tutti i funzionari, indipendentemente dal grado, furono retribuiti come gli altri lavoratori, una parità di trattamento introdotta per prevenire il carrierismo”. A differenza dei parlamenti borghesi, infatti, tutti i membri degli organismi dirigenti furono eletti democraticamente con il voto dei lavoratori in rivolta. La Comune fece della Guardia Nazionale il principale corpo armato. Allo scopo fu introdotto un tetto salariale, fu deliberato di chiudere i banchi dei pegni e sospeso il debito dello Stato e sancita la separazione tra chiesa e stato, stabilendo la libertà delle religioni allora presenti nella Comune e la laicità dello stato. Fu abolito il lavoro minorile, concesse pensioni alle vedove/vedovi della guardia uccisa e fu stabilito il diritto dei dipendenti a rilevare un’attività.

l’internazionalismo venne assunto come visione del nuovo rapporto con gli altri popoli per la conquista della pace perpetua, impegnando la Comune a difendere l’autodeterminazione dei popoli, quale punto di riferimento della nuova politica verso gli altri Stati. Forte fu la spinta, da parte dei lavoratori, a combattere ogni proposito nazionalista rivendicato dagli ex leader della borghesia aristocratica e dalla nobiltà, poiché in contrasto con l’ideale della fratellanza universale che deve unire tutti i popoli e le razze, senza diversità alcuna sia culturale che di colore. “La bandiera della Comune è la bandiera della repubblica mondiale”, venne sancito dalla rivoluzione.

Tuttavia, una parte della classe aristocratico/borghese sopravvissuta alla rivoluzione, che manteneva ancora un controllo sulle grandi proprietà terriere, le attività commerciali e il controllo dei porti e delle dogane, manifestò la sua insoddisfazione e si dichiarò contraria alla leadership della Guardia Nazionale. Ma, il suo vero obiettivo era di impedire ai lavoratori la gestione amministrativa e politica della nuova realtà, conquistata con la rivoluzione. Infatti, superate le divergenze tra aristocrazia e borghesia, accantonate le differenze politiche nazionaliste preesistenti con i generali Prussiani, si unirono per mettere in atto la distruzione delle organizzazioni armate dei lavoratori parigini. Una reazione che Marx aveva purtroppo previsto. La Comune non poté raggiungere il suo obbiettivo del pieno potere statale poiché le forze che si organizzarono contro di essa si rivelarono troppo grandi e meglio organizzate. La prima reazione prese corpo il 21 maggio, allorché le forze statali fecero irruzione in città e massacrato le truppe rivoluzionarie e i civili della Guardia Nazionale. Dopo sette giorni di terribili scontri il 28 maggio la Comune fu soppressa dall’esercito, cui seguì una dura repressione, con oltre 30.000 morti durante i combattimenti o giustiziate direttamente una volta capitolare. I processi militari, che ne breve tempo vennero organizzati, coinvolsero ulteriori 40.000 ex combattenti o organizzatori della Comune, con conseguenti esecuzioni, lavori forzati o incarcerati con pene che prevedevano l’isolamento totale fino alla morte. Furono ripristinati i benefici a favore della borghesia, dei nobili e del clero reinsediando i privilegi del patriziato.

La Comune era stata schiacciata, sconfitta, cancellata. E tuttavia la breve esperienza della rivoluzione Comunarda offriva alla storia un esempio concreto di un nuovo modello di società democratica, egualitaria, rispettosa dei diritti e delle differenze di genere e per il superamento delle divisioni di classe sociale. La Comune è stata cruciale nel pensiero di Karl Marx, sia sull’importanza del concetto di classe che sul ruolo dello stato. La riflessione su quella rivoluzione gli ha permesso di approfondire e ampliare le sue idee. E quell’esperienza e le riflessioni elaborate da Marx sono ancora oggi una lezione storica, la quale, seguendo le sue parole, “sarà celebrata per sempre come il glorioso precursore di una nuova società e i suoi martiri saranno custoditi nel grande cuore della classe operaia”

Alberto Angeli

Il pesce senza testa. di R. Achilli

Postato il

Questo Paese non è riuscito, pur avendo avuto fasi molto promettenti, a consolidare una classe dirigente degna di questo nome.

Possiamo tirare in ballo fattori strutturali: l’assenza di una borghesia sufficientemente capitalizzata da potersi costituire come gruppo dirigente con afflato nazionale, rimanendo sostanzialmente una appendice semi parassitaria delle relazioni con la politica; il controllo criminale di rilevanti regioni del Sud, che ha finito per estendere i suoi tentacoli fino ai centri del potere politico ed economico, creando una selezione avversa ai vertici decisionali; una connaturata attitudine al clientelismo che fa parte del nostro bagaglio.

Essenzialmente non c’è più nemmeno quel simulacro di classe dirigente che pur nella bistrattata Prima Repubblica si era creata, perché il Paese è allo sfascio culturale e morale. Fedez e la Ferragni sono ormai gli intellettuali collettivi.

Ma anche perché non ce n’è bisogno. Frantz Fanon, quando analizzava i processi di decolonizzazione, puntava il dito sulla misera qualità dei gruppi dirigenti indigeni: essenzialmente valletti di poteri esterni, cooptati per fedeltà al padrone, dotati di una mentalità più commerciale che amministrativa, fondamentalmente dei trafficanti con una sovrastruttura retorica di esaltazione del comando esterno.

L’Italia di oggi è più o meno in questa situazione semi-coloniale. Nella sua scellerata esistenza, una sola cosa Draghi ha detto di condivisibile: un Paese con il 140% di debito pubblico e con una modesta capacità di crescita potenziale non ha nessuna sovranità. Le decisioni sono prese dai creditori o da coloro che temono l’esplosione di una bolla debitoria, che avrebbe ripercussioni globali, stanti le dimensioni assolute del nostro debito.

È chiaro quindi che non c’è classe dirigente perché le decisioni strategiche sono prese altrove. Non nei palazzi romani o nelle ormai fatiscenti palazzine del logoro potere sindacale o associativo. Ai nostri gruppi dirigenti vengono lasciate solo le decisioni di sotto-politica, un po’ come al cane viene lasciato l’osso, mentre il padrone si mangia la ciccia: le cadreghe, la piccola intermediazione localistica, l’affarismo e la corruttela di piccolo cabotaggio.

Nel migliore dei casi il dirittocivilismo innocuo, perché sganciato dai diritti sociali. Così come l’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio, i diritti delle donne o del mondo Lgbt, senza aggancio dentro un movimento politico più ampio di rivendicazione di un maggior potere dentro i rapporti produttivi, si traducono in un miserrimo riconoscimento formale di diritti che la componente più benestante e che vive in un contesto di relazioni globalizzate ha già, e di cui la donna in povertà, o il gay in miseria, non sanno cosa farsene. È bello, per parafrasare Pino Daniele, “ascire pe le strade e gridare “so’ normale!”, ma se la pancia è vuota è una soddisfazione piuttosto sterile.

E così la classe dirigente viene sostituita da amministratori coloniali che vivono dentro circuiti corruttivi e nepotistici, oppure da squallidi pagliacci che prendono in giro, a turno, l’elettore medio, fintanto che il loro gioco viene scoperto e sono prontamente sostituiti da nuovi underdog più giovani, più trendy, con giacche più colorate, con promesse più abbaglianti.

Non c’è granché da dire, e nemmeno da scandalizzarsi. Questo Paese ha ciò che si è meritato.

Riccardo Achilli