Elezioni francesi

Prima riflessione sui risultati definitivi delle elezioni francesi. di G. Giudice

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I risultati definitivi (annunziati dal ministro degli interni sono questi: 33,1% al RN di Le Pen e Bardella (con il supporto di una parte degli ex gollisti ; 28% alla Sinistra del Nuovo Fronte Popolare; 20,7 % ai “centristi liberali” di Macron.

Se (come avevano previsto i sondaggi da tempo) l’estrema destra razzista, xenofoba è la prima formazione politica, rappresenta comunque solo un terzo degli elettori francesi. E , su questa base è seriamente in forse che possa prendere la maggioranza assoluta al II turno.

La sinistra unificata ha un ottimo risultato (ben oltre un quarto degli elettori), tenendo anche conto che la lista è stata messa a punto a meno di due settimane dal voto. Sapendo mettere da parte anche i dissensi su alcuni punti. Sono nettamente prevalse le ragioni unitarie. E certamente il merito va al Compagno Mélenchon che ha saputo trovare la quadra nel modo migliore, coinvolgendo i suoi ex compagni del PS (che è cresciuto alle europee) , il piccolo PCF e i Verdi. La sinistra si è presentata alle elezioni con un programma fortemente alternativo a quello di Macron, alle sue politiche antisociali, che hanno notevolmente accresciuto le disuguaglianze e le ingiustizie , gestite con arroganza e protervia , e segnato da pulsioni autoritarie. Per non parlare delle uscite squinternate sul voler mandare truppe francesi in Ucraina.

Comunque la sinistra può rappresentare l’unico vero argine alla destra reazionaria. Infatti la La Pen ha espressamente detto che il vero nemico da combattere è la sinistra di Melenchon. Il quale (con il consenso dei suoi alleati) ha espressamente affermato che in eventuali triangolazioni nei collegi , essi si ritireranno e (turandosi il naso) voterebbero per un candidato di Macron. L’imperativo categorico è quello di impedire alla destra di prendere la maggioranza assoluta in parlamento , per la catastrofe democratica e civile che si abbatterebbe sul paese. Del resto, già due anni fa, alle presidenziali del 2022 Jean Luc , giunto terzo a pochi passi dalla le Pen , disse apertamente “al secondo turno nessun voto vada alla Le Pen” .

La sinistra in Francia ha preso 9 milioni di voti, ed ha la possibilità di espandersi, tenendo anche conto che solo la metà degli elettori del RN è apertamente razzista e fascista. La feccia della società francese. L’altra metà ha espresso più un voto “contro” (Macron) che non un voto per. E comunque la sinistra , tra i nostri cugini d’oltralpe , mostra una sua vitalità ; quanto meno esiste una sinistra con forti connotazioni socialiste.

In Italia purtroppo non è così. L’unica forza veramente definibile di sinisttra in parlamento è l’AVS . IL PD nonostante i passi in avanti della Schlein non lo è. Non dimentichiamo che nel Pd hanno ancora grande influenza i Letta , i Gentiloni, i guardiani dell’austerità europea. E che definiscono Mélenchon un sovranista di sinistra (una contraddizione in termini) speculare alla Le Pen. Mélenchon ha sempre parlato di sovranità democratica , che egli ben distingue dal concetto di sovranità nazionale. E’ un autentico socialista internazionalista come lo era Matteotti (o Jaurès) . Lo hanno accusato di essere antisemita perché ha definito crimini di guerra quelli commessi a Gaza dal governo fascista di Netanyau. Del resto lo stesso Sanchez è stato accusato di antisemitismo perchè la Spagna ha riconosciuto lo stato palestinese e ha definito crimini di guerra quelli commessi a Gaza. Del resto lo stesso Gutierres aveva detto le stesse cose.

I veri antisemiti sono i governanti di Israele, perché , con le loro azioni criminali di fatto scatenano l’odio verso gli ebrei. Ma tanti ebrei sostengono apertamente la causa palestinese e condannano un governo fascista che tradisce i valori più profondi dello stessi ebraismo. Mélenchon è stato anche accusato di essere filo-Putin. Un’enorme bugia. Ecco cosa disse Mélenchon in un’intervista al settimanale l’Express il 31 maggio 2022 “Vladimir Putin è un uomo che ha violato tutte le regole internazionali, ha invaso un Paese sovrano, ha commesso crimini di guerra e minacciato il mondo di un conflitto nucleare, tutto ciò è odioso”, spiega Jean Luc Mélenchon in una lunga intervista al settimanale L’Express.Il tribuno della gauche, rivelazione delle ultime presidenziali ( è andato a un passo dal ballottaggio) e leader della coalizione di sinistra radicale (Nupes) che sfiderà Macron alle legislative del 12 giugno, non ha alcuna simpatia per le politiche atlantiste e ha spesso criticato l’espansionismo strisciante della Nato a est. È non lesina bordate all’Unione europea che vorrebbe rifondare da cima a fondo.

Ma di fronte all’invasione dell’Ucraina è sempre stato chiarissimo: nessuna equidistanza. Un approccio coerente da parte di chi peraltro non ha mai avuto atteggiamenti compiacenti verso il capo del Cremlino a differenza di molti politici occidentali che per lunghi anni hanno visto in Putin un “elemento di stabilità”: «La colpa è nostra, siamo stati compiacenti a Grozny in Cecenia e ad Aleppo in Siria, ora ne paghiamo le conseguenze».

Ecco come la pensa Mélenchon …i veri amici di Putin vanno cercati nell’estrema destra europea, nella Lega. Certo Mélenchon si è sempre battuto per una soluzione politica e dilpomatica evitando una escalation bellica senza fine. Ma il giudizio è netto ed inequivocabile, lo considera un criminale. Mi fermo qui , aspetto commenti…Mélenchon con Corbyn…

Giuseppe Giudice

I socialisti francesi sosterranno Melenchon. di G. Giudice

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I socialisti francesi hanno deciso , al loro consiglio nazionale, di concludere l’accordo politico-programmatico con Jean Luc Melenchon per le parlamentari di Giugno . Con il 62% dei voti, questa linea è stata approvata. E’ stato anche deciso che chi si candiderà con altre liste sarà esplulso dal partito. Sappiamo tutti che Hollande e c hanno condotto alla rovina il PS, portandolo al 7% (dal 30%). Melenchon è riuscito a fare un capolavoro politico; unire le varie sensibilità della sinistra (l’accordo è stato raggounto anche con i verdi e i comunisti del PCF). Ed ha, anche, in certo qual modo, riscattato la dignità politica dei socialisti francesi. Cioè del partito in cui ha militato per 32 anni , avendo avuto incarichi dirigenti ed ha fatto per due anni il ministro con il governo Jospin. In questo modo Melenchon potrebbe aggregare elettoralmente una vasta area elettorale e gli auguriamo con tutto il cuore che centri l’obbiettivo di fare il primo ministro in coabitazione. Credo che il fenomeno non sia riproducibile in Italia, purtroppo. O quanto meno è molto improbabile che avvenga, per le ragioni che sappiamo.

Giuseppe Giudice

Le mistificazioni della stampa “liberal” su Melenchon. di P. Giudice

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Che Melenchon sia un socialista non vi sono dubbi. Come lui ha più volte detto , il suo programma riprende molti puinti del vecchio programma del PSF (gettato poi alle ortiche da Hollande). La cosa che ti fa più rabbia è il paralllelismo che una stampa , tristemente nota, fa tra la Le Pen e Melechon. Cioè tra una fascista, xenofoba e reazionaria ed una personalità della sinistra socialista. Non importa se Melenchon ha per ben dieci volte detto ” non un voto vada alla Le Pen”. Certo non poteva dire : votate Macron contro il quale ha condotto una durissima campagna elettorale. Del resto , in Francia è diffusa una avversione profonda per Macron, tra molti strati della popolazione. Per le sue politiche volte a smantellare lo stato sociale ed i diritti dei lavoratori, nonchè colpire le piccole imprese. Mia sorella (che ha molte amiche in Francia) ha potuto ben registrare tale profonda avversione. Di fatto Macron ha smantellato tutte le conquiste sociali fatte dai socialisti, in passato. Del resto se si legge il programma elettorale (che ho già illustrato, in un altro post) è evidente che è un programma di “socialdemocrazia radicale” molto vicino a quello di Corbyn. Opposto sia a Macron che alla Le Pen. Di fatto se i comunisti francesi (che odiano Melenchon) non avessero candidato un loro uomo (che ha preso il 2,6%) Melenchon avrebbe potuto andare lui al ballottaggio. Solo 400.000 voti lo separano dalla Le Pen. Comunque, a titolo informativo , Melenchon ha condotto un sondaggio tra i suoi elettori: il 51% si asterrà e non andrà a votare, il 33% voterà per Macron, il 16% per la Le Pen.

Peppe Giudice

Il voto francese e cosa può significare per noi. di A. Benzoni

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Alberto Benzoni

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Appena due anni e mezzo fa, il partito di Macron raggiungeva la maggioranza assoluta alla Camera dei deputati. Oggi, nei settanta o poco più comuni con una popolazione superiore ai cinquantamila abitanti dove si votava per il ballottaggio, nessuno dei candidati eletti è stato eletto sotto le sue bandiere.

Ancora due anni e mezzo fa poco meno del 50% dell’elettorato era rappresentato dai due partiti in lizza per le presidenziali; oggi il numero dei consiglieri eletti da Lrm e dal Rn è tra il 5 e il 10% (secondo alcuni, la percentuale sarebbe anche più bassa).

Nel 2017 non c’era un solo deputato verde. Oggi i verdi sono presenti nelle coalizioni vincenti in più di quaranta comuni; e hanno il sindaco quasi sicuramente a Marsiglia e anche a Lione, Bordeaux, Strasburgo, Grenoble oltre che in altre città medio grandi.

Nel 2017 il partito socialista sembrava sull’orlo del disfacimento: oggi riconquista i suoi vecchi bastioni a Parigi, nell’Ovest e nel Sudovest della Francia e strappa al Pcf, Saint Denis, bastione rosso dal 1929.

Nel 2017, la sinistra, nel suo insieme, era debole e divisa. Oggi ha improvvisamente recuperato, almeno a livello locale, una capacità coalizionale che le ha consentito di vincere nella maggioranza dei confronti

Nel 2017 l’avvento di Macron sembrava aver messo in soffitta la tradizionale contrapposizione destra/sinistra. Oggi questa è tornata all’ordine del giorno

In tutto questo non c’è nulla di straordinario o di imprevedibile. Semmai un ritorno alla normalità.

Prima osservazione: l’uomo solo al comando e il “né di destra né di sinistra” non funzionano in un paese, come la Francia, fortemente politicizzato e strutturato (a rompere gli schemi, dal dopoguerra in poi, c’è stato solo De Gaulle; ma De Gaulle, a differenza di Macron, incarnava un progetto forte e comprensibile).

Il Nostro si è del resto prontamente adeguato al nuovo contesto. Precipitandosi ad accogliere tutte le 151 proposte della Convention citoyenne sul clima (e a sottoporre al referendum le due più importanti). La scritta sul muro che lo terrorizzava avrebbe finora le sembianze di un populista; ora non più.

La vittoria ecologista è anche quella dei socialisti (buoni i loro risultati a livello di sindaci, soprattutto nell’ovest, nel centro-sud-ovest, a Parigi e nella sua cintura; tolto al Pcf Saint Denis, che reggeva dal 1929); e soprattutto, di una generale capacità coalizionale: verdi, formazioni civiche e, assieme a loro, i partiti tradizionali della sinistra.

Hanno votato molto pochi è vero; ma è anche vero che, nel generale disincanto, hanno votato i più motivati e non le truppe cammellate.

Tutto bene” mi direte; “ma dov’è il messaggio per l’Italia”?

Purtroppo il messaggio non c’è. Perché, qui e oggi, non c’è nessuno in grado di riceverlo.

Perché i verdi italiani sono stati massacrati. Da quadri della sinistra antagonista alla ricerca di una collocazione meno impegnativa; dalla tutela soffocante e censoria degli ex comunisti; da giovani virgulti in attesa di più luminosi destini; e, infine, da una classe dirigente che trasuda tristezza da ogni suo poro.

Perché i socialisti sono scomparsi dall’orizzonte; e non solo per colpa degli altri.

Perché la sinistra, a ogni livello è travolta da un passato di sconfitta e dedita a liti perpetue, che rendono pari a zero la sua capacità coalizionale.

E, infine, perché i comuni e la democrazia comunale sono stati le grandi vittime delle riforme istituzionale, del protagonismo di governatori e/o sindaci, salvatori della patria e, infine, della politica di austerità.

Ma, allora, l’unico messaggio importante e cogente che viene dalla Francia è quello di ripartire dai comuni. Facce nuove, cause vere, nuove forze in campo. Libere da qualsiasi legame con un passato che ci condiziona e ci uccide a poco a poco.

Alberto Benzoni

Con il voto delle primarie il Pd ha rottamato se stesso. Non è più il partito fondato 10 anni fa. Ha perso valori, forma, storia e ambizione maggioritaria, di C. Maltese

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CONFERENZA STAMPA LISTA TSIPRAS

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Con il voto delle primarie il Pd ha rottamato se stesso. Non è più il partito fondato dieci anni fa. E non solo perché oltre la metà dei 45 padri fondatori se ne sono già andati e altri seguiranno. Di quel partito ha perso i valori, la forma, il forte ancoraggio alla storia della sinistra italiana e infine l’ambizione maggioritaria. Nei fatti il Pd è diventato da unico partito strutturato d’Italia a ultima lista personale, il PdR, simile a Forza Italia di Berlusconi o alla Lega di Salvini. Si è convertito al personalismo proprio quando questo modello sembra superato dalla storia. La mutazione genetica del Pd si è dunque compiuta, come temeva Eugenio Scalfari ai tempi del duello Bersani-Renzi. Il Pd è ora un partito di centro che guarda a destra. Alle prossime elezioni sarà alleato, sia pure non dichiarato, del diavolo in persona, Silvio Berlusconi, del quale del resto Renzi condivide in pieno il programma sociale, la visione d’Italia, la retorica ottimista e finanche la posizione sull’Europa.

La leadership, lo stile, la politica e le alleanze del PdR sono del tutto chiare. Meno chiaro è il peso elettorale del nuovo soggetto. I sondaggi lo accreditano di un 25-30 per cento, sopra o sotto di poco al Movimento 5 Stelle. I dati del voto reale raccontano un’altra storia. Nella storia del Pd la partecipazione al voto delle primarie ha sempre annunciato il risultato elettorale delle elezioni successive. Le primarie del Pd di Veltroni portarono ai gazebo 3,5 milioni di persone e il partito ottenne l’anno dopo il 33,4. Con Bersani segretario il Pd scese sotto i tre milioni di voti alle primarie e ben sotto il 30 per cento alle politiche. Se questo calcolo ha un senso, e forse ne ha uno più autentico dei sondaggi, oggi il Pd di Renzi faticherebbe a toccare il 20 per cento. Naturalmente i renziani sono troppo furbi per non aver sparso alla vigilia stime talmente basse da poter festeggiare oggi il milione e 800 mila votanti. Ma si tratta di un dato assai deludente, in una fase in cui in Italia e in Europa, come testimoniano tutte le elezioni e i referendum, i popoli hanno riscoperto l’arma del voto.

Un Pd a immagine e somiglianza di Matteo Renzi, con un peso elettorale ridotto e un’alleanza organica col berlusconismo, pone le condizioni perché anche in Italia nasca un’ampia area di sinistra alternativa, com’è stato prima nella Grecia di Syriza, quindi nell’Irlanda del Sinn Fein, nella Spagna di Podemos e ora nella Francia Insoumise di Jean-Luc Mélenchon.

Occorre che a sinistra del Pd i molti leader e partitini facciano un passo indietro, mettendo da parte i narcisismi, e due in avanti, convocando una grande assemblea unitaria, aperta alla società, alle associazioni, ai sindacati e soprattutto ai milioni di cittadini di sinistra che oggi non hanno più una casa politica. Non c’è molto tempo per i distinguo. Renzi sta per staccare la spina al governo e si rischia di andare alle prime elezioni della storia repubblicana senza una vera sinistra. Fate presto.

Curzio Maltese

Tratto dal Blog dell’ Huffington Post del 1° Maggio 2017   http://www.huffingtonpost.it/curzio-maltese/con-il-voto-delle-primarie-il-pd-ha-rottamato-se-stesso_a_22063615/

Tranquilli, non c’è solo il Presidente. La Francia, la Costituzione e l’aquila a due teste, di M. Foroni

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Marco Foroni foto 2

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Tutti a scrivere e dibattere da giorni sul prossimo Presidente della Repubblica francese, dai gossip banali da social, alle questioni politiche e di Programma. E le scontate banalità massmediatiche per far presa, audit e cronaca. Ma attenzione, perché in Francia non c’è solo il Presidente ai vertici istituzionali e la situazione è molto più complessa di ciò che sembra.

Va detto intanto che i caratteri essenziali della forma di governo francese sono, in sintesi i seguenti:

– un Presidente della Repubblica eletto dai cittadini, con funzioni di Capo dello Stato

– un Governo, guidato dal Primo ministro, nominato si dal Presidente ma politicamente responsabile di fronte al Parlamento

Un sistema quindi complesso, che il costituzionalista Duverger raffigurò (negli anni ‘80) come un’aquila a due teste, ovvero come una struttura di tipo diarchico caratterizzata da un dualismo reale, o potenziale, nell’esercizio delle funzioni di governo del paese.

Nella ripartizione delle funzioni esecutive vengono così a fronteggiarsi, di volta in volta, due soggetti che traggono entrambi la proprio fonte di legittimazione dall’elezione popolare: direttamente il Presidente e indirettamente, attraverso la fiducia della maggioranza parlamentare, il Primo ministro.

E pertanto attenzione! E’ il contesto politico che di volta in volta fa pendere l’ago della bilancia dalla parte dell’uno o dell’altro attore, venendo così a mutare addirittura assetti ed equilibri nel funzionamento del sistema. Un sistema, quello semipresidenziale francese della V Repubblica voluta da De Gaulle, il cui funzionamento appare assai variabile. E così è stato negli ultimi trenta anni quando, con volti diversi, ha realizzato importanti e corpose redistribuzioni del potere politico tra i due soggetti.

Questo perché. Perchè nella realtà la Costituzione attribuisce anche al Primo ministro rilevanti poteri di direzione politica, coerentemente alle modifiche avvenute dal 1958 che hanno visto un notevole potenziamento del ruolo dell’Esecutivo. Il Primo ministro che sembrerebbe talvolta, addirittura, la chiave di volta del sistema. In un quadro di rapporti tra poteri che non sono affatto fissati una volta per tutte dalla Costituzione.

Non si vota in Francia quindi solo per il Presidente al prossimo ballottaggio, ma anche per il Parlamento. E cosa potrebbe accadere? Che il ruolo apparentemente in ombra del Primo ministro potrebbe emergere prepotentemente, come accadde a partire dalla Presidenza di Giscar d’Estaing tra il 1974 e il 1981. Quando, dovendo tener conto di una Assemblea nazionale dove il partito gollista era nettamente prevalente, non fu totalmente libero nella scelta del Primo Ministro, e dovette designare il leader di quel partito, Jacques Chirac.

Ma addirittura, alla seconda elezione del socialista Francois Mitterand nel 1986, accadde addirittura che il parlamento avesse una maggioranza di centrodestra. Per la prima volta, quindi, il Presidente e la maggioranza parlamentare furono espressione di partiti di schieramenti opposti. E fu allora che fu inventato (dal Primo ministro Eduard Balladour) il termine cohabitation.

Periodo nel quale, seppure previsti dal dettato costituzionale, il Presidente vede notevolmente ridotto l’esercizio delle sue prerogative. Addirittura, in questo caso, il Primo ministro viene ad assumere la direzione effettiva della politica interna e la responsabilità dell’attuazione del Programma di governo.

E se tutto questo, visto anche il risultato riportato dalle forze politiche in gioco, si dovesse riproporre anche oggi? Magari a parti invertite, visto il grande risultato della Gauche di Jean-Luc Mélenchon ? Certo non si può affatto escludere. E ciò ci farebbe vedere, con occhi e attenzione differenti, e ci darebbe chiavi di lettura diverse, anche in merito alle scelte delle forze politiche di appoggiare o meno l’uno o l’altro candidato al ballottaggio. Non è tutto, come spesso accade, così facilmente scontato.

Marco Foroni