Pubblichiamo sulle nostre pagine l’ interessante riflessione di Roberto Donini sull’esito dell’ultimo Referendum, ospitata sulla rivista “l’interferenza” di cui condividiamo molte posizioni critiche e molti spunti di dibattito. La nostra scelta vuole essere anche un gesto di solidarietà e di aiuto nei confronti di quella testata che in rete porta avanti coraggiosamente un confronto articolato e fuori dagli schemi dell’informazione tradizionale e che ora purtroppo è sotto attacco dei media.
La Redazione.
Per una lettura del fallimento del referendum.
Il referendum contro le trivellazioni non è dunque arrivato al quorum – 31,19% generale (32,15% in Italia) 15,5 mln di votanti- ciò cosa significa sul piano reale (tecnico), ideale-ideologico e politico? Scomporrei il tutto in tre domande: perché le persone sono così disaffezionate alle consultazioni (comprese oramai quelle elettorali)? Come viene condotta la discussione l’informazione politica? I veri motivi di potere, lontani dai quesiti referendari come dai programmi politici? Proviamo a costruire un filo o meglio un bicchiere.
Bicchiere mezzo pieno. Nonostante il caos informativo, dovuto allo stato miserrimo della propaganda dei media ma anche e soprattutto alla fine di sedi politiche di discussione e informazione popolare come erano i partiti di massa, quasi la metà dei votanti alle elezioni politiche-amministrative c’è “stato”. Significa che comunque sopravvive una “resistenza antropologica”, più che politica, un istinto a difendere il proprio cervello dalle idiozie somministrate dal pensiero dominante e “corretto”. Certo la maggioranza viene coinvolta nella deriva astensionista ma è una semplificazione demagogica che porterà “ruina” a colui che la arruola tra le sue fila. La realtà è più complessa.
Bicchiere. Il quesito referendario, nella sua veste giuridica, riguardava la fine (il termine temporale) dei contratti di concessione alle piattaforme entro le 12 miglia nautiche. Invece qual’era l’entità reale del problema? I motivi veri e “volgarissimi” dell’indizione del referendum? Infine la prospettiva concreta del petrolio mediterraneo? L’entità reale è ridicola: si tratta di poche decine di piattaforme di cui molte ferme, un buon numero improduttive, cioè diseconomiche, costando assai più di quello che producono, infine alcune (sotto alla decina) produttive di gas naturale. Interessante è capire le motivazioni “frondiste” dell’indizione. Perché ad indire il referendum sono state regioni del PD (capofila Emiliano in Puglia) o comunque di (cosiddetto) centro-sinistra? Perché, per imbrogli (inchiesta attorno al ministro Guidi) o sciatteria tecnico-burocratica (le cose avvengono pure o soprattutto per caso nel “sottobosco” ministeriale italiano), nei contratti (con le aziende petrolifere) ci si è dimenticato (o si è omesso) di precisare il piccolo dettaglio, di chi e quando vanno smantellate le piattaforme improduttive (quasi tutte) ovvero chi ci mette la “grana” per farlo. Lì si è aperta la querelle interna al “partito che non esiste” (PD) che è poi stata “politicizzata”. Tuttavia l’argomento trova, infine, spiegazione “macroeconomica”, cioè più vasta e prospettica, arrivando al petrolio, al fatto. Primo, nel mediterraneo c’è poco petrolio e continuare a trivellare in mare, cioè in condizione di investimenti maggiori, è cosa già fallita (si pensi che sta fallendo la stessa trivellazione, ben più ricca di quantità estratte, del mare del nord); secondo, la diseconomia nasce dal prezzo “deflattivo” del petrolio: giusto ieri l’Arabia Saudita (litigando con l’Iran) ha confermato l’aumento della produzione con ulteriore calo dei prezzi. In pratica il petrolio, estratto a “terra”, “te lo tirano appresso” e non c’è argomento, nell’attuale economia globale, di “petrolio nazionale” che possa tenere.
Bicchiere mezzo vuoto. Nei due referendum del giugno 2011 sull’acqua pubblica e nucleare, nonostante il medesimo imbarazzo e disimpegno delle forze politiche, si travolsero privatizzatori e nuclearisti. Certo occorre ricordare l’effetto emotivo di Fukushima ma in generale c’è un dato ora non presente: allora si organizzò il movimento per l’acqua e si ri-organizzò il più antico movimento antinuclearista, insomma nonostante la già putrefazione dei partiti ci fù un soggetto militante. La politica di palazzo apparve per quello che è: chiacchiere. Ora mi pare che le chiacchiere e una speranza simbolica, fideistica, fatta di mari limpidi e generiche perorazioni naturalistiche ed edonistiche (prendiamoci la tintarella) non abbiano rovesciato il “disimpegno” ed elevato i ricordati e bassi contenuti reali del quesito. Il problema della ricostruzione di un soggetto stabile è avere una chiara e razionale visione dove inquadrare le banalità, insomma rispondere alle emozioni-idiote di “petrolio nazionale” e agli “11.000 licenziamenti” non con le emozioni-foto di acque cristalline ma offrendo un altro modello economico in grado di sbarazzarsi della catena maggiore: “petrolio-auto”.
Bicchiere rotto. Poi senti, ieri sera, la demagogia di Renzi, il bollettino della vittoria, e capisci che, come si dice a Napoli, “sta ‘nguaiato”. Invece di mantenere un profilo basso, attacca le regioni e il suo principale avversario di “fronda”. Lui sa che il petrolio italiano è finito (per fortuna non è quasi mai iniziato) e che gli 11000 perderanno il lavoro ma preferisce buttarla in caciara per guadagnare qualche decimale “oggi” a fini interni. Ricorre a tutti i trucchi da baraccone e arruola nel “partito della nazione che non esiste” pure chi ha votato ma la realtà al di sotto delle lodi adulatorie è miseranda. Renzi e tutto il burattiname prodottosi attorno (prima/dopo) la “letterina dall’Europa” (5.8.2011) vive cirenaicamente “giorno per giorno”, con l’ingrato compito del ciarlatano di far credere che un precipizio sia una pianura. La cosa più interessante (sintomatica, direbbe uno psichiatra) e paradossale dell’ignobile discorso di ieri sera è che con l’ipocrita mozione degli affetti ha cercato di rendere il dramma della realtà (licenziamenti, ragazzo che avrebbe voluto votare) ma poi è prevalsa, proprio nel pronunciarla, “l’autoreferenzialità”, il rissoso parapiglia con le regioni e gli insulti con Emiliano. Dunque se guardiamo meglio, criticamente, dal bicchiere rotto della politica si vedono i nervosismi dei suoi attori incapaci di governare la frattura dalla realtà e ridotti, pirandellianamente, a cercarsi un autore per farsi apprezzare dai poteri veri. Purtroppo, come segnalavamo, negli stessi cocci fluttano indefiniti i soggetti “oppositivi” privi di una teoria del reale che dia alla prassi una continuità di battaglia.
Sono passati ormai due anni dal decreto Poletti, primo capitolo del Jobs Act con il quale è stato liberalizzato il ricorso ai contratti a tempo determinato. Da allora il diritto del lavoro italiano è stato riscritto e completamente destrutturato. In attuazione della legge delega n. 183/2014, sono stati emanati dal governo ben otto decreti legislativi delegati, con i quali tra l’altro:
– è stato pressoché abolito l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori per gli assunti con contratto a tutele crescenti (cioè tutti gli assunti a tempo indeterminato dopo il 7 marzo 2015), i quali non potranno praticamente mai essere reintegrati nel loro posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo;
– è stato introdotta in molti casi la possibilità di demansionare il dipendente;
– è stato legittimato il controllo a distanza sugli strumenti di lavoro, prevedendo anche l’utilizzabilità a fini disciplinari dei dati raccolti.
Le norme su demansionamento e controlli a distanza si applicano non solo ai nuovi assunti, ma a tutti e da subito. Non si può certo dire, dunque, che il governo Renzi non abbia fatto le riforme. Il problema è: come le riforme sono state fatte?Gli obiettivi propagandati dal governo erano quelli di creare nuova occupazione e di combattere il precariato. Quanto al primo obiettivo, i dati ci dicono che, al formidabile aumento di potere attribuito al datore di lavoro, non si è accompagnato un significativo aumento dell’occupazione complessiva.
E dire che il governo è stato generosissimo con le imprese, regalando incentivi a pioggia. La decontribuzione è già stata peraltro ridotta: quando cesserà del tutto l’effetto boomerang sarà inevitabile. Quelle ingenti risorse potevano dunque essere meglio impiegate. Anche il secondo obiettivo, quello di limitare il ricorso a forme di lavoro precario, sembra essere destinato ad un flop clamoroso. Già il contratto a tutele crescenti, per come è strutturato, costituisce esso stesso una sorta di ossimoro negoziale: è un contratto stabile e precario nello stesso tempo.
Ma i dati confermano nel contempo la tenuta delle assunzioni a termine e l’esplosione del lavoro accessorio. forma estrema di precariato. Se a ciò si aggiunge la scarsità di risorse destinate agli ammortizzatori sociali, si può tranquillamente affermare che la flexsecurity in salsa nostrana è ben lontana dai modelli nord europei ai quali si è finto di ispirarsi. Preso atto della gravità dell’attacco ai diritti dei lavoratori, la Cgil non si limita a protestare, ma finalmente formula una propria autonoma proposta di nuovo Statuto del lavoro.
Si tratta di una proposta molto complessa e ambiziosa, composta di ben 95 articoli destinata a divenire una proposta di legge di iniziativa popolare dopo la consultazione di cinque milioni di iscritti, ai quali in queste settimane viene richiesto il mandato per sostenerla anche con specifici quesiti referendari. Il testo, molto articolato anche perché vuol dare una risposta all’altezza dei tempi, si compone di tre parti.
Il titolo I sancisce diritti dei lavoratori a portata universale, configurabili in gran parte come diritti di cittadinanza, che valgono per tutti a prescindere dalla natura subordinata, parasubordinata ovvero autonoma del rapporto. Si tratta di norme tendenzialmente precettive, che garantiscono il diritto ad un lavoro dignitoso; ad un compenso equo e proporzionato; a condizioni ambientali sicure; al riposo ed alla conciliazione tra vita professionale e familiare; alla non discriminazione ed alle pari opportunità tra generi; alla riservatezza ed all’informazione; a forme di tutela assistenziale e pensionistica; ed altri diritti ancora.
Nel titolo II, destinato al diritto sindacale, si affronta finalmente la storica questione della piena attuazione dell’art. 39, seconda parte, della Costituzione, al fine di restituire centralità ed effettività alla rappresentanza sindacale e nel contempo di garantire l’efficacia generale (erga omnes) della contrattazione collettiva.
Nel titolo III , infine, si ripristinano i diritti cancellati o ridotti in questi anni, a cominciare dall’apparato sanzionatorio in caso di licenziamento illegittimo, nella cui disciplina riacquista piena centralità la reintegrazione nel posto di lavoro.
Un progetto ambizioso e di lungo respiro, dunque, che speriamo abbia le gambe per marciare. Ci sarà certo chi dirà che si vuole ritornare al passato: ma è indice di modernità togliere i diritti, incentivare la precarietà e l’insicurezza, dare il via libera ad ogni possibile abuso da parte delle imprese? Ed inoltre: è servito a qualcosa?
Vincenzo Martino
Avvocato giuslavorista, vice-presidente di AGI, Avvocati Giuslavoristi Italiani
tratto dal sito http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/10/jobs-act-e-la-dignita-del-lavoro/2448580/
Purtroppo non c’è peggior sordo che non vuol sentire:
Area Socialista ha dichiarato a più riprese le ragioni politiche e pratiche che hanno orientato la decisione di non partecipare ad un Congresso di fatto già confezionato che ha in origine mutilato le possibilità di dialettica, originato da vizi formali e che avevamo consigliato di rinviare per la contemporaneità referendaria e per l’imminente campagna amministrativa di fatto già avviata.
Area Socialista ha promosso una posizione politica chiara sulla questione delle trivelle aderendo alle ragioni del SI, non attendendo un orientamento di “libertà di voto” contraddetta immediatamente dallo schieramento del segretario Nencini sul No.
Ha promosso da tempo il COMITATO PER IL NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE in attesa di formalizzarne la nascita e di formulare il manifesto di adesione in un’assise che si terrà a Roma fra il 16 e il 17 Aprile.
Una posizione chiara che non poteva essere assunta da coloro che hanno ripetutamente votato a favore di questa riforma e alla legge elettorale Italicum, questione quest’ultima da non ritenere negoziabile in un’assise congressuale attenendo a principi e valori essenziali per una forza politica di ispirazione socialista e democratica.
Ha garantito la propria presenza a fianco i compagni candidati alle amministrative sotto il simbolo socialista pur sapendo che in grandi aree urbane del paese non sarà presente alcuna lista nonostante una certa propaganda insista nell’affermare il contrario.
Promuove la prospettiva di una lista larga e unitaria del socialismo italiano come prospettiva elettorale, posizione in evidente contrasto con la condotta sin qui tenuta dal segretario del PSI che non pone nel suo orizzonte politico ciò che da tempo i socialisti reclamano.
Non sappiamo allo stato quale rito liturgico verrà esercitato al congresso, emergono tuttavia due posizioni nette e chiaramente contrapposte e difficilmente sovrapponibili
E la prospettiva del mantenimento in vita di una posizione politica afferente al socialismo democratico italiano é troppo importante per essere liquidata con la burocrazia e la propaganda.
Si vota il 17 aprile nel silenzio dei media. Le mistificazioni del governo e i pericoli dell’energia fossile. Al prossimo referendum un Sì contro le trivelle per cambiare paradigma
Quando si vota
Mancano ormai poco meno di quattro settimane al voto popolare che domenica 17 aprile 2016 vedrà i cittadini italiani recarsi alle urne per esprimere il proprio parere sulle trivellazioni in mare. Sostenuto da innumerevoli associazioni e movimenti No Triv, e promosso da ben nove regioni dal sud al nord, questoreferendum abrogativo, tra i pochi strumenti di democrazia diretta che la nostra Costituzione ancora prevede, chiederà ai cittadini di fermare le trivelle, mettendo progressivamente fine all’estrazione di petrolio e gas nei mari italiani. Inoltre, il prossimo referendum rappresenta uno spauracchio fastidioso per quella politica governativa costruita sull’egoismo personale e sulla logica dello sfruttamento e del massimo consumo. La censura mediatica a livello nazionale, forzata sporadicamente dalla disinformazione, è il segno tangibile delle paure di un establishment che per mezzo della legge di Stabilità e del decreto Sblocca Italia tenta di asservire i diritti, l’ambiente e la salute pubblica al sistema del profitto privato.
Il quesito referendario
I promotori del referendum chiedono di cancellare, grazie all’unico quesito dichiarato ammissibile dalla Corte costituzionale sui 6 presentati, l’assurda norma che, rinnovando in automatico le concessioni fino all’esaurimento delle scorte, consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo. Per realizzare questo obbiettivo, basterà rispondere con un Sì al testo del quesito: «Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale?”». Hanno diritto di voto tutti i cittadini italiani maggiorenni, anche residenti all’estero, e domenica 17 aprile si voterà in tutta Italia. Perché il referendum sia valido sarà necessario raggiungere il quorum del 50% più uno degli aventi diritto al voto e, a tale proposito, la vergognosa propaganda pro-astensione del Partito Democratico è essenzialmente strumentale agli interessi delle lobby.
Royalties, concessioni e risorse
Partendo proprio dal presupposto che gli idrocarburi presenti sul territorio nazionale dovrebbero essere considerati come patrimonio dello Stato, è bene sapere che le aziende estrattrici di petrolio e gas versano cifre irrisorie nelle casse pubbliche. Tramite concessioni, aiuti e sconti vari, le fonti fossili del nostro Paese, già dannose di per sé, vengono svendute alle multinazionali che sono tenute a pagare solo il 7% del valore del petrolio estratto e il 10% del gas. Oltretutto, in questo conteggio non figura la metà di quanto estratto, perché il materiale fino ad un limite di 80 milioni di metri cubi di gas, e di 50 mila tonnellate di petrolio, non è soggetto a royalties. Questo significa che il totale dei proventi per lo Stato derivati dalle estrazioni dell’ultimo anno non arrivano a 350 milioni di euro. Un vero e proprio regalo alle compagnie petrolifere, alle quali viene concesso il privilegio di sfruttare una quantità di fonti fossili che, in ogni caso, non possono assicurare all’Italia l’indipendenza energetica. Infatti secondo gli esperti, il fabbisogno nazionale potrebbe essere assicurato dal totale del petrolio per 7 settimane, e fino a un massimo di 6 mesi per quanto riguarda il gas. E se volessimo considerare anche le riserve probabili, come hanno fatto in una intervista gli scienziati del CNR critici con la politica energetica del governo, trivellando a tappeto tutto il nostro territorio la totalità degli idrocarburi estratti non sarebbe comunque sufficiente per più di 25 mesi. Siamo dunque ancora una volta molto lontani dalle più rosee previsioni del governo Renzi.
Pericoli e lavoro
Le trivellazioni petrolifere e di gas vanno avanti da decenni nei nostri mari mettendo a rischio ecosistemi fragili e dal raro significato storico e paesaggistico. In questo contesto, i dati recentemente resi pubblici per la prima volta in un dettagliato rapporto di Greenpeace raccontano una realtà senz’altro preoccupante. Nell’Adriatico, a quanto emerge dai monitoraggi e dalle analisi chimico-fisiche dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), commissionati peraltro dall’ENI, “i sedimenti nei pressi delle piattaforme sono spesso molto contaminati”, al punto che la maggioranza delle piattaforme stesse “presenta sedimenti con contaminazione oltre i limiti fissati dalle normative comunitarie”. Metalli pesanti, sostanze tossiche e cancerogene che, risalendo la catena alimentare, sempre più spesso ritroviamo nei nostri piatti o nelle acque che utilizziamo. La Basilicata, per esempio, è una regione ricca di petrolio ma, allo stesso tempo, è la più povera d’Italia e ha una percentuale di morti per tumore superiore alla media nazionale. In una inchiesta realizzata dal Corriere della Sera nel 2013, il legame tra inquinamento, attività di estrazione e malattie è riassunto perfettamente, mentre si sottolinea che le aziende agricole della regione si sono dimezzate nell’arco di soli 10 anni. Come in Francia per quel che riguarda l’energia nucleare, anche in Italia molti incidenti di “secondo piano”, e varie anomalie, vengono ufficialmente nascosti. Molti degli impianti infatti pur essendo largamente automatizzati sono obsoleti, e alcuni dei giacimenti risalgono addirittura agli anni ’70. Sul versante lavoro con una vittoria del Sì non verrebbe perso neppure un posto, liberando gradualmente il territorio dal ricatto delle aziende petrolifere che ormai da anni preferiscono la tecnologia ai lavoratori. Chi rischia invece di essere ulteriormente danneggiata dall’attività a tempo indeterminato delle trivelle è una biodiversità dal valore inestimabile. L’economia fondata sul turismo e sulla pesca impiega nel nostro Paese più di 3 milioni di persone, arrivando a contare per circa il 20% del PILnazionale. Secondo gli operatori dei due settori, da tempo in fase di mobilitazione per sostenere il Sì al referendum, le piattaforme sono indubbiamente dannose.
Incidenti e mistificazioni
Sono passati più di sei anni dal disastro ambientale provocato dalla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon della BP nel Golfo del Messico, ma i danni sono ancora profondi e ben visibili. Questo tipo di incidenti però non sono così lontani da noi, sia in ordine di tempo che di spazio, ed hanno un altissimo potenziale distruttivo per la natura. Solo una decina di giorni fa, un guasto alle condotte sottomarine di una piattaforma offshore britannica avrebbe provocato uno sversamento di greggio nei pressi delle isole tunisine Kerkennah, e la marea nera scaturita dall’incidente si troverebbe in questo momento a non più di 100 chilometri da Lampedusa. In questo senso il PD, cercando di boicottare il voto popolare, mostra chiaramente come le sue politiche neoliberiste siano antitetiche a uno sviluppo territoriale, economico e culturale, basato sulla qualità e sul rispetto dell’ambiente. Tagli lineari e austerità per tutti noi, favoritismi fiscali e normativi per le compagnie petrolifere che vogliono investire a basso costo nel nostro Paese, come documenta Italian Offshore. Al di là delle narrazioni tossiche, alle quali il premier ci ha ormai abituati, l’esecutivo, decidendo di non accorpare il referendum alle elezioni amministrative in un“election day”, ha letteralmente sperperato una quantità di denaro pubblico esorbitante. E pensare che proprio Renzi, al tempo del referendum sull’acqua pubblica, fu in prima fila nel chiedere a Berlusconi un tale accorpamento. Ma si sa, la coerenza nel PD non è di casa. Debora Serracchiani, vice-segretaria del partito, in un paio di anni è passata dalla difesa del mare Adriatico dai rischi delle trivellazioni petrolifere, all’attacco dei principi democratici in nome delle trivelle. E come se non bastasse, all’ultimo congresso dei “giovani democratici”, il presidente del Consiglio si è lanciato a sostegno dell’astensionismo sfoderando una serie di argomentazioni grottesche e mostrando per l’ennesima volta il suo disprezzo per la democrazia e per il popolo, che già era stato ampiamente evidenziato dalla mancanza di una qualsiasi campagna di informazione a favore dei cittadini. Tempestati da un fiume di retorica, che va dalle non meglio precisate speculazioni dei nostri vicini croati all’invasione dei nostri mari da parte di una miriade di petroliere, siamo stati abbandonati al sentito dire. Con un serio piano di rinnovamento energetico, e alla luce della costante diminuzione del consumo di energie fossili, l’importazione di petrolio scomparirà progressivamente come le mistificazioni del governo.
Un Sì per cambiare paradigma
Quello che serve oggi al nostro Paese è un radicale cambio di paradigma. Il petrolio e il gas, misero regalo nelle mani delle multinazionali, non convengono né all’ecosistema né all’economia. L’atteggiamento retogrado del governo, che punta su risorse tanto nocive quanto irrilevanti, mette in serio pericolo il futuro energetico dell’Italia. Liberi dal giogo politico dei fossili, per il quale l’Italia ha “investito” un 60% in meno in energia pulita rispetto agli altri paesi, e dalla scellerata logica del profitto “costi quel che costi”, i nostri territori avrebbero una potenzialità enorme per rilanciare una modernizzazione fatta di ricerca, innovazione e fonti rinnovabili, le stesse che quest’anno ci porteranno a produrre il 40% dell’elettricità totale. È possibile ottenere l’indipendenza energetica passando a un modello di sviluppo nel quale l’uso e la produzione di energie alternative vengono inquadrati in una dinamica di riduzione dei consumi e di risparmio energetico, proiettandoci così verso un futuro sostenibile in linea con gli impegni presi dall’Italia alla COP21 di Parigi e lontano dalle catastrofiche guerre del petrolio. Il 17 aprile votiamo Sì per fermare le trivelle e per cambiare il nostro presente, assicurandoci un futuro.
Giampaolo Martinotti
tratto dal sito: http://popoffquotidiano.it/2016/03/24/referendum-contro-le-trivelle-non-fossilizziamoci/
Lontano dai riflettori e dallo “scandalismo” della stampa, il tessuto urbanistico e sociale di Roma continua a lacerarsi nel silenzio e nella indifferenza.Per ribadire il nostro NO ai tentativi di “terziarizzazione” del centro storico, alla dismissione e all’abbandono del patrimonio pubblico!
Pretendiamo l’autorecupero degli stabili pubblici abbandonati e la rigenerazione sociale dei quartieri!
Dibattito/Confronto
24 febbraio 2016 ore 17
presso il palazzo “auto recuperato” di via Gustavo Modena 40 (Trastevere).
coordina Renato Rizzo, Unione Inquilini Roma
intervengono:
Paolo Berdini (urbanista)
Guido Lanciano (segretario Unione Inquilini di Roma)
Fabrizio Nizi (Action-diritti in movimento)
Salvatore Di Cesare (cooperativa di autorecupero vivere 2000)
Fabio Alberti (“deliberiamo Roma”)
Mirella Belvisi (urbanista)
Luigi Tamborrino (centro culturale Rialto)
Mario Furfaro (SEL)
Giovanni Barbera (Partito Rifondazione Comunista)
Con invito esteso a Stefano Fassina (candidato della sinistra) a Roberto Morrassut (candidato primarie PD) e al Movimento 5 Stelle.
promuovono
Unione Inquilini, Cooperativa Vivere 2000, Comitato Inquilini Centro Storico.
E’ un momento decisivo , a mio avviso, questo periodo per la costruzione di una vera Sinistra Italiana che sia Unita o Frammentata, come al solito. Non ascoltate numeri , sondaggi ,previsioni. Fermiamo e fotografiamo la situazione al momento , poi ragioneremo sui possibili sviluppi che si apriranno. L’analisi deve però partire da un presupposto comune che abbiamo , almeno mi pare, affermato tutti su questa pagina. L’unità non si fa cucendo insieme dei pezzi , ma fondendo le idee , smussando le differenze , tenendo fisso l’obiettivo.
L’obiettivo possiamo articolarlo in due esigenze : la prima è cambiare l’Italia per cambiare l’Europa, respingere i TTIP , smantellare il potere della finanza sulla sovranità degli Stati attraverso il Fondo Salva Stati, avviare riforme per aumentare la partecipazione , equilibrare i diritti sottratti dal jobs Act, redistribuire il reddito in base ad una riforma fiscale seria ecc..
La seconda esigenza è quella di far capire che tutte le forze interessate a questo programma devono tagliare i viveri al PD , partito che , nonostante la nostalgia di Bersani e forse anche di Vendola, non è quel PD con cui si era andati a formare governi locali. Questa ‘politica dei due forni’ , forse accettabile in tempi democratici lo è molto meno con un Premier simile.
E’ indubbio che , ad esempio , una personalità come Pisapia possa avere continuato il suo lavoro ,nonostante Renzi. Ma forse anche Zedda , se ha avuto fortuna di trovare compagni di giunta interessati a fare il bene della città ed anche alla poltrona.
Ma bisogna guardare anche tutti , e sono la maggioranza, dove una forza minoritaria della sinistra va a sostenere sindaci o governatori PD. Soprattutto dopo l’avvento di Renzi. Ecco bisognerà pure che questa verifica di un disastro prevedibile venga fatta. Sel ha fatto una figura inqualificabile in Veneto , ma brutta ovunque. Sel ha la responsabilità di avere causato tanta astensione nelle regioni dove si è alleata col PD. E dove fa solo stampella senza poter incidere per due motivi chiari : il presidente e la maggioranza sono sempre renziani doc.
La Puglia ha forse un’altra storia. Ma io non voglio dire che il mio punto di vista debba essere quello di Sel. Il mio punto di vista riguarda solo tentare di ridurre le cose che dividono la sinistra a favore di quelle che uniscono. Poi chiaramente ho il rispetto di tutti , al massimo non li voto.
I referendum civatiani sono stati una cosa che ha diviso
Le alleanze col PD di Sel dividono
Il gruppo parlamentare poteva non sembrare un allargamento di Sel se Civati avesse partecipato
Il fatto che Civati non sia andato al Quirino , dimostra che non tiene poi molto ad una sinistra unita. Perché , rispettando la sua scelta capziosa di non far parte del gruppo, da buon politico poteva andare , dire perché no , rassicurare sul suo impegno nella costruzione di unità
La stessa volontà di formare un partito Possibile , legittima senz’altro, in questo momento non aiuta
Vendola , invece dovrebbe smetterla di dire che Civati a Milano non dovrebbe porre candidati suoi. Perché è vero il contrario. Vendola e Civati avrebbero dovuto insieme a Fassina porre la questione a Milano. Come a Torino , Bologna ecc.. Insieme.
Ecco se questo Insieme non arriva ad inglobare anche i compagni che seguono Civati è monco. Resta una SEL allargata. Bisogna affrontare all’origine che motiva la nascita dei civatiani : occorre andare ad un netto chiarimento sulla questione del modello economico che per Civati contiene tracce evidenti di liberalismo, che spero non sia di liberismo. Insomma non si fa politica per fare alcune cose di sinistra. La Sinistra fa politica per cambiare il mondo decisamente contro il liberismo. Questo è da chiarire.
A tutti dico che io ho seguito molto Coalizione Sociale sul territorio , perché credo che si debba andare ad un sindacato ribaltato, ma ho seguito anche Futuro a Sinistra e Possibile . Non sono distanti . Per niente. Lo si vede anche qui. Bisogna che vadano avanti , bisogna che noi li mandiamo avanti perché siamo sinceri , solo dalla Costituente io spero che escano dei veri leader. Perché ora, ci saranno di sicuro , ma quello che abbiamo visto al Quirino è stato un po’ il festival di Musso e Salvi.
Eppure Oggionni , Paglia, Furfaro ci sono in Sel.Insieme a Fassina ci sono ottimi giovani.
In questo Possibile davvero ha lavorato di più dal basso.E i giovani possono unire di più di noi vecchi.
L’unica stabilità che vogliamo è quella abitativa!
La legge di stabilità per il 2016 da una parte condanna gli inquilini allo sfratto per morosità azzerando il fondo contributo affitti e dall’altra sostiene i proprietari che affittano a nero abrogando la norma che imponeva il pagamento tracciabile degli affitti di qualunque importo.
Il Governo Renzi in questo modo dopo avere abolito l’IMU per l’invenduto dei costruttori procede a grandi passi nella sua opera di sostegno reale e concreto alla rendita e alla speculazione immobiliare.
In questo modo si condannano definitivamente i precari della casa alla marginalizzazione e alla disperazione sociale. Questo nonostante il fatto che in Italia ogni anno si emettono circa 80.000 sentenze di sfratto, che si richiedono 150.000 esecuzioni con la forza pubblica, che vengono eseguiti sfratti forzosi nella misura di 35.000 l’anno, ovvero in Italia ogni giorno 140 famiglie vengono sfrattate con l’ausilio della forza pubblica.
E’ necessario rispondere con una mobilitazione ampia, popolare e unitaria.
Una mobilitazione capace di imporre una svolta alle politiche abitative finora perseguite basate sulla privatizzazione del patrimonio pubblico, sulla liberalizzazione degli affitti e sull’abbandono di qualsiasi intervento teso ad aumentare l’offerta di alloggi a canone sociale.
La ferocia del Governo Renzi non sta solo nel taglio di fondi per il contributo affitto ma è nella decisione incivile di abrogare qualsiasi proroga anche quella relativa alle famiglie con sfratto per finita locazione e in disagio economico che vedono la presenza di anziani, minori, persone disabili e malati terminali.
Quando si giunge a decidere che i malati terminali o i disabili devono essere sfrattati senza alcun passaggio da casa a casa, si è giunti alla barbarie sociale.
D’altro canto su patrimonio di edilizia residenziale pubblica continuano le politiche di Governo, Regioni e Comuni di smantellamento attraverso le vendite, attraverso il blocco delle manutenzioni e le continue richieste di modifiche alla determinazione di canoni sociali che esulino dal reddito degli assegnatari.
Sulla base delle considerazioni sopra esposte siamo a rivolgere un appello affinché il 2 dicembre 2015 si svolga davanti alla Camera dei deputati una forte iniziativa unitaria, solidale e popolare che veda partecipi gli inquilini, gli assegnatari delle case popolari, gli sfrattati, i precari della casa, gli “abitanti” delle graduatorie, sindacati degli inquilini e dei lavoratori, movimenti di lotta per la casa, associazioni di volontariato e quanti ritengono ancora che la casa sia un diritto.
Perché l’unica stabilità che a noi interessa è quella abitativa!
per adesioni e info:
06/4745711 – mail unioneinquilini@libero.it – roma@unioneinquilini.it
Massimo Pasquini- Segretario generale Unione Inquilini
Adesso basta. Roma ha più del doppio degli abitanti di Milano (2.869.169 contro 1.342.385). Quanto ad estensione, il confronto non è neanche pensabile (1.287,36 kmq contro 181,67; se si parla delle due città metropolitane, il divario si allarga a dismisura: 5.363,28 kmq, contro 1.575). Se caliamo la mappa di Milano su quella di Roma, Milano parte dal Quarticciolo e arriva a Porta San Giovanni: non entra neanche nella porzione storica e monumentale della Capitale. Non si capisce quale senso abbia la vana chiacchiera di trasferire il modello dell’una (se c’è) sull’altra.
Naturalmente, si può governare bene una città di medie dimensioni (come Milano) e male una metropoli (come Roma), come anche viceversa. Le dimensioni e i rapporti, però, sono incommensurabili. Roma è al quarto posto fra le grandi città europee, dopo Londra, Berlino e Madrid, non a caso tutte capitali dei rispettivi Stati. Milano si colloca nel campo delle città di medie dimensioni (al tredicesimo posto al livello europeo, credo). Se si deve ipotizzare un rapporto a livello mondiale, l’unica città italiana degna d’esser presa in considerazione è Roma (per questi, e soprattutto per altri motivi, sui quali tornerò più avanti).
Milano “capitale morale”? Qualche anno fa apparve un bel libro, Il mito della capitale morale, forse recentemente ristampato, di Giovanna Rosa (non ci sono parentele, neanche a metà, fra me e l’autrice): libro che nessuno cita, e nessuno mostra di aver letto. Il “mito”, appunto: non “la capitale morale”. Un lungo percorso dal Risorgimento a oggi, fatto di fatti, illusioni e disillusioni, cadute e riprese, riprese e cadute. Del resto, se prendessimo alla lettera per Milano la definizione di “capitale morale”, dovremmo chiederci sul piano storico come sia stato possibile che da siffatta realtà politico-urbanistico-civile siano precipitate sull’Italia le due sciagure politico-istituzionali ed etico-politiche più terrificanti dell’ultimo secolo e mezzo, Benito Mussolini e Silvio Berlusconi. Che Torino, culla della nostra unità nazionale, per questo e per altri motivi, sia più degna di tale definizione?
Su Roma, la Capitale, l’unica città italiana in grado di entrare in una competizione e classificazione internazionale, sono precipitate nel tempo tutte le contraddizioni e tutto il degrado di cui è stato capace (o incapace) questo disgraziato paese, — l’Italia. Roma è, ahimè, il luogo del potere e dei Palazzi: la Presidenza della Repubblica, la Presidenza del Consiglio e il Governo, il Senato, la Camera dei Deputati, i Ministeri, gli organismi dirigenti della Magistratura, della scuola, dell’Università, dei corpi separati dello Stato, ecc. ecc. Tutti, ovviamente, gestiti al novanta per cento da non romani: tutti orientati a difendere interessi che con Roma non avevano niente a che fare. Roma, per quanto mi concerne, è se mai vittima, non carnefice. Quando ha preso democraticamente la parola, lo ha fatto poco e male. Con Alemanno ha dato il peggio di sé, sul piano etico, civile e amministrativo. Anche questo oggi è ampiamente e vistosamente dimenticato e accantonato, per non interferire neanche mentalmente con le procedure di esecuzione sommaria dell’ultimo Sindaco.
A Roma, poi (anche questo avete dimenticato?), c’è il Vaticano. Il Vaticano è al tempo stesso una grande potenza religiosa e una grande potenza temporale, terrena. E, — lo dico con assoluta persuasione, — non può essere che così. Non può essere che così, nessuno, né dal basso né dall’alto, potrebbe impedirlo (Gesù, unico, per volerlo fare, è finito nell’orto di Getsemani e poi sulla croce). La proclamazione del presente Giubileo ne è la più vicina e lampante testimonianza. Esprimo il mio stupore: non c’è commentatore di qualche portata che si sia soffermato come meritava su questo passaggio. Un bel giorno Papa Francesco proclama un Giubileo straordinario della Misericordia. E’ l’ultima mazzata: trenta milioni di pellegrini e migliaia di cerimonie nella Capitale, molto immorale forse, ma di certo molto, molto strapazzata. Siccome è improbabile che il Giubileo si svolga dentro le mura dello Stato Vaticano, che del resto non accoglie quasi nulla di quanto lo riguarda, la città intiera ne sarà travolta. Ci sono state consultazioni preventive in proposito? Qualcuno, al di qua del Tevere, ha risposto che andava tutto bene? Improbabile. Dunque, il Vaticano dispone di Roma come fosse cosa sua (è già accaduto altre volte nella storia, anche dopo il 1870). I poteri democratico-rappresentativi a quel punto sono spinti inevitabilmente in un angolo. Cosa potrebbe dire o fare di fronte a un messaggio universalistico-religioso di tale portata? Ma il messaggio universalistico-religioso si trasforma rapidamente in una serie di Ukase politico-temporali sempre più assillanti e persino da un certo momento in poi anche violenti: avete chiuso le buche? Avete rattoppato le metropolitane? A che punto siete con l’accoglienza? Siete in grado di garantire il ristoro? E la sicurezza, la sicurezza, come va?
Il grande evento di Misericordia vale dunque per tutto il mondo (così almeno si dice): ma non vale per Roma, né per i suoi cittadini, né per i suoi amministratori, che infatti, in tutte le occasioni possibili, sono trattati a pesci in faccia, cooperando inevitabilmente (e diciamo consapevolmente) alla distruzione della loro credibilità e del loro prestigio.
A Roma non ci sono gli “anticorpi”? Sì, questo è un po’ vero. Infatti, a Roma, nelle scorse settimane, e con accelerazione crescente negli ultimi giorni, si è consumata la più imponente e capillare distruzione di anticorpi che si sia mai vista in Italia dalla Liberazione a oggi. Anche qui esprimo il mio stupore: osservatori, avete colto davvero quel che è accaduto a Roma nelle scorse settimane e con accelerazione crescente negli ultimi giorni? Il giudizio sul comportamento e le attitudini dirigenziali del sindaco Marino, — un “marziano”, un inetto, un incapace, un supponente, da un certo momento in poi anche uno poco corretto, — non ha niente a che fare con lo svolgimento e la conclusione della faccenda. Se si dovessero rimuovere dai loro incarichi Sindaci, Presidenti delle Regioni, Ministri, Direttori Generali, Rettori, ecc. ecc., — perché “marziani”, inetti, incapaci, supponenti, poco corretti, ecc. ecc, — assisteremmo in poco tempo al crollo verticale dell’intera macchina politico-istituzionale italiana (sarebbe comunque affare della magistratura, come talvolta già accade, non dei politici). Quel che invece è accaduto a Roma è la defenestrazione dall’alto, — per vie politiche, non legali, intendo, — di un uomo politico che non era in grado (e probabilmente non voleva) garantire le attese dei principali poteri interessati alla vicenda: la nuova forma della politica oggi dominante in Italia, il Vaticano, i poteri economici all’arrembaggio della nuova torta.
Il risultato di tutta la vicenda è che esiste oggi in Italia un Potere Supremo il quale è in grado di sbarazzarsi di qualsiasi ostacolo democraticamente rappresentativo, sostituendolo con la figura fin qui anomala ed eccezionale del Commissario, il quale ovviamente è, e non potrebbe non essere, un delegato al servizio di quel medesimo Potere Superiore. Il quale, essendo anch’esso non determinato dal voto popolare ma, diciamo, da una sorta di autocommissariamento del medesimo (com’è noto, il nostro Presidente del Consiglio non ha goduto di tale investitura), tende a riprodursi per geminazione secondo le medesime modalità.
Roma, se è e resta la Capitale d’Italia, la quarta città europea, una delle più importanti del mondo, dal punto di vista del patrimonio artistico e culturale è senza ombra di dubbio la prima. Questo suscita da un bel po’ di tempo una corrente d’invidia e di gelosia, nazionale e internazionale, da far spavento. Essa si collega, e strettamente si congiunge, al progetto dell’attuale potere politico italiano di farne da tutti i punti di sta una cosa propria. A Roma, più che in qualsiasi altra città italiana, abbiamo a che fare con una massa di potere inimmaginabile altrove: Vaticano, poteri economici forti, potere politico di tipo nuovo, incline al commissariamento della Nazione ovunque sia possibile e a suo avviso necessario, procedono affiancati, e nella medesima direzione (non c’è bisogno di pensare a incontri segreti a Via dei Penitenzieri o a Largo Chigi o magari a Palazzo Vecchio a Firenze: basta pensarla nello stesso modo).
Ce la faranno Roma, e i romani, a rovesciare questa mostruosa tendenza? I romani, senza i quali anche il mito di Roma rischia di diventare un’astrazione, sono delusi, confusi, smarriti. Come volete che siano? Avevano votato trionfalmente per Marino esattamente per dare una svoltata alla storia. Ora forze potenti della politica e dell’informazione si affannano quotidianamente a spiegar loro che Marino era semplicemente un “marziano”, un inetto, un incapace, un supponente, uno poco corretto, ecc. ecc., e a spiegarglielo sono esattamente innanzitutto quelli del suo proprio partito, quelli che avevano chiesto loro di votarlo (neanche uno dei consiglieri comunali “dem” che abbia resistito alla sferza del capo, che vergogna!). Però, al tempo stesso, monta l’indignazione, anzi, una rabbia cupa e violenta, contro tutti quelli che hanno realmente combinato tutto questo, il Potere Superiore e i suoi molteplici alleati.
La Capitale immorale giace così sotto il peso degli errori commessi, quelli suoi, certo, ma soprattutto, soprattutto quelli degli altri. Come ultimo schiaffo viene inviato a governarla un Prefetto dal nome beneaugurante di Tronca. All’Expo, — per sue dichiarazioni, — si è occupato dell’ordine pubblico; in precedenza, dei Vigili del fuoco. Competenze, queste, indubitabilmente adeguate a governare la metropoli Roma, le sue contraddizioni e lacerazioni, e a suscitare in lei i nuovi anticorpi. Nel frattempo il Potere Superiore garantisce che il Giubileo sarà un successo come l’Expo. Tutto è money, d’accordo, ma forse qui siamo andati un po’ troppo oltre. Il Vaticano soddisfatto annuisce.
Per sottrarsi a questa nefasta spirale, ed evitare altre cantonate, ci vorrà un lavoro lungo e in profondità, razionale, sì, ma anche rabbioso. Il tempo delle mediazioni è finito, ne comincia un altro, meno disponibile alle prese in giro.
Se ci sono voci disposte a parlare in questo senso, si facciano sentire presto.
Stabilità: ” Il Governo con la legge di stabilità azzera il fondo contributo affitti e condanna centinaia di migliaia di famiglie al baratro dello sfratto per morosità. Ora tutto è chiaro: viene eliminata la tracciabilità degli affitti, nessuna risorsa per l’aumento dell’offerta di alloggi a canone sociale, nessuna limitazione al libero mercato, ora nessun contributo per evitare gli sfratti per morosità. Per il Governo gli inquilini ( 3,2 milioni di famiglie) sono agnelli da sacrificare al mercato”
Dichiarazione di Massimo Pasquini, Segretario Nazionale Unione Inquilini.
” Ogni giorno dalla legge di stabilità arriva una coltellata alla schiena agli inquilini. Dopo che l’Unione Inquilini ha denunciato l’abrogazione della norma sul pagamento tracciabile degli affitti di qualunque importo, dopo che è stato cancellata qualsiasi ipotesi di rilancio dell’offerta di alloggi a canone sociale nonostante le 700.000 famiglie collocate utilmente nelle graduatorie comunali, ora scopriamo che al capitolo 1690 del Bilancio del Ministero delle infrastrutture sono state letteralmente azzerate le risorse destinate al fondo nazionale per i contributi affitto alle famiglie in disagio economico. Nel 2015 erano stati stanziati 100 milioni di euro (nel 1998 senza la crisi economica che mordeva erano 350 milioni di euro) ora con la legge di stabilità per gli anni 2016-2017-2018 le risorse disponibili sono ZERO.
Per il Governo gli inquilini (3,2 milioni di famiglie) sono agnelli da sacrificare al mercato.
Ricordiamo a tutti che in Italia negli anni passati erano circa 300.000 famiglie che grazie al contributo affitto (sempre più tagliato negli ultimi anni) erano riuscite ad evitare lo sfratto per morosità e nonostante questo nel solo 2014 le sentenze di sfratto per morosità, a causa dei ritardi con i quali i comuni erogavano i contributi, anche a distanza di anni ovvero a sfratto eseguito. erano arrivate a oltre 65.000 sulle complessive 77.000. Quindi a centinaia di migliaia di famiglie non solo viene negato del tutto un misero contributo ma viene anche detto che non ci saranno case a canone sostenibile, insomma si arrangino.
Al Presidente del Consiglio chiediamo: è questa la sua idea di equità sociale? Questa è un Paese moderno ? E’ evidente che nel cuore del Presidente Renzi alberga un mattone quello targato speculazione immobiliare rendita”
Unione Inquilini Segreteria Nazionale – Roma 2 novembre 2015
tratto dal sito: http://www.unioneinquilini.it/index.php?id=7213
anche sulla pagina facebook: https://www.facebook.com/Unione-Inquilini-Roma-362681523797278/?fref=nf
Più di duecento i poliziotti e i carabinieri mobilitati martedì 20 nel capoluogo emiliano per lo sgombero della palazzina dell’ex-call center Telecom. I circa trecento occupanti, tra i quali molte donne e bambini, si erano macchiati di un delitto troppo grave per essere lasciato impunito: non potendosi permettere di pagare un affitto, e non avendo a disposizione un alloggio pubblico, negli ultimi dieci mesi avevano rimesso in sesto i locali dello stabile, abbandonati da anni, per adibirli ad uso abitativo.
Mentre queste persone venivano buttate letteralmente in mezzo alla strada con la forza, a Roma scattava immediatamente la solidarietà dei movimenti per il diritto all’abitare che davano vita a un sit-in di solidarietà a Porta Pia, bloccando il traffico in maniera pacifica e opponendo resistenza passiva agli agenti in assetto antisommossa. E in un attimo prendeva forma la solita dinamica repressiva che si ripete quasi quotidianamente non solo nella capitale: l’arrivo della camionetta idrante, violenti getti d’acqua contro manifestanti inermi, la carica indiscriminata dei poliziotti che provoca feriti e contusi.
Questi sono fatti gravissimi e rispecchiano l’impotenza di un governo repressivo che con le sue politiche di austerità ha portato i tassi di povertà e disuguaglianza a livelli vertiginosi. L’approccio semplicistico e classista con il quale il complesso fenomeno delle occupazioni abitative viene ridotto a emergenza criminale, grazie anche alla mistificazione del concetto di legalità, rivela una profonda impreparazione sia in termini amministrativi che umani.
Affrontare l’urgenza del problema abitativo nel nostro paese esclusivamente come una questione di ordine pubblico, negandone le conseguenze sociali già imperanti, è l’ennesima negligenza da parte di uno Stato che mette i suoi cittadini, e migliaia di nuclei familiari, in situazioni altamente rischiose nelle quali i diritti fondamentali vengono sistematicamente negati. Evizioni forzate ai danni di cittadini vulnerabili, anziani, malati terminali, famiglie con minori, portatori di handicap. L’indigenza come colpa, il desiderio di dignità come crimine.
Si delinea così un quadro disarmante in cui i principi del riconoscimento dei diritti inviolabili, l’uguaglianza e la solidarietà politica, economica e sociale, vengono violati in spregio alla Costituzione, ormai obsoleta e a quanto pare da riformare anche a costo di sacrificare la democrazia. Perfino l’Istituto Nazionale di Urbanistica ha sancito l’inadeguatezza delle risorse messe a disposizione dal governo nel DL n.47 e ha ribadito che per far fronte all’attuale emergenza, ampliando l’offerta di alloggi sociali in locazione permanente destinati a fasce sociali a basso reddito, servono risorse certe per un adeguato numero di anni.
Ma non sorprende che l’orientamento espresso da Renzi, al contrario, vada nella direzione opposta, quella della cessione generalizzata del patrimonio di edilizia sociale e della dismissione del patrimonio pubblico, confermando peraltro che la politica del governo sia completamente assoggettata alla logica del “privatizzare per salvare il bene pubblico”. Insomma, manganellate e privatizzazioni, criminalizzando l’esistenza di migliaia di nuclei familiari in nome della legalità: oggi la vera sfida è quella di far prevalere la democrazia e i diritti sulla potenza devastatrice del capitale.
Giampaolo Martinotti
tratto dal sito http://popoffquotidiano.it/2015/10/22/manganellate-e-privatizzazioni-contro-il-diritto-allabitare/