disuguaglianza

La logica lavorativa di chi è di destra. di G. De Grassi

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Quanto sono belli i discorsi sulla meritocrazia e quelle teorie secondo cui, se sei povero, è solo colpa tua. Non si tratta di guadagnare tanto o poco: a volte anche quel minimo mensile — che per alcuni non è niente — può fare davvero la differenza. Basta una spesa improvvisa, un imprevisto, e tutto si complica.

Poi arriva lo stipendio, che nel mio caso non ha una cadenza regolare: sono compensi legati alle ore lavorative e a una serie di fattori più grandi di me, e spesso anche delle stesse società con cui collaboro. E alla fine, quando arrivano quei soldi, ci si ritrova con più spese di quando si era cominciato.

Un contratto a tempo indeterminato, magari mentre si studia? Fattibile, sì, ma con 1200 euro al mese oggi si può vivere bene? La scelta sembra questa: meglio guadagnare tanto una tantum o poco ma con costanza? Onestamente direi la seconda, se non fosse che spesso questa comporta di diventare schiavi di qualcuno (salvo rari casi). Nel primo caso ci si sente liberi, anche se liberi non lo si è davvero.

Il punto è proprio questo: le condizioni in cui oggi siamo costretti a lavorare. Aprirmi una partita IVA? Un’ulteriore catena. E mentre cerco di essere preciso nei pagamenti e nel risolvere le varie situazioni, cresce quella pressione e quella voce che ci accusa — noi giovani — di essere nullafacenti, come se nella vita esistessero solo il lavoro e il sacrificio. Ma non è nemmeno di questo che si tratta: il fine ultimo, ormai, sembra essere solo pagare per tutto, e spesso aspettare mesi per ricevere ciò che si è guadagnato.

Io personalmente mi sono sempre dato da fare. Ho lavorato molto per persone che mi hanno fatto mille promesse, ma nei fatti il mio lavoro è spesso rimasto non retribuito, nonostante le ore spese e gli anni impiegati ad apprendere una competenza. Eppure, per alcuni, “basta schiacciare due tasti al computer” e il gioco è fatto. Facile parlare quando i concorsi pubblici si facevano con la quinta elementare, e non servivano certificazioni come l’ICDL, l’alfabetizzazione digitale o il Trinity.

Siamo una generazione colta, ma costretta a vivere come chi non ha mai fatto nulla nella vita. E non dico che non ci sia lavoro, perché il lavoro c’è: il problema è che non è pagato in modo adeguato, né nei tempi né nei compensi.

Invece di spendere il PNRR in armi, usatelo per pagare i docenti che hanno già lavorato, e soprattutto per creare nuovi posti di lavoro. Le idee ci sono, ma manca la volontà di investire: ognuno pensa al proprio orticello. E in questo, la cara Giorgia Meloni è bravissima — proprio come lo è stata la sinistra prima di lei.

Volete un’Italia migliore? Iniziate a garantire il vero lavoro, non un’occupazione che riscaldi la sedia per tot mesi per poi ricominciare da capo; rendete il lavoro più semplice e più umano così da poter sembrare di non lavorare nemmeno un giorno, portando risultati migliori a casa.

Questa è la mia idea di lavoro.

Gianmarco De Grassi

Il film di Amelio, amara denuncia dell’eterno cadornismo italiano. di M. Amato

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Bisogna aver letto Gramsci per comprendere l’intenzione che sta al fondo di “Campo di battaglia”, o almeno della prima parte di esso (la seconda essendo dedicata alla Spagnola, che completò l’immane massacro della grande guerra). Il film di Amelio è una spietata denuncia del Cadornismo, sopravvissuto alla giubilazione di Cadorna successiva alla rotta di Caporetto. Un misto di follia militarista, ottuso burocratismo, feroce cinismo classista e bieco autoritarismo che nemmeno Diaz riuscì (o volle) correggere quando subentrò nel Comando supremo. D’altronde il Cadornismo ha attraversato tutta la prima parte della Storia d’Italia, essendo stato uno dei segni distintivi del regno dei Savoia, e il principale brodo di coltura della aberrazione fascista. Amelio ne fa una rilettura cruda e realistica che mette in luce, attraverso coraggiose opzioni narrative, l’altro elemento che fece della decisione dell’Italia di entrare nel conflitto la più sciagurata e criminale delle scelte. Il fatto cioè che quel macello riguardò esclusivamente qualche milione di ragazzi privi di qualsiasi preparazione, non solo militare, mandati a morire nelle trincee del Carso per un ideale che non riuscivano a mettere a fuoco, né potevano. Un esercito che non aveva neanche una lingua nazionale. La scelta di far parlare i fanti coi loro dialetti ha pur essa il valore di una denuncia: l’Unità non solo come processo incompiuto, ma come operazione di vertice, di classi egemoni, senza partecipazione di popolo. E, gira e rigira, sempre a lui si torna: a Nino Gramsci, e al suo lucido e disperato sguardo sulla storia d’Italia.

Massimiliano Amato

Prima riflessione sui risultati definitivi delle elezioni francesi. di G. Giudice

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I risultati definitivi (annunziati dal ministro degli interni sono questi: 33,1% al RN di Le Pen e Bardella (con il supporto di una parte degli ex gollisti ; 28% alla Sinistra del Nuovo Fronte Popolare; 20,7 % ai “centristi liberali” di Macron.

Se (come avevano previsto i sondaggi da tempo) l’estrema destra razzista, xenofoba è la prima formazione politica, rappresenta comunque solo un terzo degli elettori francesi. E , su questa base è seriamente in forse che possa prendere la maggioranza assoluta al II turno.

La sinistra unificata ha un ottimo risultato (ben oltre un quarto degli elettori), tenendo anche conto che la lista è stata messa a punto a meno di due settimane dal voto. Sapendo mettere da parte anche i dissensi su alcuni punti. Sono nettamente prevalse le ragioni unitarie. E certamente il merito va al Compagno Mélenchon che ha saputo trovare la quadra nel modo migliore, coinvolgendo i suoi ex compagni del PS (che è cresciuto alle europee) , il piccolo PCF e i Verdi. La sinistra si è presentata alle elezioni con un programma fortemente alternativo a quello di Macron, alle sue politiche antisociali, che hanno notevolmente accresciuto le disuguaglianze e le ingiustizie , gestite con arroganza e protervia , e segnato da pulsioni autoritarie. Per non parlare delle uscite squinternate sul voler mandare truppe francesi in Ucraina.

Comunque la sinistra può rappresentare l’unico vero argine alla destra reazionaria. Infatti la La Pen ha espressamente detto che il vero nemico da combattere è la sinistra di Melenchon. Il quale (con il consenso dei suoi alleati) ha espressamente affermato che in eventuali triangolazioni nei collegi , essi si ritireranno e (turandosi il naso) voterebbero per un candidato di Macron. L’imperativo categorico è quello di impedire alla destra di prendere la maggioranza assoluta in parlamento , per la catastrofe democratica e civile che si abbatterebbe sul paese. Del resto, già due anni fa, alle presidenziali del 2022 Jean Luc , giunto terzo a pochi passi dalla le Pen , disse apertamente “al secondo turno nessun voto vada alla Le Pen” .

La sinistra in Francia ha preso 9 milioni di voti, ed ha la possibilità di espandersi, tenendo anche conto che solo la metà degli elettori del RN è apertamente razzista e fascista. La feccia della società francese. L’altra metà ha espresso più un voto “contro” (Macron) che non un voto per. E comunque la sinistra , tra i nostri cugini d’oltralpe , mostra una sua vitalità ; quanto meno esiste una sinistra con forti connotazioni socialiste.

In Italia purtroppo non è così. L’unica forza veramente definibile di sinisttra in parlamento è l’AVS . IL PD nonostante i passi in avanti della Schlein non lo è. Non dimentichiamo che nel Pd hanno ancora grande influenza i Letta , i Gentiloni, i guardiani dell’austerità europea. E che definiscono Mélenchon un sovranista di sinistra (una contraddizione in termini) speculare alla Le Pen. Mélenchon ha sempre parlato di sovranità democratica , che egli ben distingue dal concetto di sovranità nazionale. E’ un autentico socialista internazionalista come lo era Matteotti (o Jaurès) . Lo hanno accusato di essere antisemita perché ha definito crimini di guerra quelli commessi a Gaza dal governo fascista di Netanyau. Del resto lo stesso Sanchez è stato accusato di antisemitismo perchè la Spagna ha riconosciuto lo stato palestinese e ha definito crimini di guerra quelli commessi a Gaza. Del resto lo stesso Gutierres aveva detto le stesse cose.

I veri antisemiti sono i governanti di Israele, perché , con le loro azioni criminali di fatto scatenano l’odio verso gli ebrei. Ma tanti ebrei sostengono apertamente la causa palestinese e condannano un governo fascista che tradisce i valori più profondi dello stessi ebraismo. Mélenchon è stato anche accusato di essere filo-Putin. Un’enorme bugia. Ecco cosa disse Mélenchon in un’intervista al settimanale l’Express il 31 maggio 2022 “Vladimir Putin è un uomo che ha violato tutte le regole internazionali, ha invaso un Paese sovrano, ha commesso crimini di guerra e minacciato il mondo di un conflitto nucleare, tutto ciò è odioso”, spiega Jean Luc Mélenchon in una lunga intervista al settimanale L’Express.Il tribuno della gauche, rivelazione delle ultime presidenziali ( è andato a un passo dal ballottaggio) e leader della coalizione di sinistra radicale (Nupes) che sfiderà Macron alle legislative del 12 giugno, non ha alcuna simpatia per le politiche atlantiste e ha spesso criticato l’espansionismo strisciante della Nato a est. È non lesina bordate all’Unione europea che vorrebbe rifondare da cima a fondo.

Ma di fronte all’invasione dell’Ucraina è sempre stato chiarissimo: nessuna equidistanza. Un approccio coerente da parte di chi peraltro non ha mai avuto atteggiamenti compiacenti verso il capo del Cremlino a differenza di molti politici occidentali che per lunghi anni hanno visto in Putin un “elemento di stabilità”: «La colpa è nostra, siamo stati compiacenti a Grozny in Cecenia e ad Aleppo in Siria, ora ne paghiamo le conseguenze».

Ecco come la pensa Mélenchon …i veri amici di Putin vanno cercati nell’estrema destra europea, nella Lega. Certo Mélenchon si è sempre battuto per una soluzione politica e dilpomatica evitando una escalation bellica senza fine. Ma il giudizio è netto ed inequivocabile, lo considera un criminale. Mi fermo qui , aspetto commenti…Mélenchon con Corbyn…

Giuseppe Giudice

La Repressione a Pisa e a Firenze: un atto di forza contro il Libero Pensiero e un attacco alla Democrazia. di A. Angeli

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Nell’ultimo episodio di ciò che gran parte dell’informazione interpreta come un preoccupante trend autoritario, le cariche della polizia contro gli studenti pro Palestina a Pisa e a Firenze, hanno suscitato l’indignazione delle forze di opposizione, le quali si sono dichiarate pronte a presentare interrogazioni parlamentari al ministro Piantedosi. Questi atti di violenza, non respingimenti ma manganellate da parte della polizia nei confronti dei manifestanti, tutti giovani studenti, che stavano esercitando il loro diritto democratico di esprimere opinioni e solidarietà, solleva serie preoccupazioni sulla direzione in cui si sta dirigendo il paese.

L’uso sproporzionato della forza per reprimere il libero pensiero, rappresenta un attacco fondamentale ai principi democratici che dovrebbero essere al centro della nostra società. La democrazia si basa sulla libertà di espressione, sulla diversità di opinioni e sul rispetto per i diritti umani. Tuttavia, l’azione della polizia a Pisa e Firenze sembra indicare un tentativo di soffocare tali valori, suscitando serie e ragionevoli preoccupazioni sulla messa in pericolo delle fondamenta stesse della nostra società democratica.

In un contesto, in cui la situazione geopolitica richiede un dibattito aperto e onesto su questioni come il conflitto in Medio Oriente, è essenziale che la libera voce degli studenti e dei cittadini venga rispettata e ascoltata anziché repressa con la forza oppressiva e lesiva. Infatti, l’utilizzo di cariche contro manifestanti pacifici è non solo un segnale di intolleranza ma anche una violazione dei diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione.

Le forze di opposizione, sensibili a questa crescente minaccia alla democrazia, stanno agendo con decisione annunciando interrogazioni parlamentari. Il ministro Piantedosi è chiamato a rispondere delle azioni della polizia sotto la sua responsabilità e a dimostrare se il governo è disposto a difendere i principi democratici o se preferisce scorciatoie autoritarie nel gestire le divergenze di opinione.

È imperativo che il dibattito politico rimanga aperto e costruttivo, senza ricorrere alla violenza come risposta alle divergenze ideologiche e politiche. La forza non dovrebbe mai essere uno strumento per piegare il libero pensiero; al contrario, dovrebbe essere la forza delle idee e della discussione a plasmare il nostro futuro collettivo.

Quanto accaduto a Pisa e Firenze richiede una riflessione profonda sulla situazione attuale e sulle minacce alla democrazia. Il popolo italiano merita un governo che rispetti e protegga quanti intendono manifestare le loro opinioni e i diritti fondamentali nella piena libertà di espressione che la Costituzione stabilisce e tutela in termini inderogabili, promuovendo un clima di apertura e tolleranza. La risposta alle divergenze ideologiche e di opinione, quando espresse nel rispetto delle norme generali, non dovrebbe mai essere la repressione, ma piuttosto il dialogo costruttivo e il rispetto reciproco, pilastri essenziali di una società democratica sana.

Alberto Angeli

Palazzina LAF. La storia di una sconfitta ( e di una grande civiltà oltraggiata). di A. Castronovi

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Ho visto Palazzina LAF, il film italiano diretto e interpretato da Michele Riondino al suo debutto da regista. Il film è tratto da ” Fumo sulla città” , libro dello scrittore Alessandro Leogrande che avrebbe dovuto anche firmare la sceneggiatura ma che purtroppo durante la lavorazione del film è venuto a mancare. Il film racconta la tragedia di una città , Taranto, e dei suoi figli sfortunati, simboleggiati nelle figure umane sfigurate e abbruttite rinchiuse in un reparto-confino dell’ex ILVA, a sua volta erede dell’Italsider, la fabbrica d’acciaio di Stato più grande d’Europa, che doveva rappresentare il simbolo del riscatto del Mezzogiorno e di una delle sue più importanti città, erede dell’antica civiltà greco-mediterranea: la spartana Taranto. Quella Taranto che dette i natali ad illustri intellettuali come Aristosseno, musicista e filosofo pitagorico uno dei principali allievi di Aristotele; Livio Andronico, il ” poeta religioso” di Roma; Archita, filosofo della corrente dei Pitagorici, amico di Platone, allievo di Pitagora, ed illustre matematico, scienziato, astronomo, musicista, politico e stratega. Le scuole della città ce li ricordano ancora tramandandone la memoria con licei e scuole ad essi intitolati . Io mi sono diplomato in uno di questi . Quella stessa Taranto i cui paesaggi e bellezze naturali furono cantati e resi immortali da Virgilio nelle Georgiche e da Orazio nelle sue Odi.

Nel film questa città non si vede, non si percepisce, ma si vede il mostro che l’ha mangiata e deturpata, si vede la terra avvelenata che uccide la pastorizia, si vedono pezzi della sua degradata periferia, i Tamburi, quartiere reso famoso per le vittime da avvelenamento causate dal fumo nero che lo sovrasta. In questo quartiere era andato a vivere il protagonista del film, Caterino Lamanna, un operaio appena promosso a capo-squadra in cambio di servigi da rendere come spia dell’azienda e inviato nel reparto-confino della LAF, dove erano rinchiusi e mobbizzati decine di lavoratori e di sindacalisti che non si erano arresi e sottomessi alla disciplina di fabbrica.

È un film di denuncia di un episodio scandaloso della storia del conflitto sociale e di classe in Italia, conflitto rimosso e dimenticato dalla coscienza nazionale, ma che un tempo nutriva le speranze di riscatto sociale di un popolo e dei suoi ceti subalterni. Taranto è una città martirizzata ancora oggi da uno sviluppo disumano, cresciuto come un cancro da quella fabbrica disumana in cui ho visto nascere i primi metal-mezzadri, secolari contadini e braccianti che si trasformavano improvvisamente in operai, pur rimanendo contadini nell’anima. Ho visto negli anni ’70 i grandi cortei operai sfilare in città con le bandiere rosse e riempire le sue piazze. E ricordo i brividi e la commozione che ti davano quelle immagini.

Un futuro e una speranza sembravano possibili. Poi tutto è finito. Inesorabilmente. Poi è arrivata la normalizzazione neoliberale. Il socialismo buttato nella pattumiera della storia, la lotta di classe diventata un residuo del passato. Il mondo del lavoro viene così cacciato nell’inferno che nella ex-ILVA è rappresentato dalla Palazzina LAF. Ma quella palazzina è il reparto-confino di una storia intera , la storia del novecento, del secolo delle rivoluzioni sociali e proletarie, del secolo delle sue sconfitte e dei suoi tradimenti, di un secolo di cui si vuole cancellare persino la memoria nelle nuove generazioni. Diciamocelo. I nostri avversari sono stati “bravi”.Ci hanno sconfitto nella lotta di classe e stanno cancellando la memoria stessa delle lotte dei vinti anche nei suoi figli. Ma la Storia, come profetizzava Benjamin, sta alle nostre spalle con le sue macerie, e basta uno sguardo rivolto al passato per riconoscerla. È questa la chiave attraverso cui i rejetti possono redimersi e risollevarsi, riprendendosi il proprio posto nella storia. È l” Apocalisse” – Rivelazione che i vincitori di oggi temono: la resurrezione e il ritorno dei vinti.

Antonio Castronovi

Articolo già pubblicato su “L’interferenza”.

https://www.linterferenza.info/cultura/palazzina-laf-la-storia-sconfitta-grande-civilta-oltraggiata/?fbclid=IwAR34DKzBmss9Xxfl5q_2zWBKZeMGVQk0if-MOZgcgKx4fNPykc37NQUvHoE

La svolta autoritaria, di A. Valentini

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Molti a sinistra allarmati gridano alla svolta autoritaria. CGIL e UIL tentano timidamente di rialzare la testa e promuovono uno sciopero generale (8 ore di sciopero) molto articolato, che tra l’altro non coinvolge alcuni settori pubblici considerati vitali. Ma nonostante uno sciopero così blando, il Governo Meloni, addirittura Salvini invocano la precettazione, i media – fatte poche eccezioni – e quasi tutto il sistema dei partiti – espressione della metà degli elettori – si scagliano contro il diritto di sciopero e contro le due Confederazioni che hanno deciso una modesta mobilitazione sindacale, mentre sarebbero necessarie ben altre mobilitazioni di lotta per tutelare il mondo del lavoro, drammaticamente colpito dalla crisi e dai provvedimenti di un Governo perfettamente in linea con i falchi neoliberisti dalla Ue. Come del tutto inadeguata è stata la reazione dell’opposizione alla proposta costituzionale del centrodestra della elezione diretta del premier. Se tale proposta costituzionale dovesse essere realizzata l’Italia sarebbe l’unico paese al mondo ad avere un simile sistema istituzionale. Da qui il “grido di dolore”, l’allarme, il pericolo di una svolta autoritaria. Pare che nessuno si sia accorto che la svolta già c’è stata e si è affermata nel corso degli ultimi trent’anni. Con l’ascesa del dominio del capitale finanziario, ascesa sancita dal trattato di Maastricht, si è realizzato in Italia, come in tutto l’Occidente, un sistema politico a-democratico che ha messo in discussione anche il diritto di sciopero, regolandolo con molti limiti e restrizioni. La Costituzione è stata manomessa, attenzione non tanto nei principi fondamentali (nessuno è così sprovveduto da metterli in discussione) ma negli articoli successivi che regolano la loro attuazione. Dunque, le scelte di questo Governo sono il risultato di politiche in cui paritarie sono le responsabilità sia del centrodestra sia del centrosinistra. Si guardi, per fare un solo esempio, alla politica estera schiacciata sull’atlantismo e con tutti i media a sostenerla. Gridare allora alla svolta autoritaria quando tutti i buoi sono scappati dalla stalla politicamente significa solo mettersi lungo la striscia del susseguirsi di pesanti atti che hanno smantellato tutte le conquiste politiche, economiche, sociali e democratiche della prima Repubblica, che hanno condotto a questo sistema a-democratico, in cui le decisioni che contano sono prese da una ristretta élite finanziaria per giunta fuori dall’Italia. Se non è autoritarismo questo sistema non so che significato dare al concetto di autoritarismo. Una vera forza di cambiamento rivoluzionario allora invece di gridare al lupo, che si è già mangiato quasi tutto quello che c’era da mangiare, dovrebbe attrezzarsi di una strategia che contrasti tale sistema politico a-democratico espressione del capitale finanziario.

Comunque pur con i tanti e tanti limiti alla sciopero della CGIL e UIL aderisco. Meglio poco, anzi pochissimo del tutto insufficiente, che niente. Ma la strada da percorrere non è sicuramente questa.

Sandro Valentini

Ha un futuro la destra italiana? di M. Zanier

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Quando si guarda al Governo Meloni, spesso si è preoccupati del rischio di una lunga sterzata a destra della politica italiana e più di un osservatore ha gridato all’inizio di un nuovo Ventennio. Se è comprensibile la preoccupazione di molti per le politiche sociali e culturali di destra che possano ledere diritti fondamentali e non ascoltare le richieste provenienti dagli strati sociali più bassi, sulla longevità di questa maggioranza o sulla riproducibilità in futuro di questa coalizione di centro-destra nutro molte perplessità.

La coalizione che il 25 settembre 2022 ha vinto le elezioni politiche ottenendo il 44% dei voti con un’astensione che ha superato il 63% dei votanti, era costituita del 26% di Fratelli d’Italia, la Lega ferma al 9%, Forza Italia all’8% e Noi Moderati che non raggiungeva l’1%.

Se questo raggruppamento si chiama di Centro-Destra è per la presenza di Forza Italia e, in misura minore dei centristi di destra di Maurizio Lupi (che ha raccolto anche i voti democristiani dell’Udc di Lorenzo Cesa), che bilanciano in senso moderato i due partiti più schiettamente di Destra che sono Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e la Lega di Matteo Salvini, che sono la maggioranza relativa e orientano questa coalizione in modo nuovo rispetto al passato. Ma queste sono cose note.

Quello su cui si riflette molto poco, secondo me, è che l’anello debole di questa maggioranza di governo è costituita dai moderati, ossia da Forza Italia soprattutto che è modellata da sempre sulla persona del suo leader, Silvio Berlusconi, che è nato nel 1936 e non può essere immortale e che non presuppone un vero ricambio generazionale al suo interno, nonostante si diano molto da fare Maurizio Gasparri, Antonio Tajani e il giovane Alessandro Cattaneo. Nessuno in quel partito, questa è una certezza, può prendere il posto per quell’elettorato di Berlusconi, che è il carismatico padrone del suo partito e che continua ad orientare molte testate giornalistiche oltreché il suo apparato di emittenti televisive. Quando lui non ci sarà più un giorno (gli auguro lontano), il suo partito sarà destinato a sciogliersi come neve al sole o a ridimensionarsi fortemente anche e soprattutto come immaginario popolare per quell’elettorato ed i suoi deputati, senatori e amministratori locali non potranno essere automaticamente “saltare il fosso” come hanno fatto alcuni di loro oggi entrando in Fratelli d’Italia, perché non è automatico che chi ha votato un partito moderato e padronale voti un partito postfascista come quello guidato da Giorgia Meloni. Non è così che funziona.

Senza l’8% di Forza Italia, i democristiani di destra che rendono presentabile questa coalizione di nostalgici, non si aggregheranno, credo, automaticamente al carrozzone di Giorgia Meloni e Salvini (anche lui mi pare insidiato all’interno della Lega da una nuova generazione di amministratori locali ambiziosi) e lei non potrà andare lontano, non avendo matematicamente i numeri per governare ancora. Quindi mettiamo da parte la paura di una lunga e salda coalizione di Destra-Centro. Questa perciò rischia di essere per la Meloni la prima e l’unica occasione di stare al governo del Paese.

Anche perché i moltissimi che l’hanno votata nel 2022, giocandosi così l’ultima carta, sperando cioè che l’unica persona che non era mai stata alle leve del comando, potesse dare loro delle risposte e delle soluzioni definitive, si renderanno presto conto che non potrà essere così. Perché è contro l’aumento dei salari più bassi, perché dovrà ancora proseguire le politiche sull’immigrazione impostate negli anni passati dato che lo chiedono gli industriali che hanno bisogno di manodopera strutturale, perché i suoi esponenti di spicco parlano con disprezzo dei giovani che percepiscono il reddito di cittadinanza mandandoli a zappare nei campi, senza tanti giri di parole e attaccano i diritti delle coppie omosessuali che in una certa misura hanno votato (incautamente direi) per il centro-destra.

Ovviamente lo sgretolamento a fine legislatura della coalizione guidata dalla Meloni non risolve al mio avviso il problema di una rappresentanza politica degna e responsabile.

Il fronte progressista che ha fatto un salto di qualità prima con la conferma di Giuseppe Conte a capo di un Movimento 5 Stelle ancorato ad una proposta progressista, poi con l’elezione di Elly Schlein al vertice del Partito Democratico che si pone in grande discontinuità col moderatismo di Enrico Letta e si collega alle richieste della CGIL da un lato, del popolo arcobaleno dall’altro e fa cartello sul salario minimo con le altre opposizioni. Ma non basta. Bisogna ripartire, secondo me, dai territori, dalla Scuola e dalla Salute pubblica, dalla difesa dell’ambiente, dai luoghi di lavoro, prendendo una posizione ferma nei confronti delle aziende che delocalizzano e licenziano operai ed impiegati da un giorno all’altro, in contesti spesso meno combattivi della realtà operaia della GKN che da qualche anno sta facendo scuola. C’è bisogno a sinistra di una visione del futuro, di un’idea di trasformazione graduale e profonda della società che a me piace chiamare ancora Socialismo.

Marco Zanier.

La Comune di Parigi: una democrazia operaia. di A. Angeli

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Un dovere celebrare il 152° anniversario della Comune di Parigi, quando nacque il primo governo operaio che influenzò le idee di Karl Marx.

La Comune di Parigi rappresenta storicamente la prima esperienza rivoluzionaria che vide i lavoratori assumere brevemente il potere e dare corpo al primo governo operaio. La rivoluzione operaia nacque 152 anni fa nel mese di marzo, precisamente il 18-03-1871. Il movimento operaio governò la città per 72 giorni tra marzo e maggio 1871, con al centro la libertà e la democrazia. Karl Marx descrisse la Comune di Parigi come: “La prima rivoluzione in cui la classe operaia è stata apertamente riconosciuta come l’unica classe capace di iniziativa sociale, anche dalla gran parte della classe media parigina – negozianti, commercianti, mercanti – il ricco capitalista è il solo escluso”. Frederick Engels in seguito scrisse: “La Comune di Parigi è stata la dittatura del proletariato. La prima esperienza di liberazione dalla schiavitù della borghesia e del patriziato”.

La Comune nasce a seguito di una sconfitta militare francese. Tutto inizia nel 1870, quando scoppiò la guerra tra Francia e Prussia. Le forze francesi furono rapidamente distrutte all’inizio di ottobre 1870 e Parigi fu posta sotto assedio totale. I governanti francesi firmarono un armistizio con la Prussia alla fine del 1870. Il popolo considerò quell’accordo un tradimento, a cui si associarono quanti avevano cercato di difendere Parigi. In particolare l’affare fece infuriare la Guardia Nazionale, una forza che costituita prevalentemente dalle fasce più povere della popolazione.

I testi ci ricordano che il comitato centrale della Guardia Nazionale aveva collocato e approntato 400 cannoni in varie parti della città pronti per l’attacco. Al fine di coordinare e organizzarne il controllo, il capo del nuovo governo provvisorio, uscito dall’armistizio, Adolphe Thiers, ordinò il 18 marzo il sequestro dei cannoni. Questo scatenò una reazione da cui prese corpo la resistenza, che si preparò a fronteggiare l’esercito francese, che nel frattempo era riuscito a mettere al sicuro i cannoni, subito però fronteggiato e ostacolato da miglia di lavoratori che si convogliarono nei punti nevralgici per impedirne l’occultamento. Le donne, nella circostanza, svolsero un ruolo fondamentale nell’intimidire i soldati e alimentare le aspettative della resistenza. A Louise Michel, membro della Guardia Nazionale, fu affidato il ruolo di difendere le armi.

Subito si mosse dirigendosi verso la chiesa e suonò le campane per chiamare a raccolta la popolazione. Richiamò attorno a se oltre 200 donne, per affrontare il forte esercito formato da oltre 3.000 soldati. Questo segnò l’inizio della rivolta. Al proposito, Michel scrisse: “Siamo corsi al doppio suono delle campane, sapendo che c’era pronto ad attaccarci un esercito in formazione di battaglia. Ci aspettavamo di morire per la libertà. Tutto il genere femminile era al nostro fianco, non so come ma abbiamo vinto il primo scontro.»

Nel frattempo Thiers ordinò ai soldati di sparare contro la mobilitazione e disarmare gli operai. Ma i soldati rifiutarono, portando sezioni dell’esercito a unirsi ai parigini contro i generali. Due di questi furono assassinati dai loro soldati. Allora Thiers ordinò l’evacuazione di Parigi. Le donne durante la rivolta si comportarono come gli uomini e parteciparono attivamente alla costruzione delle barricate, brandirono le armi e si unirono a comitati. Molte di loro pretesero e ottennero un comando e si dimostrarono all’altezza del compito e spesso più coraggiose degli uomini. Con il loro esempio anticiparono quello che divenne poi il pensiero di Karl Marx. Infatti, Marx, sapeva che per raggiungere la liberazione le donne dovevano lottare per sé stesse. “È vero, forse, che alle donne piacciono le ribellioni contro il potere. Non siamo migliori noi uomini quanto al potere, ma il potere non ci ha ancora corrotti e noi guardiamo con interesse al ruolo delle donne ”.

Il 26 marzo i lavoratori si riunirono e deliberarono di eleggere un proprio consiglio che lavorasse nel proprio interesse per la sicurezza e la liberazione. Marx scrisse: “Il vecchio mondo si contorceva in convulsioni di rabbia alla vista della bandiera rossa”. Engels da parte sua aggiunse: «la Comune si servì di due espedienti infallibili. In primo luogo la creazione dei responsabili di tutti i posti di comando mediante le elezione. In secondo luogo, tutti i funzionari, indipendentemente dal grado, furono retribuiti come gli altri lavoratori, una parità di trattamento introdotta per prevenire il carrierismo”. A differenza dei parlamenti borghesi, infatti, tutti i membri degli organismi dirigenti furono eletti democraticamente con il voto dei lavoratori in rivolta. La Comune fece della Guardia Nazionale il principale corpo armato. Allo scopo fu introdotto un tetto salariale, fu deliberato di chiudere i banchi dei pegni e sospeso il debito dello Stato e sancita la separazione tra chiesa e stato, stabilendo la libertà delle religioni allora presenti nella Comune e la laicità dello stato. Fu abolito il lavoro minorile, concesse pensioni alle vedove/vedovi della guardia uccisa e fu stabilito il diritto dei dipendenti a rilevare un’attività.

l’internazionalismo venne assunto come visione del nuovo rapporto con gli altri popoli per la conquista della pace perpetua, impegnando la Comune a difendere l’autodeterminazione dei popoli, quale punto di riferimento della nuova politica verso gli altri Stati. Forte fu la spinta, da parte dei lavoratori, a combattere ogni proposito nazionalista rivendicato dagli ex leader della borghesia aristocratica e dalla nobiltà, poiché in contrasto con l’ideale della fratellanza universale che deve unire tutti i popoli e le razze, senza diversità alcuna sia culturale che di colore. “La bandiera della Comune è la bandiera della repubblica mondiale”, venne sancito dalla rivoluzione.

Tuttavia, una parte della classe aristocratico/borghese sopravvissuta alla rivoluzione, che manteneva ancora un controllo sulle grandi proprietà terriere, le attività commerciali e il controllo dei porti e delle dogane, manifestò la sua insoddisfazione e si dichiarò contraria alla leadership della Guardia Nazionale. Ma, il suo vero obiettivo era di impedire ai lavoratori la gestione amministrativa e politica della nuova realtà, conquistata con la rivoluzione. Infatti, superate le divergenze tra aristocrazia e borghesia, accantonate le differenze politiche nazionaliste preesistenti con i generali Prussiani, si unirono per mettere in atto la distruzione delle organizzazioni armate dei lavoratori parigini. Una reazione che Marx aveva purtroppo previsto. La Comune non poté raggiungere il suo obbiettivo del pieno potere statale poiché le forze che si organizzarono contro di essa si rivelarono troppo grandi e meglio organizzate. La prima reazione prese corpo il 21 maggio, allorché le forze statali fecero irruzione in città e massacrato le truppe rivoluzionarie e i civili della Guardia Nazionale. Dopo sette giorni di terribili scontri il 28 maggio la Comune fu soppressa dall’esercito, cui seguì una dura repressione, con oltre 30.000 morti durante i combattimenti o giustiziate direttamente una volta capitolare. I processi militari, che ne breve tempo vennero organizzati, coinvolsero ulteriori 40.000 ex combattenti o organizzatori della Comune, con conseguenti esecuzioni, lavori forzati o incarcerati con pene che prevedevano l’isolamento totale fino alla morte. Furono ripristinati i benefici a favore della borghesia, dei nobili e del clero reinsediando i privilegi del patriziato.

La Comune era stata schiacciata, sconfitta, cancellata. E tuttavia la breve esperienza della rivoluzione Comunarda offriva alla storia un esempio concreto di un nuovo modello di società democratica, egualitaria, rispettosa dei diritti e delle differenze di genere e per il superamento delle divisioni di classe sociale. La Comune è stata cruciale nel pensiero di Karl Marx, sia sull’importanza del concetto di classe che sul ruolo dello stato. La riflessione su quella rivoluzione gli ha permesso di approfondire e ampliare le sue idee. E quell’esperienza e le riflessioni elaborate da Marx sono ancora oggi una lezione storica, la quale, seguendo le sue parole, “sarà celebrata per sempre come il glorioso precursore di una nuova società e i suoi martiri saranno custoditi nel grande cuore della classe operaia”

Alberto Angeli

Il pesce senza testa. di R. Achilli

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Questo Paese non è riuscito, pur avendo avuto fasi molto promettenti, a consolidare una classe dirigente degna di questo nome.

Possiamo tirare in ballo fattori strutturali: l’assenza di una borghesia sufficientemente capitalizzata da potersi costituire come gruppo dirigente con afflato nazionale, rimanendo sostanzialmente una appendice semi parassitaria delle relazioni con la politica; il controllo criminale di rilevanti regioni del Sud, che ha finito per estendere i suoi tentacoli fino ai centri del potere politico ed economico, creando una selezione avversa ai vertici decisionali; una connaturata attitudine al clientelismo che fa parte del nostro bagaglio.

Essenzialmente non c’è più nemmeno quel simulacro di classe dirigente che pur nella bistrattata Prima Repubblica si era creata, perché il Paese è allo sfascio culturale e morale. Fedez e la Ferragni sono ormai gli intellettuali collettivi.

Ma anche perché non ce n’è bisogno. Frantz Fanon, quando analizzava i processi di decolonizzazione, puntava il dito sulla misera qualità dei gruppi dirigenti indigeni: essenzialmente valletti di poteri esterni, cooptati per fedeltà al padrone, dotati di una mentalità più commerciale che amministrativa, fondamentalmente dei trafficanti con una sovrastruttura retorica di esaltazione del comando esterno.

L’Italia di oggi è più o meno in questa situazione semi-coloniale. Nella sua scellerata esistenza, una sola cosa Draghi ha detto di condivisibile: un Paese con il 140% di debito pubblico e con una modesta capacità di crescita potenziale non ha nessuna sovranità. Le decisioni sono prese dai creditori o da coloro che temono l’esplosione di una bolla debitoria, che avrebbe ripercussioni globali, stanti le dimensioni assolute del nostro debito.

È chiaro quindi che non c’è classe dirigente perché le decisioni strategiche sono prese altrove. Non nei palazzi romani o nelle ormai fatiscenti palazzine del logoro potere sindacale o associativo. Ai nostri gruppi dirigenti vengono lasciate solo le decisioni di sotto-politica, un po’ come al cane viene lasciato l’osso, mentre il padrone si mangia la ciccia: le cadreghe, la piccola intermediazione localistica, l’affarismo e la corruttela di piccolo cabotaggio.

Nel migliore dei casi il dirittocivilismo innocuo, perché sganciato dai diritti sociali. Così come l’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio, i diritti delle donne o del mondo Lgbt, senza aggancio dentro un movimento politico più ampio di rivendicazione di un maggior potere dentro i rapporti produttivi, si traducono in un miserrimo riconoscimento formale di diritti che la componente più benestante e che vive in un contesto di relazioni globalizzate ha già, e di cui la donna in povertà, o il gay in miseria, non sanno cosa farsene. È bello, per parafrasare Pino Daniele, “ascire pe le strade e gridare “so’ normale!”, ma se la pancia è vuota è una soddisfazione piuttosto sterile.

E così la classe dirigente viene sostituita da amministratori coloniali che vivono dentro circuiti corruttivi e nepotistici, oppure da squallidi pagliacci che prendono in giro, a turno, l’elettore medio, fintanto che il loro gioco viene scoperto e sono prontamente sostituiti da nuovi underdog più giovani, più trendy, con giacche più colorate, con promesse più abbaglianti.

Non c’è granché da dire, e nemmeno da scandalizzarsi. Questo Paese ha ciò che si è meritato.

Riccardo Achilli

Per un programma del Partito Unitario dei Lavoratori. di D. Lamacchia

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No, non esiste un Partito Unitario dei Lavoratori. Non ancora. Spero che al più presto possa avviarsi un processo che porti alla sua formazione o ad una forza simile. Un partito che abbia l’ambizione di unificare tutte le forze intellettuali ed organizzative che fanno riferimento al mondo del lavoro per dargli la prospettiva di una emancipazione, condizione unica per una emancipazione di tutta la società verso un modello di tipo socialista, democratico ed egualitario.

Dopo gli anni dallo scioglimento del PCI e delle vicende che hanno attraversato le realtà seguite a tale evento, PD, RC, SI, LEU, Art. Uno, ecc. e la catastrofe delle ultime elezioni è inevitabile pensare che se si vuole dare concretezza ad una prospettiva di crescita di una forza di sinistra in Italia si debba partire dal riconoscere che le divisioni sono la causa principale della sconfitta elettorale e della perdita di consenso tra i lavoratori e l’elettorato più in generale.

La necessità di un nuovo partito nasce dal riconoscere vero che nessuna delle realtà attualmente esistenti possa unificare tutte le opzioni in campo. Non serve a nulla fare delle sommatorie ma è necessaria una nuova sintesi.

Non credo che un ruolo unificante possa svolgerlo il PD. Non sono chiari in quel partito le caratterizzazioni identitarie. Fatto che ha portato alle diverse scissioni. Il cambio dei vertici a partire dal Segretario non è sufficiente a colmare il vuoto e le contraddizioni della proposta. Troppo sono sedimentate le abitudini, i caratteri, le culture, i contrasti anche personali.

Da dove partire? Innanzitutto da una condivisione della lettura della situazione internazionale. Grazie agli eventi seguiti allo sfaldamento del blocco sovietico e anche allo sviluppo della tecnologia digitale (il villaggio globale) una situazione nuova si è venuta a determinare nell’equilibrio tra le potenze. È saltato l’equilibrio nato a Yalta subito dopo il II conflitto mondiale. Soprattutto vanno evidenziate la crescita di Cina e India e dei paesi che per un periodo furono chiamati “non allineati”, oggi identificati come BRICS. Alcuni parlano dell’avvento del “secolo cinese”. Difatti va riconosciuta una perdita di egemonia dei paesi occidentali e degli USA in particolare. Fatto che induce a riconoscere la necessità di un mondo pluricentrico capace di coscientizzare che le problematiche vissute dal mondo non sono risolvibili con azioni unilaterali. Valgano ad esempio i problemi del cambiamento climatico, della transizione energetica ad esso connessa, dello sforzo necessario per risolvere problemi endemici come la fame e le malattie, specie quelle infettive, le migrazioni causate dagli squilibri. Un nuovo ordine mondiale necessita e non può venire se non attraverso un passo avanti in direzione di un superamento delle diseguaglianze. Un Europa più unita, coesa, autonoma ne è condizione necessaria. L’attuale conflitto Russia-Ucraina può essere letto come una conseguenza dell’avvenuto disequilibrio tra le potenze. Fermo restando la condanna all’invasione dell’Ucraina da parte russa, va ricercata la via per un cessate il fuoco e l’avvio di trattative tese alla pace.

È da considerare inammissibile che forze di sinistra votino in parlamento come le destre sui provvedimenti tesi all’aiuto all’ucraina, innanzitutto per la fornitura di armi.

Una forza di sinistra non può non considerare la NATO come strumento obsoleto ai fini di un equilibrio tra le potenze. Un ruolo di autonomia necessita da parte europea con la strutturazione di un esercito autonomo capace di imporre un suo punto di vista senza accondiscendenze passive agli USA o ad altre potenze.

Per quanto attiene alle politiche sociali una forza di sinistra non può che avere come riferimento le classi lavoratrici, i sui bisogni, rivendicazioni, volontà di riscatto, aspirazioni, speranze. I cambiamenti nella struttura del mondo economico, nei modi di produzione dovuto all’avvento del digitale ha sicuramente chiuso l’epoca dell’“operaismo” ma non quella dei conflitti sociali e del contrasto “capitale-lavoro”. Lo dicono il diffuso precariato anche di fasce sociali un tempo protette, l’alta disoccupazione giovanile, la perdita di potere salariale, la interruzione della mobilità sociale, il contrasto tra periferie e centri urbani, la solitudine degli anziani per citare solo alcuni delle contraddizioni in atto, più in generale l’acuirsi della forbice tra garantiti e non garantiti.

Una forza di sinistra non può che promuovere ogni azione tesa ad un allargamento e diffusione delle garanzie sociali, di maggiore e più diffuso benessere.

Prioritario deve essere considerata la protezione del potere di acquisto salariale. Ciò può avvenire per mezzo di automatismi come lo fu la scala mobile.

La proposta di stabilire un salario minimo per legge deve essere considerato un obbiettivo perseguibile insieme al rafforzamento della contrattazione nazionale.

L’ipotesi di una riduzione dell’orario di lavoro secondo la logica “lavorare meno, lavorare tutti” deve essere un obiettivo strategico prioritario. Così per l’abolizione del Jobs Act e delle forme di precariato.

La lotta alla disoccupazione soprattutto giovanile deve essere perseguita attraverso politiche di investimenti poderosi da parte pubblica in direzione dei settori cardini dell’economia: trasporti, scuola, formazione e ricerca, sanità, infrastrutture, abitazione, ecc.

Ciò può avvenire attraverso un riequilibrio della spesa privilegiando quella “fruttuosa” verso quella “infruttuosa” riducendo sprechi e investimenti in settori come gli armamenti, un maggiore controllo sugli esiti delle cantierizzazioni, unificazione dei centri di spesa.

Cardine di una politica di sinistra è la riforma del fisco, confermando e migliorando l’impianto progressivo, per mezzo di un taglio del cuneo fiscale soprattutto per la parte gravante sui lavoratori.

La crescita delle entrate deve fondarsi sull’aumento della base contributiva generata dagli investimenti e una efficace lotta alla evasione.

Prioritarie devono essere considerate “riforme di struttura” che mirino ad un rafforzamento del dominio pubblico su quello privato, specie nei settori strategici e sensibili: energia, comunicazione, infrastrutture, sanità, formazione e ricerca, trasporti, con la eliminazione del criterio dannoso che scarica le spese sul pubblico e i profitti sul privato. Si vedano a tale proposito la condizione di alcune realtà come l’Alitalia, la sanità in alcune regioni, il settore siderurgico, il settore delle telecomunicazioni, le autostrade.

Il miglioramento della efficienza dei servizi deve essere realizzato per mezzo di tecniche di controllo della qualità che coinvolgono sia gli operatori che l’utenza, non solo la dirigenza, con incentivazioni salariali degli operatori sulla base di criteri di soddisfazione dell’utenza e il raggiungimento di obiettivi definiti di eccellenza.

Sono questi solo alcune delle tematiche da affrontare. Non meno importanti sono i temi delle forme di partecipazione. Quale partito, con quale struttura organizzativa, nazionale e territoriale, come selezionare i gruppi dirigenti per impedire ingressi miranti al carrierismo o alla rappresentanza di interessi lobbistici o di categoria, all’autoreferenzialità?

Buona riflessione!

Donato Lamacchia