Mi permetto di sottoporre le seguenti mie riflessioni sulla polemica sorta in merito alle candidature sui Municipi qui a Roma.
“Tutti gli strati sociali più vivi e dinamici della struttura cittadina chiedono che la futura gestione politico-amministrativa crei le migliori condizioni per realizzare un percorso diverso dal passato.
Ciò potrà realizzarsi attraverso la partecipazione attiva di tutte le componenti dello schieramento di sinistra e con la disponibilità, da parte della sua classe dirigente, ad ascoltare le idee, le proposte e le analisi che provengono dai vari settori della società romana quale espressione della coscienza democratica della città.
Il Partito Socialista romano intende continuare su questa strada e far corpo con l’azione politica delle altre componenti di sinistra per pervenire alla vittoria della tornata elettorale e poter amministrare la città per raggiungere un comune obiettivo: scrivere la nuova storia di Roma.
E’ nostro impegno primario richiamare e soffermarci su tutti gli aspetti della vita e dei problemi cittadini in modo meticoloso e preciso.
Aspetti cittadini che riguardano, ad esempio: la salute, l’igiene, la cultura, il tempo libero, i rifiuti, l’assistenza, i servizi sociali, il verde e l’ambiente, i lavori pubblici, le politiche di solidarietà, l’assetto del territorio, i trasporti urbani, il rapporti con il personale comunale, i rapporti con le società partecipate e, soprattutto, l’impostazione del bilancio cittadino.
Cosa limita questo mio ragionamento?
Il limite riguarda il fatto che è opinione comune, oramai, che i compagni eletti nelle file del PD anche alle recenti consultazioni elettorali politiche non hanno un peso tale da poter incidere nelle svolte decisive del nostro Paese e della città.
E su questo noi militanti siamo spesso sollecitati a ricordare il contributo socialista, nel passato e nel presente, solo attraverso alcune figure e, per alcuni versi, solo attraverso due segretari: Bettino Craxi e Nencini.
Non è così care compagne e cari compagni!
Il Partito Socialista ha avuto tante figure di primo piano nel panorama politico socialista e nazionale. Abbiamo avuto non poche “leaderships” capaci di assicurare una elaborazione politica coerente con i valori socialisti.
Perché ricordare solo Craxi e Nencini?
Le battaglie di altri compagni quali Nenni, De Martino e Giacomo Mancini, straordinario protagonista della politica nazionale e della sinistra italiana che ha avuto la forza degli ideali, sono forse minori o da dimenticare?
Il nostro corpo di militanti avverte che la “centralità” socialista è presente e non può essere messa nel dimenticatoio dei volumi di storia o essere riferita a pochi suoi segretari.
In ogni occasione del passato il PSI è stato in grado di dare risposte adeguate e democratiche avanzate alle crisi che il Paese ha attraversato nel mentre, oggi, altre forze politiche fanno in modo di avere i nostri voti, ma non il nostro contributo di idee e proposte anche attraverso il riconoscimento di candidature a livello di presidente di Municipi.
Una presenza concordata e ridotta di rappresentanti nelle liste quasi come ospiti e certamente in posti di “seconda scelta” non aiuta, ma non possiamo e dobbiamo solo limitarci a deboli opposizioni.
Questo è uno dei punti snodali che il PSI, romano e non, deve affrontare oggi se vuole raggiungere risultati tali da poter meglio posizionarsi nel panorama delle formazioni politiche che tendono a far si che i socialisti possano aspirare solo ad un ruolo comprimario, al premio di rappresentanza e, soprattutto, a non essere più portatori di voti per il Partito socialista stesso.
L’autonomia politica si conquista con le azioni quotidiane e non si chiede l’autorizzazione per poterla rappresentare.
I compagni Nenni, De Martino e Mancini (e in particolare quest’ultimo) al di là della percentuale che il PSI esprimeva a livello elettorale e parlamentare, non mi risulta abbiano mai chiesto a nessun altro partito o ai compagni socialisti (segretari o non) all’interno del PSI stesso, l’autorizzazione o il permesso a rappresentare le loro idee e le loro proposte in modo autonomo.
Ci vuole coraggio, fermezza e convinzione nelle proprie idee e le compagne socialiste ed i compagni socialisti sono abituati al dibattito sulle idee e alla libertà di pensiero.
Facciamo in modo che si apra un confronto politico ampio con il PD e con il suo candidato sindaco che, se non erro, ha accolto con grande soddisfazione e disponibilità il nostro apporto in un pubblico dibattito organizzato da noi socialisti.
Se non è di parola in questa fase sarà difficile che possa mantenere la parola data nel momento in cui sarà stato eletto sindaco con i voti socialisti.
E’ bene rifletterci, compagne e compagni, e questo è il mio invito verso tutti: dirigenti e militanti.
L’attacco alla Costituzione partì già quasi all’indomani del suo varo. Il 2 agosto 1952 Guido Gonella, all’epoca segretario politico della Democrazia cristiana, chiedeva – in un pubblico comizio – di riformare la Costituzione italiana, entrata in vigore appena tre anni e mezzo prima, il 1 gennaio 1948. Si trattava di un discorso tenuto a Canazei, in Trentino, e la richiesta di riforma mirava – come egli si espresse – a «rafforzare l’autorità dello Stato», ad eliminare cioè quelle «disfunzioni della vita dello Stato che possono avere la loro radice nella stessa Costituzione». E concludeva, sprezzante: «la Costituzione non è il Corano!» (Il nuovo Corriere, Firenze, 3 agosto 1952).
Nello stesso intervento, il segretario della Dc, richiamandosi più volte a De Gasperi, chiedeva di modificare la legge elettorale, che – essendo proporzionale – dava all’opposizione (Pci e Psi) una notevole rappresentanza parlamentare. L’idea lanciata allora, in piena estate, era di costituire dei «collegi plurinominali», onde favorire i partiti che si presentassero alle elezioni politiche «apparentati» (Dc e alleati).
Come si vede, sin da allora l’attacco alla Costituzione e alla legge elettorale proporzionale (la sola che rispetti l’articolo 48 della Costituzione, che sancisce il «voto uguale») andavano di pari passo.
Pochi mesi dopo, alla ripresa dell’attività parlamentare fu posto in essere il progetto di legge elettorale (scritta da Scelba e dall’ex-fascista Tesauro, rettore a Napoli e ormai parlamentare democristiano) che è passata alla storia come «legge truffa». Imposta, contro l’ostruzionismo parlamentare, da un colpo di mano del presidente del senato Meuccio Ruini, quella legge fu bocciata dagli elettori, il cui voto (il 7 giugno 1953) non fece scattare il cospicuo «premio di maggioranza» previsto per i partiti «apparentati».
L’istanza di cambiare la Costituzione al fine di dare più potere all’esecutivo divenne poi, per molto tempo, la parola d’ordine della destra, interna ed esterna alla Dc, spalleggiata dal movimento per la «Nuova Repubblica» guidato da Randolfo Pacciardi (repubblicano poi espulso da Pri), postosi in pericolosa vicinanza – nonostante il suo passato antifascista – con i vari movimenti neofascisti, che una «nuova Repubblica» appunto domandavano.
La sconfitta della «legge truffa» alle elezioni del 1953 mise per molto tempo fuori gioco le spinte governative in direzione delle due riforme care alla destra: cambiare la Costituzione e cambiare in senso maggioritario la legge elettorale proporzionale. Che infatti resse per altri 40 anni. Quando, all’inizio degli anni Novanta, la sinistra, ansiosa di cancellare il proprio passato, capeggiò il movimento – ormai agevolmente vittorioso – volto ad instaurare una legge elettorale maggioritaria, il colpo principale alla Costituzione era ormai sferrato. Ammoniva allora, inascoltato, Raniero La Valle che cambiare legge elettorale abrogando il principio proporzionale significava già di per sé cambiare la Costituzione. (Basti pensare, del resto, che, con una rappresentanza parlamentare truccata grazie alle leggi maggioritarie, gli articoli della Costituzione che prevedono una maggioranza qualificata per decisioni cruciali perdono significato). Ma la speranza della nuova leadership di sinistra (affossatasi più tardi nella scelta suicida di assumere la generica veste di partito democratico) era di vincere le elezioni al tavolo da gioco. Oggi è il peggior governo che l’ex-sinistra sia stata capace di esprimere a varare, a tappe forzate e a colpi di voti di fiducia, entrambe le riforme: quella della legge elettorale, finalmente resa conforme ad un tavolo da poker, e quella della Costituzione.
Ma perché, e in che cosa, la Costituzione varata alla fine del 1947 dà fastidio? Si sa che la destra non l’ha mai deglutita, non solo per principi fondamentali (e in particolare per l’articolo 3) ma anche, e non meno, per quanto essa sancisce sulla prevalenza dell’«utilità sociale» rispetto al diritto di proprietà (agli articoli 41 e 42). Più spiccio di altri, Berlusconi parlava – al tempo suo – della nostra Costituzione come di tipo «sovietico»; il 19 agosto 2010 il Corriere della sera pubblicò un inedito dell’appena scomparso Cossiga in cui il presidente-gladiatore definiva la nostra costituzione come «la nostra Yalta». E sullo stesso giornale il 12 agosto 2003 il solerte Ostellino aveva richiesto la riforma dell’articolo 1 a causa dell’intollerabile – a suo avviso – definizione della Repubblica come «fondata sul lavoro». E dieci anni dopo (23 ottobre 2013) tornava alla carica (ma rimbeccato) chiedendo ancora una volta la modifica del nostro ordinamento: questa volta argomentando «che nella stesura della prima parte della Costituzione – quella sui diritti – ebbe un grande ruolo Palmiro Togliatti, l’uomo che avrebbe voluto fare dell’Italia una democrazia popolare sul modello dell’Urss». Di tali parole non è tanto rimarchevole l’incultura storico-giuridica quanto commovente è il pathos, sia pure mal riposto.
Dà fastidio il nesso che la Costituzione, in ogni sua parte, stabilisce tra libertà e giustizia. Dà fastidio – e lo lamentano a voce spiegata i cosiddetti «liberali puri» convinti che finalmente sia giunta la volta buona per il taglio col passato – che la nostra Costituzione sancisca oltre ai diritti politici i diritti sociali. Vorrebbero che questi ultimi venissero confinati nella legislazione ordinaria, onde potersene all’occorrenza sbarazzare a proprio piacimento, come è accaduto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
La coniugazione di libertà e giustizia era già nei principi generali della Costituzione della prima Repubblica francese (1793): «La libertà ha la sua regola nella giustizia». Ed è stata poi presente nelle costituzioni – italiana, francese della IV Repubblica, tedesca – sorte dopo la fine del predominio fascista sull’Europa: fine sanguinosa, cui i movimenti di resistenza diedero un contributo che non solo giovò all’azione degli eserciti (alleati e sovietico) ma che connotò politicamente quella vittoria. Nel caso del nostro paese, è ben noto che l’azione politico-militare della Resistenza fu decisiva per impedire che – secondo l’auspicio ad esempio di Churchill – il dopofascismo si risolvesse nel mero ripristino dell’Italia prefascista magari serbando l’istituto monarchico.
La grande sfida fu, allora, di attuare un ordinamento, e preparare una prassi, che andassero oltre il fascismo: che cioè tenessero nel debito conto le istanze sociali che il fascismo, pur recependole, aveva però ingabbiato, d’intesa coi ceti proprietari, nel controllo autoritario dello Stato di polizia, e sterilizzato con l’addomesticamento dei sindacati. La sfida che ebbe il fulcro politico-militare nell’insurrezione dell’aprile ’45 e trovò forma sapiente e durevole nella Costituzione consisteva dunque – andando oltre il fascismo – nel coniugare rivoluzione sociale e democrazia politica. Perciò Calamandrei parlò, plaudendo, di «Costituzione eversiva» (1955), e perciò la vita contrastata di essa fu regolata dai variabili rapporti di forza della lunga «guerra fredda» oltre che dalle capacità soggettive dei protagonisti. C’è un abisso tra Palmiro Togliatti e il clan di Banca Etruria. Va da sé che l’estinguersi dei «socialismi» con la conseguente deriva in senso irrazionalistico-religioso delle periferie interne ed esterne all’Occidente illusoriamente vittorioso hanno travolto il quadro che s’è qui voluto sommariamente delineare. La carenza di statisti capaci e la autoflagellazione della fu sinistra non costituiscono certo il terreno più favorevole alla pur doverosa prosecuzione della lotta.
Luciano Canfora
articolo pubblicato sul quotidiano “il manifesto” e consultabile al link http://ilmanifesto.info/attacco-alla-costituzione-una-lunga-storia/
Pubblichiamo sulle nostre pagine l’ interessante riflessione di Roberto Donini sull’esito dell’ultimo Referendum, ospitata sulla rivista “l’interferenza” di cui condividiamo molte posizioni critiche e molti spunti di dibattito. La nostra scelta vuole essere anche un gesto di solidarietà e di aiuto nei confronti di quella testata che in rete porta avanti coraggiosamente un confronto articolato e fuori dagli schemi dell’informazione tradizionale e che ora purtroppo è sotto attacco dei media.
La Redazione.
Per una lettura del fallimento del referendum.
Il referendum contro le trivellazioni non è dunque arrivato al quorum – 31,19% generale (32,15% in Italia) 15,5 mln di votanti- ciò cosa significa sul piano reale (tecnico), ideale-ideologico e politico? Scomporrei il tutto in tre domande: perché le persone sono così disaffezionate alle consultazioni (comprese oramai quelle elettorali)? Come viene condotta la discussione l’informazione politica? I veri motivi di potere, lontani dai quesiti referendari come dai programmi politici? Proviamo a costruire un filo o meglio un bicchiere.
Bicchiere mezzo pieno. Nonostante il caos informativo, dovuto allo stato miserrimo della propaganda dei media ma anche e soprattutto alla fine di sedi politiche di discussione e informazione popolare come erano i partiti di massa, quasi la metà dei votanti alle elezioni politiche-amministrative c’è “stato”. Significa che comunque sopravvive una “resistenza antropologica”, più che politica, un istinto a difendere il proprio cervello dalle idiozie somministrate dal pensiero dominante e “corretto”. Certo la maggioranza viene coinvolta nella deriva astensionista ma è una semplificazione demagogica che porterà “ruina” a colui che la arruola tra le sue fila. La realtà è più complessa.
Bicchiere. Il quesito referendario, nella sua veste giuridica, riguardava la fine (il termine temporale) dei contratti di concessione alle piattaforme entro le 12 miglia nautiche. Invece qual’era l’entità reale del problema? I motivi veri e “volgarissimi” dell’indizione del referendum? Infine la prospettiva concreta del petrolio mediterraneo? L’entità reale è ridicola: si tratta di poche decine di piattaforme di cui molte ferme, un buon numero improduttive, cioè diseconomiche, costando assai più di quello che producono, infine alcune (sotto alla decina) produttive di gas naturale. Interessante è capire le motivazioni “frondiste” dell’indizione. Perché ad indire il referendum sono state regioni del PD (capofila Emiliano in Puglia) o comunque di (cosiddetto) centro-sinistra? Perché, per imbrogli (inchiesta attorno al ministro Guidi) o sciatteria tecnico-burocratica (le cose avvengono pure o soprattutto per caso nel “sottobosco” ministeriale italiano), nei contratti (con le aziende petrolifere) ci si è dimenticato (o si è omesso) di precisare il piccolo dettaglio, di chi e quando vanno smantellate le piattaforme improduttive (quasi tutte) ovvero chi ci mette la “grana” per farlo. Lì si è aperta la querelle interna al “partito che non esiste” (PD) che è poi stata “politicizzata”. Tuttavia l’argomento trova, infine, spiegazione “macroeconomica”, cioè più vasta e prospettica, arrivando al petrolio, al fatto. Primo, nel mediterraneo c’è poco petrolio e continuare a trivellare in mare, cioè in condizione di investimenti maggiori, è cosa già fallita (si pensi che sta fallendo la stessa trivellazione, ben più ricca di quantità estratte, del mare del nord); secondo, la diseconomia nasce dal prezzo “deflattivo” del petrolio: giusto ieri l’Arabia Saudita (litigando con l’Iran) ha confermato l’aumento della produzione con ulteriore calo dei prezzi. In pratica il petrolio, estratto a “terra”, “te lo tirano appresso” e non c’è argomento, nell’attuale economia globale, di “petrolio nazionale” che possa tenere.
Bicchiere mezzo vuoto. Nei due referendum del giugno 2011 sull’acqua pubblica e nucleare, nonostante il medesimo imbarazzo e disimpegno delle forze politiche, si travolsero privatizzatori e nuclearisti. Certo occorre ricordare l’effetto emotivo di Fukushima ma in generale c’è un dato ora non presente: allora si organizzò il movimento per l’acqua e si ri-organizzò il più antico movimento antinuclearista, insomma nonostante la già putrefazione dei partiti ci fù un soggetto militante. La politica di palazzo apparve per quello che è: chiacchiere. Ora mi pare che le chiacchiere e una speranza simbolica, fideistica, fatta di mari limpidi e generiche perorazioni naturalistiche ed edonistiche (prendiamoci la tintarella) non abbiano rovesciato il “disimpegno” ed elevato i ricordati e bassi contenuti reali del quesito. Il problema della ricostruzione di un soggetto stabile è avere una chiara e razionale visione dove inquadrare le banalità, insomma rispondere alle emozioni-idiote di “petrolio nazionale” e agli “11.000 licenziamenti” non con le emozioni-foto di acque cristalline ma offrendo un altro modello economico in grado di sbarazzarsi della catena maggiore: “petrolio-auto”.
Bicchiere rotto. Poi senti, ieri sera, la demagogia di Renzi, il bollettino della vittoria, e capisci che, come si dice a Napoli, “sta ‘nguaiato”. Invece di mantenere un profilo basso, attacca le regioni e il suo principale avversario di “fronda”. Lui sa che il petrolio italiano è finito (per fortuna non è quasi mai iniziato) e che gli 11000 perderanno il lavoro ma preferisce buttarla in caciara per guadagnare qualche decimale “oggi” a fini interni. Ricorre a tutti i trucchi da baraccone e arruola nel “partito della nazione che non esiste” pure chi ha votato ma la realtà al di sotto delle lodi adulatorie è miseranda. Renzi e tutto il burattiname prodottosi attorno (prima/dopo) la “letterina dall’Europa” (5.8.2011) vive cirenaicamente “giorno per giorno”, con l’ingrato compito del ciarlatano di far credere che un precipizio sia una pianura. La cosa più interessante (sintomatica, direbbe uno psichiatra) e paradossale dell’ignobile discorso di ieri sera è che con l’ipocrita mozione degli affetti ha cercato di rendere il dramma della realtà (licenziamenti, ragazzo che avrebbe voluto votare) ma poi è prevalsa, proprio nel pronunciarla, “l’autoreferenzialità”, il rissoso parapiglia con le regioni e gli insulti con Emiliano. Dunque se guardiamo meglio, criticamente, dal bicchiere rotto della politica si vedono i nervosismi dei suoi attori incapaci di governare la frattura dalla realtà e ridotti, pirandellianamente, a cercarsi un autore per farsi apprezzare dai poteri veri. Purtroppo, come segnalavamo, negli stessi cocci fluttano indefiniti i soggetti “oppositivi” privi di una teoria del reale che dia alla prassi una continuità di battaglia.
Sono passati ormai due anni dal decreto Poletti, primo capitolo del Jobs Act con il quale è stato liberalizzato il ricorso ai contratti a tempo determinato. Da allora il diritto del lavoro italiano è stato riscritto e completamente destrutturato. In attuazione della legge delega n. 183/2014, sono stati emanati dal governo ben otto decreti legislativi delegati, con i quali tra l’altro:
– è stato pressoché abolito l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori per gli assunti con contratto a tutele crescenti (cioè tutti gli assunti a tempo indeterminato dopo il 7 marzo 2015), i quali non potranno praticamente mai essere reintegrati nel loro posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo;
– è stato introdotta in molti casi la possibilità di demansionare il dipendente;
– è stato legittimato il controllo a distanza sugli strumenti di lavoro, prevedendo anche l’utilizzabilità a fini disciplinari dei dati raccolti.
Le norme su demansionamento e controlli a distanza si applicano non solo ai nuovi assunti, ma a tutti e da subito. Non si può certo dire, dunque, che il governo Renzi non abbia fatto le riforme. Il problema è: come le riforme sono state fatte?Gli obiettivi propagandati dal governo erano quelli di creare nuova occupazione e di combattere il precariato. Quanto al primo obiettivo, i dati ci dicono che, al formidabile aumento di potere attribuito al datore di lavoro, non si è accompagnato un significativo aumento dell’occupazione complessiva.
E dire che il governo è stato generosissimo con le imprese, regalando incentivi a pioggia. La decontribuzione è già stata peraltro ridotta: quando cesserà del tutto l’effetto boomerang sarà inevitabile. Quelle ingenti risorse potevano dunque essere meglio impiegate. Anche il secondo obiettivo, quello di limitare il ricorso a forme di lavoro precario, sembra essere destinato ad un flop clamoroso. Già il contratto a tutele crescenti, per come è strutturato, costituisce esso stesso una sorta di ossimoro negoziale: è un contratto stabile e precario nello stesso tempo.
Ma i dati confermano nel contempo la tenuta delle assunzioni a termine e l’esplosione del lavoro accessorio. forma estrema di precariato. Se a ciò si aggiunge la scarsità di risorse destinate agli ammortizzatori sociali, si può tranquillamente affermare che la flexsecurity in salsa nostrana è ben lontana dai modelli nord europei ai quali si è finto di ispirarsi. Preso atto della gravità dell’attacco ai diritti dei lavoratori, la Cgil non si limita a protestare, ma finalmente formula una propria autonoma proposta di nuovo Statuto del lavoro.
Si tratta di una proposta molto complessa e ambiziosa, composta di ben 95 articoli destinata a divenire una proposta di legge di iniziativa popolare dopo la consultazione di cinque milioni di iscritti, ai quali in queste settimane viene richiesto il mandato per sostenerla anche con specifici quesiti referendari. Il testo, molto articolato anche perché vuol dare una risposta all’altezza dei tempi, si compone di tre parti.
Il titolo I sancisce diritti dei lavoratori a portata universale, configurabili in gran parte come diritti di cittadinanza, che valgono per tutti a prescindere dalla natura subordinata, parasubordinata ovvero autonoma del rapporto. Si tratta di norme tendenzialmente precettive, che garantiscono il diritto ad un lavoro dignitoso; ad un compenso equo e proporzionato; a condizioni ambientali sicure; al riposo ed alla conciliazione tra vita professionale e familiare; alla non discriminazione ed alle pari opportunità tra generi; alla riservatezza ed all’informazione; a forme di tutela assistenziale e pensionistica; ed altri diritti ancora.
Nel titolo II, destinato al diritto sindacale, si affronta finalmente la storica questione della piena attuazione dell’art. 39, seconda parte, della Costituzione, al fine di restituire centralità ed effettività alla rappresentanza sindacale e nel contempo di garantire l’efficacia generale (erga omnes) della contrattazione collettiva.
Nel titolo III , infine, si ripristinano i diritti cancellati o ridotti in questi anni, a cominciare dall’apparato sanzionatorio in caso di licenziamento illegittimo, nella cui disciplina riacquista piena centralità la reintegrazione nel posto di lavoro.
Un progetto ambizioso e di lungo respiro, dunque, che speriamo abbia le gambe per marciare. Ci sarà certo chi dirà che si vuole ritornare al passato: ma è indice di modernità togliere i diritti, incentivare la precarietà e l’insicurezza, dare il via libera ad ogni possibile abuso da parte delle imprese? Ed inoltre: è servito a qualcosa?
Vincenzo Martino
Avvocato giuslavorista, vice-presidente di AGI, Avvocati Giuslavoristi Italiani
tratto dal sito http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/10/jobs-act-e-la-dignita-del-lavoro/2448580/
Purtroppo non c’è peggior sordo che non vuol sentire:
Area Socialista ha dichiarato a più riprese le ragioni politiche e pratiche che hanno orientato la decisione di non partecipare ad un Congresso di fatto già confezionato che ha in origine mutilato le possibilità di dialettica, originato da vizi formali e che avevamo consigliato di rinviare per la contemporaneità referendaria e per l’imminente campagna amministrativa di fatto già avviata.
Area Socialista ha promosso una posizione politica chiara sulla questione delle trivelle aderendo alle ragioni del SI, non attendendo un orientamento di “libertà di voto” contraddetta immediatamente dallo schieramento del segretario Nencini sul No.
Ha promosso da tempo il COMITATO PER IL NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE in attesa di formalizzarne la nascita e di formulare il manifesto di adesione in un’assise che si terrà a Roma fra il 16 e il 17 Aprile.
Una posizione chiara che non poteva essere assunta da coloro che hanno ripetutamente votato a favore di questa riforma e alla legge elettorale Italicum, questione quest’ultima da non ritenere negoziabile in un’assise congressuale attenendo a principi e valori essenziali per una forza politica di ispirazione socialista e democratica.
Ha garantito la propria presenza a fianco i compagni candidati alle amministrative sotto il simbolo socialista pur sapendo che in grandi aree urbane del paese non sarà presente alcuna lista nonostante una certa propaganda insista nell’affermare il contrario.
Promuove la prospettiva di una lista larga e unitaria del socialismo italiano come prospettiva elettorale, posizione in evidente contrasto con la condotta sin qui tenuta dal segretario del PSI che non pone nel suo orizzonte politico ciò che da tempo i socialisti reclamano.
Non sappiamo allo stato quale rito liturgico verrà esercitato al congresso, emergono tuttavia due posizioni nette e chiaramente contrapposte e difficilmente sovrapponibili
E la prospettiva del mantenimento in vita di una posizione politica afferente al socialismo democratico italiano é troppo importante per essere liquidata con la burocrazia e la propaganda.
Si vota il 17 aprile nel silenzio dei media. Le mistificazioni del governo e i pericoli dell’energia fossile. Al prossimo referendum un Sì contro le trivelle per cambiare paradigma
Quando si vota
Mancano ormai poco meno di quattro settimane al voto popolare che domenica 17 aprile 2016 vedrà i cittadini italiani recarsi alle urne per esprimere il proprio parere sulle trivellazioni in mare. Sostenuto da innumerevoli associazioni e movimenti No Triv, e promosso da ben nove regioni dal sud al nord, questoreferendum abrogativo, tra i pochi strumenti di democrazia diretta che la nostra Costituzione ancora prevede, chiederà ai cittadini di fermare le trivelle, mettendo progressivamente fine all’estrazione di petrolio e gas nei mari italiani. Inoltre, il prossimo referendum rappresenta uno spauracchio fastidioso per quella politica governativa costruita sull’egoismo personale e sulla logica dello sfruttamento e del massimo consumo. La censura mediatica a livello nazionale, forzata sporadicamente dalla disinformazione, è il segno tangibile delle paure di un establishment che per mezzo della legge di Stabilità e del decreto Sblocca Italia tenta di asservire i diritti, l’ambiente e la salute pubblica al sistema del profitto privato.
Il quesito referendario
I promotori del referendum chiedono di cancellare, grazie all’unico quesito dichiarato ammissibile dalla Corte costituzionale sui 6 presentati, l’assurda norma che, rinnovando in automatico le concessioni fino all’esaurimento delle scorte, consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo. Per realizzare questo obbiettivo, basterà rispondere con un Sì al testo del quesito: «Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale?”». Hanno diritto di voto tutti i cittadini italiani maggiorenni, anche residenti all’estero, e domenica 17 aprile si voterà in tutta Italia. Perché il referendum sia valido sarà necessario raggiungere il quorum del 50% più uno degli aventi diritto al voto e, a tale proposito, la vergognosa propaganda pro-astensione del Partito Democratico è essenzialmente strumentale agli interessi delle lobby.
Royalties, concessioni e risorse
Partendo proprio dal presupposto che gli idrocarburi presenti sul territorio nazionale dovrebbero essere considerati come patrimonio dello Stato, è bene sapere che le aziende estrattrici di petrolio e gas versano cifre irrisorie nelle casse pubbliche. Tramite concessioni, aiuti e sconti vari, le fonti fossili del nostro Paese, già dannose di per sé, vengono svendute alle multinazionali che sono tenute a pagare solo il 7% del valore del petrolio estratto e il 10% del gas. Oltretutto, in questo conteggio non figura la metà di quanto estratto, perché il materiale fino ad un limite di 80 milioni di metri cubi di gas, e di 50 mila tonnellate di petrolio, non è soggetto a royalties. Questo significa che il totale dei proventi per lo Stato derivati dalle estrazioni dell’ultimo anno non arrivano a 350 milioni di euro. Un vero e proprio regalo alle compagnie petrolifere, alle quali viene concesso il privilegio di sfruttare una quantità di fonti fossili che, in ogni caso, non possono assicurare all’Italia l’indipendenza energetica. Infatti secondo gli esperti, il fabbisogno nazionale potrebbe essere assicurato dal totale del petrolio per 7 settimane, e fino a un massimo di 6 mesi per quanto riguarda il gas. E se volessimo considerare anche le riserve probabili, come hanno fatto in una intervista gli scienziati del CNR critici con la politica energetica del governo, trivellando a tappeto tutto il nostro territorio la totalità degli idrocarburi estratti non sarebbe comunque sufficiente per più di 25 mesi. Siamo dunque ancora una volta molto lontani dalle più rosee previsioni del governo Renzi.
Pericoli e lavoro
Le trivellazioni petrolifere e di gas vanno avanti da decenni nei nostri mari mettendo a rischio ecosistemi fragili e dal raro significato storico e paesaggistico. In questo contesto, i dati recentemente resi pubblici per la prima volta in un dettagliato rapporto di Greenpeace raccontano una realtà senz’altro preoccupante. Nell’Adriatico, a quanto emerge dai monitoraggi e dalle analisi chimico-fisiche dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), commissionati peraltro dall’ENI, “i sedimenti nei pressi delle piattaforme sono spesso molto contaminati”, al punto che la maggioranza delle piattaforme stesse “presenta sedimenti con contaminazione oltre i limiti fissati dalle normative comunitarie”. Metalli pesanti, sostanze tossiche e cancerogene che, risalendo la catena alimentare, sempre più spesso ritroviamo nei nostri piatti o nelle acque che utilizziamo. La Basilicata, per esempio, è una regione ricca di petrolio ma, allo stesso tempo, è la più povera d’Italia e ha una percentuale di morti per tumore superiore alla media nazionale. In una inchiesta realizzata dal Corriere della Sera nel 2013, il legame tra inquinamento, attività di estrazione e malattie è riassunto perfettamente, mentre si sottolinea che le aziende agricole della regione si sono dimezzate nell’arco di soli 10 anni. Come in Francia per quel che riguarda l’energia nucleare, anche in Italia molti incidenti di “secondo piano”, e varie anomalie, vengono ufficialmente nascosti. Molti degli impianti infatti pur essendo largamente automatizzati sono obsoleti, e alcuni dei giacimenti risalgono addirittura agli anni ’70. Sul versante lavoro con una vittoria del Sì non verrebbe perso neppure un posto, liberando gradualmente il territorio dal ricatto delle aziende petrolifere che ormai da anni preferiscono la tecnologia ai lavoratori. Chi rischia invece di essere ulteriormente danneggiata dall’attività a tempo indeterminato delle trivelle è una biodiversità dal valore inestimabile. L’economia fondata sul turismo e sulla pesca impiega nel nostro Paese più di 3 milioni di persone, arrivando a contare per circa il 20% del PILnazionale. Secondo gli operatori dei due settori, da tempo in fase di mobilitazione per sostenere il Sì al referendum, le piattaforme sono indubbiamente dannose.
Incidenti e mistificazioni
Sono passati più di sei anni dal disastro ambientale provocato dalla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon della BP nel Golfo del Messico, ma i danni sono ancora profondi e ben visibili. Questo tipo di incidenti però non sono così lontani da noi, sia in ordine di tempo che di spazio, ed hanno un altissimo potenziale distruttivo per la natura. Solo una decina di giorni fa, un guasto alle condotte sottomarine di una piattaforma offshore britannica avrebbe provocato uno sversamento di greggio nei pressi delle isole tunisine Kerkennah, e la marea nera scaturita dall’incidente si troverebbe in questo momento a non più di 100 chilometri da Lampedusa. In questo senso il PD, cercando di boicottare il voto popolare, mostra chiaramente come le sue politiche neoliberiste siano antitetiche a uno sviluppo territoriale, economico e culturale, basato sulla qualità e sul rispetto dell’ambiente. Tagli lineari e austerità per tutti noi, favoritismi fiscali e normativi per le compagnie petrolifere che vogliono investire a basso costo nel nostro Paese, come documenta Italian Offshore. Al di là delle narrazioni tossiche, alle quali il premier ci ha ormai abituati, l’esecutivo, decidendo di non accorpare il referendum alle elezioni amministrative in un“election day”, ha letteralmente sperperato una quantità di denaro pubblico esorbitante. E pensare che proprio Renzi, al tempo del referendum sull’acqua pubblica, fu in prima fila nel chiedere a Berlusconi un tale accorpamento. Ma si sa, la coerenza nel PD non è di casa. Debora Serracchiani, vice-segretaria del partito, in un paio di anni è passata dalla difesa del mare Adriatico dai rischi delle trivellazioni petrolifere, all’attacco dei principi democratici in nome delle trivelle. E come se non bastasse, all’ultimo congresso dei “giovani democratici”, il presidente del Consiglio si è lanciato a sostegno dell’astensionismo sfoderando una serie di argomentazioni grottesche e mostrando per l’ennesima volta il suo disprezzo per la democrazia e per il popolo, che già era stato ampiamente evidenziato dalla mancanza di una qualsiasi campagna di informazione a favore dei cittadini. Tempestati da un fiume di retorica, che va dalle non meglio precisate speculazioni dei nostri vicini croati all’invasione dei nostri mari da parte di una miriade di petroliere, siamo stati abbandonati al sentito dire. Con un serio piano di rinnovamento energetico, e alla luce della costante diminuzione del consumo di energie fossili, l’importazione di petrolio scomparirà progressivamente come le mistificazioni del governo.
Un Sì per cambiare paradigma
Quello che serve oggi al nostro Paese è un radicale cambio di paradigma. Il petrolio e il gas, misero regalo nelle mani delle multinazionali, non convengono né all’ecosistema né all’economia. L’atteggiamento retogrado del governo, che punta su risorse tanto nocive quanto irrilevanti, mette in serio pericolo il futuro energetico dell’Italia. Liberi dal giogo politico dei fossili, per il quale l’Italia ha “investito” un 60% in meno in energia pulita rispetto agli altri paesi, e dalla scellerata logica del profitto “costi quel che costi”, i nostri territori avrebbero una potenzialità enorme per rilanciare una modernizzazione fatta di ricerca, innovazione e fonti rinnovabili, le stesse che quest’anno ci porteranno a produrre il 40% dell’elettricità totale. È possibile ottenere l’indipendenza energetica passando a un modello di sviluppo nel quale l’uso e la produzione di energie alternative vengono inquadrati in una dinamica di riduzione dei consumi e di risparmio energetico, proiettandoci così verso un futuro sostenibile in linea con gli impegni presi dall’Italia alla COP21 di Parigi e lontano dalle catastrofiche guerre del petrolio. Il 17 aprile votiamo Sì per fermare le trivelle e per cambiare il nostro presente, assicurandoci un futuro.
Giampaolo Martinotti
tratto dal sito: http://popoffquotidiano.it/2016/03/24/referendum-contro-le-trivelle-non-fossilizziamoci/
Era il lontano 1988. E in quell’anno fu presentata per la prima volta una proposta di legge per regolamentare le “Famiglie di fatto”. Sono passati quasi trenta anni da quella preziosa iniziativa di un deputato, e la ricordo ancora bene. E quel deputato era una donna, una socialista, una compagna straordinaria e il suo nome era Agata Alma Cappiello.
Dopo un approfondito dibattito con varie associazioni e l’Arcigay, Alma presentò la Proposita di legge (PdL N. 2340, Disciplina della famiglia di fatto, 12 febbraio 1988) per il riconoscimento delle convivenze tra “persone”. La Proposta di Legge non venne mai calendarizzati tra i lavori del Parlamento.
La proposta di Alma, che ebbe ampia risonanza sulla stampa (che con una semplificazione giornalistica parlò di “matrimonio di serie b”), mirava a riconoscere i diritti della famiglia di fatto anche alle coppie omosessuali.
Una Proposta di Legge che nei contenuti anticipava le sentenze della Corte Costituzionale (Sentenza 138/2010) e della Corte di Cassazione (Sentenza n. 4184/2012, depositata il 15 marzo 2012) nel riconoscere “ per formazione sociale (art. 2 Costituzione) ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri”.
Brillante avvocato milanese, ma di origini napoletane, Alma non dimenticò mai la vera essenza del socialismo, quella fatta dai diritti civili, in particolare per le donne e per le minoranze, come la comunità lgbt.
Alma non c’è più ormai da dieci anni, ci ha lasciato troppo presto ancora giovane a soli cinquantotto anni, dopo essere transitata nel centrosinistra, dove sperava di poter condurre ancora le sue battaglie per i diritti civili.
Nel 1988, quasi trenta anni fa, c’era una donna nella politica capace di pensare a due uomini che convivono come una “famiglia di fatto”. Una donna di una bellezza stordente, di una bravura e con una passione politica unica, che ho conosciuto e che ricordo con affetto e ammirazione. Agata Alma Cappiello, pasionaria socialista.
Lontano dai riflettori e dallo “scandalismo” della stampa, il tessuto urbanistico e sociale di Roma continua a lacerarsi nel silenzio e nella indifferenza.Per ribadire il nostro NO ai tentativi di “terziarizzazione” del centro storico, alla dismissione e all’abbandono del patrimonio pubblico!
Pretendiamo l’autorecupero degli stabili pubblici abbandonati e la rigenerazione sociale dei quartieri!
Dibattito/Confronto
24 febbraio 2016 ore 17
presso il palazzo “auto recuperato” di via Gustavo Modena 40 (Trastevere).
coordina Renato Rizzo, Unione Inquilini Roma
intervengono:
Paolo Berdini (urbanista)
Guido Lanciano (segretario Unione Inquilini di Roma)
Fabrizio Nizi (Action-diritti in movimento)
Salvatore Di Cesare (cooperativa di autorecupero vivere 2000)
Fabio Alberti (“deliberiamo Roma”)
Mirella Belvisi (urbanista)
Luigi Tamborrino (centro culturale Rialto)
Mario Furfaro (SEL)
Giovanni Barbera (Partito Rifondazione Comunista)
Con invito esteso a Stefano Fassina (candidato della sinistra) a Roberto Morrassut (candidato primarie PD) e al Movimento 5 Stelle.
promuovono
Unione Inquilini, Cooperativa Vivere 2000, Comitato Inquilini Centro Storico.
Incontriamoci il 19, 20 e 21 febbraio a Roma per ridare senso alla parola “politica” come strumento utile a cambiare concretamente le nostre vite. Incontriamoci per organizzarci e costruire un nuovo soggetto politico, uno spazio aperto, democratico, autonomo.
Non è un annuncio. È una proposta.
Non sarà un evento cui assistere da spettatori.
Non ti chiediamo di venire a riempire la sala, battere le mani e chiacchierare in un corridoio come accade di solito in queste assemblee.
Mettiamoci in cammino per condividere un processo e costruire insieme un nuovo progetto politico innovativo e all’altezza della sfida. Un progetto alternativo alla politica d’oggi, svuotata e autoreferenziale, che ritrovi tanto il legame con la propria storia, quanto la capacità di scrivere il futuro.
L’obiettivo
È ora di cambiare questo paese e le condizioni di vita di milioni di persone, colpite dalla crisi e dalle politiche neoliberiste e di austerità, svuotate della capacità di immaginare il proprio futuro. Vogliamo costruire un’alternativa di società, pensata da donne e uomini, fatta di pace e giustizia sociale e ambientale, unici veri antidoti per fermare le destre e l’antipolitica, il terrore di Daesh, i cambiamenti climatici. Serve una netta discontinuità con il recente passato di sconfitte e testimonianza, per metterci in sintonia con le sinistre europee che indicano un’alternativa di lotta e speranza. Dobbiamo metterci in connessione con il nostro popolo, con i suoi desideri e le sue paure, con le centinaia di esperienze territoriali e innovative che stanno già cambiando l’Italia, spesso lontani dalla politica.
Bisognerà cambiare molto: redistribuire le ricchezze e abbattere le diseguaglianze sociali e di genere, costruire un nuovo welfare e eliminare la precarietà, restituendo dignità al mondo del lavoro. È ora di cambiare il modo in cui si produce e quello in cui si consuma, il modo in cui si fa scuola e formazione, le politiche per accogliere. Intendiamo difendere la Costituzione e i suoi valori, per difendere la democrazia.
Il governo Renzi e il PD vanno in una direzione diametralmente opposta e ci raccontano che non c’è un’alternativa. Per noi invece non solo un’alternativa è possibile ma è necessaria ed è basata sui diritti, sull’uguaglianza, sui beni comuni.
Dobbiamo organizzarci. Organizzare innanzitutto la parte che più ha subito gli effetti della crisi, chi ha voglia e bisogno di riscatto, di cambiamento, chi non crede più alla politica; lottando tanto nelle istituzioni quanto nella società. Una forza politica, non un cartello elettorale, che si candidi a governare il paese per cambiarlo e che lo faccia con un profilo credibile, in competizione con tutti gli altri poli esistenti.
Partecipa
Probabilmente ti starai facendo alcune domande: “come funzionerà il nuovo soggetto?”, “come si chiamerà?”, “quale sarà il suo programma?”, “è possibile innovare la forma partito?”, “chi sarà il suo o la sua leader?”, “c’è davvero bisogno di un leader? E, se sì, come verrà scelto?” A queste e tante altre domande la risposta è semplice e per questo rivoluzionaria: lo decideremo insieme.
Partecipiamo a questo percorso come persone, “una testa un voto”, riconoscendogli piena sovranità. Abbiamo bisogno di una sinistra di tutti e di tutte: non un percorso pattizio, ma una nuova forza politica che nasca dalla partecipazione diretta di migliaia di persone.
Cambiamo la politica, innoviamo le forme della democrazia, diamo la parola ai cittadini, attraverso una piattaforma digitale per il confronto, la codecisione, la cooperazione e l’azione. Ma non basta: serve restituire protagonismo alla vita dei territori attraverso una campagna di ascolto con assemblee per connettere percorsi e conflitti, scrivere collettivamente il nostro programma, la nostra idea di società, la strada per il cambiamento.
Invitiamo tutti e tutte a partecipare, a rimescolare ogni appartenenza, a mettersi a disposizione, fino allo scioglimento delle forze organizzate, sapendo che solo un cammino realmente inclusivo può essere la strada per coinvolgere i tanti che purtroppo sono scettici e disillusi. Sarà importante l’impegno dei rappresentanti istituzionali a tutti i livelli a mettersi al servizio del processo, agendo da terminale sociale.
Non vogliamo raccogliere solo le istanze dei singoli, ma anche quelle di tutte le esperienze collettive, le reti sociali, le forze sindacali, l’associazionismo diffuso, i movimenti, che in questi anni hanno elaborato e realizzato proposte concrete ed efficaci.
Per questo ci mettiamo in cammino. Non siamo i proprietari di questo percorso, e questo documento non ne vuole determinare gli esiti: proponiamo un obiettivo (costruire un nuovo soggetto di alternativa), un metodo (un cammino fatto di assemblee territoriali e di una piattaforma digitale, adesione individuale, piena sovranità), una data di partenza. Da quella data in poi, sarà chi deciderà di partecipare a indicare la rotta. Cominciamo un viaggio che sappia cambiare noi stessi e il mondo che ci circonda. Mettiamoci in cammino.
La guerra non è fatta solo di armi, eserciti, fronti, distruzione e morte. Comporta anche militarizzazione della società, sospensione dello stato di diritto, cambio radicale di abitudini, milioni di profughi, comparsa di “quinte colonne” e, viva iddio, migliaia di disertori e disfattisti, amici della pace. Quanto basta per capire che siamo già in mezzo a una guerra mondiale, anche se, come dice il papa, “a pezzi”.
Questa guerra, o quel suo “pezzo che si svolge intorno al Mediterraneo, è difficile da riconoscere per l’indeterminatezza dei fronti, in continuo movimento, ma soprattutto degli schieramenti. Se il nemico è il terrorismo islamista e soprattutto l’Isis, che ne è il coagulo, chi combatte l’Isis e chi lo sostiene? A combatterlo sono Iran, Russia e Assad, tutti ancora sotto sanzione o embargo da parte di USA e UE; poi i peshmerga curdi, che sono truppe irregolari, ma soprattutto le milizie del Rojava e il Pkk, che la Turchia di Erdogan vuole distruggere, e Hezbollah, messa al bando da USA e UE, insieme al Pkk, come organizzazioni terroristiche. A sostenere e armare l’Isis, anche ora che fingono di combatterlo (ma non lo fanno), ci sono Arabia Saudita, il maggiore alleato degli Usa in Medioriente, e Turchia, membro strategico della Nato. D’altronde, ad armare l’Isis al suo esordio sono stati proprio gli Stati uniti, come avevano fatto con i talebani in Afghanistan. E se la Libia sta per diventare una propaggine dello stato islamico, lo dobbiamo a Usa, Francia, Italia e altri, che l’hanno fatta a pezzi senza pensare al dopo. Così l’Europa si ritrova in mezzo a una guerra senza fronti definiti e comincia a pagarne conseguenze mai messe in conto.
La posta maggiore di questa guerra sono i profughi: quelli che hanno varcato i confini dell’Unione europea, ma soprattutto i dieci milioni che stazionano ai suoi bordi: in Turchia, Siria, Iran, Libano, Egitto, Libia e Tunisia; in parte in fuga dalla guerra in Siria, in parte cacciati dalle dittature e dal degrado ambientale che l’Occidente sta imponendo nei loro paesi di origine. Respingerli significa restituirli a coloro che li hanno fatti fuggire, rimetterli in loro balìa; costringerli ad accettare il fatto che non hanno altro posto al mondo in cui stare; usare i naufragi come mezzi di dissuasione.
Oppure, come si è cercato di fare al vertice euro-africano di Malta, allestire e finanziare campi di detenzione nei paesi di transito, in quel deserto senza legge che ne ha già inghiottiti più del Mediterraneo; insomma dimostrare che l’Europa è peggio di loro. Ma respingerli vuol dire soprattutto farne il principale punto di forza di un fronte che non comprende solo l’Isis, le sue “province” vassalle ormai presenti in larga parte dell’Africa e i suoi sostenitori più o meno occulti; include anche una moltitudine di cittadini europei o di migranti già residenti in Europa che condividono con quei profughi cultura, nazione, comunità e spesso lingua, tribù e famiglia di origine; e che di fronte al cinismo e alla ferocia dei governi europei vengono sospinti verso una radicalizzazione che, in mancanza di prospettive politiche, si manifesta in una “islamizzazione” feroce e fasulla.
Un processo che non si arresta certo respingendo alle frontiere i profughi, che per le vicende che li hanno segnati sono per forza di cose messaggeri di pace.
Troppa poca attenzione è stata dedicata invece alle tante stragi, spesso altrettanto gravi di quella di Parigi, che costellano quasi ogni giorno i teatri di guerra di Siria, Iraq, Afghanistan, Libia, Nigeria, Yemen, ma anche Libano o Turchia. Non solo a quelle causate da bombardamenti scellerati delle potenze occidentali, ma anche quelle perpetrate dall’Isis e dai suoi sostenitori, di Stato e non, le cui vittime non sono solo yazidi e cristiani, ma soprattutto musulmani. “Si ammazzano tra di loro” viene da pensare a molti, come spesso si fa anche con i delitti di mafia. Ma questo pensiero, come quella disattenzione, sono segni inequivocabili del disprezzo in cui, senza neanche accorgercene, teniamo un’intera componente dell’umanità.
E’ di fronte a quel disprezzo che si formano le “quinte colonne” di giovani, in gran parte nati, cresciuti e “convertiti” in Europa, che poi seminano il terrore nella metropoli a costo e in sprezzo delle proprie come delle altrui vite; e che lo faranno in futuro sempre di più, perché i flussi di profughi e le cause che li determinano (guerre, dittature, miseria e degrado ambientale) non sono destinati a fermarsi, quali che siano le misure adottate per trasformare l’Europa in una fortezza (e quelle adottate o prospettate sono grottesche, se non fossero soprattutto tragiche e criminali).
Coloro che invocano un’altra guerra dell’Europa in Siria, in Libia, e fin nel profondo dell’Africa, resuscitando le invettive di Oriana Fallaci, che speravamo sepolte, contro l’ignavia europea, non si rendono conto dei danni inflitti a quei paesi e a quelle moltitudini costrette a cercare una via di scampo tra noi; né dell’effetto moltiplicatore di una nuova guerra. Ma in realtà vogliono che a quella ferocia verso l’esterno ne corrisponda un’altra, di genere solo per ora differente, verso l’interno: militarizzazione e disciplinamento della vita quotidiana, legittimazione e istituzionalizzazione del razzismo, della discriminazione e dell’arbitrio, rafforzamento delle gerarchie sociali, dissoluzione di ogni forma di solidarietà tra gli oppressi. Non hanno imparato nulla da ciò che la storia tragica dell’Europa avrebbe dovuto insegnarci.
Una politica di accoglienza e di inclusione dei milioni di profughi diretti verso la “fortezza Europa”, dunque, non è solo questione di umanità, condizione comunque irrinunciabile per la comune sopravvivenza. E’ anche la via per ricostruire una vera cultura di pace, oggi resa minoritaria dal frastuono delle incitazioni alla guerra. Perché solo così si può promuovere diserzione e ripensamento anche tra le truppe di coloro che attentano alle nostre vite; e soprattutto ribellione tra la componente femminile delle loro compagini, che è la vera posta in gioco della loro guerra. Nei prossimi decenni i profughi saranno al centro sia del conflitto sociale e politico all’interno degli Stati membri dell’UE, sia del destino stesso dell’Unione, oggi divisa, come mai in passato, dato che ogni governo cerca di scaricare sugli altri il “peso” dell’accoglienza.
Eppure, fino alla crisi del 2008 l’UE assorbiva circa un milione di migranti ogni anno (e ne occorrerebbero ben 3 milioni all’anno per compensare il calo demografico). Ma perché, allora, l’arrivo di un milione di profughi è diventato improvvisamente una sciagura insostenibile? Perché da allora l’Europa ha messo in atto una politica di austerity, a lungo covata negli anni precedenti, finalizzata a smantellare tutti i presidi del lavoro e del sostegno sociale e a privatizzare a man bassa tutti i beni comuni e i servizi pubblici da cui il capitale si ripromette quei profitti che non riesce più a ricavare dalla produzione industriale. Ma quelle politiche, che non danno più né lavoro né redditi decenti a molti, né futuro a milioni di giovani, non possono certo concedere quelle stesse cose a profughi e migranti. Devono solo costringerli alla clandestinità, per pagarli pochissimo, ridurli in condizione servile, usarli come arma di ricatto verso i lavoratori europei per eroderne le conquiste.
Per combattere questa deriva occorrono non solo misure di accoglienza (canali umanitari per sottrarre i profughi ai rischi e allo sfruttamento degli “scafisti” di terra e di mare, e permessi di soggiorno incondizionati, che permettano di muoversi e lavorare in tutti i paesi dell’Unione); ma anche politiche di inclusione: insediamenti distribuiti per facilitare il contatto con le comunità locali, reti sociali di inserimento, accesso all’istruzione e ai sevizi, possibilità di organizzarsi per avere voce quando si decide il futuro dei loro paesi di origine. Ma soprattutto, lavoro: una cosa che un grande piano europeo di conversione ecologica diffusa, indispensabile per fare fronte ai cambiamenti climatici in corso e alternativo alle politiche di austerity, renderebbe comunque necessaria. Ma per parlare di pace occorre che venga bloccata la vendita di armi di ogni tipo agli Stati da cui si riforniscono l’Isis e i suoi vassalli, che non le producono certo in proprio.