Democrazia
La logica lavorativa di chi è di destra. di G. De Grassi

Quanto sono belli i discorsi sulla meritocrazia e quelle teorie secondo cui, se sei povero, è solo colpa tua. Non si tratta di guadagnare tanto o poco: a volte anche quel minimo mensile — che per alcuni non è niente — può fare davvero la differenza. Basta una spesa improvvisa, un imprevisto, e tutto si complica.
Poi arriva lo stipendio, che nel mio caso non ha una cadenza regolare: sono compensi legati alle ore lavorative e a una serie di fattori più grandi di me, e spesso anche delle stesse società con cui collaboro. E alla fine, quando arrivano quei soldi, ci si ritrova con più spese di quando si era cominciato.
Un contratto a tempo indeterminato, magari mentre si studia? Fattibile, sì, ma con 1200 euro al mese oggi si può vivere bene? La scelta sembra questa: meglio guadagnare tanto una tantum o poco ma con costanza? Onestamente direi la seconda, se non fosse che spesso questa comporta di diventare schiavi di qualcuno (salvo rari casi). Nel primo caso ci si sente liberi, anche se liberi non lo si è davvero.
Il punto è proprio questo: le condizioni in cui oggi siamo costretti a lavorare. Aprirmi una partita IVA? Un’ulteriore catena. E mentre cerco di essere preciso nei pagamenti e nel risolvere le varie situazioni, cresce quella pressione e quella voce che ci accusa — noi giovani — di essere nullafacenti, come se nella vita esistessero solo il lavoro e il sacrificio. Ma non è nemmeno di questo che si tratta: il fine ultimo, ormai, sembra essere solo pagare per tutto, e spesso aspettare mesi per ricevere ciò che si è guadagnato.
Io personalmente mi sono sempre dato da fare. Ho lavorato molto per persone che mi hanno fatto mille promesse, ma nei fatti il mio lavoro è spesso rimasto non retribuito, nonostante le ore spese e gli anni impiegati ad apprendere una competenza. Eppure, per alcuni, “basta schiacciare due tasti al computer” e il gioco è fatto. Facile parlare quando i concorsi pubblici si facevano con la quinta elementare, e non servivano certificazioni come l’ICDL, l’alfabetizzazione digitale o il Trinity.
Siamo una generazione colta, ma costretta a vivere come chi non ha mai fatto nulla nella vita. E non dico che non ci sia lavoro, perché il lavoro c’è: il problema è che non è pagato in modo adeguato, né nei tempi né nei compensi.
Invece di spendere il PNRR in armi, usatelo per pagare i docenti che hanno già lavorato, e soprattutto per creare nuovi posti di lavoro. Le idee ci sono, ma manca la volontà di investire: ognuno pensa al proprio orticello. E in questo, la cara Giorgia Meloni è bravissima — proprio come lo è stata la sinistra prima di lei.
Volete un’Italia migliore? Iniziate a garantire il vero lavoro, non un’occupazione che riscaldi la sedia per tot mesi per poi ricominciare da capo; rendete il lavoro più semplice e più umano così da poter sembrare di non lavorare nemmeno un giorno, portando risultati migliori a casa.
Questa è la mia idea di lavoro.
Gianmarco De Grassi
Il Governo chiede sobrietà nelle manifestazioni per il 25 aprile. di A. Angeli

Il Governo ha deciso: cinque giornate di lutto nazionale per la morte di Papa Francesco. Una scelta che va oltre la consuetudine istituzionale, che in casi simili prevedeva tre giorni. Una decisione che da sola basterebbe a far riflettere, per il fatto che coinvolge il 25 aprile, 80° della liberazione, e per questo solleva più di un interrogativo. Sì, perché contemporaneamente arriva anche un invito – chiamiamolo pure un ammonimento – alla sobrietà nelle manifestazioni del 25 aprile. E non un 25 aprile qualunque: l’80° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Una data fondativa della nostra Repubblica, della nostra democrazia. Un giorno che non è solo memoria, ma attualità viva, partecipazione, consapevolezza, lotta per i diritti e la libertà.
Il messaggio del Governo è chiaro: si può piangere il Papa, ma si deve quasi abbassare il tono della celebrazione della Liberazione. E questa indicazione – perché di questo si tratta – arriva proprio mentre l’ANPI e altre realtà democratiche stanno organizzando manifestazioni in tutto il Paese per ricordare la lotta partigiana, l’antifascismo, la nascita della democrazia italiana. Iniziative che mobiliteranno migliaia di persone, animate da ideali che hanno fondato questo Paese.
E allora viene da chiedersi: non è forse questo un tentativo nemmeno troppo velato di ridimensionare il significato politico del 25 aprile? Di spegnere quell’entusiasmo che ogni anno riempie le piazze? Un entusiasmo che, evidentemente, a questo Governo dà fastidio. Un Governo di destra, incapace persino di pronunciare la parola antifascismo, che mostra la sua insensibilità proprio nel momento in cui dovrebbe unire il Paese nel ricordo di chi ha lottato per la libertà.
La morte di Papa Francesco è un dolore vero, profondo. È un lutto che colpisce anche a sinistra, tra chi ha riconosciuto nella sua voce un’eco forte dei valori della giustizia sociale, della difesa dei poveri, degli ultimi, della pace. Ma proprio per questo, Francesco non dovrebbe diventare un pretesto per silenziare altro. Al contrario: la sua eredità vive anche nelle piazze del 25 aprile, tra chi crede ancora che la politica debba occuparsi degli ultimi e che la pace non sia solo una parola da usare nei discorsi ufficiali.
Questo Governo avrebbe potuto fare una scelta diversa. Avrebbe potuto riconoscere la grandezza di Francesco non solo con il lutto formale, ma trasformando questo momento in un’occasione di riflessione, di rilancio ideale. Avrebbe potuto unire la sua figura al ricordo della Liberazione, rilanciando una visione alta del Paese, capace di opporsi alle disuguaglianze, all’autoritarismo che avanza, alle nuove forme di esclusione sociale. Ma ha scelto altro, perché sono visioni che non le appartengono.
Ha scelto di accentuare il lutto, e allo stesso tempo di smorzare il significato di una giornata che appartiene al popolo. Ha scelto di fare silenzio sul 25 aprile, quasi a volerlo mettere in secondo piano. E così, quel che resta è un messaggio chiaro: si vuole impedire che la piazza diventi consapevolezza, che la memoria diventi partecipazione, che la gente si ricordi chi siamo e da dove veniamo.
Ma le piazze ci saranno, eccome. Perché la morte di Papa Francesco, se vissuta davvero, non può che condurre a una rinnovata voglia di giustizia, di uguaglianza, di pace. E il 25 aprile sarà, come sempre, un momento di lotta civile e di speranza. E anche un momento di denuncia: contro un governo che, dietro al lutto, nasconde la paura della democrazia.
Alberto Angeli
Un nuovo presidente democratico per una nuova politica transatlantica. di A. Angeli

E’ stato interessante seguire la Convetion dei democratici fino alla nomina della vice presidente Kamala Harris a candidata alla Presidenza degli USA, una sensazione di forte passione che ci ha coinvolto fino a pensare che anche a noi dovrebbe essere concesso di votare. Beh, qualcuno potrebbe trovare bislacca questa illusione, ma d’altro canto chi occupa lo Studio Ovale da Presidente degli USA è giustamente visto da molti come un ruolo di importanza esistenziale per il benessere e la sicurezza del mondo, in particolare per noi Europei.
E questa non sia colta come un’esagerazione, in specie in questa fase della storia con una guerra che infuria ai confini dell’Europa, promossa dalla Russia con l’occupazione dell’Ucraina, su cui aleggiano le continue minacce nucleari del Cremlino, al momento solo verbali dovendo tenere di conto, appunto, del ruolo e della forza militare statunitense, fatti che, data la loro intensità e serietà, hanno richiamato l’attenzione di tutta la stampa Europea.
Questa situazione ci induce a prendere in considerazione, data la guerra in Ucraina, i rischi di una guerra più grande in Medio Oriente e la sfida sempre più critica della Cina al primato americano. Eventi che suggeriscono a molti esperti di politica internazionale di affermare che proprio l’Europa ha bisogno degli Stati Uniti, più di quanto non ne abbia avuto dalla fine della Guerra Fredda. Ma è proprio in questa situazione, in cui l’America deve fronteggiare molti rivali, una lista che va crescendo, rimane preziosa e insostituibile l’alleanza con partner affidabili come gli Europei e l’importanza di mantenere operativamente efficace e forte l’Alleanza atlantica che si configura nella NATO.
Come si comprende al centro della sicurezza internazionale, sulla quale l’America sarà chiamata ad affrontare sfide strategiche, il ruolo che l’ Europa sarà chiamata svolgere dipende inevitabilmente e assurdamente da chi vincerà le elezioni americane a novembre. Anche se invero non dobbiamo sottovalutare il modo in cui saranno affrontate le tante questioni sospese: dai dazi alle politiche dell’interscambio commerciale, dai rapporti commerciali di alcuni Paesi dell’Europa con la Cina, fino al rispetto del punto cruciale del 2% per sostenere il riarmo dei paesi NATO, poiché molto dipenderà dalla nuova amministrazione e quindi dal ruolo che gli USA del dopo voto, a cui spetterà stabilire se l’alleanza transatlantica continui con la partnership unita che abbiamo conosciuto negli ultimi 75 anni o se si sgretolerà.
Una particolare attenzione sarà dedicata alla Cina. A differenza dell’Unione Europea, che definisce la Cina come partner, concorrente e rivale sistemico, l’America sembra aver concluso, in una rara dimostrazione di accordo bipartisan, che la Cina non è ora solo il suo principale rivale, ma anche il suo principale avversario in una nuova dimensione di potere e influenza politica e militare globale. Fatti recenti ci mettono in guardia sulla diversa lettura della politica transatlantica, in specie su come trattare con la Cina, dato che è già visibile e sembra destinata a peggiorare il livello dei rapporti diplomatici.
Quando si tratta di gestire i rapporti con la Russia, Europa e Stati Uniti hanno avuto un elaborato centro di consultazione e coordinamento negli ultimi sette decenni nella NATO. Con la Cina, non c’è niente di paragonabile. Perché l’Europa non è stata consultata quando gli Stati Uniti hanno deciso di negare l’esportazione di alcuni chip semiconduttori in Cina? Esiste una strategia concordata su Taiwan? Come da molti europei viene interpretata e criticata, l’idea sempre più popolare a Washington che l’America dovrebbe concentrarsi sulla Cina e lasciare che siano gli europei a occuparsene è decisamente pericolosa. Molti europei ritengono che la Cina potrebbe benissimo interpretare il calo del sostegno degli Stati Uniti all’Ucraina come un segno di debolezza. Ricordiamo le numerose esperienze in merito alle politiche di esportazione della democrazia da parte dell’America.
La creazione di un organismo con personale completo incentrato sul coordinamento sulla Cina e sulla regione Asia-Pacifico dovrebbe essere in cima all’agenda dell’UE. Un Gruppo allargato dei 7 che includa Australia, Corea del Sud e potenzialmente altre potenze regionali potrebbe essere un’opzione, anche se forse non sufficiente.
Poi, l’Europa dovrà iniziare a parlare da adulta di come pagare le bollette della difesa. Il più grande, appunto il 2%, fastidio a lungo termine nella NATO è quasi scomparso: gli europei non si rifiutano più di sostenere una giusta quota del comune onere della difesa. I bilanci della difesa sono cresciuti ovunque; la promessa dei membri dell’alleanza del 2014 di spendere il 2 percento del PIL nazionale è stata rispettata dalla maggior parte. Quindi qual è il problema? In breve, noi in Europa spendiamo i nostri euro per la difesa in modo incredibilmente inefficiente perché non riusciamo a metterci d’accordo su dove e come produrre le nostre armi o cosa acquistare. A partire dal 2016, gli Stati Uniti hanno utilizzato circa 30 importanti sistemi militari, dagli aerei alle fregate, rispetto ai circa 180 sistemi degli alleati europei.
Peggio ancora, gli europei realizzano più di due terzi dei loro acquisti militari negli Stati Uniti, privando le aziende europee di investimenti tanto necessari. Questa è una grande notizia per l’industria della difesa americana, ma è politicamente e economicamente insostenibile in Europa nel lungo termine. I senatori di Washington sono contenti quando nel loro stato si verifica un sacco di occupazione nella produzione di difesa. I politici europei non sono diversi.
Se l’America vuole davvero che l’Europa sia più responsabile della sicurezza del suo continente, Washington dovrebbe incoraggiare i partner europei a sviluppare e acquistare più armi in Europa e a farlo in modo coordinato., o sia la stessa Europa ad intraprendere autonomamente questa strada. Se gli europei si mettessero d’accordo e facessero più pooling e condivisione tra i partner UE e NATO europei, potrebbero risparmiare circa 15 miliardi in più ogni anno e spenderli in sistemi più numerosi e migliori, così come in più munizioni.
Infine, è venuto il momento di parlare e chiarire i comuni valori che ci legano come occidentali. La principale differenza tra noi e i regimi autoritari o dittatoriali non è forse il nostro impegno per i diritti umani, per lo stato di diritto, per la decenza in quest’epoca di impunità. Gli Europei devono essere orgogliosi di questo impegno. Il problema è che il mondo occidentale, e in particolare gli Stati Uniti, viene accusato di applicare doppi standard nell’affrontare guerre, conflitti e violazioni dei diritti umani.
Questo, naturalmente, non è un nuovo punto di contesa. (Durante la recente pandemia, molti paesi in via di sviluppo pensavano che fossero stati promessi loro i vaccini non appena fossero stati disponibili. In realtà, molti hanno dovuto aspettare che tutti a Bruxelles o Miami fossero stati vaccinati.) Ma le guerre simultanee in Ucraina e Gaza hanno reso il problema molto peggiore, e praticamente ingestibile. Le nazioni occidentali si aspettano che il mondo sostenga le risoluzioni che condannano il comportamento russo in Ucraina, ma poi vediamo ingiustificate difficoltà che rendono difficile ricambiare per quanto riguarda la condotta della guerra a Gaza.
Di conseguenza, la credibilità collettiva dell’occidente ha subito un colpo. È un colpo alla sua identità, ma riduce anche la sua capacità collettiva di contrastare i crescenti progressi dell’autoritarismo e l’aperta e crescente indifferenza al diritto internazionale. Esiste una ricetta facile per eliminare questo divario di credibilità? No, ma impegnarci nuovamente collettivamente e solennemente allo stato di diritto e alla Carta delle Nazioni Unite nel nostro approccio ai conflitti e alle crisi internazionali potrebbe essere un primo passo.
Alberto Angeli
Brutti segnali per il futuro dell’Europa. di A. Angeli

Si, le previsioni delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo preoccupano i leader che fino ad aggi hanno governato l’UE. Proprio Emmanuel Macron, in un discorso di fine aprile ne ha esternato lo stato d’animo, un episodio che mette in luce l’ansia che pervade molti leader, con il quale ha inteso trasmettere un avvertimento molto eloquente sul pericolo che corre il continente nel caso di un’affermazione della destra. Nel suo intervento centrale è stata l’affermazione sulla necessità di proporre un’Europa che guarda al suo cambiamento e sappia trasformarsi in “potenza europea”.
Dare un nuovo volto al continente Europeo, che segni l’ alternativa alle cupe previsioni di un avanzamento della destra in Europa e di un’affermazione di una nuova leadership Trump, alla guida degli USA, questo il messaggio di Macron, in cui non sono assenti le preoccupazioni per le difficoltà che incontra la resistenza in Ucraina contro l’invasione Russa e l’insostenibile carneficina del popolo di Gaza da parte di Israele. Insomma, un richiamo per un cambiamento della politica Europea, nella prospettiva di dotarla della necessaria forza, e del potere politico, da dispiegare su ogni versante della sua politica, sia essa economica, sociale e della difesa, imponendosi come nuova potenza nel prevedibile mutamento di scenario geopolitico che si profila per i prossimi anni.
Il concetto del potere politico ha una forte suggestione storica e per questo suggerisce di richiamare gli scritti di Nicolò Machiavelli contenuti nelle dense pagine del Principe, che il filosofo scrisse nel lontano XVI secolo, appunto sul potere politico. Per Machiavelli la politica è un’arte, almeno così la presenta in una lettera a Lorenzo dei Medici, sovrano della Repubblica fiorentina. Un aforisma ci può aiutare a comprendere cosa intendesse per potere politico: come un pittore naturalista, che riproduce fantasiosamente le montagne e dalla loro cima si accinge a studiare le pianure, così anche i governanti dovrebbero abitare i loro domini: “Per conoscere bene la natura del popolo bisogna essere principe”, scriveva Machiavelli, “e per conoscere bene la natura dei principi bisogna essere del popolo”.
Richiamando Macron scopriamo come la sua prolusione si relazioni con la prima parte della frase di Machiavelli, e costituisca quindi una risposta alla domanda: cos’è il potere oggi nell’Europa contemporanea e come rimodellare le sue istituzioni per coglierne le magnifiche sorti e progressive. Con la sua risposta Macron ha svelato la vulnerabilità dell’Europa e la ciclica crisi politica che ne annichilisce le potenzialità dell’esercizio del potere. E’ certo un paradigma, quello a cui è ricorso, con l’intento da impegnarsi in una appassionata difesa della nostra civiltà e cultura Europea, trascurando però la parte dell’aforisma in cui Machiavelli ricorda che anche le persone formano opinioni sui loro governanti, opinioni che i governanti ignorano a loro rischio e pericolo.
Ecco il tema vero, che non riguarda solo Macron ma tutta l’élite politica Europea, la quale si è resa distante e inaccessibile lungo tutta la storia dell’UE, trascurando le popolazioni, escludendole come cittadini da qualsiasi coinvolgimento e partecipazione diretta all’elaborazione politica e nelle decisioni più rilevanti dalle quali dipendeva e tuttora dipende la vita e il corso della storia dell’Europa. Questa esclusione ha influenzato e cambiato negativamente il panorama europeo, aprendo la strada alla destra radicale.
Le riflessioni di Machiavelli sugli avvenimenti politici del suo tempo, tra cui i conflitti tra le principali potenze europee, il malcontento nei confronti dei rappresentati delle signorie o principati e situazioni di caos che coinvolsero il crollo della legittimità della chiesa cattolica, s’ispirano alla Repubblica Romana per trarne lumi a sostegno della sua idea sul potere politico. Il senso dell’indicazione si riassume nella considerazione che di fronte all’indifferenza dei valori, la storia si rivela l’unica guida alla quale attenerci per superare i momenti difficili. Al proposito rileva ( nei Discorsi su Livio ) come il segreto della libertà Romana non risiedesse nella sua fortuna né nella potenza militare, ma nella capacità dei romani di conciliare la disuguaglianza tra le élite ricche, la parte nobile e la maggioranza della popolazione, che indicava come popolo.
La storia ci ricorda quale sia il comportamento di chi detiene il potere economico, le leve del comando sociale che, come ci ricorda Machiavelli, e nel XIX secolo Marx, è il continuo accumulo di ricchezza e con essa del potere politico per governare gli altri, così, giustamente, la reazione naturale di quella parte del popolo esclusa è quella di lottare per superare l’ingiustizia sociale e il disequilibrio economico che deriva da una mancata giustizia nella redistribuzione della ricchezza. Purtroppo la storia ci ricorda che lo scontro di classe non ha assolutamente esaurito la sua natura di lotta politica per una più equa giustizia nella distribuzione del potere politico e sociale Solo incanalando anziché sopprimendo questo conflitto, diceva Machiavelli, è possibile preservare la libertà civica, riconquistare un senso alla politica e contenere il potere che mediante il comando viene esercitato. Oggi, purtroppo, ci troviamo a dover riconoscere il grave l’errore commesso dall’Europa, per avere ignorato i consigli di Machiavelli.
Dobbiamo ammettere che nonostante tutta la retorica sulla democrazia, e gli inviti ai cittadini a valutare i pericoli che si prospettano con le prossime elezioni, l’UE è connotabile come un’istituzione di governo oligarchico, supervisionato da un corpo di tecnocrati, incline ad una smisurata burocrazia anche se non eletto che opera nella Commissione Europea. Non ci sono consultazioni del popolo sulla politica, nessuna partecipazione e coinvolgimento dei cittadini nelle più importanti decisioni, politiche, sociali, economiche finanziarie e di difesa, e anche nelle più minute questioni che coinvolgono gli interessi di milioni di cittadini e consumatori. Le sue regole fiscali, che impongono limiti rigorosi ai bilanci degli Stati membri, offrono protezione ai ricchi imponendo al contempo l’austerità ai poveri. Dall’alto al basso, l’Europa è dominata dagli interessi di pochi ricchi, che limitano la libertà di molti.
Queste contraddizioni, cioè queste violazioni della democrazia partecipata e coinvolgente, favoriscono e rafforzano i disegni di potere delle imprese, degli istituti finanziari, delle agenzie di rating, del credito e i potenti gruppi di interesse ai quali è concesso di dettare la propria legge, limitando gravemente il potere politico. L’Unione Europea è lungi dall’essere il colpevole peggiore. Una grave colpa ricade sugli Stati-nazione, dai quali è dato corpo a un’apparenza di partecipazione democratica, che potrebbe invece sostenersi e applicarsi solo attraverso la fedeltà ad una costituzione condivisa. Purtroppo, essendo l’Unione Europea, costruita sul mito del libero mercato, la causa di queste contraddizioni sociali e economiche, la lotta per un’alternativa è molto più difficile da sostenere e portare a compimento. Solo seguendo l’imperativo di una democratizzazione del processo, che assegni al Parlamento Europeo il potere rappresentativo e legislativo, con la costituzione di un Governo che segni il superamento dei nazionalismi, sarà possibile realizzare il disegno di un’Europa unita seguendo l’insegnamento dei Fratelli Rosselli.
Questi rilievi danno una plausibilità all’ansia che si coglie nelle forze politiche della sinistra e moderate dell’Europa, per le previsioni che assegnano alla destra estrema e conservatrice un probabile successo elettorale. Uno stato di tensione che non pare cogliere le preoccupazioni di milioni di cittadini europei poveri, senza lavoro o lavoro precario, con basso tenore di vita, coinvolti nelle politiche del cambiamento climatico, ai quali interessa poco la questione della migrazione. Questo ci induce a dire che, forse, il fascino per la destra estrema e conservatrice, ossessivamente ostile nei confronti del migrante, è riassumibile nella critica al fallimento politico, economico e sociale e sulle questioni della sicurezza e della pace delle forze che hanno guidato fino ad oggi l’Europa.
Allora, se stiamo ai fatti che ci fanno vedere un futuro cupo, c’è da sperare ben poco, o, forse, in un colpo di fortuna che, come sottolinea Machiavelli ne “Il Principe”, è come un fiume il cui straripamento può essere impedito costruendo argini e dighe”. Se i politici europei sono sempre più intrappolati nella gestione dell’emergenza, è perché hanno fallito nel primo compito della politica degna di questo nome: diagnosticare le cause della crisi, spiegare ai loro rappresentati e a chi è escluso e difendere coloro la cui libertà è in pericolo. Già questo sarebbe un cambiamento, anche se i segnali sono piuttosto brutti.
Alberto Angeli
Ancora sulla Sardegna. di S. Valentini

Un terzo mio intervento sulle elezioni sarde. Non torno sulle questioni che ho affrontato negli interventi precedenti. Questa volta affronto la questione sullo stato della sinistra su cui vorrei spendere qualche parola.Sono contento per il buon risultato della lista Sinistra Futura, parte integrante della coalizione di Todde, che pur disponendo di limitati mezzi mette tre consiglieri regionali. È tra l’altro una forza politica correntemente impegnata nella lotta per la pace e nello schierarsi decisamente contro la mattanza di Israele a Gaza, per un immediato cessate il fuoco.Su Verdi-SI e sui Progressisti non ho molto da dire. La politica dei primi a livello nazionale la conosciamo molto bene in quanto stretti alleati del PD. Sui progressisti – poco conosciuti a livello nazionale – sono qualcosa invece di più: sono dei fedeli alleati del PD, sono insomma una loro diretta diramazione. Insomma, hanno condiviso tutti i passaggi più salienti del centrosinistra a livello regionale e nazionale, e condivisi in termini ancora più acritici di SI.Sommare queste tre formazioni con un atto matematico per dimostrare che vi è una area di sinistra di circa il 10 per cento è pertanto una operazione molto poco politica. Sono tre liste con visioni politiche profondamente diverse, in particolare i Progressisti sono il sotto prodotto del sistema di potere del centrosinistra quando era al Governo della Sardegna, già nell’epoca d’oro di Soru.Infine, una qualche riflessione su i frammenti di sinistra andati con Soru, chi aggregandosi in liste sardiste e chi come il Prc chiudendo con lui una alleanza insieme a Più Italia della Bonino e Calenda, invece di ricercare una interlocuzione con Sinistra Futura nell’ambito della alleanza con Todde. La loro scelta è stata un disastro e giustamente non compresa. Non si dice di no a Todde perché c’è il PD e poi si va a braccetto con Calenda, i radicali e la Bonino e con lo stesso Soru che nel tentativo di creare massa critica acchiappava di tutto. Se proprio si voleva fare una azione di testimonianza allora era più dignitosa andare con la Chessa e la Lista Rossomori.Credo che non sarà facile per il Prc riprendersi da questo ennesimo disastro e neppure sarà facile per tutti quei compagni che vogliono coniugare il sardismo con una visione davvero di sinistra. A loro si impone una dura riflessione. Spero che ciò avvenga poiché so che sono dei compagni molti generosi.
Sandro Valentini
La Repressione a Pisa e a Firenze: un atto di forza contro il Libero Pensiero e un attacco alla Democrazia. di A. Angeli

Nell’ultimo episodio di ciò che gran parte dell’informazione interpreta come un preoccupante trend autoritario, le cariche della polizia contro gli studenti pro Palestina a Pisa e a Firenze, hanno suscitato l’indignazione delle forze di opposizione, le quali si sono dichiarate pronte a presentare interrogazioni parlamentari al ministro Piantedosi. Questi atti di violenza, non respingimenti ma manganellate da parte della polizia nei confronti dei manifestanti, tutti giovani studenti, che stavano esercitando il loro diritto democratico di esprimere opinioni e solidarietà, solleva serie preoccupazioni sulla direzione in cui si sta dirigendo il paese.
L’uso sproporzionato della forza per reprimere il libero pensiero, rappresenta un attacco fondamentale ai principi democratici che dovrebbero essere al centro della nostra società. La democrazia si basa sulla libertà di espressione, sulla diversità di opinioni e sul rispetto per i diritti umani. Tuttavia, l’azione della polizia a Pisa e Firenze sembra indicare un tentativo di soffocare tali valori, suscitando serie e ragionevoli preoccupazioni sulla messa in pericolo delle fondamenta stesse della nostra società democratica.
In un contesto, in cui la situazione geopolitica richiede un dibattito aperto e onesto su questioni come il conflitto in Medio Oriente, è essenziale che la libera voce degli studenti e dei cittadini venga rispettata e ascoltata anziché repressa con la forza oppressiva e lesiva. Infatti, l’utilizzo di cariche contro manifestanti pacifici è non solo un segnale di intolleranza ma anche una violazione dei diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione.
Le forze di opposizione, sensibili a questa crescente minaccia alla democrazia, stanno agendo con decisione annunciando interrogazioni parlamentari. Il ministro Piantedosi è chiamato a rispondere delle azioni della polizia sotto la sua responsabilità e a dimostrare se il governo è disposto a difendere i principi democratici o se preferisce scorciatoie autoritarie nel gestire le divergenze di opinione.
È imperativo che il dibattito politico rimanga aperto e costruttivo, senza ricorrere alla violenza come risposta alle divergenze ideologiche e politiche. La forza non dovrebbe mai essere uno strumento per piegare il libero pensiero; al contrario, dovrebbe essere la forza delle idee e della discussione a plasmare il nostro futuro collettivo.
Quanto accaduto a Pisa e Firenze richiede una riflessione profonda sulla situazione attuale e sulle minacce alla democrazia. Il popolo italiano merita un governo che rispetti e protegga quanti intendono manifestare le loro opinioni e i diritti fondamentali nella piena libertà di espressione che la Costituzione stabilisce e tutela in termini inderogabili, promuovendo un clima di apertura e tolleranza. La risposta alle divergenze ideologiche e di opinione, quando espresse nel rispetto delle norme generali, non dovrebbe mai essere la repressione, ma piuttosto il dialogo costruttivo e il rispetto reciproco, pilastri essenziali di una società democratica sana.
Alberto Angeli
La rivolta del mondo agricolo si diffonde in tutta Europa. di A. Angeli

Gli agricoltori stanno organizzando rivolte in tutta Europa. In Italia e in Francia è stata programmata una mobilitazione che dovrebbe assediare le capitali dei due paesi. In Francia, già da alcuni anni gli agricoltori sollevano dure proteste contro le politiche del green deal dell’Europa. Quando parliamo dei paesi in cui dilaga la protesta, parliamo di Francia, Germania, Polonia, Belgio, Spagna, Paesi Bassi, Romania, Italia e Grecia e del mondo degli agricoltori che stanno protestando con tattiche come bloccare le strade con i loro trattori, scaricano letame vicino agli edifici pubblici, spruzzano merda liquida sulle stazioni di polizia, mobilitano ovini e pecore per chiudere le città. E tanti trattori, rappresentativi di una classe sfiduciata, da mettere in crisi gli indici d’inquinamento ambientale, e tanti danni alla mobilità, una lotta che però trova larghi consensi tra la popolazione, che condivide i motivi della lotta e le accuse alla grande intermediazione e distribuzione, rimproverate di arricchirsi pagando prezzi da fame i prodotti della terra mentre loro arricchiscono.
Purtroppo, come accade di fronte ai movimenti spontanei , che si formano al di fuori delle linee ordinarie delle rappresentanze di settore e che si distinguono per la particolare natura sociale, politica e economica, immediatamente l’estrema destra s’inserisce per manipolare gli obiettivi della lotta e assumere la guida della protesta. E’ ciò che sta avvenendo in alcuni paesi, in cui gli slogan dell’estrema destra sono dominanti e diretti contro l’Europa e le sue politiche. In Germania, il partito di estrema destra AfD si è affiancato alle mobilitazioni, come sta accadendo in Italia e in Francia da parte dei movimenti di estrema destra, anche se alcuni agricoltori in Germania si sono uniti alle proteste di massa contro l’AfD.
Anche questa volta la sinistra Europea, cioè i progressisti e riformisti di nuova generazione, è in affanno, in ritardo su una questione che è all’ordine del giorno da anni. Non c’è da scrivere molto sulla presa di posizione del Pd, salvo evidenziare che si limita a fare delle contestazioni al Ministro Lollobrigida e al legame di parentela con la Presidente del Consiglio. E’ agli agricoltori, almeno a quella parte in lotta e che reagisce, prendendo le distanze dalle ingerenze della destra e dal riposizionarsi della Coldiretti a fianco del Governo contro l’Europa, che dovrebbe dire qualcosa, spiegare la sua idea di progetto politico per questo settore importante per la tenuta economica del Paese.
Gli agricoltori in lotta affermano di essere gravati dai debiti, schiacciati da potenti rivenditori e aziende agrochimiche, colpiti da condizioni meteorologiche estreme, indeboliti dalle importazioni provenienti da altri Paesi a prezzi concorrenti , per cui sono costretti a fare affidamento su un sistema di sussidi che favorisce i grandi attori del settore a scapito delle piccole realtà agricole. Purtroppo gli agricoltori sono nettamente divisi tra quelli con grandi proprietà terriere che impiegano molti lavoratori, e i piccoli produttori autonomi che fanno affidamento quasi interamente sul lavoro familiare. E poi ci sono i mostri dell’industria agroalimentare: Esselunga. Ipercoop/Coop&Coop. NaturaSì Coop.FamilamSuperstore- IperFamila. Interspar. Tigros. Conad Superstore/Spazio Conad. Lactalis, Nestlé, Danone – e le catene di vendita – Leclerc, Carrefour, Esselunga, che si chiudono ad ogni richiesta di revisione delle condizioni ( prezzi )di conferimento dei prodotti agricoli La rivolta dei contadini mostra come le classi dominanti sopravvivano attraverso il divide et impera.
Le federazioni sindacali dovrebbero coinvolgere i lavoratori con iniziative di sostenere agli agricoltori. Ma, purtroppo, non c’è alcuna spinta per l’unità di lotta che potrebbe riunire la famiglia del contadino con 1.200 euro al mese, con la commessa di 58 anni che teme di non vedere mai la sua pensione e il giovane migrante che viene sfruttato dai grandi produttori agricoli e che subisce molestie da parte della polizia. L’ unità non è mai facile, ma potrebbe essere costruita su un programma di cambiamento e di lotta contro la destra al governo e le grandi imprese. Questa è la strada che la sinistra deve percorrere, sapendo che l’unità del mondo del lavoro, di cui il mondo agricolo è parte fondamentale, è il risultato che il potere economico e la destra temono di più ed è per questo che si stanno riorganizzando indicando l’Europa come il nemico da sconfiggere alle prossime elezioni Europee. Spetta alla sinistra impedire che si realizzi questo disegno.
Alberto Angeli
Si vis pacem para bellum. di R. Papa

Noi che abbiamo vissuto protetti dall’art 11 della Costituzione.
Noi che siamo scesi in piazza contro la guerra in Vietnam.
Noi che abbiamo pensato ad un mondo pacifico e pacificato
Noi non ci siamo resi conto che la realtà andava verso un’altra meta.
Noi che ci siamo affidati, per scelta, al Patto Atlantico (4 aprile 1949) ma potevamo scegliere di stare sotto la protezione del Patto di Varsavia, ci troviamo oggi ad interrogarci sulla necessità di apprestare una difesa del nostro mondo e di chiederci se la scelta “pacifista” sia la strada giusta o come io ritengo quella di essere “contro la guerra”. Questa scelta però presuppone di dotarci di un esercito nazionale e/o europeo. Che sia in grado di contrastare eventuali attacchi da parte di “Stati canaglia”.
Il risorgente imperialismo russo con l’invasione dell’Ucraina, il mai sopito terrorismo islamico con l’attacco di Hamas ad Israele, il nuovo protagonismo dell’Iran e della Cina impongono anche a noi che “siamo contro la guerra” di predisporre, una volta venuto meno il dialogo e le relazioni diplomatiche, efficaci risposte anche armate.
L’ipocrisia che per decenni abbiamo accettato la narrazione sugli “eserciti di pace” l’altra faccia dell’esportazione della democrazia, hanno reso il nostro mondo debole e permeabile alle azioni, per ora avversarie, domani nemiche.
Forse abbiamo troppo presto elaborato la paura della guerra, accettando che sulle nostre strade stazionino mezzi dell’esercito. Da due anni a questa parte abbiamo visto il nostro mondo scivolare lentamente verso una guerra: prima l’Ucraina, poi Israele, ora lo Yemen. Tre situazioni che potrebbero diventare, se già non lo sono, esplosive. Senza contare i tanti conflitti armati in giro per il mondo che hanno fatto dire a Papa Francesco di “terza guerra mondiale a pezzetti”.
L’Italia spende per la difesa NATO (il famoso obiettivo 2%) solo l’1,46 del Pil, era l’1,51% nel 2022, il picco lo abbiamo toccato nel 2020 con l’1,59.
Secondo il governo neppure quest’anno potremmo raggiungere l’obiettivo del 2% e il Pd (l’ala movimentista-pacifista) ringrazia.
Magari, dicono, rinviando di cinque anni…chissà cosa ne pensano, e come gioiscono, i vari terrorismi islamici e i rinati neoimperialismi!
Oggi non si tratta di difendere le armi, ma di dotare i paesi del Patto NATO di un sistema difensivo tale da funzionare da deterrenza verso possibili e “prevedibili” nemici. Dimenticandoci troppo spesso che l’obiettivo del 2% è stato sottoscritto da governi di centrosinistra e centrodestra.
Siamo un paese che dimentica la propria storia troppo spesso e per il quale risulta più facile fare appello ai “valori”. E allora si tira fuori una volta il valore dell’antifascismo e un’altra del pacifismo. E intanto intorno a noi rinascono venti neonazisti e venti di guerra. Oggi abbiamo la necessità di ridefinire il nostro “antifascismo” e “pacifismo” in funzione di conflitti e guerre che non possiamo ignorare e che ce lo ricordano i milioni di morti sui vari scenari di guerra, perché ci piaccia o meno “siamo tutti coinvolti”.
Siamo un Paese che oltre a vivere sul presente, in questo presente vive alla giornata “tra l’acqua santa e l’acqua minerale”(cit. Leo Longanesi)
Roberto Papa
La svolta autoritaria, di A. Valentini

Molti a sinistra allarmati gridano alla svolta autoritaria. CGIL e UIL tentano timidamente di rialzare la testa e promuovono uno sciopero generale (8 ore di sciopero) molto articolato, che tra l’altro non coinvolge alcuni settori pubblici considerati vitali. Ma nonostante uno sciopero così blando, il Governo Meloni, addirittura Salvini invocano la precettazione, i media – fatte poche eccezioni – e quasi tutto il sistema dei partiti – espressione della metà degli elettori – si scagliano contro il diritto di sciopero e contro le due Confederazioni che hanno deciso una modesta mobilitazione sindacale, mentre sarebbero necessarie ben altre mobilitazioni di lotta per tutelare il mondo del lavoro, drammaticamente colpito dalla crisi e dai provvedimenti di un Governo perfettamente in linea con i falchi neoliberisti dalla Ue. Come del tutto inadeguata è stata la reazione dell’opposizione alla proposta costituzionale del centrodestra della elezione diretta del premier. Se tale proposta costituzionale dovesse essere realizzata l’Italia sarebbe l’unico paese al mondo ad avere un simile sistema istituzionale. Da qui il “grido di dolore”, l’allarme, il pericolo di una svolta autoritaria. Pare che nessuno si sia accorto che la svolta già c’è stata e si è affermata nel corso degli ultimi trent’anni. Con l’ascesa del dominio del capitale finanziario, ascesa sancita dal trattato di Maastricht, si è realizzato in Italia, come in tutto l’Occidente, un sistema politico a-democratico che ha messo in discussione anche il diritto di sciopero, regolandolo con molti limiti e restrizioni. La Costituzione è stata manomessa, attenzione non tanto nei principi fondamentali (nessuno è così sprovveduto da metterli in discussione) ma negli articoli successivi che regolano la loro attuazione. Dunque, le scelte di questo Governo sono il risultato di politiche in cui paritarie sono le responsabilità sia del centrodestra sia del centrosinistra. Si guardi, per fare un solo esempio, alla politica estera schiacciata sull’atlantismo e con tutti i media a sostenerla. Gridare allora alla svolta autoritaria quando tutti i buoi sono scappati dalla stalla politicamente significa solo mettersi lungo la striscia del susseguirsi di pesanti atti che hanno smantellato tutte le conquiste politiche, economiche, sociali e democratiche della prima Repubblica, che hanno condotto a questo sistema a-democratico, in cui le decisioni che contano sono prese da una ristretta élite finanziaria per giunta fuori dall’Italia. Se non è autoritarismo questo sistema non so che significato dare al concetto di autoritarismo. Una vera forza di cambiamento rivoluzionario allora invece di gridare al lupo, che si è già mangiato quasi tutto quello che c’era da mangiare, dovrebbe attrezzarsi di una strategia che contrasti tale sistema politico a-democratico espressione del capitale finanziario.
Comunque pur con i tanti e tanti limiti alla sciopero della CGIL e UIL aderisco. Meglio poco, anzi pochissimo del tutto insufficiente, che niente. Ma la strada da percorrere non è sicuramente questa.
Sandro Valentini
Elogio dell'”impolitico”. di D. Lamacchia

La mente corre a quell’intervista di Scalfari a Enrico Berlinguer a fine Luglio ’81, “I partiti non fanno più politica” così si espresse Enrico proprio all’inizio dell’intervista.
In quella frase c’era la chiave di tutta la sua concezione dello Stato e della sua riflessione politica di quegli anni: la morte della politica e la abdicazione del ceto politico al dettato costituzionale di rifondare l’Italia sul piano morale e istituzionale. Lo Stato era diventato null’altro che un terreno di conquista per un ceto politico che rincorreva ormai solo potere e consenso estorto con corruttele, pratiche consortili, abusi, senza finalità progettuali. La “questione morale” era diventata così centrale da non poter più essere elusa ma affrontata con decisione, pena il degrado della democrazia.
Cosa aveva generato una simile deriva? Si potrebbe dire che con la fine del “boom economico” e dell’industrializzazione del paese, cominciò quella trasformazione dell’assetto strutturale del sistema di produzione che col tempo verrà definito” rivoluzione digitale”. Era finito un ciclo espansivo che fu caratterizzato da un conflitto di classe che si espresse con le lotte operaie e le rivendicazioni sociali. Il ceto politico rispecchiava quel clima e ne seguiva di pari passo i contenuti e le progettualità tutte ispirate ai contenuti Costituzionali. Con l’era digitale cominciò a scomparire un ceto sociale rappresentato dai lavoratori delle fabbriche e dei luoghi di lavoro più in generale. La scolarizzazione di massa aveva consentito insieme alle ristrutturazioni aziendali l’allargarsi di un ceto medio terziarizzato e più soggetto all’evolversi dei processi tecnologici e alle sue precarizzazioni del posto di lavoro. Vennero gli anni della “flessibilità”, della fine della “scala mobile. Sul piano politico si arrivò alla stagione del “pentapartito”. Sistema che incarnò in modo implacabile l’era del degrado. Un tentativo di riformare il sistema con la proposta di “Moro” di sbloccare il sistema, finì con il brutale assassinio dello stesso. In sostanza il ceto politico dimostrò l’incapacità di sapersi autoriformare.
Fu allora che a prendere le redini in mano fu la Magistratura. Si avviò cioè quella lunga stagione chiamata di “Mani pulite”. Si smantellò così il sistema dei partiti e si concluse quella che fu chiamata “prima Repubblica”.
A rappresentare emblematicamente la scena fu la fuga di Craxi ad Hammamet.
La sinistra non fu in grado di interpretare le “nuove situazioni” e non ebbe la capacità di offrire una proposta che consentisse di ricevere quel consenso che avrebbe potuto avviare il paese su binari di salvezza. A quel ceto politico moderato e neo precario e a quel ceto operaio in declino non fu offerta una proposta che potesse unirli in un programma di cambiamento. Venne a crearsi così un vasto ceto di scontenti che presto si tramutò in vasto ceto disilluso, disorientato, abbandonato. In una parola si costituì un vasto ceto “impolitico” alla mercè di illusionisti.
In questo clima nacque il “Berlusconismo”. Tutto divenne “merce” in un misto di antistatalismo scambiato per liberismo, di populismo scambiato per “democrazia diretta”, di degrado culturale scambiato per libertà e creatività, dell’immagine scambiata per sostanza.
Ma come in tutte le favole c’è sempre uno “scorpione” che punge sé stesso. Così accadde che i “media” che lo resero potente lo declassarono a figura minore. Altri lo soppiantarono nel circo della politica- spettacolo senza valori.
Oggi con la sua morte, purtroppo non si chiude un ciclo ma siamo all’apice del trionfo dell’”impoliticità” dal momento che al governo ci sono coloro che dell’impoliticità sono il massimo della rappresentanza.
Sono essi coloro che meglio rappresentano l’anti costituzionalismo, eredi contro cui la Costituzione fu scritta e che rimane un baluardo delle speranze nate sui monti e nelle galere con sacrificio di sangue per un paese veramente libero e maturo. A ricordarcelo ci sono uomini come Pertini, Ciampi, Ingrao. Ci sono uomini come Falcone e Borsellino e quanti altri sono morti per realizzare quella Costituzione contro coloro che la vorrebbero affossare con la cultura dell’antistato.
Loro si che sono un esempio per la nazione non Berlusconi, pace all’anima sua.
Donato Lamacchia
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