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Considerazioni dalla parte dei vinti, di A. Castronovi

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Mi capita spesso di ripensare agli ideali della mia gioventù che sul finire degli banni ’60 animarono le passioni politiche e civili di una intera generazione. Passioni calde che infiammarono le piazze d’Italia e le grandi fabbriche della giovane classe operaia del Nord, in prevalenza meridionale emigrata a Milano e Torino, attratta dalla prospettiva di vincere la grande corsa infinita verso il progresso e il benessere. Dopo, nulla è stato come prima. Il mondo è cambiato davvero ma non nel senso da tanti di noi auspicato. È tramontata definitivamente la civiltà contadina, hanno vinto l’industrialismo prima e la finanziarizzazione e deindustrializzazione dell’economia poi. I valori del consumismo, dell’individualismo, dell’egoismo sociale, della competitività hanno trionfato su quelli della democrazia del lavoro, dell’uguaglianza e della solidarietà sociale, relegati nella pattumiera della storia.

Vincitori e vinti

Che fine hanno fatto i protagonisti di quella stagione? Ci sono quelli saliti sui carri dei vincitori e quelli rimasti fedeli e coerenti a quegli ideali di gioventù. I primi li ascoltiamo ancora quotidianamente dalle nostre TV nelle vesti di opinionisti e di politici. Dei secondi non parla nessuno, emarginati nella sconfitta e nella memoria collettiva. Sono quelli che non si sono mai arresi e che il mondo hanno provato a cambiarlo davvero mettendosi in gioco anche dentro le organizzazioni politiche e sociali in cui hanno militato. L’onda omologante ha livellato le increspature nel tessuto della storia sollevate dalle ansie e dai moti di rivoluzione sociale che avevano animato le grandi attese di cambiamento di quegli anni. Ha vinto e si è confermato il “trasformismo” italiano. La purezza e l’ingenuità rivoluzionarie che avevano animato la nostra generazione e quella dei nostri nonni che promossero l’organizzazione e le prime  lotte dei movimenti dei lavoratori all’inizio del ventesimo secolo – e che avevano generato figure e personaggi straordinari e generosi come Angelo Antonicelli, contadino “sovversivo” senza-terra  di Massafra, il mio paese d’origine – sono state sostituite dai valori opportunistici e omologanti dei vincitori assunti a modello. Il paese oggi si è assuefatto ai valori dell’individualismo proprietario e dell’egoismo sociale che hanno distrutto gli antichi legami comunitari della società contadina e delle prime leghe operaie. Siamo una generazione di sconfitti.

Ho fatto il sindacalista della Cgil a Roma per una vita intera. Ho toccato con mano le ingiustizie sociali e le sofferenze umane. Ho condiviso la disperazione di chi perde un lavoro vitale per un licenziamento ingiusto, ho conosciuto la generosità e la solidarietà operaia. Ho visto in faccia la viltà del potere verso i più deboli e i più umili insieme alla paura e all’angoscia della sconfitta. Ho conosciuto sindacalisti generosi e instancabili nella loro quotidiana opera di organizzatori e di difensori dei diritti dei lavoratori: ma ne ho conosciuti anche di profittatori, di furbetti e opportunisti, per non dire di disonesti. Mi sono sempre illuso che l’impegno quotidiano e la passione politica e civica che mi hanno guidato nella mia attività, fosse inserito in un processo storico di liberazione e di emancipazione del mondo del lavoro. Eravamo certi, allora, che il vento soffiasse alle nostre spalle. Anch’io pensavo che lo sviluppo industriale era la via per il riscatto del Sud e della mia terra d’origine. Oggi il Sud è purtroppo diventato la discarica di rifiuti inquinanti controllati dalle varie mafie, dopo aver subito le devastazioni provocate alla sua storia e alle sue bellezze naturali dalle servitù industriali delle produzioni chimiche e siderurgiche più inquinanti.

Noi” che ci siamo battuti per il Progresso, abbiamo identificato il “gigantismo” con la “modernità” e considerato il “piccolo” come sinonimo di arretratezza. Abbiamo così sostenuto la grande impresa agricola e industriale rispetto alla proprietà e alla civiltà contadina, alle piccole imprese e all’artigianato; le grandi opere rispetto alle piccole; le grandi banche d’affari a svantaggio delle banche territoriali; i mega-centri commerciali che costellano le nostre periferie urbane rispetto alla rete diffusa dei piccoli negozi di vicinato. Abbiamo privilegiato la metropoli rispetto ai piccoli centri, la città rispetto alla campagna e alla bellezza dei luoghi, e abbiamo contribuito allo spopolamento dei borghi e delle zone interne, oggi devastate dall’incuria umana e dalla forza oscura della natura. Abbiamo assunto la crescita come metro di misura del progresso e il “consumismo” è diventato un’ideologia, sinonimo di benessere, ed invece era una droga di cui avvertiamo i sintomi della dipendenza: è un moto complusivo, automatico, non possiamo farne a meno neanche in epoca di austerità come la nostra.

Perché da ex-sindacalista dico queste cose oggi? Perché sono un pentito dello sviluppo e del progresso? Perché sono “antimoderno” e “nostalgico” del passato”? Penso semplicemente che l’uomo per ritrovare la sua innocenza deve purificarsi degli errori che hanno generato gli orrori del nostro presente. Penso al passato come ad una forza potente che può irrompere nel presente e scuotere la terra e l’ordine ivi esistente.

In Ideologia e Poetica (Per Per il cinema, a cura di W. Siti e F. Zabagli, 1973 – Mondadori, Milano) Pasolini affermava: “Preferisco muovermi nel passato proprio perché ritengo il passato unica forza contestatrice del presente. Non c’è niente che possa far crollare il presente come il passato: è una forma aberrante ma tutti i valori che sono stati i valori in cui ci siamo formati, con tutte le loro atrocità, i loro lati negativi, sono quelli che possono mettere in crisi il presente”. Solo i vinti hanno interesse a rievocare le immagini degli sconfitti delle epoche storiche precedenti, mentre i vincitori, detentori del potere, rievocano soltanto la storia ufficiale, cioè la loro.

Le macerie dell’industrialismo

Quello che oggi mi preme è avanzare suggestioni che stimolino e aprano le menti e i cuori per ridare un futuro alle nostre terre più martoriate e alla nuove generazioni alla luce delle lezioni della storia e per non ripetere gli stessi errori.Ritrovare e riconnettere i fili spezzati di una storia che non è stata.

Il mio pensiero corre così al famoso discorso sull’austerità di Berlinguer all’Eliseo del 5 gennaio 1977 e a un Congresso della Cgil dei primi anni’70 e alle domande che ivi echeggiarono, rimaste senza risposta: dove, cosa, come e per chi produrre?Sono domande pertinenti ancora e soprattutto oggi. Produrre qualsiasi cosa in un qualsiasi luogo, togliendo diritti e dignità al lavoro e sfruttandolo in tutti i modi possibili, è cosa che contraddice, infatti, un cambio di paradigma del modello di sviluppo. L’industrialismo e il consumismo si sono rivelate la malattia e non il rimedio alle sofferenze, alle privazioni e alle ristrettezze di cui hanno patito per secoli le classi subalterne. A questo esito, per ironia della storia, hanno contribuito anche le organizzazioni del movimento operaio nate per riscattare i più umili e finite nella “trappola” del progresso. Del resto l’industrialismo è stato una vocazione della cultura sviluppista della sinistra politica e sindacale anche in una città come Roma. Il manifesto congressuale della Camera del Lavoro di Roma del 1977 raffigurava l’ombra di una fabbrica con ciminiera che si rifletteva su Castel S.Angelo! Quella immagine non fece scandalo alcuno. Era dopotutto il simbolo di una rivendicazione storica del movimento operaio romano: il sogno irrealizzato di Roma Capitale come grande città industriale.

Oggi, fortunatamente, simili suggestioni sono tramontate, ma nel passato non si avevano di questi scrupoli. Basti pensare che fino agli anni ’20- ’30 il Gazometro e la Pantanella a Roma erano ubicati nella area industriale del Circo Massimo, ai piedi del Palatino e dell’ Aventino! Chi pensasse e osasse fare una cosa del genere oggi sarebbe da ricovero immediato! Bisognerebbe  essere degli ottusi operaisti, infatti, per rimpiangere le fabbriche in città. Chi sopporterebbe, oggi, i fumi nocivi di una ciminiera a pochi metri dalla finestra di casa? Anche questo è lo scandalo vergognoso di cui è vittima una città ultra-millenaria come Taranto! L’industria chimica e siderurgica ha però già fatto il suo lavoro distruttivo;  negli oceani ci sono continenti di plastica, le nostre coste e pianure sono segnate da  un lunga catena di città e siti inquinati e inquinanti. Sono quarantaquattro le aree in Italia inquinate oltre ogni limite di legge: Trieste, Porto Marghera, Brescia, Mantova, Cengio, Falconara, Termoli, Terni, Manfredonia, Bari, Brindisi, Taranto, Crotone, Priolo, Gela, Milazzo, Napoli- Bagnoli, Litorale vesuviano, Fiume Sacco, Civitavecchia, Piombino, Casal Monferrato, Livorno, Porto Torres, Sulcis Iglesiente, ecc..

Ora molte aziende hanno chiuso, e resta il disastro ambientale. L’Italia e le nostre città sono disseminate di siti industriali dismessi, colmi di rifiuti tossici abbandonati, che continuano a disperdere veleni nell’ambiente. Come uscire da uno sviluppo che ha inquinato e avvelenato le nostre città, l’aria, la terra, i mari e le acque insieme ai cuori e alle menti dell’umano, per orientarsi verso un’economia e uno sviluppo basato sulla bellezza e la cura dei luoghi, sulla gentilezza e sull’amore verso l’uomo e la natura, verso la madre-terra? L’illusione del progresso (il nostro) sopravvive purtroppo ancora nelle pratiche politiche e sindacali, sopravvive nelle guerre per le materie prime e nell’industria delle armi e nelle distruzioni che portano con loro. Sopravvive nelle servitù militari e industriali di cui è vittima una città altrimenti bellissima come Taranto con il suo magnifico entroterra e i suoi mari. Sopravvive nella rapina delle risorse naturali e di minerali preziosi dell’Africa da parte dei paesi occidentali e nelle sue terribili guerre tribali per accaparrarsi i dividendi della neo-colonizzazione. Sopravvive nei milioni di profughi ambientali e di quelli in fuga dalle guerre generate per il “nostro” benessere.

Quale speranza per il futuro del lavoro?

Dalla crisi emerge lo scheletro contadino della società italiana”, affermava il Presidente del CENSIS Giuseppe De Rita nel 45° Rapporto del 2011. Tanti giovani acculturati e laureati stanno riscoprendo la terra e la cultura contadina portando con sé innovazione e nuovi saperi. Una nuova cultura contadina innestata sul recupero dei piccoli centri spopolati e/o abbandonati delle zone interne e collinari, sulla valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale e paesaggistico, sul turismo sostenibile, sull’eno-gastronomia e sulla agricoltura sostenibile e di qualità: questa può essere la strada per il riscatto del nostro passato e delle sue illusioni. Transitare da un modello concentrazionario – dove si centralizzano risorse, capitali, popolazione, forza-lavoro in un singolo spazio-luogo per ottimizzare le risorse produttive, privilegiando le zone costiere e le pianure – a un modello policentrico diffuso e basato sullo sviluppo localee puntando sulla valorizzazione dei territori e sulla decentralizzazione delle risorse; decongestionando le città e orientando lo spostamento della popolazione urbana, della forza-lavoro, verso le aree interne, le colline e i piccoli centri, dalla città verso la campagna. È un compito, questo, che spetta alla politica ma che tocca da vicino la progettualità sociale delle organizzazioni dei lavoratori. Il lavoro – che è oggi la vittima di uno sviluppo sfuggito al controllo dell’umano – e le organizzazioni dei lavoratori non  possono sottrarsi al dovere storico di riconciliarsi con l’ambiente e la natura, con la società e le comunità locali. Nondimeno in questa missione rimangono le possibilità di riscatto del lavoro da un destino che lo relega oggi alla emarginazione sociale e ad una povertà senza la dignità della povertà contadina e artigiana.

Il capitalismo industriale fordista aveva illuso sulle sue presunte infinite possibilità di ridistribuire ricchezza e prestigio sociale ai salariati. L’organizzazione taylorista del lavoro era stata scambiata come ineluttabile progresso tecnico. Ha invece contribuito potentemente alla sua alienazione e alla spoliazione delle sue qualità e del suo sapere. Oggi la globalizzazione ha distrutto le illusioni del lavoro salariato e delle sua aspirazioni “rivoluzionarie”. Rimangono un esercito di precari e di disoccupati e i cimiteri delle fabbriche dismesse nelle periferie delle nostre città, trasformate per amara ironia della storia – penso a Roma e all’ex Tiburtina Valley da santuari della rivoluzione proletaria a casinò del gioco d’azzardo. Il nucleo forte dei lavoratori stabili si è ridotto sempre di più ed è concentrato nei diversi settori pubblici, nelle imprese locali partecipate che gestiscono servizi pubblici, nelle grandi imprese private di servizi, e in quel poco che resta di imprese industriali ancora competitive sui mercati internazionali. Come ripartire dalle macerie che ci ha lasciato l’industrialismo per reinventare un futuro del lavoro e della società? Come conciliare le speranze di intere generazioni escluse dal cosiddetto “sviluppo” con gli interessi spesso corporativi dei lavoratori più protetti? Sono le domande a cui dovrebbe rispondere un moderno sindacalismo confederale. Il sindacato oggi è purtroppo lontano dal popolo dei precari e dei senza lavoro tanto cari a Giuseppe Di Vittorio e alle sue leghe edili e bracciantili. In tante sue pratiche il sindacato si comporta, specie nei settori forti e protetti dell’economia, come una propaggine dell’impresa e dei suoi interessi. Nei servizi pubblici prevale spesso l’interesse corporativo dei lavoratori sulla difesa e tutela dei diritti dei cittadini.

Il Piano del Lavoro della Cgil che fine ha fatto? Scomparso dall’agenda sociale e politica del paese! Migliaia di pagine scritte che non reggono il confronto con le due scarse e “misere” paginette del Piano di Di Vittorio che mobilitò, con gli scioperi a rovescio e l’occupazione delle terre, milioni di lavoratori edili e braccianti precari e disoccupati per la riforma agraria, per la nazionalizzazione dell’energia elettrica e l’elettrificazione delle campagne, e per un piano di investimenti pubblici per la ricostruzione del paese devastato dalla guerra. Il paragone con l’oggi è impietoso se pensiamo ai milioni di giovani precari e disoccupati senza speranza e senza rappresentanza sociale e politica. Dove sono le priorità strategiche di un moderno Piano del Lavoro? Anche questa la sento come una mia sconfitta.

Riconciliare lavoro e bene comune. Una funzione possibile degli intellettuali

I lavoratori non possono essere estranei, come le imprese globali, ai destini dei territori in cui vivono i popoli che li abitano. Questo non può farlo un sindacalismo corporativo che leghi il destino dei lavoratori solo a quello dell’impresa, estraniandosi così dalla società, dai cittadini e dal perseguimento del bene comune. Il lavoro potrebbe ritrovare la sua funzione emancipatrice se fosse non solo finalizzato alla sua riproduzione sociale ma anche per realizzare l’umanesimo del lavoro e  una nuova civiltà del bene comune.

Walter Benjamin, grande filosofo marxista tedesco del Novecento, è stato un severo critico di una concezione marxista-progressista della Storia e della società dei consumi. Nelle sue Tesidi filosofia e di storia, scriveva: “Nulla ha corrotto la classe operaia tedesca come l’opinione di nuotare con la corrente. Lo sviluppo tecnico era il filo della corrente con cui credeva di nuotare…”. Il Programma di Gohta ( Il manifesto della socialdemocrazia tedesca del 1875), denunciava Benjamin, definisce il lavoro come ”la fonte di ogni ricchezza e di ogni cultura… cosa che fece inorridire Marx”. E continuava: “Questo concetto della natura del lavoro, proprio del marxismo volgare, non si ferma troppo sulla questione dell’effetto che il prodotto del lavoro ha sui lavoratori finché essi non possono disporne. Esso non vuol vedere che i progressi del dominio della natura e non i regressi della società…Il lavoro, come è ormai concepito, si risolve nello sfruttamento della natura, che viene opposto – con ingenuo compiacimento – a quello del proletariato…”

Certamente è importante conquistare la libertà dalla sofferenza e dal bisogno. Aspiriamo per questo al denaro, al successo, ai beni materiali, alla sicurezza. Il lavoro è un mezzo per raggiungere questi scopi e il movimento sindacale ha svolto questa funzione per tutto il Novecento. Ma è proprio impossibile concepire il lavoro al servizio della società e del bene comune vivendo in armonia con la natura? È un’illusione pensarlo? Lo scetticismo è giustificato. L’idolatria del mercato e del consumismo dei “moderni” hanno sostituito,  nella civiltà industriale occidentale, la spiritualità e l’austerità naturale degli “antichi”. Le passioni “calde” della politica partecipata sono state sostituite da quelle “fredde” dell’economia e del business.Viviamo in una cultura aggressiva e fortemente competitiva che ha permeato anche il mondo del lavoro. L’ “io” ha sovrastato il “noi” e il bisogno di comunità. La democrazia ha smarrito i valori fondativi della Polis ed è degenerata nel mercato dei consumi. Il nostro sviluppo è nefasto perché incoraggia altri popoli a comportarsi come noi e ad adottare i nostri stili di vita e i nostri valori egocentrici e materialisti.

Come invertire questa tendenza a partire da noi? Il nostro sistema di vita può rivelarsi insostenibile per la specie umana e per l’ecologia del vivente. Siamo in grado di cambiare i nostri paradigmi e la nostra cultura per fondare una visione alternativa dello sviluppo e del progresso? È questa la sfida aperta per il pensiero democratico e solidaristico, e per gli intellettuali che dovrebbero essere i promotori e i custodi del bene comune. Nella visione gramsciana, ogni gruppo sociale crea una sua categoria specializzata di intellettuali, organici alla sua funzione storica e produttiva. Così Gramsci elaborò la figura dell’intellettuale organico alla classe operaia, ad una classe che si candidava ad essere egemone nella società industriale. Nell’epoca odierna della  decadenza delle classi che hanno fatto la storia della società industriale – la borghesia produttiva e la classe operaia – gli intellettuali, orfani di questo ruolo storico, sono diventati in gran parte “propagandisti” del pensiero unico e dell’ordine esistente assunto come senso comune, al servizio spesso dei politicanti di turno e dei poteri costituiti. Gli intellettuali che amano il progresso umano, invece – orfani di una “classe” ormai dispersa – non dovrebbero ridursi a essere partigiani sostenitori di partitini o di politici di sinistra autoreferenziali, ma divenire portatori di una visione critica del mondo e del potere, nuovi sacerdoti custodi del bene comune e della sacralità dei beni comuni sociali e naturali, educatori delle nuove generazioni, e severi vigilanti dei costumi e dei comportamenti di quanti li denigrano e li oltraggiano ogni giorno.

Il riscatto dei vinti e un sogno

La sconfitta della nostra generazione, che ha fallito nelle sue ambizioni di palingenesi sociale e che non ha saputo vedere i rischi dell’inseguire il benessere e il successo a tutti i costi, si è risolta nel crollo di tutti i suoi miti fondativi. Questa sconfitta sia di lezione per l’oggi affinché non si smarrisca la memoria degli errori di ieri e delle sue sofferenze. La Storia non è solo un susseguirsi di eventi lineari in cui il passato sia alle nostre spalle. Esso ci parla anche con il linguaggio e la memoria dei vinti e degli sconfitti redenti e non solo con quello dei vincitori, affinché quello che non fu possibile ieri diventi possibile oggi o domani. Per Benjamin la rivoluzione futura ci sarà soltanto se il passato sarà redento. Essa è il “balzo di tigre nel passato”.“Il soggetto della conoscenza” – scrive ancora W. Benjamin – “ è la classe stessa oppressa che combatte.., che porta a termine l’opera della liberazione in nome di generazioni di vinti”. Non so se un giorno il mondo cambierà in meglio. Ma se sarà così, lo sarà non grazie a quelli che sono saliti sul carro dei vincitori, ma grazie ai popoli vinti ma non domati, alle classi oppresse, ai sacrifici e alle testimonianze di tutti quelli che pur sconfitti ed emarginati, non si sono mai arresi. Per concludere. Che cosa posso dire oggi al mio paese e alle terre violentate da cui mi sono distaccato oltre quarant’anni fa, stravolte nella loro identità dalla modernità vincente? Ho un sogno per Taranto e i paesi viciniori, città-martiri vittime di questo industrialismo avvelenato: la chiusura dell’ILVA con una grande cintura verde attorno e un grande Museo da creare lungo la catena produttiva dell’acciaio per testimoniare e mostrare al mondo le brutture e le sofferenze umane dolorose di una certa civiltà industriale, che valga come monito per il futuro dell’umanità e delle nostre terre martoriate.

Antonio Castronovi

tratto dal sito: http://comune-info.net/2016/11/considerazioni-dalla-parte-dei-vinti/


Alla CGT sciopero di solidarietà per la morte di Ahmed El Danf, operaio, ucciso da un crumiro durante un picchetto davanti la sua azienda, la Gls di Piacenza. del Coordinamento Sindacale CGT – CLS

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Comunicato per tutte le Lavoratrici e Lavoratori della CGT- CLS
Il Coordinamento RSU unitario Filcams CGIL- Fisascat CISL- Uiltucs UIL della
CGT – CLS , dopo i fatti accaduti a Piacenza, presso l’azienda Gls Logistica, esprime
cordoglio e solidarietà per l’operaio sindacalista travolto da un camion durante il
presidio organizzato davanti ai cancelli dell’azienda, sciopero indetto per il mancato
rispetto da parte dell’azienda degli accordi sottoscritti tra le parti.
Inoltre, l’indignazione sui gravi fatti avvenuti è unanime, si condanna ogni forma di
violenza fisica, ma è altrettanto vero che tale episodio denuncia le attuali condizioni
del mondo del lavoro a cui i Lavoratori e Lavoratrici sono sottoposti.
L’assenza e l’insufficienza di tutele generano continue tensioni tra le Imprese e i
Lavoratori, nonché continui ricatti per tutta quella forza lavoro costretta ad
accettare un lavoro sempre più povero.
Gli effetti della politica Europea e Nazionale continua a ridurre salari e diritti,
moltiplicando forme contrattuali di precariato, strumenti di sfruttamento
legalizzato, con nessun parametro di riferimento verso la dignità umana.
E’ inammissibile perdere la vita in tali circostanze, l’Italia è una Repubblica fondata
sul lavoro e dovrebbe essere sufficiente per far intervenire le Istituzioni
all’osservanza di tale principio, affinché venga garantito un lavoro che possa essere
dignitoso per tutti i Lavoratori e Lavoratrici.
Il Coordinamento Sindacale CGT – CLS per solidarietà e fermezza nel
ripudiare tali atteggiamenti:
DICHIARA LO SCIOPERO di 1 ORA A FINE TURNO PER IL GIORNO MARTEDI’ 20 SETTEMBRE 2016

Coordinamento RSU unitario Filcams CGIL- Fisascat CISL- Uiltucs UIL della
CGT – CLS

Avanti, di C. Baldini

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Per costruire una sinistra europea ci vogliono altri presupposti. Il primo è che si riesca a costruire una sinistra unitaria anti-liberista negli Stati Sovrani.
Il secondo che il sindacato torni a fare la sua parte di difesa dei lavoratori e dei disoccupati, rifiutando accordi indecenti e lesivi della stessa dignità ei lavoratori e dei precari. Si rifiuta e si chiama alla lotta. La Francia ci ha insegnato che si può fare. Non importa se le maggioranze approvano in parlamento, è importante che nei posti di lavoro le persone abbiano fiducia nel sindacato e proseguire la lotta.
Non si piegò la Cgil davanti a Berlusconi, chi fa parte del sindacato deve guardare la tutela di chi lo paga per stare lì. Spero di farmi capire.
Il terzo presupposto è tentare di rianimare quei movimenti che avevano gran parte radici nell’area PD che avevano dato la riscossa contro la destra.
Se la strada è questa ed è lunga sicuramente, possiamo però dire che stiamo costruendo una Sinistra Unitaria. Unitaria significa , pluralismo di vedute, entro um manifesto programmatico condiviso, ma che si riconoscono nell’azione di un singolo Partito. In fondo il Pci era questo. Il Pd non è nato con questa connotazione , ma come partito di centro-sinistra. Debole perché da una fusione di DNA differenti a freddo. Chiunque poteva scegliere di starci per convenienza e infatti Renzi ha lavorato per questo. Non ha scelto Forza Italia perché Berlusconi era inamovibile, ma è andato a farsi consigliare . Si è creato gli sponsor e si è messo in carriera. erto che ha bisogno del supporto della base zoccolo del vecchio DS, ma è una base che non potrà reggere a lungo. Quindi da una parte la politica degli 80 euro e dall’altra qualche soldo ai diciottenni(forse) per gli smart o tablet. Sotto campagne elettorali, come Berlusconi, tira fuori Irpef e quel che seve. Con che soldi? Eh, chiedendo flessibilità all’Europa e aumentando il debito. Se non l’avrà li prenderà dalle pensioni o dalla sanità.

Ed ora una seria domanda a Sinistra Italiana : vi pare un centro sinistra restare alleati con il PD? Da Verdini a Fratoianni? Beh , avete un bello stomaco. Fate pure. Voterò diversamente, anche se mi dispiace per il Paese.
Io sono certa che se invece SI ingranasse la marcia a sinistra, parlerebbe altro linguaggio e a tanti giovani.
E c’è bisogno in Europa che si ricostituisca una Sinistra, per osteggiare TTIP e guerre. Parlare seriamente di migrazione e fare.
Stabilire gli Statuti del lavoro insieme al Sindacato europeo.
Potremmo anche contare su collaborazioni eccellenti come quelle di D’Alema o Cofferati, stimati in Europa da tutti. Solo noi rottamiamo le persone valide. Poi votiamo Sala sindaco.
Questa è una riflessione personale, se ancora qualcuno mi risponde male e offensivo, lo banno, senza nemmeno dirlo.  Perché il rispetto che io porto per gli altri mi è dovuto.

Claudia Baldini

Rai: Slc Cgil, trasparenza su consulenze, acquisto di format, appalti, contratti conduttori e stars

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“Con la direzione di Gubitosi, nata sotto il Governo Monti, si era avviato un processo di riduzione dei compensi dei dirigenti neoassunti. Operazione che, come qualcuno afferma, avrà ridotto l’appeal per i professionisti che arrivano dal mondo dei privati, ma che aveva calmierato l’innalzamento sconsiderato degli stipendi per i dirigenti del servizio pubblico radio televisivo.” Lo afferma una nota di Slc Cgil nazionale.

“Ci sfugge il senso della polemica avviata dalle forze politiche che, con l’approvazione della “riforma della Rai”, prodotta senza aver tenuto in alcuna considerazione le critiche mosse da Slc nel corso di diverse audizioni  parlamentari, hanno attribuito una delega molto forte all’Amministratore Delegato, prevedendo nel testo di riforma deroghe a quanto stabilito in materia di reclutamento del personale e di appalti per le pubbliche amministrazioni.”

“Oggi – prosegue la nota – il Direttore Generale della Rai, a seguito dell’attribuzione dei poteri da Amministratore Delegato, ha la possibilità di decidere modalità di assunzione e retribuzioni, questione rafforzata dal fatto che, sotto il Governo Renzi, la Rai ha quotato in borsa Rai Way, di fatto privatizzando parte della società, ed ha emesso Bond ad investitori istituzionali per 350 milioni di euro, liberando l’azienda, al pari di altre società Pubbliche quotate in borsa, dal dover attribuire dei limiti ai compensi dei propri dirigenti.”

“Gli stipendi stratosferici di manager e dirigenti sono una consuetudine e un primato tutto italiano – ricorda Slc. E’ illogico chiedere alla Rai di essere competitiva, senza introdurre alcuna regola sul mercato pubblicitario e stupirsi poi di stipendi che rispondono proprio a quel mercato che non si vuole regolamentare. Ancora una volta siamo di fronte a populismi da quattro soldi ad opera di diverse forze politiche.”

“Il problema della Rai – conclude la nota di Slc Cgil – più che i compensi dei dirigenti con responsabilità apicali, è la modalità con cui si  spendono e sperperano risorse economiche per: l’acquisto di format (mediocri), in consulenze, in contratti per conduttori e star, per mantenere in essere un numero eccessivo di posizioni da dirigente (lascito delle forze politiche all’azienda che non risponde alle esigenze produttive della Rai).”

Comunicato stampa di SLC CGIL

tratto dal sito: http://www.slc-cgil.it/2016/07/rai-slc-cgil-trasparenza-su-consulenze-acquisto-di-format-appalti-contratti-conduttori-e-star/

L’impatto liberista, di C. Baldini

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Dagli anni ’90 in poi è subdolamente cambiata la civiltà del vivere, del convivere e la faccia della democrazia, reale. Quando l’ unico metro di valutazione divengono il Pil e le borse, significa che dal lato economico si scatena la corsa al Pil , aumentando competitivita, indipendente dal degrado della qualità della vita e dall’altra non si ha interesse a reinvestire in economia ma la si delega in perdita alla gestione politica.
Subdolamente perché i più speravano che solo la classe operaia dovesse come al solito pagare ed invece grazie alla crisi finanziaria indotta, tutte le categorie stanno soffrendo. Tutti coloro che non hanno accesso alle informazioni che contano, non possono arricchirsi o sopravvivere mediante clic che spostano le regole del gioco al giusto potere.

Quindi diviene meno importante produrre beni o servizi per investire e dare economia reale, piuttosto che aggiungere ricchezza a ricchezza.
E non importa se quel clic manda un Paese fallito o in dittatura, finché rende va bene.

Non è che la trasformazione sia giunta di improvviso , preparata per tempo dalla decisione Usa dell’accorpamento banca commerciale – banca affari. Veniva li a Bretton Woods sancito l’impiego del risparmio per investimento finanziario. Cadeva quindi due capisaldi dell’ economia reale : il credito territoriale e il possesso delle azioni industriali per sostenere le imprese nella loro crescita. Un patto insostituibile per lo sviluppo di un Paese: io compro azioni Fiat perché aiuto il lavoro per tutti. Ora compri e vendi per speculare, al di là della rappresentatività dell’azione. È un po’ come giocare alla roulette rossa sulla sopravvivenza di una economia e dei suoi addetti.
Non è un caso che Sanders pretenda la separazione bancaria, il rigido controllo della Fed sulle società quotate e la drastica limitazioni delle transazioni speculative. Difficile, sì, ma socialismo.
Dalla Cina all’ America, dall’ Europa agli Emirati Arabi, chi detiene leadership sulla Finanza globale, governa il mondo. È dallo scontro e convenienza tra essi che cadono governi, si fanno guerre per il possesso di aree di influenza, si usano dittatori, terroristi e false democrazie al fine di mantenere in equilibrio gli stessi poteri sulla pelle di chi non li ha. Non c’è infatti alcun motivo militare di continuare l’ accerchiamento da parte della coalizione alla Siria, se non quello di sottrarre influenza politica alla Russia. Una volta ci si minacciava con i missili, ora con il controllo del mercato. La strizzatina d’ occhio del fascista Erdogan a Putin è un avviso di sfratto alle 24 basi americane in Turchia. Il massacro dei Curdi ed ogni violazione dei diritti sono effetti collaterali. La posta è il controllo del mercato. E i terroristi nativi e foraggiati da Arabia Saudita e lasciati fare in Turchia sono uno strumento nello scontro di potere.

Anche la debole Europa,inetta e mediocre partecipa al piatto e al sistema attraverso i Ttp.
È ovvio che dovessero sparire le ideologie e la politica dovesse cambiare per non decidere. Perciò non abbiamo teste autonome ,potere politico, ma solo pedine politiche nello scacchiere internazionale. Lo stesso Obama, nonostante le buone intenzioni., ha dovuto soggiacere al mostro creato negli anni di Reagan , Bush e Thatcher.
In Europa non esiste un Paese socialista: la Grecia è alla gogna senza influenza e senza onore.

In Italia, dove abbiamo un Paese diviso tra pubblico,mantenuto col clientelismo, e privato con ogni diritto perduto, né il Pci del dopo Berlinguer, né la Cgil del dopo Cofferati che si è crogiolata nell’ identificazione col Pd, hanno valutato la portata di sconvolgimenti che venivano dalla globalizzazione. Si sono adeguati al concetto di massima competizione, pensando alla qualità decisamente scartata a favore del basso costo.
Non mi spiego diversamente la calata di braghe di D’Alema, Fassino, Chiamparino inquadrati nel New deal malefico della fusione a freddo veltroniana. Fusione con chi questo mercato globale lo incensava, avendo il capitalismo fissato nel suo DNA. Tutto ciò ha portato da Treu, Biagi in poi ad accordi disattesi da difendere con lotte continue per farli rispettare. E Cgil , anche isolata, si è riparata nel Pd, dopo il 2008, con un silenzio assenso colpevole e traditore dei suoi valori. Abbiamo perso il contatto con il degrado culturale e sociale nelle fabbriche, negli uffici. E come al solito bersagliati anziché sorretti a ricompattarsi e porsi riferimento per la difesa dei diritti ci siamo ripiegati sulle singole difese aziendali e sui soli contratti. Pare che qualcosa cambi , ma è molto tardi.

Nel pubblico dopo un perdurare ancora di clientelismo, è precipitato tutto. Niente contratti, furbetti a volte difesi, dirigenti intatti.

Abbiamo ancora la forza e il coraggio di cambiare il nostro palazzo per tornare alla lotta? Non so, ma non c’è scelta è non perché spariamo noi, ma perché nessuno è ora più in grado di noi di tentare.
L’ultima nefandezza del Jobs act ha allargato la faglia tra la dirigenza e la base. Anche qui solo Landini e pochi altri hanno capito. Basta analizzare bene come il Jobs act sia un atto pro poteri forti del mercato. Si è interrotta la fidelizzazione del lavoratore con il suo posto di lavoro che non significava solo stabilità, ma attaccamento e collaborazione. Ha rotto un modesto equilibrio di poteri tra impresa e lavoratori faticosamente conquistato, lo tiene perennemente sulla porta di uscita.

Da Pomigliano in poi con l’ appoggio politico e dei sindacati soliti, Marchionne rappresenta sul mercato dell’usato auto la mano della Finanza e ancora il pd lo loda.

Bisogna tornare all’ origine. Non so come.
E la sinistra non ha finito il suo ruolo. Ma anche qui è sfacelo. Ovviamente,venendo a mancare dalla sinistra il partito maggiore in politica di destra impegnato con ominicchi e furbetti è normale. Quello che non è normale è avere gente che si dice di sinistra, ma vuole alleanze con Verdini.

Non vedo una grande volontà di tentare, di unirsi di rendersi credibili. In fondo dobbiamo trarre forza e unità da chi ripartì dopo la Resistenza anche se era più semplice. Volendo, ora, abbiamo maestri e strumenti culturali alle spalle da far prevalere sui piccoli uomini che abbiamo dentro

In fondo giochiamo il futuro di un Paese che potrebbe anche dare una svolta in Europa.

Claudia Baldini