guerre

Il film di Amelio, amara denuncia dell’eterno cadornismo italiano. di M. Amato

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Bisogna aver letto Gramsci per comprendere l’intenzione che sta al fondo di “Campo di battaglia”, o almeno della prima parte di esso (la seconda essendo dedicata alla Spagnola, che completò l’immane massacro della grande guerra). Il film di Amelio è una spietata denuncia del Cadornismo, sopravvissuto alla giubilazione di Cadorna successiva alla rotta di Caporetto. Un misto di follia militarista, ottuso burocratismo, feroce cinismo classista e bieco autoritarismo che nemmeno Diaz riuscì (o volle) correggere quando subentrò nel Comando supremo. D’altronde il Cadornismo ha attraversato tutta la prima parte della Storia d’Italia, essendo stato uno dei segni distintivi del regno dei Savoia, e il principale brodo di coltura della aberrazione fascista. Amelio ne fa una rilettura cruda e realistica che mette in luce, attraverso coraggiose opzioni narrative, l’altro elemento che fece della decisione dell’Italia di entrare nel conflitto la più sciagurata e criminale delle scelte. Il fatto cioè che quel macello riguardò esclusivamente qualche milione di ragazzi privi di qualsiasi preparazione, non solo militare, mandati a morire nelle trincee del Carso per un ideale che non riuscivano a mettere a fuoco, né potevano. Un esercito che non aveva neanche una lingua nazionale. La scelta di far parlare i fanti coi loro dialetti ha pur essa il valore di una denuncia: l’Unità non solo come processo incompiuto, ma come operazione di vertice, di classi egemoni, senza partecipazione di popolo. E, gira e rigira, sempre a lui si torna: a Nino Gramsci, e al suo lucido e disperato sguardo sulla storia d’Italia.

Massimiliano Amato

Un nuovo presidente democratico per una nuova politica transatlantica. di A. Angeli

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E’ stato interessante seguire la Convetion dei democratici fino alla nomina della vice presidente Kamala Harris a candidata alla Presidenza degli USA, una sensazione di forte passione che ci ha coinvolto fino a pensare che anche a noi dovrebbe essere concesso di votare. Beh, qualcuno potrebbe trovare bislacca questa illusione, ma d’altro canto chi occupa lo Studio Ovale da Presidente degli USA è giustamente visto da molti come un ruolo di importanza esistenziale per il benessere e la sicurezza del mondo, in particolare per noi Europei.

E questa non sia colta come un’esagerazione, in specie in questa fase della storia con una guerra che infuria ai confini dell’Europa, promossa dalla Russia con l’occupazione dell’Ucraina, su cui aleggiano le continue minacce nucleari del Cremlino, al momento solo verbali dovendo tenere di conto, appunto, del ruolo e della forza militare statunitense, fatti che, data la loro intensità e serietà, hanno richiamato l’attenzione di tutta la stampa Europea.

Questa situazione ci induce a prendere in considerazione, data la guerra in Ucraina, i rischi di una guerra più grande in Medio Oriente e la sfida sempre più critica della Cina al primato americano. Eventi che suggeriscono a molti esperti di politica internazionale di affermare che proprio l’Europa ha bisogno degli Stati Uniti, più di quanto non ne abbia avuto dalla fine della Guerra Fredda. Ma è proprio in questa situazione, in cui l’America deve fronteggiare molti rivali, una lista che va crescendo, rimane preziosa e insostituibile l’alleanza con partner affidabili come gli Europei e l’importanza di mantenere operativamente efficace e forte l’Alleanza atlantica che si configura nella NATO.

Come si comprende al centro della sicurezza internazionale, sulla quale l’America sarà chiamata ad affrontare sfide strategiche, il ruolo che l’ Europa sarà chiamata svolgere dipende inevitabilmente e assurdamente da chi vincerà le elezioni americane a novembre. Anche se invero non dobbiamo sottovalutare il modo in cui saranno affrontate le tante questioni sospese: dai dazi alle politiche dell’interscambio commerciale, dai rapporti commerciali di alcuni Paesi dell’Europa con la Cina, fino al rispetto del punto cruciale del 2% per sostenere il riarmo dei paesi NATO, poiché molto dipenderà dalla nuova amministrazione e quindi dal ruolo che gli USA del dopo voto, a cui spetterà stabilire se l’alleanza transatlantica continui con la partnership unita che abbiamo conosciuto negli ultimi 75 anni o se si sgretolerà.

Una particolare attenzione sarà dedicata alla Cina. A differenza dell’Unione Europea, che definisce la Cina come partner, concorrente e rivale sistemico, l’America sembra aver concluso, in una rara dimostrazione di accordo bipartisan, che la Cina non è ora solo il suo principale rivale, ma anche il suo principale avversario in una nuova dimensione di potere e influenza politica e militare globale. Fatti recenti ci mettono in guardia sulla diversa lettura della politica transatlantica, in specie su come trattare con la Cina, dato che è già visibile e sembra destinata a peggiorare il livello dei rapporti diplomatici.

Quando si tratta di gestire i rapporti con la Russia, Europa e Stati Uniti hanno avuto un elaborato centro di consultazione e coordinamento negli ultimi sette decenni nella NATO. Con la Cina, non c’è niente di paragonabile. Perché l’Europa non è stata consultata quando gli Stati Uniti hanno deciso di negare l’esportazione di alcuni chip semiconduttori in Cina? Esiste una strategia concordata su Taiwan? Come da molti europei viene interpretata e criticata, l’idea sempre più popolare a Washington che l’America dovrebbe concentrarsi sulla Cina e lasciare che siano gli europei a occuparsene è decisamente pericolosa. Molti europei ritengono che la Cina potrebbe benissimo interpretare il calo del sostegno degli Stati Uniti all’Ucraina come un segno di debolezza. Ricordiamo le numerose esperienze in merito alle politiche di esportazione della democrazia da parte dell’America.

La creazione di un organismo con personale completo incentrato sul coordinamento sulla Cina e sulla regione Asia-Pacifico dovrebbe essere in cima all’agenda dell’UE. Un Gruppo allargato dei 7 che includa Australia, Corea del Sud e potenzialmente altre potenze regionali potrebbe essere un’opzione, anche se forse non sufficiente.

Poi, l’Europa dovrà iniziare a parlare da adulta di come pagare le bollette della difesa. Il più grande, appunto il 2%, fastidio a lungo termine nella NATO è quasi scomparso: gli europei non si rifiutano più di sostenere una giusta quota del comune onere della difesa. I bilanci della difesa sono cresciuti ovunque; la promessa dei membri dell’alleanza del 2014 di spendere il 2 percento del PIL nazionale è stata rispettata dalla maggior parte. Quindi qual è il problema? In breve, noi in Europa spendiamo i nostri euro per la difesa in modo incredibilmente inefficiente perché non riusciamo a metterci d’accordo su dove e come produrre le nostre armi o cosa acquistare. A partire dal 2016, gli Stati Uniti hanno utilizzato circa 30 importanti sistemi militari, dagli aerei alle fregate, rispetto ai circa 180 sistemi degli alleati europei.

Peggio ancora, gli europei realizzano  più di due terzi dei loro acquisti militari negli Stati Uniti, privando le aziende europee di investimenti tanto necessari. Questa è una grande notizia per l’industria della difesa americana, ma è politicamente e economicamente insostenibile in Europa nel lungo termine. I senatori di Washington sono contenti quando nel loro stato si verifica un sacco di occupazione nella produzione di difesa. I politici europei non sono diversi.

Se l’America vuole davvero che l’Europa sia più responsabile della sicurezza del suo continente, Washington dovrebbe incoraggiare i partner europei a sviluppare e acquistare più armi in Europa e a farlo in modo coordinato., o sia la stessa Europa ad intraprendere autonomamente questa strada. Se gli europei si mettessero d’accordo e facessero più pooling e condivisione tra i partner UE e NATO europei, potrebbero risparmiare  circa 15 miliardi in più ogni anno e spenderli in sistemi più numerosi e migliori, così come in più munizioni.

Infine, è venuto il momento di parlare e chiarire i comuni valori che ci legano come occidentali. La principale differenza tra noi e i regimi autoritari o dittatoriali non è forse il nostro impegno per i diritti umani, per lo stato di diritto, per la decenza in quest’epoca di impunità. Gli Europei devono essere orgogliosi di questo impegno. Il problema è che il mondo occidentale, e in particolare gli Stati Uniti, viene accusato di applicare doppi standard nell’affrontare guerre, conflitti e violazioni dei diritti umani.

Questo, naturalmente, non è un nuovo punto di contesa. (Durante la recente pandemia, molti paesi in via di sviluppo pensavano che fossero stati promessi loro i vaccini non appena fossero stati disponibili. In realtà, molti hanno dovuto aspettare che tutti a Bruxelles o Miami fossero stati vaccinati.) Ma le guerre simultanee in Ucraina e Gaza hanno reso il problema molto peggiore, e praticamente ingestibile. Le nazioni occidentali si aspettano che il mondo sostenga le risoluzioni che condannano il comportamento russo in Ucraina, ma poi vediamo ingiustificate difficoltà che rendono difficile ricambiare per quanto riguarda la condotta della guerra a Gaza.

Di conseguenza, la credibilità collettiva dell’occidente ha subito un colpo. È un colpo alla sua identità, ma riduce anche la sua capacità collettiva di contrastare i crescenti progressi dell’autoritarismo e l’aperta e crescente indifferenza al diritto internazionale. Esiste una ricetta facile per eliminare questo divario di credibilità? No, ma impegnarci nuovamente collettivamente e solennemente allo stato di diritto e alla Carta delle Nazioni Unite nel nostro approccio ai conflitti e alle crisi internazionali potrebbe essere un primo passo.

Alberto Angeli

Prima riflessione sui risultati definitivi delle elezioni francesi. di G. Giudice

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I risultati definitivi (annunziati dal ministro degli interni sono questi: 33,1% al RN di Le Pen e Bardella (con il supporto di una parte degli ex gollisti ; 28% alla Sinistra del Nuovo Fronte Popolare; 20,7 % ai “centristi liberali” di Macron.

Se (come avevano previsto i sondaggi da tempo) l’estrema destra razzista, xenofoba è la prima formazione politica, rappresenta comunque solo un terzo degli elettori francesi. E , su questa base è seriamente in forse che possa prendere la maggioranza assoluta al II turno.

La sinistra unificata ha un ottimo risultato (ben oltre un quarto degli elettori), tenendo anche conto che la lista è stata messa a punto a meno di due settimane dal voto. Sapendo mettere da parte anche i dissensi su alcuni punti. Sono nettamente prevalse le ragioni unitarie. E certamente il merito va al Compagno Mélenchon che ha saputo trovare la quadra nel modo migliore, coinvolgendo i suoi ex compagni del PS (che è cresciuto alle europee) , il piccolo PCF e i Verdi. La sinistra si è presentata alle elezioni con un programma fortemente alternativo a quello di Macron, alle sue politiche antisociali, che hanno notevolmente accresciuto le disuguaglianze e le ingiustizie , gestite con arroganza e protervia , e segnato da pulsioni autoritarie. Per non parlare delle uscite squinternate sul voler mandare truppe francesi in Ucraina.

Comunque la sinistra può rappresentare l’unico vero argine alla destra reazionaria. Infatti la La Pen ha espressamente detto che il vero nemico da combattere è la sinistra di Melenchon. Il quale (con il consenso dei suoi alleati) ha espressamente affermato che in eventuali triangolazioni nei collegi , essi si ritireranno e (turandosi il naso) voterebbero per un candidato di Macron. L’imperativo categorico è quello di impedire alla destra di prendere la maggioranza assoluta in parlamento , per la catastrofe democratica e civile che si abbatterebbe sul paese. Del resto, già due anni fa, alle presidenziali del 2022 Jean Luc , giunto terzo a pochi passi dalla le Pen , disse apertamente “al secondo turno nessun voto vada alla Le Pen” .

La sinistra in Francia ha preso 9 milioni di voti, ed ha la possibilità di espandersi, tenendo anche conto che solo la metà degli elettori del RN è apertamente razzista e fascista. La feccia della società francese. L’altra metà ha espresso più un voto “contro” (Macron) che non un voto per. E comunque la sinistra , tra i nostri cugini d’oltralpe , mostra una sua vitalità ; quanto meno esiste una sinistra con forti connotazioni socialiste.

In Italia purtroppo non è così. L’unica forza veramente definibile di sinisttra in parlamento è l’AVS . IL PD nonostante i passi in avanti della Schlein non lo è. Non dimentichiamo che nel Pd hanno ancora grande influenza i Letta , i Gentiloni, i guardiani dell’austerità europea. E che definiscono Mélenchon un sovranista di sinistra (una contraddizione in termini) speculare alla Le Pen. Mélenchon ha sempre parlato di sovranità democratica , che egli ben distingue dal concetto di sovranità nazionale. E’ un autentico socialista internazionalista come lo era Matteotti (o Jaurès) . Lo hanno accusato di essere antisemita perché ha definito crimini di guerra quelli commessi a Gaza dal governo fascista di Netanyau. Del resto lo stesso Sanchez è stato accusato di antisemitismo perchè la Spagna ha riconosciuto lo stato palestinese e ha definito crimini di guerra quelli commessi a Gaza. Del resto lo stesso Gutierres aveva detto le stesse cose.

I veri antisemiti sono i governanti di Israele, perché , con le loro azioni criminali di fatto scatenano l’odio verso gli ebrei. Ma tanti ebrei sostengono apertamente la causa palestinese e condannano un governo fascista che tradisce i valori più profondi dello stessi ebraismo. Mélenchon è stato anche accusato di essere filo-Putin. Un’enorme bugia. Ecco cosa disse Mélenchon in un’intervista al settimanale l’Express il 31 maggio 2022 “Vladimir Putin è un uomo che ha violato tutte le regole internazionali, ha invaso un Paese sovrano, ha commesso crimini di guerra e minacciato il mondo di un conflitto nucleare, tutto ciò è odioso”, spiega Jean Luc Mélenchon in una lunga intervista al settimanale L’Express.Il tribuno della gauche, rivelazione delle ultime presidenziali ( è andato a un passo dal ballottaggio) e leader della coalizione di sinistra radicale (Nupes) che sfiderà Macron alle legislative del 12 giugno, non ha alcuna simpatia per le politiche atlantiste e ha spesso criticato l’espansionismo strisciante della Nato a est. È non lesina bordate all’Unione europea che vorrebbe rifondare da cima a fondo.

Ma di fronte all’invasione dell’Ucraina è sempre stato chiarissimo: nessuna equidistanza. Un approccio coerente da parte di chi peraltro non ha mai avuto atteggiamenti compiacenti verso il capo del Cremlino a differenza di molti politici occidentali che per lunghi anni hanno visto in Putin un “elemento di stabilità”: «La colpa è nostra, siamo stati compiacenti a Grozny in Cecenia e ad Aleppo in Siria, ora ne paghiamo le conseguenze».

Ecco come la pensa Mélenchon …i veri amici di Putin vanno cercati nell’estrema destra europea, nella Lega. Certo Mélenchon si è sempre battuto per una soluzione politica e dilpomatica evitando una escalation bellica senza fine. Ma il giudizio è netto ed inequivocabile, lo considera un criminale. Mi fermo qui , aspetto commenti…Mélenchon con Corbyn…

Giuseppe Giudice

Brutti segnali per il futuro dell’Europa. di A. Angeli

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Si, le previsioni delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo preoccupano i leader che fino ad aggi hanno governato l’UE. Proprio Emmanuel  Macron, in un discorso di fine aprile ne ha esternato lo stato d’animo, un episodio che mette in luce l’ansia che pervade molti leader, con il quale ha inteso trasmettere un avvertimento molto eloquente sul pericolo che corre il continente nel caso di un’affermazione della destra. Nel suo intervento centrale è stata l’affermazione sulla necessità di proporre un’Europa che guarda al suo cambiamento e sappia trasformarsi  in “potenza europea”.

Dare un nuovo volto al continente Europeo, che segni  l’ alternativa alle cupe previsioni di un avanzamento della destra in Europa e di un’affermazione di una nuova leadership Trump, alla guida degli USA, questo il messaggio di Macron, in cui non sono assenti le preoccupazioni per le difficoltà che incontra la resistenza in Ucraina contro l’invasione  Russa e l’insostenibile carneficina del popolo di Gaza da parte di Israele. Insomma, un richiamo per un cambiamento della politica Europea, nella prospettiva di dotarla della necessaria forza,  e del potere politico, da dispiegare su ogni versante della sua politica, sia essa economica, sociale e della difesa, imponendosi come nuova  potenza nel  prevedibile mutamento di scenario geopolitico che si profila per i prossimi anni.

Il concetto del potere politico ha una forte suggestione storica e per questo suggerisce  di richiamare gli scritti di Nicolò Machiavelli contenuti nelle dense pagine del Principe, che il filosofo scrisse nel lontano XVI secolo, appunto sul potere politico. Per Machiavelli la politica è un’arte, almeno così la presenta in una lettera a Lorenzo dei Medici, sovrano della Repubblica fiorentina. Un aforisma ci può aiutare a comprendere cosa intendesse per potere politico: come un pittore naturalista, che riproduce fantasiosamente le montagne e dalla loro cima si accinge a studiare le pianure, così anche i governanti dovrebbero abitare i loro domini:  “Per conoscere bene la natura del popolo bisogna essere principe”, scriveva Machiavelli, “e per conoscere bene la natura dei principi bisogna essere del popolo”.

Richiamando Macron scopriamo come la sua prolusione si relazioni con la prima parte della frase di Machiavelli, e costituisca quindi una risposta alla domanda: cos’è il potere oggi nell’Europa contemporanea e come rimodellare le sue istituzioni per coglierne le magnifiche sorti e progressive. Con la sua risposta  Macron ha svelato la vulnerabilità dell’Europa  e la ciclica crisi politica che ne annichilisce le potenzialità dell’esercizio del potere. E’ certo un paradigma, quello a cui è ricorso, con l’intento da impegnarsi in una appassionata difesa della nostra civiltà e cultura Europea, trascurando però la parte dell’aforisma in cui Machiavelli ricorda che anche le persone formano opinioni sui loro governanti, opinioni che i governanti ignorano a loro rischio e pericolo.

Ecco il tema vero, che non riguarda solo Macron ma tutta l’élite politica Europea, la quale si è resa distante e inaccessibile lungo tutta la storia dell’UE, trascurando le popolazioni, escludendole come cittadini da qualsiasi coinvolgimento e partecipazione diretta all’elaborazione politica e nelle decisioni più rilevanti dalle quali dipendeva e tuttora dipende la vita e il corso della storia dell’Europa. Questa esclusione ha influenzato e cambiato negativamente  il panorama europeo, aprendo la strada alla destra radicale.

Le riflessioni di Machiavelli sugli avvenimenti politici del suo tempo, tra cui i conflitti tra le principali potenze europee,  il malcontento nei confronti dei rappresentati delle signorie o principati e situazioni di caos che coinvolsero il crollo della legittimità della chiesa cattolica, s’ispirano alla Repubblica Romana per trarne lumi a sostegno della sua idea sul potere politico.  Il senso dell’indicazione si riassume nella considerazione che di fronte all’indifferenza dei valori, la storia si rivela l’unica guida alla quale attenerci per superare i momenti difficili. Al proposito rileva ( nei Discorsi su Livio ) come il segreto della libertà Romana non risiedesse nella sua fortuna né nella potenza militare, ma nella capacità dei romani di conciliare la disuguaglianza tra le élite ricche, la parte nobile e la maggioranza della popolazione, che indicava come popolo.

La storia ci ricorda quale sia il comportamento di chi detiene il potere economico, le leve del comando sociale che, come ci ricorda Machiavelli, e nel XIX secolo Marx, è il continuo accumulo di ricchezza e con essa del potere politico per governare gli altri, così, giustamente, la reazione naturale di quella parte del popolo esclusa è quella di lottare per superare l’ingiustizia sociale e il disequilibrio economico che deriva da una mancata giustizia nella redistribuzione della ricchezza. Purtroppo la storia ci ricorda che lo scontro di classe non ha assolutamente esaurito la sua natura di lotta politica per una più equa giustizia nella distribuzione del potere politico e sociale Solo incanalando anziché sopprimendo questo conflitto, diceva Machiavelli, è possibile preservare la libertà civica, riconquistare un senso alla politica e contenere il potere che mediante il comando viene esercitato. Oggi, purtroppo, ci troviamo a dover riconoscere il grave l’errore commesso dall’Europa, per avere ignorato i consigli di Machiavelli.  

Dobbiamo ammettere che nonostante tutta la retorica sulla democrazia, e gli inviti ai cittadini a valutare i pericoli che si prospettano con le prossime elezioni, l’UE è connotabile come un’istituzione di governo oligarchico, supervisionato da un corpo di tecnocrati, incline ad una smisurata burocrazia anche se non eletto che opera nella Commissione Europea. Non ci sono consultazioni del popolo sulla politica, nessuna partecipazione e coinvolgimento dei cittadini nelle più importanti decisioni, politiche, sociali, economiche finanziarie e di difesa, e anche nelle più minute questioni che coinvolgono gli interessi di milioni di cittadini e consumatori. Le sue regole fiscali, che impongono limiti rigorosi ai bilanci degli Stati membri, offrono protezione ai ricchi imponendo al contempo l’austerità ai poveri. Dall’alto al basso, l’Europa è dominata dagli interessi di pochi ricchi, che limitano la libertà di molti.

Queste contraddizioni, cioè  queste violazioni della democrazia partecipata e coinvolgente, favoriscono e rafforzano i disegni di potere  delle imprese, degli istituti finanziari, delle agenzie di rating, del credito e i potenti gruppi di interesse ai quali è concesso di dettare la propria legge, limitando gravemente il potere politico. L’Unione Europea è lungi dall’essere il colpevole peggiore. Una grave colpa ricade sugli Stati-nazione, dai quali è dato corpo a un’apparenza di partecipazione democratica, che potrebbe invece sostenersi e applicarsi solo attraverso la fedeltà ad una costituzione condivisa. Purtroppo,  essendo l’Unione Europea, costruita sul mito del libero mercato, la causa  di queste contraddizioni sociali e economiche, la lotta per un’alternativa  è molto più difficile da sostenere e portare a compimento. Solo seguendo l’imperativo di una democratizzazione del processo, che assegni al Parlamento Europeo il potere rappresentativo e legislativo, con la costituzione di un Governo che segni il superamento dei nazionalismi, sarà possibile realizzare il disegno di un’Europa unita seguendo l’insegnamento dei Fratelli Rosselli.   

Questi rilievi danno una plausibilità all’ansia che si coglie nelle forze politiche della sinistra e moderate  dell’Europa,  per le previsioni che assegnano alla destra estrema e conservatrice un probabile successo elettorale. Uno stato di tensione che non pare cogliere le preoccupazioni di milioni di cittadini europei  poveri, senza lavoro o lavoro precario, con basso tenore di vita, coinvolti nelle politiche del cambiamento climatico, ai quali interessa poco la questione della migrazione. Questo ci induce a dire che, forse, il fascino per la destra estrema e conservatrice, ossessivamente ostile nei confronti del migrante, è riassumibile nella critica al fallimento politico, economico e sociale e sulle questioni della sicurezza e della pace delle forze che hanno guidato fino ad oggi l’Europa.

Allora, se stiamo ai fatti che ci fanno vedere un futuro cupo, c’è da sperare ben poco, o, forse, in un colpo di fortuna che, come sottolinea Machiavelli ne “Il Principe”, è come un fiume il cui straripamento può essere impedito costruendo argini e dighe”. Se i politici europei sono sempre più intrappolati nella gestione dell’emergenza, è perché hanno fallito nel primo compito della politica degna di questo nome: diagnosticare le cause della crisi, spiegare ai loro rappresentati e a chi è escluso e difendere coloro la cui libertà è in pericolo. Già questo sarebbe un cambiamento, anche se i segnali sono piuttosto brutti.

Alberto Angeli

La Repressione a Pisa e a Firenze: un atto di forza contro il Libero Pensiero e un attacco alla Democrazia. di A. Angeli

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Nell’ultimo episodio di ciò che gran parte dell’informazione interpreta come un preoccupante trend autoritario, le cariche della polizia contro gli studenti pro Palestina a Pisa e a Firenze, hanno suscitato l’indignazione delle forze di opposizione, le quali si sono dichiarate pronte a presentare interrogazioni parlamentari al ministro Piantedosi. Questi atti di violenza, non respingimenti ma manganellate da parte della polizia nei confronti dei manifestanti, tutti giovani studenti, che stavano esercitando il loro diritto democratico di esprimere opinioni e solidarietà, solleva serie preoccupazioni sulla direzione in cui si sta dirigendo il paese.

L’uso sproporzionato della forza per reprimere il libero pensiero, rappresenta un attacco fondamentale ai principi democratici che dovrebbero essere al centro della nostra società. La democrazia si basa sulla libertà di espressione, sulla diversità di opinioni e sul rispetto per i diritti umani. Tuttavia, l’azione della polizia a Pisa e Firenze sembra indicare un tentativo di soffocare tali valori, suscitando serie e ragionevoli preoccupazioni sulla messa in pericolo delle fondamenta stesse della nostra società democratica.

In un contesto, in cui la situazione geopolitica richiede un dibattito aperto e onesto su questioni come il conflitto in Medio Oriente, è essenziale che la libera voce degli studenti e dei cittadini venga rispettata e ascoltata anziché repressa con la forza oppressiva e lesiva. Infatti, l’utilizzo di cariche contro manifestanti pacifici è non solo un segnale di intolleranza ma anche una violazione dei diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione.

Le forze di opposizione, sensibili a questa crescente minaccia alla democrazia, stanno agendo con decisione annunciando interrogazioni parlamentari. Il ministro Piantedosi è chiamato a rispondere delle azioni della polizia sotto la sua responsabilità e a dimostrare se il governo è disposto a difendere i principi democratici o se preferisce scorciatoie autoritarie nel gestire le divergenze di opinione.

È imperativo che il dibattito politico rimanga aperto e costruttivo, senza ricorrere alla violenza come risposta alle divergenze ideologiche e politiche. La forza non dovrebbe mai essere uno strumento per piegare il libero pensiero; al contrario, dovrebbe essere la forza delle idee e della discussione a plasmare il nostro futuro collettivo.

Quanto accaduto a Pisa e Firenze richiede una riflessione profonda sulla situazione attuale e sulle minacce alla democrazia. Il popolo italiano merita un governo che rispetti e protegga quanti intendono manifestare le loro opinioni e i diritti fondamentali nella piena libertà di espressione che la Costituzione stabilisce e tutela in termini inderogabili, promuovendo un clima di apertura e tolleranza. La risposta alle divergenze ideologiche e di opinione, quando espresse nel rispetto delle norme generali, non dovrebbe mai essere la repressione, ma piuttosto il dialogo costruttivo e il rispetto reciproco, pilastri essenziali di una società democratica sana.

Alberto Angeli

Si vis pacem para bellum. di R. Papa

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Noi che abbiamo vissuto protetti dall’art 11 della Costituzione.

Noi che siamo scesi in piazza contro la guerra in Vietnam.

Noi che abbiamo pensato ad un mondo pacifico e pacificato

Noi non ci siamo resi conto che la realtà andava verso un’altra meta.

Noi che ci siamo affidati, per scelta, al Patto Atlantico (4 aprile 1949) ma potevamo scegliere di stare sotto la protezione del Patto di Varsavia, ci troviamo oggi ad interrogarci sulla necessità di apprestare una difesa del nostro mondo e di chiederci se la scelta “pacifista” sia la strada giusta o come io ritengo quella di essere “contro la guerra”. Questa scelta però presuppone di dotarci di un esercito nazionale e/o europeo. Che sia in grado di contrastare eventuali attacchi da parte di “Stati canaglia”.

Il risorgente imperialismo russo con l’invasione dell’Ucraina, il mai sopito terrorismo islamico con l’attacco di Hamas ad Israele, il nuovo protagonismo dell’Iran e della Cina impongono anche a noi che “siamo contro la guerra” di predisporre, una volta venuto meno il dialogo e le relazioni diplomatiche, efficaci risposte anche armate.

L’ipocrisia che per decenni abbiamo accettato la narrazione sugli “eserciti di pace” l’altra faccia dell’esportazione della democrazia, hanno reso il nostro mondo debole e permeabile alle azioni, per ora avversarie, domani nemiche.

Forse abbiamo troppo presto elaborato la paura della guerra, accettando che sulle nostre strade stazionino mezzi dell’esercito. Da due anni a questa parte abbiamo visto il nostro mondo scivolare lentamente verso una guerra: prima l’Ucraina, poi Israele, ora lo Yemen. Tre situazioni che potrebbero diventare, se già non lo sono, esplosive. Senza contare i tanti conflitti armati in giro per il mondo che hanno fatto dire a Papa Francesco di “terza guerra mondiale a pezzetti”.

L’Italia spende per la difesa NATO (il famoso obiettivo 2%) solo l’1,46 del Pil, era l’1,51% nel 2022, il picco lo abbiamo toccato nel 2020 con l’1,59.

Secondo il governo neppure quest’anno potremmo raggiungere l’obiettivo del 2% e il Pd (l’ala movimentista-pacifista) ringrazia.

Magari, dicono, rinviando di cinque anni…chissà cosa ne pensano, e come gioiscono, i vari terrorismi islamici e i rinati neoimperialismi!

Oggi non si tratta di difendere le armi, ma di dotare i paesi del Patto NATO di un sistema difensivo tale da funzionare da deterrenza verso possibili e “prevedibili” nemici. Dimenticandoci troppo spesso che l’obiettivo del 2% è stato sottoscritto da governi di centrosinistra e centrodestra.

Siamo un paese che dimentica la propria storia troppo spesso e per il quale risulta più facile fare appello ai “valori”. E allora si tira fuori una volta il valore dell’antifascismo e un’altra del pacifismo. E intanto intorno a noi rinascono venti neonazisti e venti di guerra. Oggi abbiamo la necessità di ridefinire il nostro “antifascismo” e “pacifismo” in funzione di conflitti e guerre che non possiamo ignorare e che ce lo ricordano i milioni di morti sui vari scenari di guerra, perché ci piaccia o meno “siamo tutti coinvolti”.

Siamo un Paese che oltre a vivere sul presente, in questo presente vive alla giornata “tra l’acqua santa e l’acqua minerale”(cit. Leo Longanesi)

Roberto Papa

Partigiano: ovvero da che parte stare. di R. Papa

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Oggi infuria una polemica “irreale” tra accuse di “nipotini di Biden” e “nipotini di Putin” mentre nel centro dell’Europa infuria una guerra che rischia di trascinarci tutti nel baratro.

Invece di cercare di capire – per qualcuno è troppo difficile – ci si azzuffa su un comunicato dell’Anpi, o sul prof. Orsini, ultima star mediatica. Siamo pur sempre il paese dei guelfi e ghibellini. Dopo i tanti virologi, ora abbiamo gli esperti di geopolitica.

I “compagni” che stanno ormai assurgendo a categoria dello spirito, si dividono, come se ce ne fosse ulteriore bisogno, come ai bei tempi tra stalinisti e antistalinisti, socialfascisti e traditori della classe operaia. Compagni e compagne di una vita si “bastonano”, a suon di parole, per carità, e si spezzano antiche amicizie, tra chi sta con i russi, o quantomeno ne giustifica le azioni, e chi sta con gli ucraini o quantomeno ne giustifica la resistenza.

Oggi ho cominciato la lettura del libro di Anna Politkovskaja “La Russia di Putin” e già la prima pagina mi ha confermato che quanto fin qui ho scritto su questa “maledetta guerra”, su ciò che sta accadendo in Ucraina, non è una mia proiezione ideologica da vecchio socialista antistalinista, che già nel 1968 scelse di stare dalla parte della rivolta di Praga al fianco del compagno Dubcek. Per l’Ungheria ero troppo giovane.

Oggi non si può non sottoscrivere quanto nel febbraio 1917 scrisse il socialista Gramsci:

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”

Oggi per me essere partigiano significa stare dalla parte della resistenza ucraina contro il dittatore Putin e se questo significa essere “un nipotino di Biden” ebbene sono un “nipotino di Biden” anche se non ho capito bene cosa voglia dire. Forse che i nostri genitori che combatterono il nazifascismo non furono “i nipotini di Roosevelt”?

Oggi come allora difenderemo sempre chi sta dalla parte della libertà, della democrazia, del diritto all’autodifesa da qualunque invasione sia essa americana, sovietica o russa.

Roberto Papa

Il pacifismo e le guerre. di A. Benzoni

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Alberto Benzoni

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Il pacifismo, come movimento politico organizzato, nasce, cent’anni dopo la rivoluzione francese e cent’anni prima della caduta del muro, al congresso di fondazione della Seconda internazionale. Suo nemico, il capitalismo, portato all’uso della violenza dalle sue contraddizioni interne ma soprattutto dalla necessità di contrastare, in ogni modo e ricorrendo a qualsiasi mezzo, il processo di emancipazione del proletariato. Suo fratello/coltello, l’interventismo democratico: comune l’intendimento di costruire un mondo migliore (che per quest’ultimo, si identifica con l’emancipazione dei popoli oppressi); opposti metodi da adottare che si identificano, nel secondo caso, con il ricorso alla guerra.

Tutti e due si collocano nell’ambito della sinistra e occasionalmente avranno modo di convergere (come nella seconda guerra mondiale). Come, nel corso del novecento, avranno modo di convergere i socialisti (per i quali la guerra è un male in sé) e gli altri fratelli/coltelli, i comunisti (per i quali le guerre sono giuste o ingiuste a seconda della natura delle forze in campo).

Ciò premesso i pacifisti, intendono battersi contro la guerra in tre modi: nei casi specifici impedendola e operando perché cessi al più presto; in linea generale e permanente, lottando per evitare processi, comportamenti o crisi politiche suscettibili di portare ad un conflitto aperto.

Questi i protagonisti; intorno a loro movimenti di opinione suscettibili di assumere un’identità e una forza propria; e il cui ruolo, in ultima istanza, risulta quasi sempre determinante. All’interno di un universo che ha come suo epicentro l’Occidente.

Questi i protagonisti che, dopo la caduta del muro, credono di essere arrivati al traguardo. Con metodi diversi. Ma con un orizzonte comune davanti a loro.

Trent’anni dopo i due fratelli/coltelli sono totalmente scomparsi dallo schermo. Gli interventisti democratici perché rei confessi di “pubblicità ingannevole” di progetti che con la democrazia e i diritti umani non avevano proprio nulla a che fare. I pacifisti perché incapaci non dico di intervenire ma di fare sentire la propria voce in un mondo percorso da guerre di ogni tipo e svolte con qualsiasi mezzo, nei confronti di tutti e in ogni angolo del globo; molte delle quali sull’orlo di degenerare e in modo catastrofico. Senza che nessuna, dico nessuna di questi sembri avviata a qualche tipo di componimento.

Mai come ora ci sarebbe bisogno di pacifismo e di pacifisti; ma mai come ora la loro assenza è stata così totale.

Perché? Il problema è cruciale; ma non è facile da risolvere. Né possiamo ricorrere a schemi ideologici nell’affrontarlo. Anche perché, in uno schema ideologico, ci si schiera con i buoni contro i cattivi; mentre, qui e oggi, latitano i primi mentre proliferano i secondi.

Inutile poi, per non dire fastidiosa, la solita lagna sulla “sinistra che non c’è più”. E ve lo dice uno che, su questo tema, ci sta inzuppando il pane; e da mesi. Basti dire, da ora in poi, che la sinistra sta ancora nel paese dei balocchi in cui è approdata decenni fa. Possibile, e magari anche probabile che il crescere dei pianti e delle urla la risveglino dal suo sonno beota. Ma ciò avverrà gradualmente; e non riesco francamente a vedere i suoi pallidi esponenti alla testa di un qualsiasi corteo.

Per l’intanto la protesta non ha bisogno di nessun imprimatur. Perché c’è e cresce in tutto il mondo. Ma, per diventare politicamente rilevante nella lotta contro le guerre, ha bisogno di due cose: istituzioni e/o centri decisionali cui fare riferimento; e soprattutto una sufficiente attenzione da parte della pubblica opinione. Mentre, qui e ora, non ha a propria disposizione né l’una né l’altra.

Qualche breve considerazione sul primo punto. Per sottolineare il fatto che nessuna, dico nessuna, delle grandi organizzazioni internazionale abbia espresso una sola opinione, o formulato una qualsiasi proposta, su una qualsiasi delle grandi crisi in atto. Mentre la principale di queste, l’Onu e il suo consiglio di sicurezza, ha addirittura rinunciato a riunirsi; se non altro per fare proprio l’innocuo appello di Guterres alla tregua dei combattimenti durante la pandemia.

Un fatto gravissimo, questo. E ancor più grave l’indifferenza totale che lo circonda. Due elementi che privano la protesta di una cassa di risonanza essenziale per la sua stessa esistenza in vita.

A limitare drasticamente la nostra capacità di ascolto concorrono invece una serie di fattori: alcuni ereditati dal passato; altri frutto dell’evoluzione in atto lungo questi anni; altri ancora, forse i più significativi, relativi alla radicale mutamento della natura e della portata della guerra nel momento presente.

Difficile così, in primo luogo, scendere in strada contro un pericolo di conflitto generale e devastante che abbiamo cancellato e per sempre dalle nostre menti dopo il 1989 e fino al punto di rifiutarsi di vedere i suoi molteplici segnali premonitori. E ancora, accettare il fatto, pur oggettivamente evidente, che l’America di Trump sia diventata il principale pericolo per l’ordine e per la pace mondiale, dopo essere giunti, tutti, a considerarla come il suo principale pilastro.

E, ancora, difficile guardare al mondo esterno come variabile indipendente del nostro destino dopo essersi rancorosamente ripiegati, tutti, all’interno dei nostri confini (con un provincialismo che nel nostro paese è giunto a livelli difficilmente superabili.

E, infine, e soprattutto, difficile capire che le strategie internazionali di oggi, in un mondo senza né ordine né regole, sono diventate “guerre condotte con altri mezzi”.

Non mancano certo, in questo sistema, i conflitti armati aperti. Ma si svolgono nelle periferie e per interposta persona. Mentre, ad occupare la scena sono le sanzioni, le guerre economiche, le interferenze reciproche talora eversive, i soprusi dei governanti nei confronti dei governati; le massime sofferenze per i popoli, il minimo rischio per chi le arreca. Il tutto in un contesto in cui non si danno soluzioni ai conflitti in corso ma, nel contempo, in cui i contendenti non vanno oltre certi limiti; perché superarli li sottoporrebbe a rischi inaccettabili.

Manca, dunque, in tutti questi drammi, l’incubo della “guerra che torna”; l’unico in grado di scuotere i cuori e le menti. Il che ci lascia liberi di condurre le guerre che ci coinvolgono direttamente, quelle contro il coronavirus e le sue possibili conseguenze.

Si aggiunga, a completare il quadro che le guerre, quelle in cui la gente muore non di stenti o di malattie ma perché colpita da un qualche ordigno, sono lontane da noi. E che a morire sono gli altri senza il minimo rischio personale o ricaduta psicologica per l’uccisore: perché a determinare l’esito fatale saranno bombe intelligenti o asettici droni.

Nulla, in tutto questo, suscettibile di muovere pulsioni pacifiste.

Pure la causa del pacifismo non finirà nella pattumiera della storia. Perché diventerà un elemento di una causa e di uno schieramento assai più ampi: quelli che separano i difensori di un ordine mondiale basata sulla solidarietà e quello che lo concepiscono come sbocco di una lotta di tutti contro tutti. Una partita, questa, appena cominciata; e tutta aperta.

Alberto Benzoni

L’articolo è tratto dal sito alganews.it al link: https://www.alganews.it/2020/05/03/il-pacifismo-e-le-guerre/?fbclid=IwAR2LC3yqtVwijbKfvfkKbF2rFN6kPHIR9VkntrrrLTew3xfkAV_2lYRjYXA