Enrico Berlinguer
Elogio dell'”impolitico”. di D. Lamacchia

La mente corre a quell’intervista di Scalfari a Enrico Berlinguer a fine Luglio ’81, “I partiti non fanno più politica” così si espresse Enrico proprio all’inizio dell’intervista.
In quella frase c’era la chiave di tutta la sua concezione dello Stato e della sua riflessione politica di quegli anni: la morte della politica e la abdicazione del ceto politico al dettato costituzionale di rifondare l’Italia sul piano morale e istituzionale. Lo Stato era diventato null’altro che un terreno di conquista per un ceto politico che rincorreva ormai solo potere e consenso estorto con corruttele, pratiche consortili, abusi, senza finalità progettuali. La “questione morale” era diventata così centrale da non poter più essere elusa ma affrontata con decisione, pena il degrado della democrazia.
Cosa aveva generato una simile deriva? Si potrebbe dire che con la fine del “boom economico” e dell’industrializzazione del paese, cominciò quella trasformazione dell’assetto strutturale del sistema di produzione che col tempo verrà definito” rivoluzione digitale”. Era finito un ciclo espansivo che fu caratterizzato da un conflitto di classe che si espresse con le lotte operaie e le rivendicazioni sociali. Il ceto politico rispecchiava quel clima e ne seguiva di pari passo i contenuti e le progettualità tutte ispirate ai contenuti Costituzionali. Con l’era digitale cominciò a scomparire un ceto sociale rappresentato dai lavoratori delle fabbriche e dei luoghi di lavoro più in generale. La scolarizzazione di massa aveva consentito insieme alle ristrutturazioni aziendali l’allargarsi di un ceto medio terziarizzato e più soggetto all’evolversi dei processi tecnologici e alle sue precarizzazioni del posto di lavoro. Vennero gli anni della “flessibilità”, della fine della “scala mobile. Sul piano politico si arrivò alla stagione del “pentapartito”. Sistema che incarnò in modo implacabile l’era del degrado. Un tentativo di riformare il sistema con la proposta di “Moro” di sbloccare il sistema, finì con il brutale assassinio dello stesso. In sostanza il ceto politico dimostrò l’incapacità di sapersi autoriformare.
Fu allora che a prendere le redini in mano fu la Magistratura. Si avviò cioè quella lunga stagione chiamata di “Mani pulite”. Si smantellò così il sistema dei partiti e si concluse quella che fu chiamata “prima Repubblica”.
A rappresentare emblematicamente la scena fu la fuga di Craxi ad Hammamet.
La sinistra non fu in grado di interpretare le “nuove situazioni” e non ebbe la capacità di offrire una proposta che consentisse di ricevere quel consenso che avrebbe potuto avviare il paese su binari di salvezza. A quel ceto politico moderato e neo precario e a quel ceto operaio in declino non fu offerta una proposta che potesse unirli in un programma di cambiamento. Venne a crearsi così un vasto ceto di scontenti che presto si tramutò in vasto ceto disilluso, disorientato, abbandonato. In una parola si costituì un vasto ceto “impolitico” alla mercè di illusionisti.
In questo clima nacque il “Berlusconismo”. Tutto divenne “merce” in un misto di antistatalismo scambiato per liberismo, di populismo scambiato per “democrazia diretta”, di degrado culturale scambiato per libertà e creatività, dell’immagine scambiata per sostanza.
Ma come in tutte le favole c’è sempre uno “scorpione” che punge sé stesso. Così accadde che i “media” che lo resero potente lo declassarono a figura minore. Altri lo soppiantarono nel circo della politica- spettacolo senza valori.
Oggi con la sua morte, purtroppo non si chiude un ciclo ma siamo all’apice del trionfo dell’”impoliticità” dal momento che al governo ci sono coloro che dell’impoliticità sono il massimo della rappresentanza.
Sono essi coloro che meglio rappresentano l’anti costituzionalismo, eredi contro cui la Costituzione fu scritta e che rimane un baluardo delle speranze nate sui monti e nelle galere con sacrificio di sangue per un paese veramente libero e maturo. A ricordarcelo ci sono uomini come Pertini, Ciampi, Ingrao. Ci sono uomini come Falcone e Borsellino e quanti altri sono morti per realizzare quella Costituzione contro coloro che la vorrebbero affossare con la cultura dell’antistato.
Loro si che sono un esempio per la nazione non Berlusconi, pace all’anima sua.
Donato Lamacchia
S’ode a sinistra uno squillo di tromba! di D. Lamacchia

Curzio Maltese su Repubblica di stamane fa un paragone tra Enrico Letta e Enrico Berlinguer. In sostanza assimila Letta a Berlinguer. Ognuno è libero di associare quello che vuole e se ci si sforza similitudini si trovano anche tra il carciofo e la pastinaca…
Chiarisco subito che è solo una battuta, non ho giudizi negativi su Letta. Solo rimarcare come si possa usare un qualsiasi paragone pur di giustificare l’adesione a questa o a quella linea politica. L’intento di Maltese è cercare di attribuire a Letta caratteri di sinistra. Quindi come meglio che paragonarlo a Berlinguer?
Ora il punto vero è: Letta è di sinistra o no? E ancora cosa vuol dire essere di “sinistra”? Cosa differenzia “destra” da “sinistra? Lungi dall’avere la presunzione di sciogliere nodi che personalità ben più dotate di me non sono state capaci di sciogliere provo a dare una mia modesta interpretazione. Ci si potrebbe sbrigare affermando che nel conflitto capitale-lavoro è di sinistra chi sta dalla parte del lavoro, di destra il contrario. Tuttavia non è sufficiente.
Ad entrare in gioco ci sono componenti che non possono essere ridotte tutte a mera conflittualità socio-economica. Per esempio le ragioni socio-culturali o quelle religiose. Oggi giorno non si può prescindere dalla variabile ecologica per esempio. Per molti essa è la variabile centrale fino a confondere l’ecologia come caposaldo della cultura di sinistra. Per me un’errore. Gramsci è stato il pensatore che maggiormente ha considerato queste variabili. Si pensi al suo concetto di “egemonia” e alle forme e agli strumenti del gruppo dominante di esercitarla. Dunque oltre al lavoro cos’altro?
Partiamo da una considerazione che prova a sintetizzare i concetti, consideriamo le dinamiche in termine di cicli. Il liberismo osserva il ciclo impresa-persona-impresa. Il focus di una visione liberista è l’economicismo rappresentato nell’esempio dall’impresa. Per semplificare in una situazione di crisi il ramo secco è la persona e l’oggetto da preservare è l’impresa. La persona è considerata un mezzo e non un fine. In una cultura di sinistra il ciclo da considerare è persona-impresa-persona. Il focus è la persona, l’impresa un mezzo, ancorché efficiente e produttivo. Il centro della riflessione quindi è quali sono le finalità che un sistema sociale si prefigge. In questo schema sicuramente entrano come variabili importanti temi come la libertà, di pensiero e di azione, delle singole persone e dei soggetti associati. Libertà che è relativa alla sfera economica e non. Come si formano i desideri, le motivazioni al consumo, all’agire? Chi seleziona i bisogni? Chi organizza le risposte ai bisogni?
In altri termini per stare a Gramsci come si formano le dominanti egemoni? Se il centro è l’impresa tutto le si conforma. Diverso se il centro è la persona, la persona che lavora. Il termine “ricchezza” assume significato diverso se la finalità è l’impresa o la persona. Letta da che parte sta? Ora è indubbio che l’attenzione alla persona è l’elemento che più accomuna una visione cattolica a cui egli appartiene e una visione politicamente di sinistra. Non basta però. Ciò è solo una premessa, servono pratiche, programmi, azioni. Giusto come esempi grossolani, articolo 18 si o no? Industria bellica si o no? Ius soli si o no? Bersani, D’Alema o Renzi, Verdini? Ecc.
Buona riflessione.
Donato Lamacchia
11 giugno 1984- il silenzio assenso, di C. Baldini

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Conoscete tutti quel detto che recita ‘Chi tace, acconsente’. Quante volte l’avremo usato per indicare uno status ben preciso : se non ti va bene quello che dico o che faccio ,devi dirlo , urlarlo, unirti ad altri per acquistare forza ed impedirmelo. Se dici sì , va bene , significa che stai con me.
Se non dici nulla è come se stessi con me. Guardate che, raramente una frase, in così poche parole, racconta l’atteggiamento umano dinanzi alle scelte da compiere.
Conosco le obiezioni, le faccio sempre a me stessa, ma non funzionano, tipo ‘ mi sono stancato, diciamo sempre le stesse cose, non importa nulla a nessuno, ecc..’ Non serve obiettare ai fini del risultato, possiamo solidarizzare con lo sconforto, la stanchezza, ma starete sempre con chi ha scelto al vostro posto. Così, quando i berlusconiani nascondevano la testa nella sabbia, dinanzi alle nefandezze e alle frottole della classe dirigente, oppure dicevano che era colpa dei magistrati, oppure che uno con i suoi soldi fa quello che gli pare, anche incentivare la prostituzione, in realtà si voleva dire : non importa, basta che faccia la politica che serve a me, il mio interesse economico o di potere.
Ecco, questo atteggiamento opportunista è quello che ha prevalso anche in troppi dirigenti comunisti di allora, perché sarebbe stato troppo difficile ed impopolare affrontare in toto la Questione morale.
Ad esempio, perché mai i concorsi erano vinti sempre da quell’architetto? Perché tacevano i commissari? Perché quel semplice assessore è riuscito a farsi la villa? I compagni di sala consiliare , tacevano.
Pensavano male,ma tacevano. E così, di silenzio in silenzio, siamo arrivati al capolinea. Il capolinea che viviamo oggi in tutti i gangli che abbiamo lottato per costruire e che ora dobbiamo ricostruire. Per quell’opportunismo che Enrico conosceva bene all’interno del suo partito, del nostro partito.
Bisognerà pertanto sfrondare, tagliare teste. Perché ora bisogna fare una secca inversione, per il bene dei cittadini futuri. Puntare alla Questione Morale noi, di sinistra, perché è nostro grande patrimonio da riscoprire e concretizzare. Noi non ne facciamo una questione di ‘Noi siamo onesti e voi no’, noi ne facciamo un valore politico per la Sinistra, che avvolga sempre ogni punto di programma, che lo tuteli nella sua realizzazione, che guidi la scelta delle candidature. Poi spetta alla base reimparare la partecipazione e il controllo. Smettere con la delega perenne.
Il PD renziano, in particolare, è la massima espressione della negazione dei valori berlingueriani, dovrà pagare tutto questo. Ma non può pagare, se non andiamo a votare. Basta astenersi.
A ottobre ci sarà un referendum che vale il riscatto di tutti noi.
Perché il non voto è un Silenzio Assenso assoluto. Il bivio è aspro: o si torna ad occuparci della cosa pubblica, innanzitutto salvando la democrazia, poi esercitando un controllo puntiglioso sull’ Amministrazione di essa, o scivoleremo sempre più giù.
Lo dobbiamo promettere solennemente oggi, in questo giorno tristissimo, per quelli di noi che hanno ancora negli occhi il comizio di Padova dove ancora una volta Enrico denunciava il malaffare non solo della DC, ma serpeggiante già da allora nel PCI.
Avanti, cari compagni, caricarsi in spalla la Questione Morale, così bene e pervicacemente riproposta dal NOSTRO amatissimo avo.
Claudia Baldini