Democrazia
Per i cittadini del NO “liberi e consapevoli”, di P. Gonzales

Il quotidiano la Stampa riporta che Alessandro Di Battista (Movimento 5 Stelle), durante una incontro con gli operai presso la fabbrica di Riva di Chieri, alla specifica domanda se i Cinque Stelle andranno al governo avrebbe risposto: “Io non lo so, perché gli italiani li vedo molto rincoglioniti”.
La sua affermazione risulta grave e non veritiera se non a uso e consumo per coloro che ritengono che tutti siano intelligenti e trasparenti se votano i loro candidati o partiti e sono, invece, non a posto con la testa se votano e preferiscono altri candidati e partiti.
Personalmente non mi ritengo di rientrare nella categoria degli italiani a cui fa riferimento e, quindi, rinvio a lui tale affermazione ricordandogli che nel suo incarico e ruolo dovrebbe “fare cultura” e opporre ragionamenti meno legati a considerazioni basate sugli umori del momento per raccattare qualche voto in più e far presa sulla pancia dei cittadini.
Quali sono gli elementi che ha seriamente, profondamente e professionalmente valutato ed esaminato il deputato-psicologo Di Battista per affermare di aver visto e, ovviamente, incontrato molti cittadini “rincoglioniti”? Quali sono le sue ragioni, su cosa si fondono? Che ambienti frequenta?
Ricordo a me stesso, prima che al deputato Di Battista, che sarebbe ora di abbandonare i “vaffa day” e di non fare catalogazioni offensive nei confronti dei suoi connazionali (tutti, nessuno escluso!).
Il voto del 4 dicembre 2016 è stato un risultato non tanto e non solo per la campagna fatta dai movimenti e partiti contrari alla deforma costituzionale, ma è stato il voto di intelligenze libere e capaci di ragionare senza condizionamenti.
Le ragioni del NO sono state quelle dei vari giuristi e dei vari Comitati per il NO, non dei partiti o dei movimenti come i 5 Stelle!
Il merito va attribuito soprattutto al lavoro dei Comitati per il NO ed è loro ascrivibile e non ai partii del NO che hanno espresso la loro contrarietà principalmente per andare contro Renzi ed a quel PD ed ai suoi alleati!
La battaglia sui contenuti e sulle libertà che venivano ad essere intaccate e limitate dalla “deforma renziana” sono state portate avanti dai Comitati per il NO ed hanno convinto la stragrande maggioranza degli italiani, gioventù compresa.
E’ possibile, onorevole Di Battista, che in poco più di 24 mesi la maggioranza degli italiani si sia “rincoglionita”?
Credo, invece, che in questi 24 mesi i cittadini siano diventati più saggi, più attenti e più consapevoli nel valutare le proposte politiche e le persone che si candidano a governare questo nostro Paese che, ancora oggi, vorremmo difenderlo dagli assalti dei qualunquisti e del loro vuoti messaggi elettoralistici!
Paolo Gonzales
La Costituzione, il diritto e il dovere del voto, di M. Foroni

Fino a pochi anni fa, il non esercizio del diritto di voto da parte di una cittadina e di un cittadino era sanzionato. Quando ero giovane studente liceale, ho votato per la prima volta nel 1980, ero come i miei coetanei perfettamente consapevole che se non mi fossi recato alle urne ciò sarebbe stato sanzionato.
Il DPR n.361/1957 all’art. 4 enunciava che “l’esercizio del voto è un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il Paese”, e all’art. 115 che “L’elettore che non abbia esercitato il diritto di voto, deve darne giustificazione al sindaco…l’elenco di coloro che si astengono dal voto, senza giustificato motivo, è esposto per la durata di un mese nell’albo comunale. Per il periodo di cinque anni la menzione ‘non ha votato’ è iscritta nei certificati di buona condotta” tenuti presso il casellario giudiziario. Il certificato di buona condotta veniva richiesto dalle aziende al momento della domanda di assunzione, e se non si aveva esercitato il diritto di voto era inibita la partecipazione ai concorsi pubblici. Questa norma è stata abrogata (forse non a caso) nel 1993, l’anno horribilis della Repubblica, quello delle bombe di mafia a Roma e a Firenze, della abolizione della legge elettorale proporzionale disegnata dai costituenti con il passaggio alla legge elettorale maggioritaria, della discesa nell’agone politico del primo Partito mediatico della storia repubblicana, della nascita (per qualcuno) della cosiddetta seconda Repubblica, che non è mai esistita.
Ma rimane ovviamente l’art. 48 della Costituzione, c. II, “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico” rafforzato dalla sentenza n.96/1968 della Corte Costituzionale (Presidente Sandulli) dove “in materia di elettorato attivo, l’articolo 48, secondo comma, della Costituzione ha, poi, carattere universale ed i princìpi, con esso enunciati, vanno osservati in ogni caso in cui il relativo diritto debba essere esercitato”. Forse non era solo per motivazioni ideologiche che durante la cosiddetta prima Repubblica dei partiti della Costituente (che sapevano della importanza decisiva della partecipazione al voto per la tenuta della democrazia, usciti da una guerra devastante e dopo venti anni di dittatura fascista), la partecipazione al voto era mediamente al 90%.
Concetti e principi costituzionali da spiegare bene, oggi, a Viola Carofalo e a Gino Strada.
Marco Foroni
I socialisti denunciano la incostituzionalità delle leggi elettorali. No ai dilettanti.

Nella prestigiosa Sala del Consiglio Comunale di Campobasso, si è tenuto il’8 gennaio 2018 il previsto Convegno sul tema della incostituzionalità delle leggi elettorali nazionale e regionale, promosso da Socialisti in Movimento.
Alla presenza di numerosi compagni e dei rappresentanti delle altre forze politiche,sono intervenuti il Presidente del Consiglio comunale Dr. Michele Durante, il Dr. Michele Barone,esperto di diritto Costituzionale,ha relazionato il Sen. Felice Besostri del coordinamento degli Avv.ti anti-Italikum e promotore dei ricorsi sulla incostituzionalità dell’attuale legge nazionale, ha concluso i lavori l’On.Angelo Sollazzo di Socialisti in Movimento.
E’ stata rilevata la assoluta inadeguatezza dei promulgatori delle due leggi ed il dilettantismo dimostrato nel promulgare le regole elettorali che sono manifestamente incostituzionali.
“ Etica e economia” J. M. Keynes -L’attualità del suo messaggio, di A. Angeli

Il 21 aprile 1946 muore J-M-Keynes. Egli era fortemente legato a Piero Sraffa, di cui è stato il “protettore” nel periodo durante il quale insegnò in Inghilterra 1926, ( con Keynes ha condiviso nel 1961 la medaglia Södeström dell’Accademia svedese delle scienze che costituisce l’antecedente dei premi Nobel di economia), Saffra, legato ad Antonio Grmasci, annoverava tra le sue amicizie anche quella di Bertrand Rassel e di Wittngestein. Muore a Cambridge il 3 settembre 1983. Con questo breve saggio cerco di recuperare il valore di un famoso scritto di Keynes, in cui mi sono imposto di sintetizzarne il pensiero, che ritengo ancora attuale, cosciente che ciò possa esporsi ad una critica di banalizzazione di un pensiero di alto contenuto culturale e teorico. “Etica ed economia” è la sintesi del pensiero di John Maynard Keynes, che affronto nel presente scritto, forse illudendomi di dare un contributo e un segnale alternativo alla indifferenza del momento politico che stiamo vivendo. Il richiamo a Sraffa è sintomatico di una continuità intellettuale che legava i due teorici dell’economia e che ha segnato il XX secolo. Lo scritto vorrebbe offrire uno stimolo alla riflessione sui fenomeni economici e sulla politica economica, sulle trasformazioni del sistema finanziario globalizzato e sul ruolo delle monete e, per l’attualità, dell’Euro. Nel breve scritto che segue, l’impostazione analitica dei temi indicati è appena accennata, mai sospinta fuori del tema, e tuttavia si presta ad una comprensione coerente del pensiero Keynesiano.
— John Maynard Keynes, “ Etica e economia”. Una sintesi del pensiero Keynesiano
Nel Saggio: “ Sono un Liberale?” Keynes scrive :“Dobbiamo inventare una saggezza nuova per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disobbedienti agli occhi dei nostri progenitori”. Sono queste le conclusioni, con le quali Keynes nello scritto del 1925, consegna le sue riflessioni sulle numerose questioni di ordine politico, economico e sociale, che nel nuovo contesto mondiale, governato dal capitalismo, si vanno prefigurando. E’ quindi con una domanda, la stessa che dà il titolo allo scritto, con cui si chiude il saggio del grande economista, richiamandosi all’unica possibile conclusione che poteva scaturire da un’analisi tanto articolata, quanto problematica, dell’avvicinarsi dei “tempi moderni”. Il senso ultimo di questa visione culturale è quello che accompagnerà Keynes per lungo tempo, fino all’uscita della Teoria Generale nel 1936. Infatti, è con quel poderoso lavoro che sarà data unitarietà e spessore alla critica dell’ economia monetaria di produzione – in cui il capitalismo evidenzia in termini chiari la sua natura di sistema predatorio e iniquo – e alla capacità di autoregolazione dell’economia di mercato.
Il saggio “ Sono un liberale?” è la raccolta di numerosi scritti Keynesiani che riproducono una serie di interventi ed articoli dell’economista, riconducibili alla fine degli anni 20 e 30, dalla lettura dei quali si avverte la forte e avvincente tensione culturale trasmessa dalla riflessione di Keynes sui grandi temi dell’economia del momento, ma con una visione profetica rivolta al futuro. Il testo brilla per la finezza e la rilevante chiarezza espressiva a cui il Keynes faceva ricorso, dando alle sue analisi un sostegno argomentativo tale da rendere fluenti i suoi ragionamenti teorici, altrimenti incomprensibili.
La prima parte mette in luce il tragico passaggio dall’ “ordine” ottocentesco a quello del XX secolo, evidenziando gli squassi del primo conflitto mondiale, per chiarire come le conseguenze a cui porteranno le riparazioni di guerra inflitte ai tedeschi. Peraltro quella fu la circostanza in cui rassegnò le proprie dimissioni dalla carica di rappresentante del Tesoro inglese alla Conferenza di Versailles. Nella sua condanna di quelle deliberazioni il rilievo del “problema economico” è dirompente. Infatti, di lì a poco, l’Europa andrà incontro alla Grande Depressione nel 1929, e al secondo conflitto mondiale un decennio più tardi.
Dalla sua posizione di analista della società il “problema economico” è posto come la questione pressante con cui deve fare i conti la società moderna e questo nonostante le meraviglie che il progresso sembra porgere su un piatto d’argento. Egli scrive: “Abbiamo contratto un morbo di cui forse il lettore non conosce ancora il nome, ma del quale sentirà molto parlare negli anni a venire – la disoccupazione tecnologica -. Scopriamo sempre nuovi sistemi per risparmiare forza lavoro, e li scopriamo troppo in fretta per individuare nuovi impieghi per la forza lavoro”. Un passo che egli ci invia come posta per riflettere sulle prospettive economiche per i nostri nipoti. Nella sostanza, egli ci dice, la “povertà nell’abbondanza” è l’intrinseca contraddizione in cui vive il capitalismo, ed è questa contraddizione che è necessario spiegare se si vuole recuperare un senso positivo nel progresso, sgombrando il campo dagli opposti pessimismi che si vanno fronteggiando. Ossia, da una parte, “il pessimismo dei rivoluzionari, convinti che una situazione così compromessa renda inevitabile un cambiamento radicale, e quello dei reazionari, persuasi che la nostra vita economica e sociale si regga su un equilibrio talmente instabile da sconsigliare qualsiasi forma di esperimento”
Nella sostanza, prosegue, l’ “amore per il denaro” è alla radice di tutto il sistema, anche se non è propriamente l’ “amore per il denaro che serve a vivere meglio, a gustare la vita”, scrive, ma il “possesso del denaro”, che rende il sistema ingiusto. (Auri sacra fames). Inoltre, sul fronte del profitto, è in regime di laissez faire che “il profitto va all’individuo che, per abilità o fortuna, si trova con le sue risorse produttive nel posto giusto al momento giusto” (La fine del laissez faire). E’ in queste condizioni di iniquità, che secondo Keynes, “Un sistema che permette all’individuo abile ( e avido) o fortunato di raccogliere l’intero frutto di questa congiuntura offre chiaramente un incentivo immenso a coltivare l’arte di trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Così uno dei più forti moventi umani, cioè l’amore per il denaro, viene asservito al compito di distribuire le risorse economiche nel modo migliore per aumentare la ricchezza al fine di ottenere la massima produzione di ciò che è maggiormente desiderato secondo la misura del valore di scambio”.
La questione è persino più ampia e, secondo Keynes, c’è bisogno di una nuova etica perché: “sembra ogni giorno più evidente che il problema morale della nostra epoca ha a che fare con l’amore per il denaro, con l’abituale ricorso al movente del denaro in gran parte delle attività della vita, con l’approvazione sociale del denaro come misura concreta di successo e con l’appello della società all’istinto di accumulazione…” Questa riflessione lo porta a spostare il suo sguardo alla Russia, verso la quale lo spinge un sincero interesse verso il comunismo russo – da cui, secondo Keynes, proviene o spira una sorta di “afflato religioso, poiché, lì, si cerca di costruire una struttura della società in cui le motivazioni economiche, come fattori condizionanti, avranno un’importanza relativa diversa, per il fatto che l’approvazione sociale sarà distribuita in altro modo, e dove i comportamenti da prima erano normali e rispettabili, poi non lo saranno più”. Qui Keynes, espressione della borghesia colta, approfondisce con il dovuto distacco quella che chiama “fede comunista”, evidenziando come per lui non è certamente possibile accettare una “dottrina che, preferendo la melma al pesce, esalta il proletario al di sopra della borghesia e dell’intellighentjia”, pur ammettendo con decisione che è ineludibile la necessità di una nuova etica dell’economia.
I pensieri keynesiani portano però all’attenzione del lettore qualcosa di ancora più impegnativo nella sua analisi della società. Intanto, per ciò che egli ritiene e indica come una rivoluzione da attuarsi nel metodo dell’analisi economica, facendo quindi camminare a fianco a fianco società ed economia, per cui è solo comprendendo il profondo legame che le tiene insieme, è possibile assimilare il “rivoluzionario” messaggio di cui la Teoria Generale è portatrice.
Nel suo pensiero la funzione del capitalismo è riassunta come una lotteria, in cui domina incontrastata l’incertezza e l’alterità del semplice calcolo probabilistico, essendo infatti la moneta a gettare un ponte tra presente e futuro, sono allora gli spiriti animali degli imprenditori a determinare lo stato e l’andamento della domanda effettiva del sistema economico. Al proposito Keynes precisa: “ è una domanda che, misurandosi esclusivamente sui valori di scambio, nulla ha a che fare con il valore d’uso dei beni prodotti, e dunque con i bisogni che la società esprime”. Molti studiosi di Keynes hanno trovato in questo passaggio un doveroso tributo alle dimenticate analisi di Malthus e a quanto egli aveva intuito in merito al ruolo trainante della domanda nel dirigere il processo produttivo. Qui entra in gioco anche il confronto con Ricardo. Ma è a Piero Sraffa, che si deve il ritrovamento delle lettere mancanti, riguardanti la corrispondenza tra Malthus e Ricardo, nelle quali vi si colgono, di fatto, gli inizi della teoria economica nonchè le linee divergenti, lungo le quali la materia può essere sviluppata. Infatti , Ricardo studia la teoria della distribuzione del prodotto in condizioni di equilibrio, e Malthus si concentra su ciò che determina il volume della produzione giorno per giorno nel mondo reale. Ancora, Malthus tratta dell’economia monetaria in cui viviamo; Ricardo dell’astrazione di una un’economia con moneta neutrale.
Il pensiero di Keynes ha un percorso speculativo e formativo fondato su basi logiche. Era sua consuetudine ritrovarsi con i maggiori logici e matematici a lui coevi. A Cambridge con Russel – matematico e filosofo- che lo guida nelle conversazioni verso una teoria che deve assumere un valore strumentale rispetto alla pratica, che spinge Keynes ad impadronirsi di un linguaggio in cui faccia premio un ragionamento basato sul senso comune. Segue le lezioni di Marshall, da cui apprende i moderni metodi diagrammatici, necessari per cogliere la complessità dei fenomeni sociali e per arricchire la sua preparazione con lo scopo di muoversi nell’ambito della ricerca storica, della filosofia e, cosa inaspettata, proporsi come conoscitore della cosa pubblica.
Keynes, conclude il saggio affermando: “l’economia è una scienza molto pericolosa”, e gli economisti non sono profeti. Ad ogni modo a Keynes non sfugge il fatto che i “tempi moderni necessitano di nuove politiche e nuovi strumenti per adeguare e controllare il funzionamento delle forze economiche, così che non interferiscano in maniera intollerabile con l’idea odierna di che cosa sia appropriato e giusto nell’interesse della stabilità e della giustizia sociale”.
Perché riappropriarsi di Keynes , di questo spirito critico, di cui ogni tanto alcuni rimembrano le sue teorie per rianimare un’economia esausta e sostituita dalla finanziarizzazione globale. ma non tanto da essere annoverato nelle fila della cultura marxista.? Perchè questo eretico tra gli eretici, lascia infine che siano altri a rispondere alla domanda da cui è partito: “Sono un liberale?” La risposta sta tutta nella considerazione che dobbiamo dare all’importanza di non banalizzare le forme dei conflitti di classe sapendo leggere con attenzione e mettere a confronto Marx e Keynes.
Albero Angeli
Una riflessione da sinistra sulla Giunta Raggi, di A. Valeri

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Spesso quando critico la Giunta Raggi, soprattutto nel campo della Cultura, l’obiezione principale che mi viene mossa è quella di non indicare soluzioni alternative.
Ho deciso quindi di pubblicare uno stralcio di un mio articolo di prossima pubblicazione in cui si delineano in modo organico quelle che dovrebbero essere le misure da adottare in concreto per rilanciare la Cultura in questa città.
E’ un po lungo ma credo che ormai da troppo tempo si affronti la questione della Cultura a Roma solo per slogan. E’ invece necessario un ragionamento approfondito che dedico quindi a tutti coloro i quali avranno la bontà di leggerlo.
In questi giorni il Comune di Roma, per voce del suo Vicesindaco e Assessore alla Crescita culturale Luca Bergamo, ha coniato uno slogan nuovo di zecca con l’obiettivo di ridare slancio all’azione amministrativa e che recita pressapoco cosi: “Per Roma non serve una mano di bianco ma riforme strutturali alle quali stiamo lavorando”.
Un’enunciazione che, al di là dei toni roboanti ed ambiziosi, risulta essere assolutamente vacua visto che non è dato di sapere né come si voglia procedere né quale siano questi interventi strutturali.
La sensazione che si è avuto sin dal principio è invece esattamente opposta: quella di una gestione schizofrenica in cui l’agenda di governo è stata sino ad ora più dettata dalle emergenze anziché essere improntata ad una vera nuova visione di asset che da troppo tempo manca per questa città.
Proviamo quindi a mettere nel piatto qualche elemento per dare un po’ più di concretezza alla discussione su come “non dare mani di bianco” ma rilanciare strategicamente le politiche culturali a Roma.
Innanzitutto, ci sarebbe bisogno di un reale luogo di incontro tra amministrazione e operatori culturali e non la solita passerella, né l’ennesimo seminario, ma uno spazio in cui discutere e decidere assieme le priorità di intervento.
Al di là di qualche convegno o assemblea, infatti, in questa città non vi è mai stato un luogo permanente per una gestione partecipativa delle politiche culturali, basato su un nuovo patto sociale che preveda, da una parte, una cessione di sovranità di chi amministra nel decidere le priorità e dall’altra un impegno degli operatori di uscire dalla singola visione della propria condizione personale e lavorare a soluzioni che riformino il settore nel suo complesso.
Trasparenza, partecipazione e corresponsabilità nelle scelte sono oggi gli unici elementi per uscire insieme da una situazione di crisi cronica che colpisce in egual misura amministrazione e mondo della cultura.
Da un confronto come questo uno dei primi problemi ad emergere sarebbe sicuramente quello dell’eccessiva burocratizzazione legata all’organizzazione degli eventi.
Una giungla di leggi, norme, permessi, pareri, controlli, costi, divieti, che costituiscono una zavorra insopportabile al decollo e allo sviluppo culturale sul territorio.
Ci sarebbe bisogno di una “cultura da slegare”, che al pari di quanto fatto per le imprese, possa contare su una reale sburocratizzazione e una forte defiscalizzazione in grado di liberare energie e creatività.
Mi chiedo infatti perché, in tempi di crisi, con tagli draconiani alla cultura, oltre a portare avanti una fondamentale battaglia di civiltà per l’aumento dell’allocazione delle risorse sulla cultura contemporaneamente non si metta mai mano a tutte quelle misure che un amministrazione ha il potere di introdurre per ridurre i costi di chi lavora o vuole intraprendere l’attività culturale.
Quando si affronta questa questione, come alibi si agita lo spauracchio “del mancato introito e della Corte dei Conti” , palesando così l’incapacità politica di intervenire in un nuovo quadro normativo: si preferisce amministrare lo status quo anzi che assumersi la responsabilità di governare introducendo riforme innovative che abbattano questo “cultural divide”. Naturalmente defiscalizzare non basta ed occorre sviluppare nuove politiche di accesso al credito.
Innanzitutto aumentando le voci di bilancio, abbandonando una visione della cultura come qualcosa di superfluo rispetto ad altri servizi essenziali ma elevandola a settore strategico per il benessere, la vitalità, il lavoro e l’offerta turistica della città. Poi facendo un serio e strutturato ricorso alle opportunità che l’Europa ci consente, sia in termini di fondi che di beni e servizi.
Infine un diverso rapporto con il capitale privato, non più basato su una visione di mecenatismo commerciale ma come vero e proprio finanziamento a supporto dell’impresa culturale e della tutela del patrimonio, rivendicando una superiorità del pubblico rispetto al privato e salvaguardando l’interesse collettivo sull’ interesse del singolo. Altra questione cruciale su cui bisognerebbe avere parole chiere e azioni concrete e quello della rigenerazione e fruizione degli spazi. Una questione talmente urgente da non poter più continuare a far finta di nulla.
Non si può neanche parlare di nuova visione culturale della città prescindendo da una ridefinizione complessiva delle necessità dei diversi territori e dei diversi filoni culturali e creando degli spazi che servano a realizzarli in modo organico. Un enorme patrimonio di luoghi chiusi ed abbandonati, di proprietà pubblica e privata, che si vorrebbero alienare per una mera esigenza di cassa o per qualche speculazione legata alla rendita e che prioritariamente dovrebbero invece essere affidati per l’erogazione di quei servizi culturali e sociali che l’amministrazione non è in grado di garantire.
Per fare ciò occorrerebbe attuare un vero e proprio decentramento amministrativo, che superi la duplicazione dei ruoli e degli interventi tra Comune e territori e che affidi poteri specifici agli enti di prossimità e alla periferia, snellendo il carico di lavoro dell’amministrazione centrale che manterrebbe in questo modo i la sola funzione di coordinamento delle attività e controllo e la gestione di grandi eventi.
Personalmente penso che lo strumento più adatto a rispondere a queste necessità sia quello del distretto culturale evoluto, in grado di connettere il tessuto culturale e imprenditoriale di un territorio, creando un’offerta progettuale in grado di attrarre capitale privato e che trasformerebbe le municipalità in veri enti di crescita culturale in grado di dare risposte più immediate al territorio.
Quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario dell’Estate Romana e tutti noi possiamo avere in mente cosa significhi una vera rinascita culturale per questa città.
Senza risposte concrete alle questioni fin qui poste l’affermazione di “riforme strutturali” non rappresenterà un processo virtuoso di riscatto collettivo, ma solamente due parole prive di senso per uno slogan già dimenticato.
Andrea Valeri
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