Prima di tutto lavoro e welfare, di F. Bartolomei

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Franco BartolomeiRelazione  di Franco Bartolomei all’Assemblea del 13 maggio 2014 per la costruzione delle Case per la Sinistra unita

Un sistema paese caratterizzato da un elevato livello di welfare e da una forte centralità del lavoro dipendente nei rapporti sociali necessita inevitabilmente di un modello di sviluppo orientato a processi di crescita di natura quantitativa e/o qualitativa, in grado di sostenere un adeguato livello di capacità produttiva e consentire il reinvestimento sociale di una sufficiente quota di reddito prodotto.

Il neoliberismo e la sua stessa fase degenerativa finale, caratterizzata nelle economie più sviluppate dell’Occidente dalla centralità del momento speculativo/finanziario nei processi di creazione della ricchezza nazionale, dal trasferimento massiccio di quote di ricchezza dal salario alla rendita ed al profitto, dalla supplenza dell’indebitamento quale fattore fondamentale di sostegno ai consumi, e dalla fuga dei capitali dall’investimento produttivo verso l’impiego finanziario, sono state una risposta di natura rigorosamente  capitalistica ad una crisi dei tradizionali fattori di crescita delle economie più avanzate e mature.

 Il loro crollo disastroso, derivato da quella distruzione di ricchezza reale causata dalla esigenza senza controllo di alimentare “ad indefinitum“ una redditività dell’investimento finanziario non più collegata alle ragioni economiche  reali  della sua possibile rivalutazione, che ha realizzato una drammatica  interversione delle proprie originarie ragioni costitutive, fondate, al contrario, sulla necessità di una riattivazione di un processo di crescita compatibile con i nuovi processi di globalizzazione seguiti alla riunificazione del mercato mondiale, in entrambi i segmenti commerciali e finanziari, può quindi costituire per la Sinistra una opportunità storica irripetibile per affermare con successo un nuovo modello di sviluppo e di rapporti sociali in cui la ridefinizione radicale dei concetti di crescita e di ricchezza diviene la condizione essenziale per la salvaguardia dell’equilibrio sociale e della tenuta democratica di tutto il sistema occidentale.

La crisi finanziaria e la recessione economica da essa prodotta, che sta sconvolgendo, ormai da sei anni il mondo sviluppato, ha infatti nuovamente portato all’ordine del giorno, in occidente, quel diretto legame tra la questione sociale e la questione democratica che ha caratterizzato il passato sviluppo di tutte le Democrazie borghesi prebelliche e che la successiva affermazione della economia Keynesiana aveva di fatto cancellato dallo scenario di tutti i grandi Paesi occidentali.

In Italia in particolare alla crisi economica ed alla crisi sociale, che già restringono i margini per una corretta manifestazione di una democratica dialettica tra le forze sociali in none di un corretto sviluppo del confronto tra le rispettive distinte rappresentanze, si aggiunge una crisi drammatica del sistema politico nel suo complesso, crollato nei suoi livelli di rappresentatività e credibilità, che trascina le stesse istituzioni statuali e l’intera struttura amministrativa del sistema paese, in un cortocircuito inestricabile.

Siamo di fronte ad una crisi dello Stato prodotta da una crisi del sistema politico non più in grado, di fronte alle urgenze poste dalla congiuntura economica e dai vincoli indotti da un sistema di relazioni finanziarie condizionante la stessa sovranità nazionale e cogente rispetto ai margini di operatività del suo sistema di governo,  di risolvere le sue contradizioni interne a complessivo beneficio della tutela del sistema paese, trascinandolo, al contrario, in una spirale di interazioni negative reciproche tra costo ed inefficienza della struttura amministrativa dello Stato ed impossibilità di sostenere politiche di spesa a sostegno del sistema produttivo ed a tutela delle garanzie sociali che assicurano la tenuta del tessuto democratico del Paese.

Esiste pertanto, per la Sinistra italiana, un rapporto inscindibile tra la necessità di risoluzione della crisi dello Stato e del suo sistema politico, attraverso un nuovo rapporto tra le rappresentanze politiche e la pubblica amministrazione complessivamente intesa, e la definizione concreta di un possibile nuovo modello economico e dei rapporti sociali, fondato sulla ricostruzione di una politica industriale, attraverso una capacità di programmazione complessiva dello sviluppo da parte del sistema degli istituti di sovranità popolare e di Governo, e costruito su un modello distributivo generale delle risorse e della ricchezza, in cui, ad una complessiva restrizione tendenziale della ricchezza nazionale prodotta corrisponda, inversamente, un  maggior livello della sua redistribuzione collettiva.

NUOVA POLITICA ECONOMICA E RISOLUZIONE DELLA CRISI DELLO STATO

A)   Ristrutturazione della Pubblica Amministrazione – obiettivo: recuperare € 150 miliardi a regime dal fabbisogno della spesa pubblica:

 Attraverso un processo di riforma del rapporto tra il sistema politico e la gestione della Pubblica Amministrazione che conduca, innanzi tutto, ad un recupero della possibilità di un suo governo programmato.

PROPOSTE DI RIFORMA:

– Stazioni appaltanti centralizzate, con supervisione delle Prefeture, a tutti i livelli di amministrazione, compresi gli Enti locali e gli Enti pubblici economici nazionali.

– Concorso nazionale dei Direttori generali con nomine automatiche per graduatoria nazionale unica per tutte le strutture amministrative, e mero controllo di indirizzo da parte degli Organi politici del corrispondente livello di riferimento, con potere di rimozione e non di indicazione della sostituzione, per cui si ricorre automaticamente alla graduatoria nazionale esistente;

–  Macroregioni (10 al massimo) e abolizione totale delle Province;

–  Riduzione quadri dirigenti, con parificazione ed omogeneizzazione delle retribuzioni.

– Abolizione dei budget autonomi per spese di rappresentanza; Abolizione contributi a pioggia  a strutture associative terziarie.

– Amplificazione e diffusione dei controlli contabili della Corte dei conti.

– Uscire dal sistema politico delle nomine e unificazione di tutte le strutture concorrenti, presenti in tutti i rami amministrativi, attuative della medesima funzione pubblica.

–         .

B) Politica industriale:

– Sforamento deficit oltre il 3% del P.I.L.

– Scorporo investimenti strutturali e per politiche industriali dal computo dei parametri Euro.

– Programmazione delle linee di sviluppo delle filiere produttive nazionali, attraverso la reintroduzione dei poteri pubblici di controllo ed indirizzo invertendo la legislazione CEE degli ultimi 20 anni in materia di intervento pubblico, concorrenza e tutela del libero mercato.

– defiscalizzazione utili reinvestiti in attività produttive, ricerca ed innovazione tecnologica.

– reintroduzione di controlli pubblici sul sistema bancario, con introduzione della vincolatività della funzione creditizia del sistema bancario verso le attività produttive piccole e medie, e con riconversione complessiva della centralità del momento finanziario/speculativo rispetto all’investimento del risparmio a favore del tessuto produttivo.

– tutela, salvaguardia e sviluppo delle aziende produttive ancora di proprietà pubblica, con riferimento particolare all’ENI, ENEL, FINMECCANICA, FINCANTIERI e FFSS, intese nella loro attuale piena integrità industriale di gruppo.

C) Politica salariale (lavoro e pensioni) in quanto pilastro della domanda interna, oltre che fattore primo di eguaglianza sostanziale ed integrazione sociali;

PROPOSTE DI RIFORME

– Restrizione del cuneo fiscale nei rapporti di lavoro dipendente, e nelle retribuzioni pensionistiche, utilizzando trasferimento dei risparmi sul fabbisogno pubblico.

–  Salario di accesso per i giovani, e salario di solidarietà per i soggetti deboli ed indigenti ed irrobustimento tutele disoccupazione (tempo e quantità).

D) TUTELA DEL LAVORO

– Ripristino della rigidità in uscita dal lavoro con tutela solo della giusta causa. Reintegra del rapporto di lavoro piena in facoltà del lavoratore,  e poteri istruttori ampi concessi al Giudice del lavoro nella valutazione della giusta causa per motivi economici.

– L’ipotesi ad nutum ammissibile solo con margini economici molto più ampi del biennio di indennizzo, e solo con contemporanea indicazione eventuale di una nuova occupazione vincolata ad accettazione del lavoratore.

– Irrobustimento della figura dell’apprendistato biennale, come strumento di ingresso nelle realtà produttive, e reintroduzione di uno schema complessivo dei rapporti di lavoro simile al vecchio rapporto tra legge 230 (tempo determinato) e 300 (tempo indeterminato) con i rapporti a tempo determinato intesi come deroga alla regola generale del tempo indeterminato, motivati in ragione della natura temporanea del lavoro che ne costituisce la ratio, e della eventuale e straordinaria particolare esigenza del datore di lavoro, con trattamento economico rivalutato rispetto al tempo indeterminato a parità di inquadramento.

– Sblocco dei turn-over a tutti i livelli.

F) Difesa del sistema sanitario pubblico con aumento aliquote per i servizi a favore delle fasce alte e del sistema pensionistico e previdenziale pubblico, con introduzione di processi di uscita anticipata volontaria dal lavoro con pensionamento anticipato a sconto.

 

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