Le Case della Sinistra, di A. Benzoni

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Alberto Benzoni

di Alberto Benzoni 

(Intervento all’Assemblea per le Case della Sinistra unita – 13 maggio 2014)

Perché siamo qui oggi ? Per ascoltare un dibattito ? Per elaborare, insieme, nuove e vincenti strategie? Per definire con esattezza una visione comune su questo o quell’argomento ? Se così fosse, saremmo all’ennesima ripetizione di un esercizio che abbiamo fatto centinaia, migliaia di volte nel corso della nostra vita politica. Esercizio diventato progressivamente rito; e sul cui senso, qui e oggi, è lecito interrogarci.

E, allora, a portarci qui c’è qualcos’altro. Uno stato di necessità e, insieme, una sensazione di urgenza. Che hanno a che fare con il nostro vissuto e, insieme, con i destini personali e collettivi del nostro popolo. Di quel popolo a cui tutti rendevano omaggio, sino a pochi decenni fa, come proletariato e movimento operaio ( con la maiuscola) e che oggi è chiamato a sempre nuovi sacrifici- dei suoi diritti, delle sue difese collettive, del sistema che ha contribuito a costruire con decenni di lotte, della sua stessa dignità- in nome degli “interessi del paese”o delle regole imperscrutabili e immodificabili dell’economia.

Noi, noi che siamo qui, dobbiamo uscire dalla nostra condizione di apolidi. Nella grande stagione della sinistra eravamo, insieme, cittadini attivi delle grandi organizzazioni collettive e partecipi pieni dell’emancipazione del mondo del lavoro. Oggi, anche quelli di noi che appartengono a questa o quella sigla, avvertono che la loro militanza in organizzazioni puramente autoreferenziali è totalmente priva di senso; mentre noi tutti viviamo con insopportabile sofferenza l’incapacità di offrire voce e ascolto al mondo che vogliamo rappresentare e difendere. Da soli, ci sentiamo soffocare; insieme ad altri, sentiamo di potere fare qualcosa. O, almeno, cominciamo a respirare.

Pure, le case della sinistra non sono una specie di centro anziani dove, anziché giocare a carte, parliamo di tanto in tanto dei massimi sistemi. Sono, o meglio devono diventare un punto di riferimento, che dico di concreto sostegno per il nostro mondo. Dico per il mondo della “socialdemocrazia reale”come sistema di solidarietà e di diritti e per i ceti sociali che questo mondo hanno costruito nel tempo.

Che questo mondo sia sotto permanente attacco è chiaro a tutti ( dopo tutto, la lotta di classe i potenti non hanno mai smesso di praticarla…). E nel nostro incontro di stasera sono state dette cose importanti sulla natura di questo attacco e sulle possibili risposte.  Attenzione però a concentrare la nostra attenzione sul futuro: sulle strategie per cambiare la sinistra e sugli obbiettivi che questa dovrebbe proporsi in Europa, in Italia e nella nostra città. Perché, per arrivare domani a Vittorio Veneto bisogna, per prima cosa, tenere la linea del Piave, in una fase in cui i nostri avversari sembrano avanzare senza incontrare ostacoli. In Europa, in Italia e nella nostra città.

 Siamo arrivati al punto di sentirci dire che chi difende il suo posto di lavoro o il suo salario è un conservatore anzi un privilegiato anzi il principale ostacolo alla magnifiche sorti e progressive del nostro paese; e dal leader della cosiddetta sinistra di governo. E’ oramai acquisito che il male è nel pubblico, sempre con l’avallo del sullodato leader. Siamo alla vigilia, a partire da Roma, della messa sotto tutela degli enti locali e, con essi della stessa partecipazione democratica. Il tutto in nome di un “nuovo” considerato incontrovertibile.

Dire, a questo punto, “adesso basta”è nostro elementare dovere; insieme intellettuale e morale. Ma il nostro “adesso basta”non può continuare ad  essere, come ancora è, rodimento individuale o rabbia indiscriminata. Deve diventare senso comune, momento di grandi aggregazioni collettive.

Oggi, i nostri “no”esistono a livello di riflessione e di analisi; che però non sa o non vuole misurarsi con gli appuntamenti del presente. Oppure nelle varie resistenze popolari, cariche però di sfiducia nel futuro. Dobbiamo tutti lavorare per mettere insieme analisi e protesta. A questo servono le case della sinistra.

Case della sinistra. Minuscolo. Plurale. Non pretendiamo di costruire nuovi templi culturali e ancor meno luoghi deputati per il dialogo sui massimi sistemi o per chissà quali operazioni unitarie tra formazioni politiche. Vorremmo semplicemente essere un luogo d’incontro aperto a tutti coloro che vogliono discutere, insieme, le loro esperienze e i loro problemi e cercare di capire qualcosa di più della realtà che li circonda. Per cambiarla. Un po’ come le camere del lavoro di una volta

Dieci, cento, mille case della sinistra. Mi direte che, rispetto allo slogan degli anni sessanta, ci siamo un tantino ridimensionati. Ma forse siamo semplicemente diventati più seri. Allora facevamo il tifo per uomini e terre lontane. Oggi dobbiamo e, soprattutto, possiamo “fare da noi”.

E qui il riferimento alla lista Tsipras non è un semplice pistolotto elettorale. Siamo tutti convinti della necessità di una sinistra europeista. E altrettanto consapevoli del fatto che, con la definitiva trasformazione del Pd di Renzi in pilastro del “sistema Italia”, la presenza di una sinistra radicale sia, come dire, una esigenza nazionale. Ma il valore profondo di questa proposta politica, quello che va molto al di là dell’appuntamento del 25 maggio, sta nel fatto di non appartenere a nessuno e quindi di appartenere a tutti. Faremo molto oppure poco. Ma quello che sapremo costruire dipenderà esclusivamente da noi.

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