precarietà

La logica lavorativa di chi è di destra. di G. De Grassi

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Quanto sono belli i discorsi sulla meritocrazia e quelle teorie secondo cui, se sei povero, è solo colpa tua. Non si tratta di guadagnare tanto o poco: a volte anche quel minimo mensile — che per alcuni non è niente — può fare davvero la differenza. Basta una spesa improvvisa, un imprevisto, e tutto si complica.

Poi arriva lo stipendio, che nel mio caso non ha una cadenza regolare: sono compensi legati alle ore lavorative e a una serie di fattori più grandi di me, e spesso anche delle stesse società con cui collaboro. E alla fine, quando arrivano quei soldi, ci si ritrova con più spese di quando si era cominciato.

Un contratto a tempo indeterminato, magari mentre si studia? Fattibile, sì, ma con 1200 euro al mese oggi si può vivere bene? La scelta sembra questa: meglio guadagnare tanto una tantum o poco ma con costanza? Onestamente direi la seconda, se non fosse che spesso questa comporta di diventare schiavi di qualcuno (salvo rari casi). Nel primo caso ci si sente liberi, anche se liberi non lo si è davvero.

Il punto è proprio questo: le condizioni in cui oggi siamo costretti a lavorare. Aprirmi una partita IVA? Un’ulteriore catena. E mentre cerco di essere preciso nei pagamenti e nel risolvere le varie situazioni, cresce quella pressione e quella voce che ci accusa — noi giovani — di essere nullafacenti, come se nella vita esistessero solo il lavoro e il sacrificio. Ma non è nemmeno di questo che si tratta: il fine ultimo, ormai, sembra essere solo pagare per tutto, e spesso aspettare mesi per ricevere ciò che si è guadagnato.

Io personalmente mi sono sempre dato da fare. Ho lavorato molto per persone che mi hanno fatto mille promesse, ma nei fatti il mio lavoro è spesso rimasto non retribuito, nonostante le ore spese e gli anni impiegati ad apprendere una competenza. Eppure, per alcuni, “basta schiacciare due tasti al computer” e il gioco è fatto. Facile parlare quando i concorsi pubblici si facevano con la quinta elementare, e non servivano certificazioni come l’ICDL, l’alfabetizzazione digitale o il Trinity.

Siamo una generazione colta, ma costretta a vivere come chi non ha mai fatto nulla nella vita. E non dico che non ci sia lavoro, perché il lavoro c’è: il problema è che non è pagato in modo adeguato, né nei tempi né nei compensi.

Invece di spendere il PNRR in armi, usatelo per pagare i docenti che hanno già lavorato, e soprattutto per creare nuovi posti di lavoro. Le idee ci sono, ma manca la volontà di investire: ognuno pensa al proprio orticello. E in questo, la cara Giorgia Meloni è bravissima — proprio come lo è stata la sinistra prima di lei.

Volete un’Italia migliore? Iniziate a garantire il vero lavoro, non un’occupazione che riscaldi la sedia per tot mesi per poi ricominciare da capo; rendete il lavoro più semplice e più umano così da poter sembrare di non lavorare nemmeno un giorno, portando risultati migliori a casa.

Questa è la mia idea di lavoro.

Gianmarco De Grassi