Considerazioni sul 25 Ottobre, di R. Achilli

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achilli riccardo

Il 25 Ottobre abbiamo avuto la dimostrazione plastica dell’esistenza di due Pd (e non mi riferisco ai dirigenti, che rispecchiano più o meno bene gli umori della base, ma dei militanti e simpatizzanti). Con due composizioni di classe completamente diverse. Quello della Leopolda, una destra liberista ortodossa. E quello di piazza San Giovanni. Non credo che ci sarà una scissione, un pò perché non c’è niente da cui scindersi, il Pd in quanto partito tradizionale è morto da tempo, e la scomparsa della figura dell’iscritto lo certifica, un pò perché la nuova legge elettorale, che sarà approvata da renziani e berlusconiani, supera definitivamente il concetto di coalizione. E la presenza di SEL, che i sondaggi danno, da settimane, in lieve ma costante crescita, esaurisce gli spazi per una ulteriore formazione politica a sinistra.

Rimane da vedere, ma questo è interesse dei politilogi, se il post-Pd renziano si trasformerà in un peronismo all’italiana, cioè in un movimento estramamente composito, che contiene al suo interno sia Menem che Kirchner, cioè l’intero arco politico, più un “brand” politico che un partito, a disposizione di aspiranti leader personalistici, tenuto insieme da un vago richiamo a tradizioni ed “eroi”, più o meno rispettati o dissacrati (Peròn ed Evita in Argentina, Gramsci o don Milani da noi) ed a un senso di responsabilità governista legato al patriottismo (tipico tratto di ogni componente del peronismo, di destra o sinistra). Oppure se sarà qualcos’altro, una specie di marchio in franchising su un playing field elettorale aperto a qualsiasi avventurismo politico, di destra o sinistra.

Questo lo vedranno i cultori della materia. Una cosa però è certa: Cuperlo, Civati, Fassina, Damiano ed anche la Bindi, che continua a lottare per un partito pluralista morto e sepolto, ieri, alla manifestazione, hanno guardato negli occhi un milione di lavoratori, pensionati e disoccupati. E, metaforicamente, tanti altri milioni, come me, che per ragioni varie non sono potuti andare. Questo sguardo li seguirà per sempre, come una maledizione, niente è più come prima, i tatticismi di sopravvivenza, le contorsioni dialettiche, il tentativo di avere botte piena e moglie ubriaca, stanno a zero. Da oggi, dovranno essere coerenti fino in fondo, nelle aule parlamentari in cui siedono, e dentro il franchising politico del Pd, organizzando una componente ben chiara per programma e orientamento politico. Costi quello che costi.

Le lezioni per il sindacato sono molteplici. Personalmente, mi auguro che, al di là degli eventi pubblici che ogni sigla ha scelto di usare (la piazza per la CGIL, le assemblee nei posti di lavoro, se mai le faranno, le altre due sigle)  il sindacato confederale sappia ritrovare non dico unità d’azione, che sarebbe utopistico, ma perlomeno la capacità di concentrarsi su una piattaforma propositiva comune. Perché è anche questo un passaggio di ricomposizione del mondo del lavoro. E’ però anche chiaro che il sindacato nasce per fare battaglia, non per impaludarsi nei tatticismi. La CGIL, con una iniziativa di confronto diretto, ha mobilitato centinaia di migliaia di lavoratori, ed oggi è sul fronte della lotta sociale. Cisl e Uil, con le loro timidezze negoziali, sono state messe all’angolo e si ritrovano nelle retrovie. Ne traggano qualche ovvia conseguenza in termini operativi, non dico la Cisl, ma forse la Uil, dove ancora c’è una tradizione socialista.

Ed un’altra cosa, penso, dovrebbe, penso, essere chiara anche al partito al quale sono iscritto, ovvero la SEL: il dovere storico di SEL è aiutare questo processo di rafforzamento della sinistra nel Pd e nel sindacato, facendo sponda ed offrendo ponti. E questo implica scelte molto precise. La lista Tsipras, che a maggio ho votato con convizione, ed anche promosso nei miei articoli su BRIM, è stato un passaggio importantissimo, fondamentale, direi. Senza quel 4% non avremmo avuto, oggi, un milione di persone in piazza. Ma se Landini e la Camusso si ricompattano, se Cuperlo scende nella stessa piazza di Vendola, è evidente che la strada non può essere quella di inseguire vocazioni puriste ed ultraminoritarie, illusorie “unità di sinistra” sotto la bandiera di patchwork compositi di frammenti dispersi e velleitari, incapaci di un compromesso alto con un campo sociale più largo che includa anche i pezzi migliori della piccola borghesia. Questi esperimenti sono stati fatti: si sono chiamati Sinistra Arcobaleno, Lista Ingroia, ed anche, consentitemi, lista Tsipras, perché il 4% è fondamentale, ma evidentemente non basta a cambiare la realtà. Adesso basta. Occorre un progetto che parta dagli interessi del lavoro e di chi il lavoro non ce l’ha, ma sappia parlare anche ad altri strati del Paese. Il che non pregiudica, ovviamente, il fatto che chi, provenendo dai sopracitati micro frammenti, si vuole unire a questo disegno, deve essere accolto a braccia aperte. Ma la retorica non può essere quella degli aut-aut, per cui si dialoga con quelli del Pd se e solo se abbandonano la tessera e con la CGIL al massimo (e con qualche non dissimulato mal di pancia nei confronti della componente non-Fiom), e non con gli altri, oppure quella di un operaismo fuori tempo massimo, perché oggi serve, a mio avviso, un fronte più ampio.

P.S.: chi guarda con interesse a Syriza, dovrebbe sapere, al di là delle enormi differenze storiche, sociali e politiche fra Italia e Grecia, che rendono molto difficile riproporre da noi questa esperienza “as it is”, che il congresso del 2013 di quel partito ha sancito il rafforzamento della sua componente socialista e democratica, con il 67% dei voti, proprio per consentirle di dialogare con uno spettro politico più ampio, che spesso votava per l’oramai catatonico Pasok. Se poi vogliamo discutere di differenze fra Italia e Grecia (disgregazione di Pasok vs. rafforzamento di Renzi, commissariamento esplicito vs. commissariamento implicito delle due economie, una tradizione di sinistra radicale molto più forte in un Paese, come la Grecia, uscito dalla seconda guerra mondiale per entrare in una guerra civile culminata con il governo fascista dei colonnelli, la peculiare storia del comunismo greco e delle sue tante fratture, con Synaspsimos che fu l’unico spezzone di eurocomunismo esistente in Grecia, nascendo da una scissione rispetto allo stalinista KKE, mentre in Italia l’intero PCI aderì all’eurocomunismo (e per molti versi ne fu il fondatore) sono a disposizione.

Riccardo Achilli

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