Il caos globale non è una riproposizione ideologica, di S. Valentini

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Ha affermato Cuperlo in una intervista: “Io non so che farmene di una sinistra rivolta al passato. Non leggo Marx, anche se lo trovo molto più attuale di Davide Serra, ma Piketty. La diseguaglianza è la radice di questa crisi”. L’economista americano Thomas Piketty ha scritto un libro di un migliaio di pagine costellate da formule e tabelle. È divenuto un vero e proprio best seller: “Il Capitale nel XXI secolo”. Mezzo milione di copie vendute negli Stati Uniti, 200 mila in Francia e già quasi 40 mila in Italia in due mesi. Sono numeri da capogiro per un libro che non è un romanzo né un saggio di divulgazione, ma un testo universitario molto noioso su una materia ostica, cioè l’economia politica. Forse le motivazioni di tanto successo sono nel messaggio che egli invia ai governanti dei paesi occidentali, messaggio ripreso dal passaparola e dalle numerose recensioni sul libro, non solo su riviste specializzate ma anche sulla grande stampa, per cui una intellettualità di sinistra ha creduto bene di acquistarlo, di doverlo avere nella propria biblioteca privata, anche se saranno poi in pochi, solo gli addetti ai lavori, a leggerlo. Mi pare che anche Cuperlo con la sua affermazione non sfugga all’obbligo di esprimere la sua testimonianza di un modo di sentire di una certa sinistra.

Ma cosa dice Piketty di tanto importante? Che nel mondo la distribuzione delle ricchezze è intollerabile, che senza un intervento equilibrato della politica (una diversa e più equa distribuzione della ricchezza) il divario può solo peggiorare. Che vi è oggi un immenso potere del capitale finanziario (centralizzazione e concentrazione del capitale) in poche mani, per cui la democrazia con i suoi valori meritocratici e di solidarietà diventa un paravento per pochi e una illusione per molti; le conseguenze quindi saranno drammatiche per l’intera umanità. Nessuno mi chieda cosa c’è di nuovo rispetto alle analisi di Marx e di Lenin. Forse il successo di Piketty è dovuto a una conclusione non “ideologica” ma basata scientificamente su dati. Diviene così facile applaudirlo senza trarre dalla sua analisi le conclusioni politiche che non possono prescindere dalla lezione della storia. Forse anche per questo Cuperlo è stato preso “a pesci in faccia da Renzi”: avrebbe fatto bene oltre ad acquistare “Il Capitale nel XXI secolo” a rivolgere lo sguardo anche al passato della sinistra per comprendere il presente.

Il Vice ministro del commercio della Cina Zhang Xiangchen ha dichiarato al “Finanlcial Times”: La Cina è un paese che esporta capitali e adesso è pronta a diventare un esportatore netto”. In altre parole molto presto Pechino investirà all’estero più di quanto l’estero investa in questo paese. Già nel 2014 c’è un balzo del 21,6% degli investimenti cinesi diretti all’estero, cioè oltre 75 miliardi di dollari solo nei primi nove mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il sorpasso è solo una questione di tempo, se non succede per la fine del 2014 sicuramente verrà nel 2015.
Mentre l’economia cinese va e conquista nuove quote di mercato in Occidente il giurista statunitense Joseph H.H. Weiler lancia un grido di allarme e di dolore con un intervento emblematico sulla rivista “Il Mulino”. Il punto di partenza dell’analisi di Weiler è la perdita di peso politico degli Stati Uniti, non più garante di stabilità, con tutti i mezzi possibili, sia pacifici che bellicosi, che aveva reso il mondo – secondo lui – un posto più sicuro. Siamo ora in presenza di un “declino dell’autorevolezza globale americana” che rischia di rendere il mondo ingovernabile. Vi è inoltre il rischio concreto che oggettivamente la situazione sia spinta troppo oltre per mettere ancora più in difficoltà gli Stati Uniti. Gli esiti di tale eventualità sarebbero di portata incalcolabile per l’umanità.

In questo drammatico scenario ci sarebbe bisogno di una Europa, sostiene Weiler, che si assuma responsabilità globali. Ma all’orizzonte non vi è nessuna possibilità che tutto ciò possa accadere, in particolare nel campo della difesa. “Siamo nella situazione paradossale – osserva – in cui militarmente l’Europa intera è più piccola della somma delle sue parti” Solo paesi come la Francia e l’Inghilterra prendono a volte delle iniziative politiche-militari che l’Unione in quanto tale non sarebbe mai in grado di assumere con la medesima risolutezza e solo la Germania smilitarizzata è capace di dettare l’agenda delle scelte economiche. Un’Europa dunque che non va oltre all’unificazione monetaria in cui vi è un crescente scontento, evidenzia Weiler, delle sue popolazioni verso le istituzioni comunitarie, come testimoniato dai risultati delle recenti elezioni del Parlamento, un’Assemblea elettiva i cui poteri sono pressoché inesistenti. La situazione internazionale è resa ancora più drammatica dal “dualismo Nord/Sud che mai si era visto con tinte tanto fosche” Un accentuarsi delle contraddizioni e di segnali poco rassicuranti per l’Occidente e in simili circostanze, conclude Weiler, “l’immobilismo rischia di essere un lusso non più sostenibile”.

Soprattutto in Medio Oriente l’immobilismo non è più sostenibile. In particolare nella città curda di Kobane. I fautori dell’ingresso della Turchia nell’Unione Europea stanno uscendo da questa drammatica vicenda con le ossa rotte. Il governo autocrate di Erdogan , che professa un islamismo militante, sta cercando di trarre il massimo profitto dal caos nel quale è caduto tutto il Medio Oriente, in primo luogo per responsabilità statunitense e delle ex potenze coloniali europee.

La “Nuova Turchia” era stata accreditata dagli Usa e da molti paesi europei come una potenza stabilizzatrice. Membro della Nato, alleata al tempo stesso di Israele, dell’Iran e dell’Egitto, era considerata un punto di riferimento strategico. Ma gradualmente ha modificato le sue alleanze: ha rotto con Israele, sostiene i “Fratelli musulmani” e pur dichiarandosi nemica dell’Isis si guarda bene dall’intervenire militarmente, anzi lascia passare i jihadisti europei che vanno a unirsi con questo gruppo terroristico che assedia Kobane. Insomma la Turchia di Erdogan è ormai sempre più coinvolta nei conflitti in corso in Medio Oriente. Due sono i suoi principali obiettivi: far cadere Assad in Siria e impedire che il popolo curdo, oggi disperso in quattro Stati, Iraq, Iran, Siria, Turchia, possa unirsi e formare una propria nazione indipendente. È evidente che gli Stati Uniti debbano tenere nella dovuta considerazione le mire sub-imperialistiche dei turchi. La Siria è da sempre ritenuta dalla Casa Bianca uno “Stato canaglia”, i curdi dei pericolosi terroristi e per di più comunisti o simili. Allora si grida “al lupo!”, contro il fanatismo islamico, il califfato, i jihadisti che minacciano i valori liberali della civiltà occidentale, ma avere buone relazioni con Israele, la Turchia, l’Arabia Saudita e l’Egitto dei militari è molto più importante al fine strategico che soffocare il califfato e chissenefrega se due popoli vengono martoriati, quello curdo e quello palestinese, e se l’Iraq è stato ridotto, con l’occupazione militare, a protettorato.

Dopo l’attacco terroristico al Parlamento di Ottawa si è scoperto che sono almeno 130 i canadesi convertiti all’Islam partiti per i diversi fronti della jihad. Altro che superiorità del modello liberale occidentale e della sua capacità di attrazione! È un fenomeno in crescita in tutto l’Occidente e non riguarda più solo giovani islamici immigrati in questa parte del mondo. Ma soprattutto si scopre che l’attacco terroristico isolato è il meno rassicurante, è il peggiore perché la frammentazione delle organizzazioni terroristiche, la moltiplicazione delle centrali del fanatismo, rendono impossibile proteggere tutti i potenziali bersagli da potenziali attacchi terroristici. In altre parole la tanto decantata vittoria su Al Qaeda, una organizzazione
pericolosissima ma con un programma decifrabile, ha prodotto uno scenario ancora più inquietante del dopo11 settembre: oggi bisogna prendere atto che i bersagli possono essere una infinità, non più solo i simboli del potere. Viene in mente la perniciosa propaganda che ha portato l’Occidente a intervenire militarmente in Afghanistan. Ecco i risultati! Dalle schegge di Al Qaeda è nato un terrorismo diffuso che ha avuto come detonatore la guerra civile siriana alimentata irresponsabilmente proprio dagli americani e da alcuni loro alleati europei per far cadere Assad; fare cioè in Siria quello che francesi e inglesi con l’aiuto di un’Italia senza spina dorsale, hanno fatto in Libia. Ora si piange ipocritamente sul “latte versato”. Molti ora chiedono misure più aspre di polizia!

L’Occidente sostiene di sostenere anche un’altra battaglia contro una minaccia non meno pericolosa del terrorismo: la lotta all’Ebola. Più di 4.000 sono le persone finora morte in Africa Occidentale. L’Onu ha giustamente suonato l’allarme internazionale per contrastare il morbo, ma finora il paese che più si è mosso – e nessuno media nel libero Occidente lo dice – e nonostante che è sottoposto all’embargo Usa, è Cuba. Gli altri parlano molto ma sono restii a far seguire i fatti agli allarmi. Cuba ha inviato in Sierra Leone un contingente di 165 persone fra medici, infermieri, biologi e assistenti sociali. E entro l’anno giungerà un secondo contingente formato da altri 294 operatori. Non solo. Nei giorni scorsi si è tenuto all’Avana un vertice speciale dei paesi del Sud e del Centro America per coordinare la cooperazione contro l’epidemia dell’Ebola e porre in atto misure preventive e rispondere con una politica comune di aiuti all’Africa. L’iniziativa cubana è stata così tempestiva che con una dichiarazione piuttosto inusuale il Segretario di Stato Usa, John Kerry, ha dovuto riconoscere il ruolo di avanguardia di Cuba. Infatti, rivolgendosi al corpo diplomatico straniero di Washington ha detto: “Cuba è un paese appena di 11 milioni di abitanti ma ha inviato in Africa 165 operatori della salute e prevede di inviarne altri 300”. Mi pare però più significativo il commento di Fidel Castro: “È giunta l’ora del dovere” e dell’impegno e ha ricordato che con questo vertice latinoamericano “inviamo un messaggio di speranza e di lotta agli altri paesi del mondo”. Una bella lezione di solidarietà concreta di un paese che non naviga certamente in una economia rigogliosa.

L’Ebola è un morbo che riflette pienamente il nostro tempo, il XXI secolo. È un virus micidiale che innalza una barriera tra medico e malato, più della peste medioevale, più di altri morbi recenti, come l’Aids o la Sars. Nel caso dell’Ebola il medico deve assolutamente prendere le distanze e mantenerle dal paziente che diviene così da essere umano bisognoso di cure a soggetto infettante, un pericolo per l’intera comunità. L’Ebola rimette dunque in discussione tutti i protocolli di cura e di prevenzione arrivando a creare una distanza abissale tra malato e personale sanitario, al punto che si fa fatica a trovare medici che vogliano occuparsi di questo morbo. È troppo pericoloso. In un mondo dalle abnormi diseguaglianze, e l’Africa è all’apice di questa situazione, l’approccio all’Ebola non fa eccezione. Rassomiglia molto al trattamento degli antichi verso il lebbroso: veniva abbandonato e isolato dalla società. Spesso la nostra modernità non è tanto diversa dalle società degli antichi o la confondiamo con una economia dei consumi, per cui anche nei luoghi più selvaggi, abbandonati alla miseria dal mondo civile, vi è un’antenne satellitare per guardare la televisione bevendo una Coca-cola!

Un interessante articoletto uscito recentemente su “Il Corriere della Sera” ci spiega che “la Cina insegue lo Stato di diritto, ma comunista” (comunista ovviamente tra virgolette). Il Pcc, in un Plenum durato quattro giorni, fissa lo schema per uno Stato di diritto. Una svolta per riformare il sistema giudiziario del paese e sottrarre la giustizia ai potentati locali di partito e condurre in questo modo una più incisiva azione contro il diffondersi della corruzione. Il commento del giornalista è significativo: “Non è lo Stato di diritto occidentale, ma è sempre meglio che governare fuori dalla legge”. La cosiddetta grande stampa occidentale di “informazione” (ma sarebbe meglio dire di “orientamento”) non si smentisce mai. Più che mettere in evidenzia lo sforzo di un regime (socialista?) di garantire la legalità ricorda ad ogni piè sospinto che le misure del Plenum non “sono lo Stato di diritto dei sistemi democratici”, che resta l’ordinamento statuale migliore per l’intera umanità. Ennesima manipolazione ideologica dei mezzi d’informazione liberali; invece di fare le pulci ai cinesi con il loro “credo” si preoccupassero un po’ di più a garantire la legalità nel loro paese in base a quei principi in cui dicono di riconoscersi: per esempio, lotta efficace contro l’evasione fiscale e la pratica dilagante delle “mazzette” e delle raccomandazioni. A proposito, come mai Renzi non sproloquia sulla riforma della giustizia e sul conflitto d’interessi di Berlusconi per il duopolio televisivo ormai di fatto in vigore da anni in Italia?

Per restare su Renzi merita qualche riflessione il duro scontro che in questi giorni egli ha sostenuto con Barroso, il Presidente uscente della Commissione europea, sulla manovra finanziaria (legge di stabilità) del suo governo. Renzi ha reso pubblica una lettera “strettamente confidenziale” in cui Barroso rivolge delle severe critiche all’Italia e chiede chiarimenti in quanto con tale manovra si “devia” dalle regole stabilite dai Trattati dell’Unione Europea, sottoscritti anche dal nostro Paese. Renzi ha fatto bene a renderla pubblica anche perché la lettera è poca cosa rispetto a quella ben più drammatica – le uniche due che ci è dato di conoscere – spedita nel 2011 dalla Bce, che segnò l’inizio della fine di Berlusconi, che non a caso cercò di tenere riservata la missiva senza riuscirci – le talpe sono sempre in agguato – in cui si esprimevano delle dure critiche.

Una prima annotazione alla vicenda di allora e di adesso. Da questi atti si deduce, se non era ancora chiaro, che il Parlamento italiano conta ormai pochino e lo stesso governo, in base ai Trattati, ha dovuto trasferire una parte delle sue funzioni agli organismi esecutivi europei. Si dice, però c’è il Parlamento europeo, ma questa Assemblea a sovranità popolare, eletta con la proporzionale pura, conta meno dei Parlamenti nazionali, in sostanza niente (forse per questo è eletta con il sistema proporzionale dove però i deputati prendono un sacco di soldi, molti di più dei deputati e dei senatori). Allora chi comanda in Europa? Gli esecutivi, nominati dai governi nazionali e soprattutto le banche, per cui è sufficiente una presa di posizione netta della Bce per mettere in crisi un governo. Non male come “sistema democratico”, non male come massima espressione del “modello liberale”!

Ma dietro all’inizio di zuffa tra il governo italiano e Bruxelles (Barroso è rimasto fortemente irritato dall’iniziativa di Renzi di rendere pubblica la lettera) mentre Palazzo Chigi considera la missiva un bel ceffone di Barroso, cosa si nasconde? Tentativi di stabilire nuovi equilibri in Europa mettendo in discussione vecchi assi, in primo luogo quello tra Parigi e Berlino. È un primo riflesso dell’incrinatura tra Nord e Sud Europa, accentuatosi negli anni, vedere per esempio la Grecia. Una situazione che chiama in causa la Germania e la sua area d’influenza nel centro Europa (cioè quei paesi ormai suoi satelliti) con i paesi dell’area mediterranea che sono in grande difficoltà nell’accettare i vincoli dell’austerità. Renzi nell’aprire le ostilità ha scelto però la strada che lo ha contraddistinto nella politica interna: cavalcare forme di anti-politica. Annuncia la pubblicazione “di tutti i dati economici di quanto si spende in questi palazzi [dell’Unione Europea, n.d.a.] e sarà molto divertente”. L’indice accusatore di Renzi è quindi puntato sulla burocrazia europea e su chi butta i soldi e pare che prepari questa campagna proprio durante il semestre italiano di presidenza dell’Unione.

Ma non spende una parola per eliminare la norma del bilancio a pareggio inserita addirittura nella Carta Costituzionale da Berlusconi con l’avallo del Pd. Non introduce una riflessione critica della sua legge di stabilità, neppure all’indomani della straordinaria manifestazione di Roma del 25 ottobre della Cgil, determinando così una spaccatura verticale del Paese, tra quello dei “diritti e del lavoro” di Piazza San Giovanni di Roma e quello della “Leopolda”, cioè del “partito nazione”, delle banche e della finanza, degli imprenditori e di molti “intellettuali o altro” cortigiani di questo governo. Non so come andrà a finire questa sfida renziana in Europa. Mi pare però improbabile, senza una vera svolta nella politica economica che metta all’ordine del giorno misure efficaci per una più equa distribuzione della ricchezza e di interventi pubblici a favore dell’occupazione e dello sviluppo, che l’Italia possa riemergere più forte, ridimensionando la Germania. Più probabile che ne uscirà ulteriormente indebolita producendo, tra l’altro, nuovi guasti politici, in quanto avrà sostanzialmente fatto leva, nel braccio di ferro e nel corso del suo semestre, sul populismo e sulla demagogia solo per garantire a Renzi il potere (magari anche con una legge elettorale truffaldina, come quella che prevede un robusto premio alla lista di maggioranza relativa) mantenendo alle politiche quel 40% ottenuto alle europee. Il “guascone fiorentino” storicamente per alcuni aspetti rammenta il velleitario Crispi che volle portare l’Italia in una disastrosa avventura coloniale senza essere effettivamente, dal punto di vista economico e di conseguenza militare, una vera potenza coloniale. Così Renzi vorrebbe mettere all’angolo lo strapotere economico della Germania con una campagna contro la burocrazia europea. Ma l’Europa, quella che nel mondo ancora un po’ conta, non è l’Italia.

Si potrebbe a questo punto obiettare quale ragionamento unisce queste diverse riflessioni, tratte da alcune notizie dei giornali dell’ultima settimana, che pare siano messe un po’ alla rinfusa in questo intervento? Credo che un filo conduttore ci sia, anche se non sempre è esplicito. Quando si parla di: contraddizioni interimperialistiche e intercapitalistiche; del passaggio da un sistema mondiale bipolare (quello tra Usa e Urss) a un sistema multipolare dopo l’89; dell’inasprirsi delle contraddizioni tra un Occidente capitalistico opulento (economia dei consumi), ma in crisi e alcuni paesi del Sud del mondo emergenti di nuova industrializzazione (caratterizzati da una imponente crescita della classe operaia), Cina, India, Brasile, Sud Africa; dell’Europa che non è un soggetto politico unitario; della Russia di Putin che resta una grande potenza che non potrà mai per cause oggettive essere alleata ma in competizione con gli Usa; dell’esperienze progressiste e rivoluzionarie in corso in America Latina e dove Cuba continua, almeno nell’immediato, a svolgere una funzione positiva e in certe circostanze di riferimento; della questione islamica strettamente connessa alla questione palestinese e a quella curda, ma anche a una uscita di molti paesi mediorientali, legati oggi a filo doppio agli americani, dal militarismo (Egitto), da regimi feudali degli sceicchi (Arabia Saudita), dall’autocrazia (Turchia); quando si denuncia il caos globale generato dalla globalizzazione capitalistica, con le sue guerre dei mercati, le speculazioni finanziarie, i grandi disastri ambientali, i conflitti bellici per il controllo delle risorse strategiche, non si fa – ecco il punto – astrazione, dell’ideologia.

La lotta di classe c’è e mostra i suoi drammatici effetti sull’umanità. Il marxismo è tutt’altro un pensiero da consegnare agli storici, è attuale più che mai. Non tutto quel che è nuovo è nuovo e non tutto quel che è vecchio è vecchio. Una sinistra che non vuole restare subalterna alle manipolazioni ideologiche del liberalismo e delle sue dottrine economiche deve saper uscire da questi assiomi, riacquisendo una cultura critica ancor prima di una teoria della trasformazione e saper leggere le notizie, quelle che almeno riescono a passare al setaccio delle redazioni dei media cosiddetti d’informazione e dei centri di potere, con un occhio critico, non preoccupandosi d’essere un animale in estinzione, che è quello che vogliono farla apparire gli avversari, come i liberali, questi sì in profonda crisi di prospettive. Svolgere, insomma, una critica da militanti della sinistra, utilizzando le sue categorie d’interpretazione, sia pur innovandole e aggiornandole alla realtà del mondo contemporaneo, e non camuffandoci da liberaldemocratici un po’ più progressisti dei conservatori.

Sandro Valentini

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