Ora lo sappiamo, non siamo alla fine della storia. Che qualcuno informi Renzi, di S. Valentini

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Dopo quasi un quarto di secolo il politologo statunitense Francis Fukuyama torna a colpire con un nuovo saggio. Rammentate? Con molta leggerezza e disinvoltura ci aveva detto che con il crollo del muro di Berlino e il conseguente e inevitabile trionfo della democrazia liberale la “storia era finita”. Marx aveva torto marcio nel sostenere che vi fosse un’alternativa socialista a quella liberale (si badi bene l’analisi di Fukuyama, allora come oggi, è sempre confinata nella sfera politica, i sistemi di produzione non vengono mai presi in considerazione, dunque la teoria di Marx è ridotta a un sistema politico alternativo a quello liberale, lo scontro di classe tra capitale e lavoro non è mai valutato, semplicemente se è esistito adesso non esiste più) in quanto si sarebbe realizzato a livello globale un sistema di economia liberale e istituzioni politiche democratiche.
Abbiamo scoperto in questi vent’anni che la profezia di Fukuyama era una bufala, che le cose non stavano nel modo in cui ce le descriveva, ce ne siamo amaramente e drammaticamente subito accorti. Che la bufala (l’imbroglio culturale prima ancora che politico) conquistasse una parte consistente dell’opinione pubblica occidentale è un dato su cui riflettere, che fior fiore di intellettuali, di opinionisti, di uomini politici (di destra e di sinistra) abbiamo fatto loro tale grossolana tesi anti-storica (in buona o in cattiva fede, perché al servizio e sulla busta paga delle oligarchie finanziarie o semplicemente perché da liberaldemocratici integralisti ci credevano e ancor ci credono – a proposito si può essere liberaldemocratici senza essere integralisti? -) è un secondo dato su cui riflettere.
Fukuyama ora nel suo nuovo saggio “Ordine politico e decadenza”, a sua giustificazione, candidamente ci dice che la sua tesi non era poi tanto sbagliata anche se tutte le vicende dell’ultimo quarto di secolo sembrano andare in altre direzioni. La mia tesi è “bisognosa di una revisione. Io continuo a credere che l’idea di fondo sia corretta: in tutti questi anni un sistema alternativo alla democrazia liberale, capace di essere accettato e di diffondersi nelle principali aree del mondo, non è emerso. Ma è anche vero che il sistema liberaldemocratico non solo non ha trionfato ovunque, ma dà segni di decadenza in molte parti dell’Occidente e in modo particolare negli Stati Uniti”. Bene, anche un incallito e cinico conservatore che gioca con i sentimenti, le aspirazioni e le speranze popolari, è costretto ad ammettere che tutto sommato il problema storico solo in parte era rappresentato dal “socialismo reale”, ma vi è un qualche problemino storico nel sistema liberale e dintorni; io da vetero marxista e leninista oso dire che nel sistema capitalistico agiscono contraddizioni strutturali che il crollo del muro di Berlino non ha attenuato o superato, ma addirittura ha inasprito, fino all’attuale caos mondiale nella fase della globalizzazione capitalistica.
Fukuyama pare accorgersi solo di passaggio che il mondo arabo, la Russia di Putin, l’emergente potenza planetaria, cioè la Cina, il Sud America e gran parte dell’Africa rappresentano la maggioranza della popolazione mondiale, lontana, molto lontana dalla realizzazione di un sistema “democratico liberale”. Certamente, ognuna di queste aree, prese singolarmente, non rappresentano un’alternativa al modello Occidentale. In molti di questi paesi sono in corso processi tra loro molto diversi, addirittura opposti, e persino sono teatro di conflitti bellici, e non tutto, naturalmente, si muove nella direzione della costruzione di una società socialista. Ma un dato è certo, nessuna di queste realtà guarda al modello Occidentale, che tra l’altro, come lo stesso Fukuyama sostiene, è in profonda crisi. Allora altro che fine della storia sia pur rinviata per un bel po’ di anni! Mi pare al contrario, di grande attualità invece il pensiero di Marx sul processo di centralizzazione e concentrazione del capitale e di Lenin sul ruolo del capitale finanziario in una fase imperialistica e sulle sue contraddizioni (anche interimperialistiche), cioè che lo sviluppo del capitalismo non elimina la crisi, anzi “accresce e intensifica il caos che è proprio dell’intiera produzione capitalistica nella sua totalità”.
È singolare notare che in Fukuyama riecheggiano, sia pur inconsapevolmente, la teoria kautskiana, sul super-imperialismo, pur se rivista e aggiornata. Secondo la quale le modalità economiche e politico-militari imperialistiche storicamente sono andate strutturandosi in modo tale che gli Stati Uniti hanno ormai raggiunto – e oggi più di ieri con il crollo del campo socialista – una posizione egemonica tale che, allo stato attuale, appare destinata ad essere irreversibile. Gli altri paesi capitalistici maturi, sia pur continuando a far parte dell’area centrale di comando e a distinguersi dai paesi periferici, avrebbero ormai un ruolo di dipendenza economico-finanziaria e politico-militare dagli statunitensi. La sinistra pertanto, per continuare a svolgere un ruolo progressista, è chiamata a muoversi nell’ambito di tale definitivo contesto per non essere velleitaria. O addirittura la teoria sulla “categoria dell’impero”, riproposta in Italia da Negri, che sostanzialmente considera superata la categoria dell’imperialismo e le sue contraddizioni interimperialistiche, poiché ritiene esaurita la funzione politica delle entità statuali, supportate ora da organismi di carattere sopranazionale riconducibili a un unico “capitale globale” che domina la scena mondiale. Da qui la definizione di “impero” per descrivere questo nuovo ordinamento economico creato da un inedito potere, di cui non sarebbe possibile riconoscere e definire né centro né periferia, pur potendo contare sugli Usa come potenza coordinatrice.
Naturalmente il pensiero di Fukuyama non è complesso e forte come quello di un Kautski o di un Negri, non si avventura in analisi approfondite sulla globalizzazione capitalistica. Però il suo sistema liberale altro non è che l’espressione istituzionale-politica di un capitalismo, appunto di un super-imperialismo o di un “capitale globale”, che garantirebbe pace, ordine, libertà e democrazia proprio perché non deve fare più i conti con le sue drammatiche contraddizioni e la competizione con il “socialismo reale”.
Ma la rovinosa fine dell’Urss ha determinato il passaggio da un sistema bipolare, cioè dalla divisione del mondo in due sfere d’influenza, quello Usa e quello dell’Unione Sovietica, a un sistema multipolare: specchio tra un Occidente e paesi emergenti sempre più potenti, teatro di innumerevoli focolai di guerra e fortemente caratterizzato dall’ inasprirsi delle contraddizioni interimperialiste e sub-imperialiste, la cui lotta senza quartiere per la conquista di nuovi mercati produce tra l’altro un degrado ambientale che pare purtroppo inarrestabile. E in un mondo dominato da caotiche e pericolose contraddizioni (occorre non abbassare mai la guardia nella lotta contro la guerra) mi pare che il modello liberale, che non riesce neppure a impostare e portare avanti un processo di effettiva integrazione istituzionale, politico ed economico dell’Europa, abbia molto poco da dire all’umanità e per questo la sua capacità di divenire modello per tutti sono pressoché nulle.
Avrei concluso la mia disamina su questo nuovo saggio di Fukuyama, ma non posso esimermi d’affrontare un’ultima questione. Come mai anche vasti e maggioritari settori socialdemocratici e liberaldemocratici di sinistra, si sono fatti irretire da tali teorie neoconservatrici?
A cavallo tra gli anni ’60 e gli anni ’80 le socialdemocrazie europee mutano di natura e in questo processo è in gioco lo stesso concetto do “rivoluzione”, inteso come partito della trasformazione. Per tutta una fase, anche tra le due guerre mondiali, i partiti socialdemocratici, pur in forte opposizione all’esperienza Sovietica e al Movimento comunista, praticavano (o tentavano di praticare) una politica riformista tramite la quale perseguire, affermavano, il socialismo in termini pacifici, nel rispetto della legalità democratica e in modo graduale. Realizzare insomma una società socialista, liberata sia dai rapporti di produzione economici profondamente disuguali del capitalismo sia dalle forme politiche totalitarie oppressive dell’Urss e dei paesi del “socialismo reale”. Il disegno cosciente dunque era sempre volto a modificare qualitativamente, con l’azione politica, una società ritenuta ingiusta e sbagliata. Anche le componenti della sinistra liberaldemocratica si muovevano dentro una prospettiva progressista; per esempio in Italia la tradizione del pensiero gobettiano era forte e si intrecciava con il pensiero comunista e socialista e i liberaldemocratici si distinguevano nettamente dai liberali conservatori, di destra.
Ma con il processo di mutazione viene meno la vecchia impostazione socialdemocratica, il concetto di trasformazione, la stessa parola non aveva più corso né nel pensiero né nel vocabolario socialista; era soppiantata dalla parola “modernizzazione”, e se proprio di “rivoluzione” si voleva continuare a parlare questa non era più la modifica radicale, il superamento della società capitalista, piuttosto l’evoluzione spontanea e naturale della società che si trattava di capire e di ammodernare. Il trionfo, insomma, del “movimento è tutto” del revisionista Bernstein! Anche in questo nulla di nuovo, ma occorreva essere moderni, attuali; il reale non era più lo sviluppo disordinato e disuguale del capitalismo da superare con un’azione politica razionale, ma un contesto politico-sociale che si doveva in primo luogo capire e poi favorire e infine orientare, e chi riproponeva una interpretazione marxista era un vetero, un residuale imbottito di ideologia che si metteva fuori dalla politica. In questa “evoluzione” sta la mutazione socialdemocratica: l’idea della modernizzazione come rivoluzione. È questo il retroterra culturale di figure socialdemocratiche come Blair, Craxi, Felipe Gonzales, Papandreu, Mitterrand, del ribaltamento ideologico da loro compiuto in quegli anni. Lo stesso processo lo ha compiuto, in anni successivi e con maggiore rapidità, il Pds-Ds-Pd (rivisitata dopo circa un quarto di secolo la “svolta della Bolognina”, paradossalmente Occhetto dal suo punto di vista aveva delle ragioni politiche nel voler trasformare il Pci in partito liberaldemocratico e non in un partito del lavoro o socialdemocratico, in quanto probabilmente coglieva le mutazioni in corso in Europa di queste formazioni ) per allinearsi e magari sopravanzare gli attuali orientamenti politici e culturali del Pse.
È evidente che un tale processo di snaturamento dei partiti socialdemocratici, accompagnato dalla crisi e capacità d’attrazione del Movimento comunista e dalla globalizzazione capitalistica, ha reso labili e discutibili i confini tra destra e sinistra, soprattutto tra i lavoratori e i ceti popolari, in particolar modo quelli organizzati o che hanno come punto di riferimento i partiti socialisti e i loro sindacati di riferimento.
Modernità e innovazione innanzitutto, anche riproponendo idee molte vecchie ma presentate come nuove attraverso i media, che diventano così, nell’odierno contesto politico-culturale, delle verità assolute, razionali, reali. Per cui la lotta di classe è un conflitto di altri tempi in quanto solo la moltitudine, una massa indistinta di individui, è il punto di approdo di una società moderna (post-moderna e post-capitalista). Al posto dei contratti collettivi di lavoro, che sarebbero una forma di contrattazione novecentesca, si introduce il concetto liberale (appunto per valorizzare la libertà di ogni individuo) di flessibilità, che dovrebbe assicurare dinamicità al mercato del lavoro e una maggiore possibilità di opportunità, anche per gli individui più bisognosi ma meritevoli (meritocrazia) di migliorare la propria condizione sociale, per poi accorgersi che in una fase di lunga stagnazione economica questa flessibilità, questa libertà di fare diverse esperienze lavorative valutandone le opportunità sociali, si risolve in una brutale e drammatica precarizzazione, con il conseguente ulteriore impoverimento dell’individuo che vive questo suo “stato” in perfetta solitudine. Anche per questa ragione in molti paesi capitalistici avanzati, come in Italia, i ricchi diventano sempre più ricchi mentre cresce la disoccupazione e la povertà, anche attraverso la proletarizzazione di una parte significativa del ceto medio, che non può neppure contare sulla tutela del sindacato in quanto difficilmente sindacabile (però conservatore è il sindacato che non è in grado di occuparsi di loro). E poi ci sono gli immigrati che spesso fanno i lavori più umili, senza veri diritti e in molti casi ridotti a forme di schiavismo. Infine, la classe operaia spesso considerata in via di estinzione e comunque senza un vero peso specifico e i suoi sindacati, delle vere e proprie organizzazione vetuste, per poi restare sorpresi del suo forte incremento su scala planetaria (anche perché qualcuno dovrà pur continuare a produrre manufatti), ma non in un Occidente, sempre più deindustrializzato (post-industriale), dedico prevalentemente a garantirsi il “ciclo ricco” del processo produttivo, quello legato alla ideazione, alla valorizzazione e alla commercializzazione del prodotto.
Si perpetua poi nella “politica dello struzzo” facendo finta di non cogliere l’imponente rivendicazione che viene dai paesi emergenti di una più equa distribuzione della ricchezza, che pone agli occidentali, non solo ai ricchi ma anche ai ceti sociali subalterni, il drammatico problema di dover “tirare la cinghia”, cioè la politica di austerità, in quanto più difficile divine lo sfruttamento imperialistico di tali paesi per garantire livelli di sviluppo consono alle opulente società occidentali. E se proprio occorre imboccare tale via che siano i ceti popolari gli unici a pagare un prezzo alto per questa scelta. Diviene per questo un tabù parlare di patrimoniale, di lotta all’evasione e alla speculazione, di un sistema fiscale più giusto. Però chi crede ancora, in questa parte del mondo, in certi valori e concetti di sinistra è un conservatore, è un nostalgico che non comprende le leggi dell’economia; gli innovatori sono chi in nome della modernità, di un darwinismo sociale camuffato appunto come modernità, è per la “creativa dell’iniziativa privata”, l’unica che può stabilire, rimescolando le carte, delle nuove gerarchie sociali, che può determinare e rimettere in moto crescita e sviluppo per tutti, salvaguardando, migliorandola, la nostra civiltà, minacciata come sempre, dall’orso russo, dal fondamentalismo arabo, dal formicaio cinese che mette paura solo nel contare la massa enorme di formiche.
Una civiltà caratterizza però sempre di più, non dalla creatività e dal “rischio d’impresa”, ma da altri soggetti: per esempio, dalla gente dello spettacolo o del pallone che contano oggi di più rispetto a professioni di alto valore scientifico e dove la cultura e l’arte sono ormai del tutto condizionate da un mercato governato dal capitale finanziario che lo orienta e lo muove. Le grandi case editrici, l’industria cinematografica o quella discografica, il mercato dell’arte figurativa, l’industria della moda, al pari della ricerca scientifica, tanto per fare alcuni esempi, sono tutti comparti pregiati del processo di terziarizzazione e di finanziarizzazione dell’economia. La società civile è ridotta a queste categorie di individui (si è mai sentito un Segretario di partito candidare in una competizione elettorale un semplice operaio come esponente della società civile?), il resto è aut, è cosa vecchia, come lo Stato sociale da smantellare!
Si badi questi ragionamenti non sono svolti solo dai partiti della destra. Basta seguire Renzi nelle sue esternazioni politiche! E il leader è l’ultima conferma, forse la più emblematica, di come un pensiero socialdemocratico e liberaldemocratico di sinistra si sia attestato su posizioni liberali moderate. Non è avvenuto il contrario. Ma vi è stato in Italia e in Europa – e credo anche negli Usa – uno spostamento dell’asse politico a destra dell’Occidente capitalistico, uno spostamento che ha come precedente solo quello drammatico dell’affermazione del fascismo e del nazismo in Europa. D’altronde, facendo meno dei partiti e dei parlamenti (però vi sono libere elezioni!) il modello che si afferma è un neocorporativismo contrattualistico tra un gruppo di individui legati agli stessi interessi e il potere. Non siamo poi così molto lontani dalle corporazioni fasciste. Se sono gruppi di individui deboli, disoccupati, precari, senza casa, esodati, ect siamo in presenza di un corporativismo sociale, se invece sono gruppi forti, imprenditori, possessori di rendite, manager della finanza, ect, il fenomeno si chiama lobby, senza che nessuno si scandalizzi.
Fino alla fine del secolo scorso gli Stati Uniti di Bush senior e la Germania di Kohl sembravano degli amici siamesi. Il clima però da più di un decennio tra i due paesi è cambiato in quanto Obama considera, con qualche ragione, la Germania della Merkel la maggiore responsabile del prolungamento della crisi europea, perché non stimola a sufficienza la propria economia pur avendo le risorse finanziarie per farlo poiché ha un bilancio pubblico in pareggio. Washington, insomma, accusa la Germania di puntare sulle esportazioni anziché sulla crescita della domanda interna, causando con questa scelta tensioni economiche non solo nel vecchio continente ma a livello planetario. La Casa Bianca giudica pertanto la Germania uno di quei paesi che crea problemi alla crescita. Le ragioni di questa critica non sono solo di natura politica: gli americani sostengono una debole e modesta politica keynesiana mentre i tedeschi hanno scelto una rigorosa politica neoliberista di bilancio e di ristrutturazione microeconomica, con i socialdemocratici consenzienti. Vi è alla base del confronto e dello scontro questioni economiche di squilibrio crescente tra le due potenze. Infatti le esportazioni tedesche avvengono a spese delle altre economie occidentali, anche perché il tasso di cambio tedesco, è sottovalutato, almeno secondo il Fmi, e se non ci fosse l’euro pare che il marco varrebbe il 15% in più, frenando così l’esportazione. Dunque, nelle sedi che contano, più che di Europa di discute e si litiga su altro e l’altro come sempre è il vil denaro!
Ma intanto l’economia europea va a rotoli e cresce l’allarme di una ondata eversiva di destra, addirittura fascista e nazista, come le ultime elezioni europee hanno con preoccupazione registrato; ma il Pse nasconde la testa sottoterra, certo come Fukuyama della superiorità storica del sistema liberale, e Renzi non è da meno. Anzi, la tardiva adesione del Pd al Pse non è un segnale di apertura a sinistra, come qualche nostrano politologo ha commentato, ma una scelta perfettamente organica agli indirizzi politici e culturali del renzismo, che di questo nuovo Pse è oggi uno dei leader. Anche qui, paradossalmente, il centro-sinistra ulivista di Prodi, che rifiutava l’adesione al Pse, era più avanzato e ammetterlo non è cosa da poco!
A proposito del Pd di Renzi, bisognerebbe interrogarsi – e qualcuno della sinistra del partito prima o dopo dovrebbe seriamente spiegarcelo – come sia stata possibile la conquista del Pd da parte di Renzi. Sostiene Cuperlo che quella renziana è stata “una sorta di scalata esterna”. Questa affermazione, vera nella sostanza, lascia però sconcertati per come la giustifica Cuperlo. La scalata di Renzi aggiunge “è del tutto legittima, intendiamoci, però è qualcosa di incredibilmente nuovo, originale e anche anomalo”. Per un politico moderno che “non legge Marx”, come egli con soddisfazione afferma, questa è una considerazione senza alcun spessore politico e culturale. Però irreprensibile ci rivela che Renzi ha espugnato il partito grazie alle primarie, ma soprattutto come leader dell’opposizione è frastornato da quando è accaduto appunto con le primarie. Ma non si dice dove aveva la testa il partito, non rendendosi conto che la vera anomalia non è Renzi ma un Pd “espugnabile” da un ragazzotto dotato di spregiudicatezza e determinazione, che nel giro di un anno, nell’occuparlo, lo ha riempito con valori estranei a quelli “desueti” della vecchia sinistra socialdemocratica. La cruda verità che il Pd bersaniano, un’ispirazione socialdemocratica molto fragile, è morto senza che ne fossero celebrati i funerali, e che il Pd oggi è proiettato in quel brodo della cultura della modernità, che piace tanto alle oligarchie finanziarie, a Berlusconi e alla parte più moderata della confindustria, una cultura che lo porta a compiere una ulteriore mutazione genetica: a partito liberale, sia pur collocato al centro del quadro politico italiano ed europeo. D’altronde lo strappo del tutto inedito consumato con la Cgil sul Jobs act, con quello che una volta era il sindacato di riferimento, ci parla di un nuovo Pd completamente slegato dalla sinistra tradizionale, e anche la Camusso o la destra della Cgil si sono accorte della pericolosa novità, tant’è che si è giunti alla scadenza della manifestazione del 25 ottobre, un po’ per non lasciare solo alla Fiom l’iniziativa e soprattutto per cercare di rimarcare una funzione di insostituibilità della Cgil nella dialettica politica e sociale. Riuscirà la Cgil a guadagnarsi questa insostituibilità? Auspico di sì, per questo la giornata del 25 ottobre è politicamente decisiva, va ben oltre al Jobs act.

Non è un caso che questo Renzi piace molto a Fukuyama, che lo considera un innovatore in grado di dare vigore al suo modello liberale in crisi. Il politologo americano sostiene che per rilanciare e diffondere il liberalismo servono Stati forti, democrazia e legalità. Ma poi a leggere bene il sui saggio il rafforzamento dello Stato, efficienza, capacità di decisioni immediate e di farsi valere, viene prima della democrazia e della legalità. “La democrazia dove non c’è Stato serve a poco” sostiene e chi decide quando è l’ora della democrazia non è dato sapere. Ragionamenti non molto lontano da quelli di Renzi: lo Stato deve decidere in tempi rapidi di fare le riforme e per farle occorre cambiare le regole del gioco. Così oltre a spazzare via conquiste sociali fondamentali per il lavoratori si riducono in nome dell’innovazione spazi di libertà e di democrazia. Intanto si costruisce uno Stato forte, profondamente rinnovato dalle fondamenta. Sulla democrazia, si vedrà…

Gratta gratta esce fuori il vecchio liberalismo di fine Ottocento, altro che modernità e innovazione! Ma non siamo alla fine della storia. L’annuncio vale ovviamente anche per Renzi; che qualche buontempone si prenda allora la briga di informarlo, forse non lo sa, magari non ha letto ancora l’ultimo saggio di Fukuyama.

Sandro Valentini

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Un pensiero riguardo “Ora lo sappiamo, non siamo alla fine della storia. Che qualcuno informi Renzi, di S. Valentini

    bruno ceccarelli ha detto:
    12 ottobre 2014 alle 10:09

    Carissimo Sandro, che Francis Fukuyama avesse sbagliato lo si sapeva. Sia su quanto aveva affermato sia sul come è stato interpretato.
    Non di questo voglio dire. Ho curiosato circa le tue critiche a Renzismo. Non ha affatto scalato il Pd nel senso che non c’era da scalare nessun partito. La forma partito che abbiamo conosciuto è morta almeno dalla fine degli anni ottanta. Tutti si sono trasformati in comitati o sottocomitati elettorali. I partiti hanno smesso la funzione di raccolta, delle idee e dei programmi per portarli a sintesi secondo una visione circa le necessità del paese. I loro iscritti (ne ho avuto una (persino triste) conferma l’altra sera quando da esterno – invitato ho partecipato a via di Castel di Leva ad un dibattito sul cosidetto Stadio della Roma. Una cosa semi farsesca. Dei consiglieri (strapagati e auto privilegiati) rispondevano a domandine fatte da persone che a scuola starebbero sui banchi dell’asilo. Lontanissima l’idea di un dibattito nel quale si interveniva tutti con sufficiente conoscenza degli avvenimenti e nel quale l’analisi politica era il risultato di un robusto ragionamento collettivo.
    Persone letteralmente analfabete (senza alcuna conoscenza dell’argomento) che bevevano come oro colato le sciocchezze che venivano loro dette. Sciocchezze nel senso che anche coloro che tenevano l’incontro poco o nulla sapevano. Per semplicizzare, mancava solo l’alleluia perché una squadra di calcio poteva intestarsi il nome di uno Stadio. Ho preteso di intervenire e credo, tra l’altro di aver fatto capire perchè l’eredità di un grande partito della sinistra si stava sciogliendo come neve al sole. La frantumazione della società in tanti piccoli spezzoni identitari è il risultato della inadeguatezza, e della svendita, della intellettualità della sinistra al capitalismo finanziarizzato. Risalire la china non sarà facile per nulla. Questo virus ha contagiato le intelligenze e guarire sarà una impresa titanica.

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