Il liberalismo è alla fine della sua storia, di S. Valentini

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Il premio Nobel per la lettura, il peruviani Mario Vargas, in una intervista su “Il Corriere della Sera”, fa il pelo e il contro pelo a Francis Fukuyama criticandolo da destra. Non condivide infatti l’idea del politologo statunitense che la democrazia sia in affanno, addirittura in crisi, e che i modelli autoritari, come quello cinese, possano essere attraenti perché efficienti. Quella di Fukuyama, sostiene, “è una visione molto pessimistica. La democrazia ha problemi seri ma ho l’impressione che sia il totalitarismo a retrocedere”. A sostegno di questa sua tesi cita la situazione determinatasi a Hong Kong come dimostrazione del fatto “che lo sviluppo economico in ultima istanza è incompatibile con il totalitarismo, l’apertura economica prima o poi esige un’apertura politica”. Insomma, la nuova classe dirigente costringerà Pechino alla riforma democratica e nel resto del mondo la situazione non è diversa, il totalitarismo non avanza. “Abbiamo battuto il comunismo, ora dobbiamo affrontare il fanatismo religioso” islamico.

Dopo di che snocciola una serie di esempi contro il Brasile di Lula e di Dilma Rouseff, il Venezuela e Cuba (dimenticandosi a proposito di rammentare l’ignobile embargo Usa che orma perdura da metà secolo) e la Russia di Putin per dimostrare che sono paesi drammaticamente in crisi e che molto presto avranno governi democratici. Si spinge fino a criticare Obama per aver ritirato troppo presto le truppe americane dell’Iraq e di non aver sostenuto sin dall’inizio le forze democratiche in Siria che puntavano alla caduta di Assad. Nel condurre la sua “lezione” sulla superiorità del modello liberale occidentale Vargas si guarda bene però dal valutare il caos che l’Occidente ha creato in Libia, o dal denunciare il mancato sostegno alla primavera egiziana degli occidentali preferendo la normalizzazione dei militari, o dal spendere qualche critica per Israele e la Turchia, o dal bollare come paesi feudali quelli sauditi, o dal fare un bilancio del disastro americano in Afghanistan dopo il loro intervento militare, solo per ricordare qualche avvenimento.

La polemica con Vargas è fin troppo facile, quindi non mi dilungo oltre su questo aspetto. Quello che è interessante notare e che un intellettuale sud americano come lui si ponga il problema di replicare a un politologo come Fukuyama per rivendicare la giustezza della tesi sulla fine della storia con la sconfitta e il crollo dell’Urss che aveva portato 25 anni fa il politologo alla celebrità mondiale. Vargas rinfaccia Fukuyama appunto questa rivisitazione della sua tesi alla luce della nuova situazione internazionale. Uno scrittore, tra l’altro un premio Nobel, dunque che rimprovera, come se fosse un politico navigato, un illustre politologo di svolgere analisi eccessive sulle prospettive, troppo pessimiste, condizionate da una congiuntura internazionale del tutta transitoria. Tutto ciò non stupisce più di tanto. Il confronto tra lo scrittore sud americano e il politologo statunitense ci parlano infatti di due stati d’animo differenti tra i liberali, due stati d’animo che interpretano, a modo degli intellettuali, posizioni politiche chiare ma contrastanti, che vale la pena approfondire.

Si parte dal fondamentalismo islamico che indubbiamente rappresenta per l’Occidente, per l’Europa in particolare, un grave pericolo per la sicurezza. Il fronte di guerra contro il Califfato è ormai aperto. Ciò che sarebbero in ballo sono la “cultura libera e i valori dell’Occidente”, ma nessuno sa in Occidente, né Obama né le grandi capitali europee, come tenere il fronte e fare la guerra, portando nella regione truppe e mezzi e non limitandosi ai bombardamenti, del tutto inefficaci. Già questa è una contraddizione non di poco conto. Da una parte si mette l’accento sulla pericolosità del Califfato e su un Occidente assediato dall’azione congiunta tra il nuovo Stato islamico e Al Qaeda, in nome della jihad, ma nonostante tanta enfasi (probabilmente solo in parte giustificata) si tarda a predisporre un piano di guerra, cioè di dare forza politica e militare al fronte, con la sola Turchia che gongola per il genocidio dei curdi, una popolazione da sempre perseguitata dal governo di Ankara. Non sono in grado gli europei di predisporre un piano di guerra, basta guardare ai disastri che hanno combinato in Libia se lasciati soli. Non lo vuole fare la Casa Bianca, che non vorrebbe impegnarsi in una nuovo guerra in Medio Oriente dopo aver ritirato le truppe dall’Iraq e aver assunto una posizione distaccata sul “caso” libico e su una guerra voluta e cercata dagli anglo-francesi e con l’Italia che è seguita a ruota in modo del tutto subalterno, per responsabilità precise del centro-sinistra.

Da questa dura contraddizione “una parte del mondo libero” trae la conclusione che con Obama il prestigio e l’influenza degli Stati Uniti sia caduta molto in basso. Si rammentano con nostalgia, sia di qua che al di là dell’Atlantico, i Bush che scaricavano bombe e facevano sbarcare truppe nel Golfo Persico, o Kennedy che decise di impegnarsi militarmente nel Vietnam e di innalzare un cordone sanitario contro Cuba. Il problema è che l’Europa come entità politica, diplomatica, economica e militare non esiste, e alla faccia del tanto decantato europeismo, c’è chi politicamente spinge per riproporre e rinsaldare una stretta alleanza atlantica, ovviamente coordinata e diretta dagli Usa per affrontare il pericolo incombente dell’islamismo fondamentalista. Pertanto si abbandona ogni velleitaria prospettiva di autonomia europea per una rinnovata leadership americana, per un ritorno all’anomalia “felice” del periodo post-bellico. Allora il problema non è di costruire l’Europa, ma auspicare che il prossimo Presidente degli Stati Uniti abbia la capacità di rovesciare la politica di Obama.

Ma non tutti i liberali ragionano così, con l’ottimismo integralista di Vargas. C’è anche chi crede – e non sono pochi – che il modello liberale per affermarsi come modello universale ha bisogno proprio dell’Europa, anche perché i rapporti tra Usa e Germania, locomotore del capitalismo europeo, non sono idillici. Se il modello liberale europeo non è in grado di garantire la sicurezza dell’Unione, la cultura e i valori di cui il vecchio continente è portatore, non è neppure immaginabile che il sistema delle istituzione liberali possa divenire un modello di riferimento per la gran parte dell’umanità. Da qui l’attuale pessimismo, considerato eccessivo, di Fukuyama. Si badi che questa discussione, almeno in Europa, non è tra destra liberale-moderata e sinistra liberaldemocratica, ma è trasversale, poiché l’indirizzo di fondo è determinato da interessi economici reali, da rapporti di forza capitalistici che spesso vanno ben oltre all’attuali forme statuali, per cui l’economia di importanti regioni d’Italia, come la Lombardia o l’Emilia Romagna sono integrate più con l’economia bavarese che con quello del centro-sud del Paese, come ormai nell’Europa centrale si è consolidata un’area economica integrata che va ben oltre i confini della Germania; infatti coinvolge Stati e regioni, soprattutto del vecchio blocco del patto di Varsavia e della ex Jugoslavia. D’altronde, ciò che sta avvenendo in Ucraina rientra a pieno titolo in questo processo espansionistico e imperialista del capitalismo tedesco.

Tralascio per brevità di elencare gli errori e i disastri compiuti da Stati Uniti da soli o con il sostegno attivo degli europei in Medio Oriente e più complessivamente nel mondo arabo o con i paesi islamici. Il fondamentalismo islamico è anche una brutale reazione a queste politiche insensate, nel non aver risolto, per esempio, ma anzi trascinato a favore di Israele la risoluzione della questione palestinese. Si grida oggi istericamente contro il pericolo islamico, si esprime giustamente lo sdegno e la condanna contro i tagliagole e i tagliateste, ma nessun esponente di questo mondo liberale, che dice di voler rispettare la legalità democratica, prova a compiere un serio bilancio degli errori e delle gravi responsabilità dell’Occidente in questa parte del mondo, dalla fine della guerra (la prima, si badi bene) a oggi. Nessuno riconosce la rapina perpetuata per anni dal capitalismo sulla maggiore risorsa strategica del mondo arabo: il petrolio. Pochi ricordano che uno dei primi misteri della Repubblica italiana si perde nella notte dei tempi con la scoppio in volo dell’aero che portava Mattei, il quale stava realizzando, tramite l’Eni, una politica di apertura verso il mondo arabo, ma era una politica che occorreva quanto prima stroncare.

Mi interessa invece porre qualche domanda ai liberali, sia a quelli ottimisti sia a quelli pessimisti, sia a quelli di destra che di sinistra. Siete veramente certi che dopo aver sconfitto l’Urss e il campo socialista avete spento quel fuoco che alimenta la speranza di un nuovo ordine mondiale che superi il sistema capitalistico? Cioè che oltre al liberalismo non sia possibile andare? Che dall’attuale caos mondiale, politico, economico e sociale, prodotto dalla globalizzazione capitalista si possa uscire con la ricetta del libero mercato in grado di autoregolamentarsi e di attenuare così ingiustizie e disuguaglianze abnormi?

I liberali sono convinti che il legame sociale assicurato dalla società borghese sia superiore da quello dei regimi autoritari, sia di destra che di sinistra. In altri termini sia del fascismo che del comunismo, entrambi usciti storicamente sconfitti dal confronto con il sistema democratico. Credo che non sia proprio così. Intanto perché vi è un aspetto ideologico dominante su tutto il resto dietro il concetto di democrazia. Democrazia non era una parola molto usata dai rivoluzionari borghesi di ieri e i liberali di oggi fanno finta di scordarlo. Quegli uomini dicevano più volentieri “uguaglianza”, “libertà”,” repubblica”, “patria”, e se i governi non contenevano questi aspetti erano governi “tirannidi” e il termine “dittatura” era usato come sinonimo proprio per denunciare le tirannia senza coglierne le differenze del significato storico. Pochi ricordano (anche qui, chissà se è solo un problema di memoria storica) che la parola democrazia non figura né nella Costituzione americana né in quelle via via adottate dalla Prima Repubblica francese. In Italia, un grande liberale come Benedetto Croce, manteneva le distanze dal concetto di democrazia e Pericle, che avrebbe retto Atene con la democrazia, prendeva invece le distanze da essa sapendo che non era gradita alla parte popolare che preferiva appunto riconoscersi in un sistema politico basato sul concetto di popolo, giudicando invece liberticida la democrazia. Nelle opere di Platone e Aristotele la democrazia è un bersaglio polemico costante e non sarà un caso che non esistano testi di autori ateniesi, la patria dove sarebbe nata la democrazia, che inneggiano ad essa.

Succede poi, proprio quando si ragiona in termini ideologici e in questo i liberali sono dei maestri più dei comunisti (altro che morte dell’ideologia!), che nella Costituzione europea si è voluto imprimere il marchio greco-classico con una citazione tratta dall’epitaffio che Tucidide attribuisce a Pericle. “La costituzione è chiamata democratica perché il potere è nelle mani non di una minoranza ma del popolo intero”. Ma per Pericle, principe della Polis con un potere personale molto forte sia pur accettato e riconosciuto ma che finirà con lo snaturare gli equilibri dei poteri, la democrazia era solo un “criterio” per prendere le decisioni a maggioranza, la sua maggioranza. Il costituente europeo, non sapendo dove sbattere la testa, ha volto lo sguardo all’antica Grecia per legittimare storicamente la parola democrazia, facendo però ricorso a un falso. Una furba operazione culturale prima ancora che politica ispirata a quell’idea di nozione di Europa che le classi colte hanno avuto per molto tempo dell’Europa stessa, credendo che fosse stata proposta dagli stessi greci fin dall’antichità. Dori e le loro città uguale Europa, cioè libertà, democrazia e poi successivamente per molti anche cristianesimo; Persia uguale Asia, cioè schiavitù e poi Islam. Oplà, il gioco è fatto! I valori dell’Occidente, di cui il modello liberale è l’ultimo prodotto politico (fascismo e comunismo sono considerati un incidente storico risolto) sono salvaguardati e per sempre fissati, anzi superiori, poiché portatori di democrazia, a quelli dell’Oriente, costantemente turbativi dell’ordine mondiale. Nessuno però si pone la banale domanda: un sistema democratico nella storia dell’umanità è mai esistito?

Aveva ragione l’anziano Engels o Lukàcs a sostenere che in ultima istanza il socialismo è la democratizzazione piena della società. Ma torniamo a Vargas e alla sua analisi sulla Cina non del tutto peregrina. Ha più di una ragione a sostenere che mutando l’economia e l’asse del suo sviluppo si pone inevitabilmente anche la necessità di una mutazione del quadro politico. Vargas forse non lo sa, ma questo è Marx, o meglio è una interpretazione marxista di una determinata società. La questione dunque non sta nel riconoscere le grandi trasformazioni in corso in Cina. Sono sotto gli occhi di tutti, come si potrebbe negarle? La domanda vera da farsi, e fare soprattutto al gruppo dirigente del Pcc, è dove va la Cina? La risposta non può essere ideologica. Hanno torto tutti coloro che credono che in quel paese sia in atto un processo che lo porta a fuoriuscire inevitabilmente dal socialismo, ma anche quelli come Vargas che credono che la soluzione sia quella di far sventolare sulla Piazza Rossa la bandiera del liberalismo. Ed è appunto sulla soluzione che indica che Vargas sbaglia concettualmente e direi anche grossolanamente.

Non so dove porterà l’esperimento cinese e soprattutto se riuscirà a realizzare forme più avanzate di relazioni economiche e sociali. Ma una cosa è certa: il modello socialista basato sulla statalizzazione dei mezzi di produzione non regge il confronto con la globalizzazione, da qui per i cinesi la necessità di cambiare, ma la stabilità e il progresso sociale di un Paese con oltre un miliardo e quattrocento milioni di persone e che viene da una storia di sottosviluppo non si risolve instaurandovi un modello liberale. Di ciò non è cosciente un intellettuale integralista come Vargas troppo intriso di ideologia liberale, ma molti politici occidentali, un po’ più pragmatici e meno ideologici di lui, sanno bene che la questione della stabilità politica ed economica della Cina è una questione di importanza strategica per tutti, anzi è una questione vitale per il mondo intero. Si immagini un crollo del regime e il conseguente esodo di cento o duecento milioni di cinesi verso l’Occidente per cercare fortuna se tale regime dovesse essere sostituito dall’idea del libero mercato. Sarebbe un flusso emigratorio drammatico, destabilizzante, pericoloso che aumenterebbe vorticosamente le tensioni sociali su scala planetaria. Quindi non solo i “comunisti” ma anche i liberali avveduti devono scommettere sul buon esito dell’esperimento cinese, che rassomiglierà, se sarà positivo, molto poco al “socialismo realizzato” che abbiamo finora conosciuto, ma anche al modello liberale. Sarà, con molta probabilità, un sistema inedito nella storia dell’umanità. E ci penseranno i posteri storicamente a definirlo. Di ciò ha piena coscienza il gruppo dirigente del Pcc, dove per altro è in atto un feroce scontro politico e di classe, in cui diverse opzioni ormai da anni si fronteggiano.

Ragionamenti simili si potrebbero fare anche per il mondo arabo e i paesi dell’Islam. Non mi pare che il liberalismo sia un pensiero esportabile in queste nazioni dove è più facile che si affermino orientamenti socialisti, come in una serie di circostanze è avvenuto nel passato. A me pare che solo la Russia sia il paese che possa, più di altri, avvicinarsi a un modello istituzione liberale-democratico dell’Occidente. Ma la Russia controlla una vastissima aerea considerata strategica per l’umanità, cioè la Siberia, che ovviamente intende continuare a controllare anche in futuro, prescindendo dal regime interno, più o meno liberale, più o meno oligarchico o totalitario. Per questa semplice ragione oggettivamente la Russia non può divenire amica o alleata con l’imperialismo americano, che rappresenta la principale minaccia (in quanto è anche una grande potenza militare) alle sue immense riserve strategiche. Per avviare un processo di trasformazione del sistema politico russo occorre un’altra Unione Europea; una Unione radicalmente rifondata, che assuma, nell’imbrigliare l’imperialismo tedesco, un ruolo totalmente autonomo dagli Usa e nel contempo conduca una politica di dialogo e di apertura con il mondo arabo. Una Unione che si muova nella costruzione, su basi federali, degli Stati Uniti d’Europa, dall’Atlantico agli Urali. È questa l’unica strada praticabile affinché si possa sensibilmente spostare l’asse strategico russo da Oriente a Occidente. Ma da questa proposta oggi siamo lontani anni luce, neppure viene prospettata come labile orizzonte, come remoto futuro.

Non siamo quindi alla fine della storia, tutt’altro! Caso mai si potrebbe sostenere che è il liberalismo alla fine della sua storia! Del resto, la fragilità del modello politico liberale e neoliberista nella dottrina economica è sotto gli occhi di tutti. Il socialismo reale come l’Islam non sono delle alternative, ma anche le opulente società borghesi liberali dell’Occidente sono in profonda crisi, non sono un modello da perseguire. Occorre costruire un’alternativa razionale al caos mondiale prodotto dalla globalizzazione capitalistica e dalle sue enormi contraddizioni. E occorre iniziare sviluppando una visione politica ed economica alternativa a tale modello, innanzitutto con una critica di massa all’ideologia di cui è portatore, una ideologia che si spaccia come democratica quando non è altro che un sistema che lascia libertà a una esigua minoranza della popolazione mondiale di sommare i propri egoismi, sia pur tra enormi contraddizioni e tensioni.

Sono necessarie su scala globale (la questione di una riorganizzazione internazionale della sinistra nei prossimi anni non sarà più rinviabile) lotte politiche accompagnate da misure che riconsiderino i meccanismi della crescita economica in grado di ristabilire la centralità del sistema produttivo, il ruolo strumentale del settore finanziario e la sempre più stretta interdipendenza tra qualità e quantità della crescita e tra la distribuzione del reddito e gli equilibri sociali. In altre parole, la natura e le cause della crisi dovrebbero suggerire la necessità di riequilibrare i rapporti Stato-mercato con la ricostruzione di un “nuovo welfare”, in modo – come ha insegnato Keynes – che un più efficace ruolo del primo possa sopperire ai limiti del secondo, in particolare alla sua instabilità.

Una nuova politica sociale basata su scelte economiche classiche, cioè che considerano, come Ricardo e Marx e lo stesso Keynes, il capitalismo non come economia naturale, cioè un sistema per tutti i tempi, cioè una forma naturale eterna, appunto di fine della storia. Solo se la sinistra riuscirà a determinare questa rottura con il pensiero economico neoclassico potrà tornare a interrogarsi sul destino dell’umanità e avanzare soluzioni per correggere gli squilibri drammatici della globalizzazione. Con buona pace di Vargas e di Fukuyama l’esperienza storica della grande depressione del ‘29 insegna che da una crisi strutturale del capitalismo si può uscire con il New Deal, ma anche con i fascismi. Altro allora che insostituibilità del modello liberale!

Sembrerà paradossale, ma la sinistra, nonostante che ancora si stia leccando le sue molte ferite, ha oggi un vantaggio proprio perché è la meno influenzata dalle ideologie dominanti: può proporre una politica impostata su misure legate a un’idea di sviluppo economico basato su valori progressisti e su un’altra idea di un mondo possibile. Riflettere e proporre insomma un diverso sviluppo che potrebbe condurre a un “nuovo ordine mondiale”, con la consapevolezza che gli sviluppi possibili sono multiformi in quanto differenti tipi di ordine mondiale sono possibili se la sinistra non assolverà al suo ruolo. La lotta pertanto è in primo luogo su una dimensione globale e per grandi aree geografiche, come l’Europa, per estendersi infine a livello nazionale e locale.

La regolamentazione attraverso il mercato globale dei capitali è miseramente affondata con la crisi, e non poteva che essere così con l’accentuazione delle contraddizioni interimperialistiche e intercapitalistiche. Con Obama siamo tornati in parte alla regolamentazione pubblica, al ruolo dello Stato, ma si è visto in che forma, solo per garantire le assicurazioni, le banche e i profitti per la grande industria. È necessaria dunque una riforma del sistema internazionale; non è sufficiente passare dal G2 al G20 o altri tipi di incontri (tra l’altro solo degli esecutivi o della grande finanza), a secondo del contesto. Occorre democratizzare le istituzioni internazionali e creare efficaci organismi di arbitrato e di ricorso. In altre parole avanzare delle proposte di riforma del sistema internazionale che regolino i rapporti tra gli Stati o tra grandi aree geografiche; rapporti che dovranno essere fondati sui principi della “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” e della “Carta delle Nazioni Unite” , legittimando dunque l’Onu come effettivo governo mondiale.

Un nuovo sistema mondiale che operi:
a) per il disarmo totale e la distruzione delle armi di sterminio e che regoli le relazioni internazionali attraverso la politica e la diplomazia;
b) per definire nuovi rapporti economici tra le grandi regioni del mondo inegualmente sviluppate attraverso la progressiva riduzione del peso e del ruolo dei monopoli tecnologici e finanziari (ovviamente tutto ciò comporta il superamento dell’attuali istituzioni incaricate al “governo” del mercato mondiale (Banca mondiale, Gatt, Fmi, ecc.) e la costituzione di nuove istituzioni per una più equa gestione dell’economia mondiale;
c) per la possibilità di un accesso equo di tutti i popoli all’uso, compatibile con l’ambiente, delle risorse del pianeta;
d) per lo sviluppo e la regolamentazione di negoziati che permettano un rapporto dialettico corretto tra “mondo e nazioni” con la configurazione di un governo mondiale nel campo della cultura, della comunicazione e della politica, che superi l’attuale sistema delle istituzioni interstatali (degli esecutivi).

Sarebbe ora che su queste temi si aprisse finalmente una discussione, invece di rincorrere le vetuste politiche socialdemocratiche del Pse o peggio l’ideologia neoconservatrice dei liberali. D’altronde, cosa dovrebbe fare, di fronte al renzismo, la sinistra italiana? Continuare nello stantio rito delle alleanze elettorali? Attenzione non è che tale problema non esista e che pregiudizialmente si debba dire no a qualsiasi ipotesi di accordi politici ed elettorali con il Pd. Ma sarebbe anche ora di avere una teoria della trasformazione per il XXI secolo sulla base della quale avanzare delle proposte (obiettivi intermedi) che non siano solo di correzione (emendatarie) dei programmi altrui, per cercare di migliorarli, affinché facciano meno danni sociali possibili. Una teoria della trasformazione articolata su tre questioni essenziali: a) una teoria del partito e di come ricostruire un insediamento sociale della sinistra nei territori e nei posti di lavoro; b) una teoria dell’imperialismo e di come contrastarlo nell’attuale fase caratterizzata dalla globalizzazione capitalistica; c) una teoria dello Stato e degli strumenti per realizzare la democrazia partecipata, non solo in rapporto alle Regioni e al sistema delle autonomie locali, ma anche in rapporto all’Unione Europea, ma anche per un diverso rapporto tra “Paese Italia” e il mondo.

Un nuovo soggetto politico della sinistra lo si costruisce con il formarsi di una solida cultura politica comune, non solo ammassando forze critiche e antagoniste attorno a un polo politico-elettorale. La storia ventennale di Rifondazione comunista dovrebbe qualcosa insegnare. Avviamolo sul serio e con rigore questo processo, di lunga lena, togliendoci magari nel faticoso tragitto pure qualche soddisfazione politica ed elettorale o ottenendo qualche importante conquista. Un percorso in cui si parli oziosamente meno di liberali come Vargas o Fukuyama e dei loro epigoni italiani, ma molto di più di ciò che è necessario fare come sinistra nel XXI secolo, in Italia e nel mondo.

Sandro Valentini

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