Per la scuola pubblica. Anticlericali sempre, di M. Foroni

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Quando si affronta la questione della scuola in Italia, è necessario non dimenticare mai come il principio dell’istruzione obbligatoria viene ad affermarsi storicamente nel Paese. L’istruzione pubblica è stata, nell’Ottocento, una conquista dello Stato italiano unitario, contro i politici reazionari e le gerarchie ecclesiastiche.

In una lettera del 1870, pochi mesi prima della presa di Roma da parte dell’esercito italiano a Porta Pia, papa Pio IX scrisse una lettera al re Vittorio Emanuele II, nella quale definiva un “flagello” la proposta di legge sulla istruzione obbligatoria. Da decenni, sulla spinta delle istanze liberali e borghesi della Rivoluzione francese, l’istruzione pubblica era già patrimonio di tutti gli Stati europei. Ma in Italia la Chiesa cattolica di Roma si opponeva con caparbietà all’estensione a tutte la classi sociali di un insegnamento organizzato e gestito dallo Stato, che le avrebbe sottratto il monopolio sulla educazione del popolo e che avrebbe avuto il subdolo fine di “scristianizzare il mondo(1).

Già nel 1850, dopo che Carlo Alberto aveva chiamato a Torino il pedagogista Ferrante Aporti e un primo movimento riformatore aveva investito positivamente il Regno di Sardegna, l’arcivescovo di Saluzzo scriveva in una sua lettera pastorale: “Uno zelo ipocrita per l’istruzione di ogni classe del popolo si impadronisce di tutta l’intelligenza, non risparmiando la tenera gioventù di ambo i sessi, per apprestare alle loro innocenti labbra il veleno. Evitate, fuggite tutti coloro che vi parlano un linguaggio diverso da quello che vi tiene il catechismo della diocesi“.

Fedele a questa visione oscurantista, la Chiesa di Roma osteggerà tutte le riforme dello Stato sardo e poi di quello unitario: la Legge Boncompagni del 1848, che sottoponeva al controllo statale l’ordinamento scolastico del regno di Sardegna; la Legge Casati del 1859, che prevedeva la gratuità del primo biennio della scuola elementare; il Progetto Correnti del 1872, che rendeva sempre più concreto l’obbligo dell’istruzione scolastica astrattamente astrattamente enunciato dalla Legge Casati. Contro questo Progetto, che grazie alla opposizione della Chiesa verrà approvato solo nel 1877, i Gesuiti (che ritenevano l’istruzione pubblica obbligatoria “minaccia tremenda per l’ordine sociale“) avevano tuonato dal loro giornale “Civiltà cattolica”: “Al lavoro si richieggono le braccia, e non l’alfabeto“.

Nel 1874, al primo Congresso cattolico italiano l’impossibilità dello Stato di organizzare l’istruzione verrà esplicitamente teorizzata: “I Governi degli Stati non hanno diritto di insegnare. Quei sono sotto la potestà suprema insegnatrice della Chiesa. Il Governo dello Stato può cooperare colla Chiesa nell’istruzione e educazione dei cittadini, ma sotto i di lei dettati“.

Quello che è doveroso dire, dopo questa premessa storica, è che non si contesta il diritto della Chiesa di predicare i propri valori, istituendo liberamente le proprie scuole. Ma che è necessario ribadire l’onere ideale e morale nel difendere il dovere dello Stato di assicurare a tutti l’istruzione e di respingere sempre ogni tentativo clericale di impadronirsi, direttamente o indirettamente, delle leve della istruzione. Da ciò, la considerazione dell’ormai superato neo-Concordato del 1984 (Craxi-Casaroli) che, pur cancellando il precedente principio della religione cattolica come unica religione dello Stato italiano, continua a prevedere l’insegnamento della sola stessa religione cattolica nelle scuole pubbliche, con oneri rilevanti a carico del contribuente.

Conseguentemente dovremo essere sempre inflessibilmente contrari ad ogni tipo di finanziamento delle scuole private a carico dello Stato, nel rispetto dell’art. 33 della Costituzione della Repubblica che prevede sì l’istituzione di scuole private ma “senza oneri per lo Stato“. Una norma che, contrariamente alle libere fantasiose e di comodo interpretazioni dei vari Ministri avvicendatisi negli ultimi quattro Governi di centro-destra, non si presta ad alcun dubbio interpretativo. Perchè “senza” vuol dire “senza” e niente altro. Diversamente, ogni legge in merito, sarebbe incostituzionale.

Una posizione rigorosamente laica, certo. Ma che in passato ha avuto ampio sostegno anche da parte di illustri giuristi, profondamente credenti e devoti fedeli alla Chiesa, come tra gli altri Arturo Carolo Jemolo. Il quale per tutta la sua vita resterà fedele ad una visione dei rapporti tra Stato e Chiesa, nella quale riecheggiò la “grande idea” cavouriana, il separatismo tra gli stessi, declinandola come limpida direttiva ideale e come presupposto di fede nella libertà. In uno Stato “che deve apparire come la casa comune che accoglie uomini con convinzioni, orientamenti e idee che non coincidono“, e il cui compito primo è quello di “non creare discriminazioni o disparità di trattamento tra i cittadini” (2).

Pensieri alti, per questa epoca di profonda reazione culturale.

Marco Foroni

____________________________

(1) Lettera 3 gennaio 1870

(2) A.C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Einaudi, 1948

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