Un pensiero domenicale, di R. Achilli

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achilli riccardo

Non ho dubbi che, progressivamente, anche se lentamente, la crescita tornerà a farsi rivedere sulle devastate plaghe europee. E questo al di là della composizione (peraltro del tutto prevedibile) della prossima Commissione (che peraltro resta organo tecnico, con amplissimi poteri attuativi e propositivi, ma, come ognuno sa, il vero potere di direzione politica risiede nel Consiglio, di cui i vari Ecofin, come quello di ieri, costituiscono riunioni di preparazione ed istruttoria tecnica, dai quali però emergono chiaramente le linee politiche in gestazione). E d’altra parte Juncker non è un liberista thatcheriano, ma un onesto social-liberale della scuola ordoliberista renana, con il senso del compromesso insito nel suo DNA da cristiano democratico.

La linea è chiaramente stata segnata nell’Ecofin milanese di ieri. Il piano junckeriano di 300 miliardi di investimenti, associato ad un piano franco-tedesco di potenziamento dell’operatività della Bei, ad un piccolo QE varato dalla Bce (che peraltro farà probabilmente ripartire il mercato degli Abs, quindi a cascata quello dei mutui immobiliari) e, forse, una certa tolleranza per gli obiettivi di bilancio della prossima legge di stabilità italiana, entro ovviamente il limite del 3%, non faranno certo ripartire l’economia europea e la nostra, ma le conferiranno un pò di respiro, evitando il collasso deflazionistico. Per carità di Patria, taccio sul progetto italiano di estensione di forme di finanziamento delle imprese alternativo a quello bancario (nonostante il fatto che i mini-bond siano stati un fiasco). Ma questo la dice lunga sulla qualità intellettuale di chi ci governa.

La crescita vera e propria si vedrà solo a partire dalla seconda metà del 2016, perché l’Europa (pour cause) non si fida dell’Italia, e vuole vedere il cammello delle riforme strutturali prima di sganciare i soldi della flessibilità di bilancio. E quindi, di fatto, ci commissarierà, con contratti per le riforme anticipate dal socialista di destra Dijsselbloem, in cui la Commissione ci dirà come farle, le monitorerà, e solo a monitoraggio positivo effettuato sgancerà margini di flessibilità di bilancio sufficientemente ampi da consentire una vera e propria ripresa economica ed occupazionale.

Per Renzi suona la campana di fine ricreazione. Sarà un premier-fantoccio, commissariato. Gli unici spazi di potere che il renzismo potrà ritagliarsi saranno nelle nomine dentro le amministrazioni locali e nei posti di sottogoverno. Ma questo ridimensionamento non potrà non avere contraccolpi negativi sull’immagine politico/elettorale di Renzi stesso. Gli italiani amano assai il protagonismo del leader, è una nostra caratteristica storica. I leader dimezzati o sottoposti a protettorati di vario genere hanno destini mesti. Non è un caso se Renzi, presentendo l’andazzo, si scaglia quasi quotidianamente contro i tecnocrati europei dai quali presto riceverà ordini e consegne. “Clutching at straws”, direbbero gli inglesi. Non vale più la pena di curarsene più di tanto.

In questo quadro, oramai ben delineato, la sinistra ha uno spazio molto preciso, a mio avviso (a proposito, si astengano commentatori del tipo “la sinistra è morta”. La sinistra è anzitutto uno spazio sociale e culturale, prima che politico/organizzativo. Il primo esiste ancora, il secondo, evidentemente, deve essere ricostruito). Ed è lottare sul tema di “quale modello di crescita”. Perché c’è modello e modello di crescita. Se la ripresa dovrà avere i tratti del modello cileno dei Chicago Boys (grandi aumenti del PIL, ma enormi diseguaglianze sociali e distributive, nessuna tutela dei lavoratori, deflazione dei salari, colonizzazione industriale da investimenti esterni) allora mi verrebbe quasi voglia di essere solidale con l’ingenua ed infantile Arcadia dei decrescisti (“poveri ma belli”). Ed è chiaro che la destra europea, e alcuni pezzi del Pse, ambiscono proprio a tale modello.

Chi si riconosce, a vario titolo, in posizioni di sinistra, ha allora, nei prossimi due anni, un compito molto arduo. Quello di lottare, con i denti e con l’anima, per difendere il difendibile, in materia di tutele del lavoro, welfare pubblico, ruolo programmatorio dello Stato nell’economia e nella società. E proporre soluzioni per avere crescita alternativi a quello liberista/monetarista. Iniziare a contestare la stupida idea del pareggio di bilancio, anche sostenendo referendum come il referendum anti-fiscal compact per il quale si stanno raccogliendo le firme. E poi: creare occupazione nel settore sociale e del no profit, ricentrare un ruolo dell’industria statale su campioni pubblici di dimensione europea, in grado di competere con i colossi statunitensi, giapponesi (ed a breve cinesi ed indiani), investire massicciamente sulla scuola pubblica, sulla sanità pubblica, riformare il sistema degli ammortizzatori sociali con un reddito minimo di inserimento che associ tutela monetaria e strumenti efficienti di inserimento/reinserimento lavorativo, prevedere un budget pubblico consistente, e strumenti di tipo economico ed anche di tipo socio-educativo e socio-sanitario, e di socializzazione e motivazione, per la lotta alla povertà non lavorativa ed a ogni forma di esclusione sociale nel senso più ampio (che non è legata solo ad aspetti economici o lavorativi), prevedere strumenti di inserimento socio-lavorativo reale degli immigrati, con diritti equiparati a quelli dei lavoratori domestici, evitando concorrenze al ribasso, investendo massicciamente nella crescita patrimoniale (anche per linee orizzontali di collaborazione) delle PMI e per una loro più intensa capacità innovativa e di internazionalizzazione e nell’autoimpiego dei giovani, nei settori produttivi più promettenti (green economy, industria creativa e culturale, ecc.), ma anche in un recupero di professionalità e capacità tecnico-programmatica delle Amministrazioni pubbliche, con una riforma della P.A. Completamente diversa da quella renzian-madiana (riformando l’organizzazione vertical-funzionalista di stampo napoleonico per avere una P.A. che lavori per progetti, riempiendo le piante organiche drammaticamente carenti nei settori strategici tornando ad assumere, dando strumenti reali di formazione e crescita professionale continua, potenziando ad ogni livello la valutazione delle politiche, rafforzando, anziché indebolire, le figure di controllo e garanzia, ma al tempo stesso dando agli amministratori gli strumenti per scegliere in modo snello la loro squadra di dirigenti, con una riforma della dirigenza pubblica che sia efficace).

Ed occorrerà lottare, sul piano politico/istituzionale, per evitare ogni forma di accentramento oligarchico dei poteri, che un modello di crescita impostato su linee neo-liberiste comporta, per determinare il necessario controllo sociale. Ogni battaglia andrà fatta, dalla difesa del parlamentarismo, dalla proposta di leggi elettorali proporzionali, alla difesa strenua della divisione tripartita dei poteri dello Stato, alla difesa del federalismo (consapevoli di un antico concetto presente nel DNA del socialismo, ma ribadito persino da economisti borghesi come Porter, ovvero che le comunità locali sono il luogo dove ci si difende dagli effetti negativi della globalizzazione).

Per tale lotta servono tutti quelli che si riconoscono in un simile programma. Non servono invece i nostalgici di ciò che fu e non potrà essere mai più nelle stesse forme e condizioni, né i fanatici nazional/comunitar/anti euro. A fronte dello scenario che si va delineando, questi ultimi iniziano ad assumere l’odore, non proprio gradevole, dei cani randagi lasciati per una settimana sotto la pioggia.

Ricardo Achilli

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