Pietro Nenni e la scoperta della comunità socialista. Ricordi della sezione Parioli nella seconda metà degli anni Cinquanta. di A. Benzoni

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Alberto Benzoni

I socialisti di oggi sono bestie strane. E insopportabili nella loro insistenza a farsi del male da soli. Vogliamo l’unità: e ognuna delle 40 e più sigle dedica il suo tempo a esaltare se stessa e a denigrare anche sul piano personale, le altre. Ci riempiamo la bocca di riformismo: salvo a fare nostro, passivamente, quello, attuale, degli altri; e a dimenticarci del nostro e di quello vissuto in Italia, negli anni sessanta e settanta, in gran parte per merito nostro. Esaltiamo la nostra storia: salvo a farla iniziare nel 1976 condannando a una specie di damnatio memoriae quello di prima: che si tratti di cose o di persone.

Recentemente, però, si è passato il limite. Gettando nella fossa comune dei “deviati” lo stesso Nenni; e aggiungendo che la scelta del Fronte popolare avrebbe distrutto e per sempre ogni possibilità di protagonismo socialista nei decenni a venire.

Una “contro storia” (ancora la nostra capacità infinita di farci del male da soli) che può essere confutata da qualsiasi esame obbiettivo del nostro passato collettivo.

Ma qui vorrei portare il mio “vissuto”. Quello che mi porta, ancora, oggi, a ringraziare Nenni. Perché sono state le sue parole liberatorie del 1956 a far nascere la nuova generazione del socialismo italiano; e per avermi consentito negli anni successivi di vivere, assieme ai compagni della sezione Parioli, uno dei periodi più felici della mia vita.

Avevo vissuto, in solitario, i miei primi vent’anni. Niente scuola, pochissimi amici, scarsi contatti con l’ambiente esterno (e questo per ragioni di forza maggiore: la Roma del 43/44 con mia zia in clandestinità, mio padre e arrestato, un amico ebreo in casa; e poi all’estero). Un rapporto con il mondo dei libri e con i loro personaggi, individuali e collettivi, assai più intenso e coinvolgente di quello con le persone e le cose. Ma, avevo anche visto l’Ungheria dei processi staliniani, e, sopra ogni altra cosa, dell’odio alimentato a freddo (il che precludeva qualsiasi adesione al comunismo). Ed ero stato partecipe di un universo, quello del “Mondo” e degli amici di Salvemini di cui condividevo l’antidemocristianesimo viscerale ma di cui non riuscivo ad accettare l’interventismo e l’antigiolittismo e soprattutto il disprezzo elitario per i partiti.

Tutto mi spingeva dunque verso il socialismo: principi etici e fiducia nella razionalità del cambiamento; ammirazione per gli eventi, meravigliose (anche se anzi soprattutto perché perdenti) battaglie del passato e certezza nel sole dell’avvenire; insofferenza per i privilegi individuali e soprattutto bisogno spasmodico di fraternità.

L’avrei trovata, al di là di ogni aspettativa, all’angolo tra Via Donizetti e via Spontini, all’ombra del Poligrafico di piazza Verdi. Un’accoglienza calorosa. Poi i riti comuni dei comizi di quartiere, delle vendite del giornale, della distribuzione dei volantini per le strade e nelle cassette delle lettere in cui ci regolavamo a caso in base alle facce e ai nomi, delle discussioni accese sull’universo ma mai trascese sul piano personale, degli appuntamenti al bar dove si definivano le strategie da tenere e, ciliegina sulla torta, delle affissioni serale e notturne.

Per inciso quella sezione faceva parte di una federazione gestita con mano ferma e, all’occorrenza, pesante (la “scafetta” di Venturini e il rigore di Palleschi) dall’”apparato morandiano”; ciò che non gli aveva impedito, però, unica, forse, in Italia, di votare per mozioni in occasione del congresso di Venezia, dando agli autonomisti una grande maggioranza.

Dopo saremmo diventati uno dei luoghi simbolo del lombardismo; vincitore nella sezione territoriale ma largamente rimesso al suo posto dal voto dei nuclei aziendali. Poligrafico, due sedi parastatali e, infine, lo Zoo (con ben 17 iscritti; i sociologi stanno ancora studiando il caso…).

Negli anni successivi la sezione sarebbe stata il luogo di passaggio di persone importanti: da Ernesto Galli della Loggia (“della vostra stanza dei bottoni ne faremo una bottoniera”) a Raffaele Romanelli, da Roberto Cassola a Fabrizio Cicchitto. Ma vorrei chiudere questa testimonianza personale con due compagni del Poligrafico che mi hanno fatto capire più di chiunque altro, l’intima sostanza del socialismo. Il primo, Marcello Carlini, veniva da una modestissima casa a Primavalle ma era il primo ad aprire la sezione e l’ultimo a chiuderla. Ed era uno che vedeva in ogni evento il segnale del futuro e fatale avvento del socialismo “futura umanità”; un orizzonte che rischiarava di sé anche il presente. Il secondo, Giacomo Marcodini, rappresentava, dal vivo della sua esperienza sindacale, la visione di un futuro che andava conquistato passo dopo passo con l’adesione piena al principio di realtà.

Oggi, la sezione non c’è più. E i suoi locali ospitano un ristorante.

Rimane però, e lancinante, il ricordo. Quella del momento magico vissuto da un’intera generazione di socialisti. Si apriva davanti a noi, dopo Venezia, un mondo nuovo, un mondo di pace: in cui saremmo tutti diventati più liberi; in cui “cambiare l’Italia” era ridiventato possibile ; e in cui il socialismo, insieme autonomo e unitario, sarebbe stato protagonista.

Ad aprire la porta era stato, però, Pietro Nenni. Con la forza della sua parola; e con la sua generosa capacità di guardare alto e lontano. Di sbagliare e di correggersi.

Ricordare “come eravamo” è, quindi, rendergli omaggio

Alberto Benzoni

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