Stare con i piedi per terra, di S. Valentini

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Due importanti avvenimenti, la splendida vittoria di Syriza e di Alexis Tsipras in Grecia e la elezione del nuovo Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, caratterizzano la fase politica.
Ci sono stati anche altri tragici accadimenti, come i tre giorni di terrore a Parigi, ad iniziare dal brutale assalto alla redazione di Charlie Hebdo e l’assassinio di vignettisti, giornalisti, poliziotti e semplici lavoratori da parte del terrorismo jihadista, o quelli non meno drammatici accaduti in diversi paesi arabi, sia dell’Africa sia dell’Asia e la gravissima situazione Ucraina. Ma i primi due avvenimenti sono quelli che per ora condizionano decisamente il quadro politico nel nostro Paese, anche se si fanno sempre più reali i pericoli di guerra nel cuore dell’Europa.
Sto, per adesso, a ciò che è accaduto in queste settimane.
La vittoria di Tsipras con molta probabilità, almeno me lo auguro, dovrebbe favorire una rottura del mummificato quadro politico europeo. Se questa rottura ci sarà non so quale situazione nuova si potrebbe presentare. Non si può escludere nulla, né una ricaduta a destra, più o meno marcata a secondo di quale sarà il ruolo di condizionamento delle destre neoliberiste più oltranziste, ma anche del crescente peso e influenza delle destre estreme euroscettiche e populiste, né eventuali spostamenti a sinistra, magari con un inizio concreto di intesa e di collaborazione tra la Sinistra europea e l’insieme delle forze democratiche.
Come nel braccio di ferro tra la Grecia di Tsipras e poteri forti dell’Europa, a iniziare dalla Banca europea, nulla può essere escluso, neppure scenari geopolitici inediti di coinvolgimento della Russia (anche in riferimento alla situazione in Ucraina) e della Cina, nonché un interessamento più vigoroso degli Usa, sulle complessa situazione economica e finanziaria europea, se il Partito socialista e i governi nazionali a direzione democratica, come quello francese e quello italiano, non saranno in grado di condurre una politica autonoma dalla Germania della Merkel.
Anche qui all’orizzonte più che gli Stati Uniti d’Europa, obiettivo che non si realizza con politiche monetaristiche, bensì attraverso il coinvolgimento popolare e con la costruzione di istituzioni forti, democratiche e rappresentative, innanzitutto del mondo del lavoro, e con una convinta scelta federalista, intravvedo il rischio di una Europa nel caos, soggiogata dai poteri forti e da forze politiche conservatrici se non addirittura reazionarie e demagogiche, con alcuni Stati nazionali costretti, in caso di una eventuale affermazione elettorale della sinistra come in Grecia, a cercare fuori dall’Europa, per il mondo i propri interlocutori politici ed economici. Vedo, insomma, il pericolo di una frantumazione della poca entità politica europea fino ad oggi costruita.
Ma un dato è certo: il rafforzamento e l’ulteriore crescita politica della Sinistra europea. Già le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo avevano avviato un forte processo in questa direzione, uscendo finalmente dalla vecchia logica del Gue. Si è dato sostanzialmente vita a un nuovo e originale soggetto politico, più volte negli anni addietro annunciato. Quella greca dunque è la direzione da prendere con grande determinazione.
La Linke ha fatto scuola!
Vi è una volontà, a iniziare dalla Grecia, ma anche in Germania, in Francia, in Spagna, in Portogallo, in Danimarca e persino in Inghilterra, di ripensare la sinistra con pratiche e teorie rifondative. Sembrerebbe un inizio.
E in Italia? Credo paradossalmente che il voto greco condizionerà più il confronto in atto nel Pd che la maldestra sinistra italiana. Spero vivamente di sbagliarmi. Ma da noi difficilmente si potrà ricostruire una sinistra degna di essere tale se non si consumerà un passaggio vero nel Pd rispetto a dove lo sta portando Renzi. Anche perché tutte le formazioni minoritarie alla sinistra del Pd si sono purtroppo dimostrate del tutto incapaci a ipotizzare e portare avanti un progetto politico significativo da essere preso in considerazione da larghi strati popolari .
Senza questo passaggio nel Pd difficilmente si potrà ricostruire una sinistra in grado di svolgere un’azione politica incisiva e che sia elettoralmente influente. Non parlo di “fare il partito” (o di “nuovo soggetto”), la cui formazione non potrà che essere un processo di lunga lena, se non si vogliono ricommettere gli errori del passato. Mi riferisco a una sinistra in grado di stare in campo, come sta in campo la sinistra in molti paesi europei.
L’elezione di Mattarella a Presidente della Repubblica non ha diradato però la fitta nebbia che vi è sul quadro politico del Paese. Una serie di circostanze politiche hanno fatto in modo che egli sia stato eletto da uno schieramento parlamentare che non si indentifica con il Patto del Nazareno.
Questo è positivo!
Dunque, al patto Renzi-Berlusconi è stato inferto un colpo, ma non credo che sia un colpo mortale. Plausibilmente Mattarella non è proprio la figura di Presidente delle Repubblica che Renzi desiderava. Ma lui formalmente ne è uscito come grande vincitore, così gli sconfitti, usciti addirittura umiliati, anche per gravi errori tattici, sono Berlusconi e Forza Italia. È altresì vero però che il Presidente del Consiglio ha ancora molto bisogno di Berlusconi, e quest’ultimo di Renzi, giacché il potere contrattuale del centrodestra è minimo.
Sono pertanto convinto che tra alti e bassi, tra una schermaglia e l’altra, una volta sbollita la protesta di un centrodestra in forte subbuglio, il dialogo riprenderà, pur con modalità diverse e sotto altra forma dall’accordo del Nazareno, anche se Renzi tenterà di mettere il suo interlocutore Berlusconi ancora su una posizione di subalternità. E per fare meglio comprendere all’ex Cavaliere che tutto sommato il patto convenga anche a lui gli uomini più vicini al Presidente del Consiglio hanno subito annunciato solennemente il disegno legge anticorruzione, che prevede tra l’altro la reintroduzione del falso in bilancio, e misure anti-Mediaset, relative alle frequenze a pagamento. Due provvedimenti, guarda caso, bloccati da alcuni anni, e riproposti con solerzia – ma non c’è nulla di scritto – all’indomani della vicenda del Quirinale, come risposta – sarebbe meglio dire come possibile rappresaglia – a una Forza Italia, a pezzi ma che ostenta una rottura totale con Renzi. Del resto, quando Forza Italia fa sapere che d’ora in poi verranno approvati in Parlamento solo i provvedimenti convincenti dice una cosa banale, scontata. Tradotto dal politichese significa lasciarsi una porta aperta a una ripresa di dialogo con il Governo. Lo si chiami collaborazione invece di patto, ma la sostanza politica non cambia. Questo contesto attualmente non ha alternative, a meno che con imploda il Movimento 5 stelle o si punti a elezioni politiche anticipate.
Credo che ballerà nei prossimi mesi soprattutto il Governo. Il Nuovo centrodestra di Alfano sarà chiamato a scadenza ravvicinata a una scelta strategica se la legge elettorale darà, come è assai probabile, il premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione. Dovrà prima o poi decidere con chi stare. Mi parte inevitabile la sua ricongiunzione dunque, in un prossimo futuro, con Forza Italia per costruire una sola lista di centrodestra alle politiche. E questa operazione non la si fa a ridosso delle elezioni.
Il Governo ballerà anche per la Cgil che non ha nessuna intenzione di attenuare la sua mobilitazione e può contare in Parlamento sulla sponda politica di una corposa sinistra Pd e di Sel, uscite bene dalla elezione di Mattarella. La crisi economica e la questione sociale restano quindi centrali e decisive, più delle cosiddette riforme istituzionali ed elettorali, anche se molti fanno finta di ignorarlo.
Mi pare che la situazione pertanto sia di stallo per l’immediato e non favorisca i necessari chiarimenti nel Pd. Però è uno stallo questo che va tutto a vantaggio nei prossimi mesi di Renzi. Lo ha capito pure Sel, che mi pare ultimamente, con un inaspettato nuovo protagonismo di Vendola, più impegnata a dialogare con Bersani e riprendere con lui un ragionamento che a realizzare speditamente un polo della sinistra alternativa.
D’altronde Bersani ha ricompattato, in questa fase, tutta la sinistra del Pd su una posizione di relegazione interna al partito. È un dato che ha un suo peso politico specifico di cui anche Renzi deve necessariamente tenere in qualche modo conto.
Bisogna aspettare quindi le sue prossime mosse (Riforma elettorale e riforma istituzionale, o i provvedimenti del suo Governo), che certamente non tarderanno, e di conseguenza verificare sul campo il ruolo effettivo che vorrà ritagliarsi il nuovo Presidente della Repubblica, perché la nebbia diradi.
Ma si determineranno – credo di non sbagliarmi – più assestamenti, anche di una certa forza, conseguenti però a come si svilupperà il quadro politico e quale intensità avrà il conflitto sociale, che rotture o riposizionamenti. L’unica vera frattura sarà quella istituzionale – già in atto – fortemente voluta da Renzi.
Ci sarebbe poi da riflettere sulle tante anomalie del sistema politico-istituzionale che tutte insieme formano ormai un grosso neoplasma non facile da estirpare.
Non si tratta più solo delle vecchie anomalie che ci trasciniamo da anni: i conflitti di interessi di Berlusconi, il ruolo invasivo della magistratura che abusa, tra l’altro, dello strumento della carcerazione preventiva, l’intreccio sempre più perverso tra politica e criminalità organizzata, il radicamento delle mafie in tutto il Paese, al di fuori delle zone dove sono nate.
Siamo ormai dentro un quadro politico in cui un comico, fuori da qualsiasi momento istituzione, è il leader del secondo partito italiano; e in cui un Presidente del Consiglio, che è anche il Segretario del partito di maggioranza relativa, e su questo duplice incarico gioca le sue partite politiche con tanta ambiguità, non sia espressione della volontà popolare, ma eletto dal Parlamento a seguito di una “congiura di palazzo”, e si confronta sui destini dell’Italia con un detenuto, condannato ai lavori sociali. O un Parlamento di nominati dalle Segreterie dei partiti che elegge due Presidenti del Consiglio con maggioranze del tutto diverse rispetto all’orientamenti dell’elettorato, e ben due Presidenti della Repubblica, il secondo del quale fino al giorno prima componente di quella Corte Costituzionale che aveva dichiarato incostituzionale la legge elettorale con la quale si è eletto proprio il Parlamento. E che l’altro Capo dello Stato, Napolitano, sia stato chiamato dalla magistratura a rispondere, nel pieno delle sue funzioni, come persona informata dei fatti, su l’ipotesi di una trattativa inquietante tra Stato e mafia.
E infine, c’è da riflettere anche su un nuovo Presidente della Repubblica che dovrebbe essere il garante dell’osservanza delle istituzioni, però ruolo in contrasto con la figura di arbitro, funzione che si è attribuita Mattarella, cioè di semplice rilevatore e sanzionatore di violazione delle regole nel duro confronto tra le forze politiche e non più il dodicesimo giocatore, come spesso ha fatto Napolitano, anche supplendo ai compiti della politica. Una idea quella dell’arbitro dunque che stona con l’essere il garante della Costituzione, in quanto anch’egli chiede di modificarla ponendosi sia pur come arbitro della gara, della partita che si sta giocando. Tutto può in politica essere giustificato e riportato al realismo politico, all’opportunità per fronteggiare le emergenze. Vi è un limite?
Si aggiunga infine la corruzione dilagante in tutti i diversi livelli dello Stato per constatare amaramente che mai le istituzioni repubblicane siano state in un tale degrado, neppure ai tempi di “Tangentopoli” o nel corso degli anni terribili delle stragi nere, del terrorismo, dei sanguinari crimini di mafia. E tutto ciò avviene di fronte a un Paese economicamente e socialmente in ginocchio, provato e impoverito.
Si dice che l’Italia non è la Grecia. È vero. Non economicamente almeno, solo in parte socialmente, e di sicuro il Pd non è il Partito socialista greco. Tutto giusto. Ma il degrado delle nostre istituzioni non so se può essere paragonato allo stato di quelle greche. Sicuramente le nostre sembrano da Repubblica delle banane! Vi è un distacco crescente impressionante tra “paese legale” e “paese reale”. Ma quello che è straordinario in tutto ciò è la capacità ancora di tenuta democratica, nel suo complesso, della società italiana.
Molti commentatori dicono che con Mattarella ritorna la Dc. Come ispirazione e visione culturale è vero, ma è anche una sciocchezza politica. Considero comunque una fortuna per il Paese, in una situazione di totale degrado istituzionale, che vi siano ancora politici espressione della prima Repubblica, formatisi in quelle due grandi scuole che erano il Pci e il cattolicesimo democratico, e giustamente siano politici visti con simpatia da un popolo, quello del lavoro, che resiste, che ancora combatte, anche se stordito e spesso disorientato, che non ha perso la speranza nel futuro. Un popolo espressione del mondo del lavoro, che si aggrappa ai Napolitano o ai Mattarella, anche perché la sinistra da molto tempo con questo popolo non sa né connettersi né interpretarlo.
Attenzione però! Mattarella potrebbe rivelarsi in parte convergente con Renzi se l’Italicum, come recentemente ha osservato Angelo Panebianco dalle pagine del Corriere della Sera, non è concepito per realizzare il bipolarismo e la democrazia dell’alternanza, ma un grande partito di centro, mettendo con freddezza nel conto che chi non vota non conta (“partito della nazione”), circondato da cespugli, frammenti e partiti minori, a destra come a sinistra. Infatti, l’ispirazione morotea di centralità della politica di Mattarella, non sufficientemente avveduta a considerare la pluralità delle posizioni e quindi della necessità della sintesi (come in ugual misura avevano De Gasperi e Togliatti, pur con approcci e soluzioni profondamente diverse) può portarlo nello stesso spazio politico che coltiva il Presidente del Consiglio.
La difformità tra Mattarella e Renzi si potrebbe determinare allora non sulle riforme istituzionali, come molti credono, ma sulle questioni sociali, cioè su chi si colloca in termini più chiari nel campo del riformismo e di una linea in qualche misura di tutela dei ceti sociali più deboli.
Vi potrebbe essere, chissà, nell’ambito di una stessa visione politica neocentrista di entrambi una dialettica, anche vivace proprio su come affrontare e dare delle risposte adeguate alla drammatica situazione sociale del Paese. E proprio su questo punto può dire la sua, inserendosi nella dialettica, la sinistra del Pd, in un clima culturale favorito anche dalla Chiesa di Papa Francesco. D’altronde, come storicamente ha insegnato la Dc, si può essere un partito di centro in diversi modi: un partito moderato prevalentemente espressione di interessi forti, ma anche un partito interclassista, che tenta di coinvolgere grandi masse, in un progetto politico ispirato alla dottrina sociale del cattolicesimo democratico. O come era il Pci: un grande partito di sinistra, portatore di istanze del mondo del lavoro spinte avanti attraverso una forte vocazione riformista, per questo era molto attento alle politiche delle alleanze con quelli definiti una volta i ceti medi produttivi e dell’intellettualità diffusa.
Fin da ora perciò una cosa è certa. Niente di veramente nuovo c’è dietro l’angolo per la sinistra, anche se le elezioni greche, il consolidamento del progetto della Sinistra europea, l’esito della elezione del Presidente della Repubblica e una congiuntura internazionale favorevole (drastico calo del costo del petrolio, l’istituzione da parte della Banca europea dei Bot e leggero aumento delle esportazioni) fanno intravvedere un percorso su cui la sinistra italiana forse, chissà in un domani non remoto, potrà riprendere il suo cammino.
Il pallino resta, mi pare, per ora saldamente nelle mani di Renzi. Tutt’al più si dovrà tentare di condizionarlo, come intende fare Bersani, affinché la nuova Repubblica non sia una frattura caratterizzata da una inversione a “u” verso un neocentrismo moderato, non solo nel disegno istituzionale e politico, ma anche nei rapporti sociali. A meno che il “bubbone” istituzionale non esploda in modo devastante sotto i colpi di qualche ulteriore populismo. Ma Renzi è sufficientemente lucido da non farsi travolgere dalla demagogia altrui. Lui stesso le cavalca con intelligenza e cinismo competendo con successo con Grillo, Berlusconi e ultimamente con Salvini, più propenso a mettere in piedi un partito nazionale di estrema destra che a proseguire l’esperienza del leghismo, caratterizzata dalla rivendicazione per il Nord del separatismo.
Con spirito critico e con intelligenza la sinistra quindi dovrà, se il sentiero si mostrerà interessante, ricercare nuovi amici e interlocutori, senza pregiudizi e senza arroccarsi, per cercare di potere dire anche in Italia la sua ed essere ascoltata.
Stare con i piedi per terra sarebbe già, per come siamo messi, tanto: una ripartenza!

Sandro Valentini

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