16 agosto 1924 – 16 agosto 2024. di M. Amato

I fascisti di ogni epoca e generazione hanno odiato (e continuano a odiare) tanto Giacomo Matteotti perché egli ne ha rappresentato e ne rappresenterà in eterno l’esatta antitesi; la testimonianza vivente, prolungatasi oltre la morte, che tutto ciò che essi spacciano per la loro ideologia è volgare ciarpame, paccottiglia fuori dalla Storia. Cent’anni fa come adesso.
Se i fascisti hanno avuto e hanno il culto della guerra, Matteotti fu un pacifista integrale e intransigente, convinto che a pagare il prezzo della guerra, di ogni guerra, sono solo i ceti subalterni.
Se il fascismo ha avuto e ha un profondo, inesausto disprezzo per la democrazia, il segretario del Psu ne fu, nei suoi 39 anni di vita, uno dei più strenui e appassionati difensori. Sacrificando a questa laica religione perfino l’esigenza dell’unità di classe.
Infine, se il fascismo fu lo strumento di dominio con cui i ceti dominanti – gli industriali del Nord, gli agrari del Sud – risposero al biennio rosso e all’avanzata delle masse lavoratrici, fino all’istituzione di un regime ferocemente di classe, Matteotti fu instancabile apostolo di un’idea basata sui valori della giustizia sociale, dell’uguaglianza e della lotta senza quartiere a ogni forma di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Questo vale per ieri, ma anche per oggi.
Matteotti continua a essere odiato dai fascisti perché il mito del suo martirio, e l’impatto che esso ha avuto sulla memoria pubblica italiana e
internazionale, resistono a ogni tentativo di revisionismo.
Quell’odio serve a ricordarci per sempre che il fascismo non è un’idea, ma un crimine.
E che l’unico campo possibile per la nostra democrazia nata dalla Resistenza è quello dell’antifascismo.
Radicale. Intransigente. Inflessibile. Eterno.
Come ci ha insegnato il compagno Giacomo Matteotti da Fratta Polesine.
Massimiliano Amato