Un linguaggio nuovo per il cambiamento. di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

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Molto rumore per nulla, verrebbe da dire, se stiamo all’intervista della Ministra Bellonova, rilasciata ad un quotidiano nazionale, con la quale rassicura che non ci sarà alcuna crisi sulla prescrizione, annullando così, con una sola battuta scaramantica, tutti gli elementi farseschi e giocosi (sic) in cui rientra l’opera che il leader di IV ha presentata sul palcoscenico della vita politica del paese: non voteremo la fiducia, sfiduceremo il Ministro Bonafede, Conte ci cacci. Quindi si è trattato di un’opera, quella recitata da Renzi, che possiamo annoverare tra le tragicommedie, nelle quali l’elemento comico si fonde a quello tragico e precisamente drammatico. Anche Conte II ha voluto recitare la parte del contendente, ricorrendo ad un linguaggio per nulla esplicativo e a puntigliose risposte dalle quali chiunque poteva dedurne l’ambascia interiore del Presidente del Consiglio, prodromo di una crisi di Governo. D’altro canto, considerato che proprio il compilatore del copione, i 5Stelle, non ha affatto inteso adoperarsi per mediare sulla prescrizione, per una sospensione del testo in vigore, sul quale è andata in scena la commedia, il povero Conte non poteva che manifestare una indomita resistenza contro gli aut aut di Renzi , non potendo contare, peraltro, sulle comparse del PD e di LEU, alle quali sembra bene calzare questo ruolo, che li vede com-partecipi sulla scena di governo senza esprimere un ruolo ( una parte ) credibile e decisivo, adeguato alla gravità dei problemi del Paese.

Ciò che resta a noi spettatori è il dramma di una compagine di governo che non riesce a trovare uno spazio e un tempo per darsi un programma e indicare una prospettiva, con la quale mettere in non cale la pretesa dei 5stelle di considerare immodificabili, “intoccabili” come urlava Vito Crimi dal palco di Roma, la serie dei provvedimenti adottati dal Governo Conte I. Quindi, nessuna discontinuità con il passato, rivendicano i cinquestelle, pensando che l’eterno ritorno dell’uguale, teoria secondo la quale i cicli temporali fissati e necessari, ripetendo eternamente un certo corso e rimanendo sempre se stesso, non possa aprirsi ad un futuro inesplorato per rimanere, invece, collegato al passato, non finisca per costituire la fondamentale vocazione conservatrice del movimento pentastellato.

Se proviamo ad incrociare il linguaggio con le scelte politiche ne scaturisce l’idea che il linguaggio della politica sia una forma o una funzione con la quale produrre effetti sui comportamenti e sulle decisioni politiche, e poiché la persuasione diviene l’obbiettivo immanente all’attività politica, si determina la conseguenza per cui il linguaggio perde il significato di specchiare la realtà oggettiva, in quanto piuttosto crea la realtà stessa: per cui dalla debolezza del governo si misura la forza dell’opposizione. Per rovesciare questo stato di cose il linguaggio dovrebbe rinnovarsi e la sinistra riappropriarsi della prassi, assumendola come metodo discorsivo su cui fondare progetti reali di cambiamento sociale ed economico. Infatti, il termine “politica riformatrice” non è distintivo delle forze politiche, poiché è il contenuto, l’essenza delle proposte che ne qualifica e avvalora il significato e distingue la sinistra riformatrice, con i suoi valori, dalla destra, dal populismo sovranista. Quindi il linguaggio, appunto, inteso come mezzo di comunicazione del pensiero, costituisce lo strumento con il quale dare sostanza e forma alle proposte di cambiamento: lavoro, debito pubblico, scuola, ricerca, università, ambiente clima, accoglienza, integrazione, Welfare, politica delle alleanze internazionali, rilancio dell’Europa, pace, sono il contenuto e il terreno di confronto sul quale la politica della sinistra deve ritrovare la sua ragione riformista, cosicchè il linguaggio acquisti una forza suadente e resiliente

Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere”, sentenziava Ludwig Wittgenstein nella proposizione più celebre del Tractatus logico-philosophicus. È la settima proposizione, con la quale il filosofo riassume il senso di tutto il testo, che possiamo interpretare come un invito a «tracciare un limite» tra il linguaggio e il mondo, le parole e le cose, la logica e la ragione ( egli, invero, menziona la filosofia ). E’ un invito a dare forma ai concetti, poiché esiste una forma dei fatti in cui si è immersi e di cui parlare, per trascendere l’orizzonte del mondo, che poi è sempre un orizzonte linguistico. E i fatti che stanno all’interno del nostro orizzonte sono quelli della vita politica e sociale, dei valori universali, del senso della collettività in cui il NOI ri-confermi una sua prerogativa di normalità.

E i fatti del momento, che riguardano lo scorrere della nostra vita politica e sociale, devono spingere la sinistra a ritrovare questa normalità. Il socialismo sarebbe la risposta e l’alternativa al caos che viviamo, perché è nell’essenza genetica del socialismo portare a compimento trasformazioni sociali, economiche e Politiche, mediante una prassi riformista, dialettica e comprensiva dei necessari valori etici e morali sui quali rifondare una società che sta perdendo il senso ed il significato della sua storia. I movimenti come le sardine, che in questi anni si sono formati, fuori dai partiti; le numerose organizzazioni sociali, umanitarie, i gruppi di volontari, sono la chiave di lettura di una società che vuole cambiare, ma vuole essere coinvolta, correttamente informata e chiamata a partecipare. Quindi un linguaggio nuovo, per una informazione che generi nella società una fondata speranza che si può cambiare.

Alberto Angeli

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