Un nuovo soggetto della sinistra: un lavoro di lunga lena, di S. Valentini

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Con il referendum del 4 dicembre si ripropongono in questo inizio del 2017 le condizioni, oggettive e soggettive per ricostruire una sinistra di opposizione e di governo, popolare e di massa, in Italia. Si ripropongono ma non è detto che queste condizioni si realizzino; molto dipenderà dalla capacità dell’insieme dei protagonisti che hanno determinato questa situazione a intraprendere la strada giusta, con intelligenza e senso tattico, con determinazione ma senza scorciatoie.
I fatti sono noti: la rottura nel Pd e quella in Si, la scesa in campo dell’ex Sindaco di Milano, Pisapia, il protagonismo di figure come De Magistris e altri Sindaci e amministratori locali, il ruolo sempre più centrale (e politico) della Cgil, per non scordare il congresso del Pd, dove non è per nulla scontata la rielezione di Renzi.

L’obiettivo strategico è chiaro e da tutti a sinistra condiviso: la costruzione di un campo progressista e di centrosinistra dai chiari tratti riformatori, capace di rappresentare un’alternativa di governo all’attuale quadro politico caratterizzato da populismi e pericolose spinte demagogiche, nonché da odiosi rigurgiti razzisti ed xenobi, ma anche dello strapotere del capitale finanziario, con politiche che superino il neoliberismo.

Un forte vento antipolitico soffia sul Paese, devastandone il tessuto democratico. È montato da una crisi che nella storia della Repubblica non ha precedenti. Un crisi drammatica non solo di natura sociale, ma anche politica e culturale, prodotta dall’intreccio perverso tra i problemi antichi non risolti del Paese e l’inasprirsi delle contraddizioni portate dalla globalizzazione, che stanno mettendo in ginocchio tutto l’Occidente capitalistico.

Un’antipolitica che è figlia anche dei selvaggi processi di finanziarizzazione dell’economia, in cui ristrette élite di tecnocrati della finanza hanno preso il sopravvento sulla politica (si veda l’Ue), svuotando di poteri le istituzioni democratiche elettive.

L’obiettivo strategico è chiaro, ma non è sufficiente per dare impulso e vigore al processo di ricostruzione. Occorrono proposte per il lavoro e per una diversa distribuzione della ricchezza altrettanto chiare. Occorre altresì indicare un percorso condiviso e sentito proprio da significative fasce popolari, un percorso in cui siano richiamati con forza i valori della pace, della giustizia e dell’uguaglianza, cioè di rappresentare un diffuso “senso comune” imprescindibile per una sinistra che vuole pesare e incidere.

È necessario però anche un metodo nuovo, perché soprattutto in questa fase di ricostruzione il metodo è sostanza politica. Sarebbe esiziale se il soggetto politico, perno del nuovo campo di centrosinistra, fosse la pura semplice riesumazione dell’esperienze uliviste e prodiane. E sarebbe altrettanto mortale per il futuro della sinistra se i protagonisti non dico facciano la scelta ma diano solo la sensazione che il processo di ricomposizione sia prevalentemente la sommatoria di diversi ceti politici, come risultato di diverse storie ed esperienze, al solo scopo di giungere con una lista preparati alle prossime elezioni politiche, dove con molta probabilità si voterà con la proporzionale. 
Il processo di ricostruzione di un soggetto della sinistra dalle caratteristiche di massa non è e non sarà breve, forse occorreranno degli anni. È un lavoro di lunga lena. Nessuna “fusione a freddo” o “percorsi paralleli” legati tra loro dalla forma confederativa. Sono tutti film già visti, che non hanno prodotto niente di buono. È invece necessario dar vita a un vero e proprio movimento costituente unitario dal basso, che coinvolga, con regole semplici ma chiare, i territori, le loro strutture di base e associazioni. Un movimento costituente in cui anche il ceto politico dunque si metta veramente in discussione, in cui le scelte e la volontà politica e la delega sia determinata dal principio “una testa, un voto”. Un processo costituente che intrecci contaminazione, teoria e pratica politica; insomma che rifiuti qualsiasi forma di “movimentismo”, con il quale si rischia la “democrazia del megafono”, ma anche l’ennesimo frutto avvelenato di un ceto politico riciclato attraverso la formazione di una nuova burocrazia, sia pur di movimento.

Si tratta di dar vita a un movimento costituente capace di coniugare iniziativa e lotta politica, ma nelle stesso tempo di svolgere un grande lavoro collettivo di analisi e di ricerca per elaborare una nuova teoria per la trasformazione in grado di misurarsi e competere con le sfide della globalizzazione nella fase drammatica del suo ripiegamento

Le scadenze elettorali, ad iniziare dalle elezioni amministrative e politiche, dovranno essere intese esclusivamente come tappe di questo processo costituente, non un punto di arrivo, ma un passaggio significativo del processo stesso.

Vi è infine la questione della collocazione degli eletti in Parlamento. Oziosa è la discussione se posizionarsi all’opposizione o in maggioranza. Bisogna invece giocare d’anticipo nel chiedere al governo Gentiloni una qualche significativa discontinuità e correzione di linea rispetto al governo Renzi e tentare su questa base di chiudere un patto di fine legislatura . Un patto da costruire non solo con un’azione parlamentare, ma anche con una mobilitazione rivolta a sostenere la campagna referendaria promossa dalla Cgil, con la costruzione di una ramificata rete di “comitati per il si”. È questo un passaggio importante, un primo grande impegno su cui il costituente nuovo soggetto politico misurerà le sue capacità di lotta e forza politica.

Sandro Valentini

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