Politica e classe, di A. Badessi

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antonello badessi

La politica, se non si colloca strutturalmente dentro lo scontro di classe, e se non lo ammette esplicitamente, non è politica.

Ma negli ultimi anni, soprattutto a partire dalla costruzione della “Seconda Repubblica” in Italia, la politica ha iniziato ad essere rappresentata su terreni altri da quelli delle dinamiche sociali. La questione morale, la legalità, una concezione tutta scolastica della lotta alla Mafia, etc.. Ce le ricordiamo le parole d’ordine della sinistra, dell’ex-PCI nei primi anni ’90? Su quale terreno è stata condotta la battaglia su tangentopoli?

Ora siamo all’avvento della “Terza Repubblica” e il tema dominante è quello della “lotta alla casta”, cioè un terreno surrettizio che pretende di giocare sul disagio sociale di milioni di lavoratori, precari, disoccupati e di contrapporre questo disagio non già alla condizione dei padroni del vapore dell’economia finanziaria bensì a quella di un ceto politico, sicuramente avverso, ma che tuttavia non è il centro strutturale di un fronte avversario di classe. E’ uno stato di egemonia ideologica, nel senso che gli attribuiva Marx, cioè di falsa coscienza, che pervade anche la sinistra e la rende subalterna al populismo di Beppe Grillo ma anche di Matteo Renzi.

Che dire poi dei temi del terrorismo, del fondamentalismo, del diritto internazionale? Ci infervoriamo sulla situazione in Medio Oriente, o in Ucraina, in base ad una agenda compilata dai padroni del vapore e dell’opinione pubblica. Sappiamo per caso i motivi strutturali del perché c’è l’ISIS, perché Obama gli ha dichiarato guerra dopo averli caldeggiati? Se li sapessimo, questi motivi, potremmo anche convenire, con autonomia, che quella barbarie va combattuta, ma invece siamo trascinati, senza resistenza, nell’enorme stadio mondiale a fare da tifoseria. Sappiamo qual è la vera posta in gioco dello scontro in Ucraina? Sappiamo che i ribelli rappresentano la risposta delle classi più basse ad una situazione insostenibile?

In passato, il movimento dei lavoratori costringeva gli avversari a muoversi sul proprio terreno, che poi era il terreno oggettivo di classe. Il fascismo nascente cercava di mutuare una ottica di classe, basti darsi una letta al programma di San Sepolcro. Dopo di che rivelava la sua natura matura e funzionale nello scagliarsi contro i socialisti sovversivi. Anche la Chiesa lottava contro il “Socialismo ateo e sovvertitore”.

La lotta di classe dalla fine della seconda guerra mondiale fino agli anni 80 costituiva il centro dell’immaginario collettivo della lotta politica. La stessa costruzione della democrazia, che è stata l’opera colossale della sinistra italiana per 40 anni, non era altro che funzionale agli interessi dei lavoratori e non di una indistinta società civile. Anzi la società civile, nei fatti, era la naturale estensione del movimento egemone dei lavoratori.

Negli anni della Repubblica, persino la cinematografia, compresa la commedia all’italiana, ci regalava pagine e pagine di lotta di classe rappresentate nelle trame dei film. Da Monica Vitti, a Romi Schneider, a Ugo Tognazzi, ad Alberto Sordi, A Gianmaria Volontè, a Giuliano Gemma, e via dicendo, o impersonavano operai o padroni, o poliziotti mobilitati contro la sovversione. Questa liquida orizzontalità ha relegato tutto ciò nel passato.

Ma la lotta di classe è una cruna dell’ago: ci si deve passare attraverso per forza. Comprese le forme surrettizie, che hanno iniziale fortuna proprio perché fanno leva sull’istinto di classe che è connaturato all’uomo anche quando viene deviato su un terreno che non è quello proprio.

Per questo motivo dobbiamo farci trovare pronti quando la delusione verso le sirene della “nuova politica” prenderà il posto dell’entusiasmo per aver creduto ad una falsa via di uscita alla disperazione.

Antonello Badessi

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