Perché il socialismo italiano non è mai stato riformista. di G. Giudice

Quando Bettino Craxi nel 1981 definì il sua corrente come “riformista” , al posto di “autonomista” , Riccardo Lombardi rispose che nel PSI non era mai esistita una corrente riformista. Affermando che lo stesso Filippo Turati definì la sua corrente “Critica Sociale” e non riformista. Ancora più esplicita Anna Kuliscioff nel condannare il termine riformista. Che invece fu fatto proprio da Bissolati e Bonomi (che si ispiravano a Bernstein) espulsi dal partito , perchè sostennero la guerra di Libia. E furono espulsi con il pieno consenso di Turati. Kuliscioff e Matteotti (che fu il più duro). Quindi il termine riformismo è una pura invenzione della pubblicistica. Non erano riformisti socialisti democratici come Jaurès (che espresso una critica forte a Bernstein), non lo erano affatto gli austro-marxisti come Bauer e Adler. Non furono riformisti né Morandi , né Saragat. Quest’ultimo socialista marxista democratico , definì il riformismo ed il massimalismo entrambi come “malattie dell’infanzia del socialismo” e il boscevismo come “malattia della pubertà”. SE è vero che Turati cercò un compromesso con Giolitti per fare approvare alcune leggi a favore dei lavoratori, rifiutò sempre l’appoggio organico dei socialisti ad un governo liberale, nè tantomeno un loro ingresso nel governo. E tuttavia ricevette critiche (con Giolitti non si tratta!) dalla sua amata compagna Anna Kuliscioff, da Giacomo Matteotti e Giuseppe Modigliani. Comunque è nell’austromarxismo che si possono trovare meglio le spiegazione per il rifiuto del termine riformismo. Otto Bauer e Max Adler operano una chiara distinzione tra rivoluzione politica e rivoluzione sociale. La rivoluzione politica è un atto (“la presa della Bastiglia”, la conquista del Palazzo d’Inverno) tipico delle rivoluzioni borghesi. La rivoluzione sociale è un processo volto a trasformare radicalmente la società e costruire una società socialista superando il capitalismo. non va confuso con il “putshismo”.Quindi il socialismo democratico è intrinsecamente rivoluzionario. Il carattere processuale certo implica delle gradualità, ma non è certo riducibile ad una somma di riforme che si accumulano su se stesse. E’ invece segnato da rotture di equilibri di potere, e di costruzione di nuovi equilibri, che sconta anche il tentativo degli interessi offesi di reagire anche in modo violento. Ma a questa violenza si reagisce con l’allargamento degli spazi di democrazia dal basso e consiliare che si integrano dialetticamente con la democrazia rappresentativa. Per Bauer , ad una offensiva violenta della borghesia contro un governo socialista, democraticamente eletto, si possono usare misure di emergenza atte a ridurre all’impotenza queste reazioni. Ma mai a restringere gli spazi di democrazia o addirittura ad annullarli. Anzi l’allargamento della democrazia, degli spazi di autogoverno popolare e dei lavoratori è l’antidoto più forte rispetto alla reazione. Qui si manifesta la enorme distanza dal bolscevismo che pone l’accento sulla necessità di reprimere la classe espropriata con la dittatura del partito unico (avanguardia politica e militare e la soppressione di ogni forma di democrazia e libertà). IN effetti questa è, in fondo, solo una giustificazione ideologica a quella che di fatto è stata la dittatura “sul” proletariato e sull’intera società che è poi la base su cui si è sviluppato lo stalinismo. Famosa la risposta di Rosa Luxembourg a questa tesi: ” compito del proletariato giunto al potere non è affatto quella di abolire ogni democrazia, ma di costruire una democrazia socialista fondata su democrazia e libertà illimitate”. E Bauer ed Adler si pongono il problema non dell’estizione dello stato. Quanto di una profonda e radicale modifica, in senso democratico , dello stato stesso. Dell’esercito, della polizia, della burocrazia. Gilles Martinet, riprenderà , dopo molti anni , tali temi , nel suo fortunato opuscolo “la conquista dei poteri” . In cui conia il termine “riformismo rivoluzionario” che poi Lombardi farà proprio. Il termine riformismo si reimpone , nel secondo dopoguerra, con il manifesto della SPD di Bad Godesberg, con il quale si rinuncia al superamento del capitalismo , a favore del compromesso sociale tra movimento operaio e capitalismo. Ma il PSI, già autonomista , con Nenni e Lombardi rifiuta e critica quel manifesto. Come fanno anche le tendenze più a sinistra delle socialdemocrazie. Poi il termine riformismo oggi ha perso ogni significato reale. Un socialista serio che si è sempre dichiarato riformista, Giorgio Ruffolo, scrisse 20 anni fa, che il termine era diventato inutilizzabile, perché aveva subito un vero e proprio “rovesciamento semantico” . Del resto se si definisce riformista un liberale di destra come Calenda, se si definisce riformista Renzi !!!! se in Europa c’è un gruppo parlamentare (a cui appartengono i nostri fascisti) che si chiama “conservatori e riformisti” vuol dire che il termine va gettato nell’immondizia. E comunque il PSI , per larghissima parte della sua storia , non è stato riformista. Certo viene poi un Martelli qualsiasi che afferma “Bettino non è stato allevo di Nenni – già massimalista- quanto piuttosto di Saragat, un vero liberalsocialista. Ignorando che Saragat non è mai stato liberal-socialista. Ha scritto una delle più penetranti critiche a “socialismo liberale” di Rosselli. Pur restando in ottimi rapporti. Del resto Rosselli oggi non si definirebbe certo riformista.
Giuseppe Giudice