Mese: giugno 2019

Pietro Nenni e la scoperta della comunità socialista. Ricordi della sezione Parioli nella seconda metà degli anni Cinquanta. di A. Benzoni

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Alberto Benzoni

I socialisti di oggi sono bestie strane. E insopportabili nella loro insistenza a farsi del male da soli. Vogliamo l’unità: e ognuna delle 40 e più sigle dedica il suo tempo a esaltare se stessa e a denigrare anche sul piano personale, le altre. Ci riempiamo la bocca di riformismo: salvo a fare nostro, passivamente, quello, attuale, degli altri; e a dimenticarci del nostro e di quello vissuto in Italia, negli anni sessanta e settanta, in gran parte per merito nostro. Esaltiamo la nostra storia: salvo a farla iniziare nel 1976 condannando a una specie di damnatio memoriae quello di prima: che si tratti di cose o di persone.

Recentemente, però, si è passato il limite. Gettando nella fossa comune dei “deviati” lo stesso Nenni; e aggiungendo che la scelta del Fronte popolare avrebbe distrutto e per sempre ogni possibilità di protagonismo socialista nei decenni a venire.

Una “contro storia” (ancora la nostra capacità infinita di farci del male da soli) che può essere confutata da qualsiasi esame obbiettivo del nostro passato collettivo.

Ma qui vorrei portare il mio “vissuto”. Quello che mi porta, ancora, oggi, a ringraziare Nenni. Perché sono state le sue parole liberatorie del 1956 a far nascere la nuova generazione del socialismo italiano; e per avermi consentito negli anni successivi di vivere, assieme ai compagni della sezione Parioli, uno dei periodi più felici della mia vita.

Avevo vissuto, in solitario, i miei primi vent’anni. Niente scuola, pochissimi amici, scarsi contatti con l’ambiente esterno (e questo per ragioni di forza maggiore: la Roma del 43/44 con mia zia in clandestinità, mio padre e arrestato, un amico ebreo in casa; e poi all’estero). Un rapporto con il mondo dei libri e con i loro personaggi, individuali e collettivi, assai più intenso e coinvolgente di quello con le persone e le cose. Ma, avevo anche visto l’Ungheria dei processi staliniani, e, sopra ogni altra cosa, dell’odio alimentato a freddo (il che precludeva qualsiasi adesione al comunismo). Ed ero stato partecipe di un universo, quello del “Mondo” e degli amici di Salvemini di cui condividevo l’antidemocristianesimo viscerale ma di cui non riuscivo ad accettare l’interventismo e l’antigiolittismo e soprattutto il disprezzo elitario per i partiti.

Tutto mi spingeva dunque verso il socialismo: principi etici e fiducia nella razionalità del cambiamento; ammirazione per gli eventi, meravigliose (anche se anzi soprattutto perché perdenti) battaglie del passato e certezza nel sole dell’avvenire; insofferenza per i privilegi individuali e soprattutto bisogno spasmodico di fraternità.

L’avrei trovata, al di là di ogni aspettativa, all’angolo tra Via Donizetti e via Spontini, all’ombra del Poligrafico di piazza Verdi. Un’accoglienza calorosa. Poi i riti comuni dei comizi di quartiere, delle vendite del giornale, della distribuzione dei volantini per le strade e nelle cassette delle lettere in cui ci regolavamo a caso in base alle facce e ai nomi, delle discussioni accese sull’universo ma mai trascese sul piano personale, degli appuntamenti al bar dove si definivano le strategie da tenere e, ciliegina sulla torta, delle affissioni serale e notturne.

Per inciso quella sezione faceva parte di una federazione gestita con mano ferma e, all’occorrenza, pesante (la “scafetta” di Venturini e il rigore di Palleschi) dall’”apparato morandiano”; ciò che non gli aveva impedito, però, unica, forse, in Italia, di votare per mozioni in occasione del congresso di Venezia, dando agli autonomisti una grande maggioranza.

Dopo saremmo diventati uno dei luoghi simbolo del lombardismo; vincitore nella sezione territoriale ma largamente rimesso al suo posto dal voto dei nuclei aziendali. Poligrafico, due sedi parastatali e, infine, lo Zoo (con ben 17 iscritti; i sociologi stanno ancora studiando il caso…).

Negli anni successivi la sezione sarebbe stata il luogo di passaggio di persone importanti: da Ernesto Galli della Loggia (“della vostra stanza dei bottoni ne faremo una bottoniera”) a Raffaele Romanelli, da Roberto Cassola a Fabrizio Cicchitto. Ma vorrei chiudere questa testimonianza personale con due compagni del Poligrafico che mi hanno fatto capire più di chiunque altro, l’intima sostanza del socialismo. Il primo, Marcello Carlini, veniva da una modestissima casa a Primavalle ma era il primo ad aprire la sezione e l’ultimo a chiuderla. Ed era uno che vedeva in ogni evento il segnale del futuro e fatale avvento del socialismo “futura umanità”; un orizzonte che rischiarava di sé anche il presente. Il secondo, Giacomo Marcodini, rappresentava, dal vivo della sua esperienza sindacale, la visione di un futuro che andava conquistato passo dopo passo con l’adesione piena al principio di realtà.

Oggi, la sezione non c’è più. E i suoi locali ospitano un ristorante.

Rimane però, e lancinante, il ricordo. Quella del momento magico vissuto da un’intera generazione di socialisti. Si apriva davanti a noi, dopo Venezia, un mondo nuovo, un mondo di pace: in cui saremmo tutti diventati più liberi; in cui “cambiare l’Italia” era ridiventato possibile ; e in cui il socialismo, insieme autonomo e unitario, sarebbe stato protagonista.

Ad aprire la porta era stato, però, Pietro Nenni. Con la forza della sua parola; e con la sua generosa capacità di guardare alto e lontano. Di sbagliare e di correggersi.

Ricordare “come eravamo” è, quindi, rendergli omaggio

Alberto Benzoni

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Ripensare Herbert Marcuse nel XXI secolo. di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

Il 29 giugno 1979 muore Herbert Marcuse Sono quindi trascorsi 40 anni dalla sua morte e 55 dalla pubblicazione del saggio: “L’uomo a una dimensione” uscito nel 1964,( Torino, Einaudi 1967). “Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno di progresso tecnico”. Con questa frase significativa inizia la lucida analisi di Herbert Marcuse della società nella quale viviamo, in perenne “bilico tra la pace e la guerra: la società industriale avanzata diventa più ricca, più grande e migliore mano a mano che aumenta il pericolo”. Riguardo a questa società, continua l’autore: ”La sfiducia nella politica è sempre più diffusa e si manifesta nell’allarmante crescita di assenteismo alle urne, nonché dall’emergere di figure carismatiche capaci di convincere gli elettori in virtù di un utilizzo retorico del linguaggio e delle informazioni”, (idem),  Del resto Marcuse aveva già denunciato il carattere sempre più ipocrita del sistema elettorale: “Il processo elettorale è da tempo dominato dal potere del denaro, e la separazione dei poteri si è trasformata in una dittatura presidenziale. La distinzione tra la carica e chi la detiene, una delle conquiste più rilevanti della civiltà occidentale nel cammino verso la libertà, ormai al collasso”.( idem). La società contemporanea è presentata come una democrazia bloccata, che vede il sistema chiamato democratico impegnato a ricomporre il conflitto, le istanze contrarie allo stesso sistema: “asservendo il pensiero critico al consumo, stroncando ogni istanza conoscitiva con i vecchi e nuovi mass-media” ( idem ).

E’ un ordine sociale che appare totalitario”, quello considerato da Marcuse:, “che permea di sé ogni aspetto della vita dell’individuo e, soprattutto, che ha inglobato anche forze tradizionalmente ‘anti-sistema’ come la classe operaia. In questo modello la vita dell’individuo si riduce al bisogno atavico di produrre e consumare, senza possibilità di resistenza. Marcuse denuncia il carattere fondamentalmente repressivo dalla società industriale avanzata. In queste brevi annotazioni del saggio: L’Uomo a una dimensione, si coglie un Marcuse più pessimista rispetto ad Eros e Civiltà, meno disponibile ad arrendersi ad una società tecnologica avanzata che riduce tutto a sé, ogni dimensione ‘altra’ è asservita al potere capitalistico e ai consumi, conquistata dal dominio ‘democratico’ della civiltà industriale; una società che condiziona i veri bisogni umani, sostituendoli con altri artificiali. È in questo senso che Marcuse formula la condanna della tecnologia, che conterrebbe già insita nella sua natura un’ideologia di dominio. Ma esistono ancora dimensioni al di fuori di esso, “al di sotto della base popolare conservatrice”? Marcuse risponde affermativamente: “vanno ricercate negli emarginati, nei reietti, nei perseguitati, nei disoccupati, in coloro cioè, che non sono ancora stati fagocitati dalla società repressiva”.

Marcuse è stato uno dei pensatori più influenti del XX secolo ed il suo pensiero è stato l’humus della rivolta studentesca, che fin dagli inizi degli anni 60 coinvolse numerose Università americane, per dilagare nell’Europa: Francia, Germania, Italia, Olanda, Belgio, Paesi Bassi, Svezia, Norvegia, Danimarca, milioni di giovani che occuparono Università ed intere città, con il loro  messaggi di libertà, eguaglianza, pace, fratellanza. E fu appunto il suo pensiero, marxianamente anti-autoritario, ad offrire una lucida analisi teorica alla volontà di cambiamento radicale che animava la protesta dei giovani in tutto il mondo occidentale; assoluto e concreto il suo rifiuto di ogni forma di repressione accompagnato da una decisa contrarietà alla civiltà tecnologica, comunque considerata secondo le declinazioni liberal-capitalistica e comunista-sovietica. E tuttavia, egli può essere definito un pensatore marxista critico anche se  spesso si si trovò in contrasto con le correnti di pensiero che si raccoglievano attorno alla cosiddetta scuola di Francoforte. Ciò nonostante, di fronte al fallimento, durante il XX secolo, delle esperienze politiche e di governo  che si rifacevano a Marx, e  al dissolversi dello scontro di classe in occidente, comprese che la lotta non era finita. Nuove realtà si affacciavano sul terreno della lotta di classe, che egli individuò nel terzo mondo, oppresso dall’imperialismo occidentale e dalle nuove forme di  sfruttamento delle ricche risorse di quei Paesi.  La sua analisi concludeva nel rilevare come le linee del fallimento della lotta di classe in occidente, avessero facilitato e aggravato la resa con cui  le classi emarginate del “primo mondo” si erano sottomesse alla nuova oppressione imperialista pur di poter partecipare, accontentandosi, alla distribuzione delle briciole del banchetto capitalista.

Marcuse è stato l’autore di un pensiero originale e complesso e forse per questa sua difficoltà, intorno ad esso, si è consumata una classica reduction ad absurdum,  quindi una chiusura  ad ogni approfondimento sociologico e considerazione filosofica, a cui ha concorso un succedersi  di avvenimenti dagli anni 80-90 fino alle soglie del 2000, con il venir meno delle chanches rivoluzionarie con l’avvento del capitalismo globalizzato e la distruzione delle forze politiche apertamente anti-capitaliste ( sulle quali peraltro, come si evince dai suoi scritti, non aveva fatto troppo affidamento ). Oggi, al secondo decennio dl XXI secolo, si può essere indotti a pensare  che il lavoro teorico del filosofo tedesco sia ormai inevitabilmente datato, in quanto espressione di un tempo storico che non si riteneva possibile si sarebbe riproposto. Certamente, per molti intellettuali e sociologi del momento, è meglio concentrarsi su altre tradizioni di pensiero, dal liberalismo finanziario e sovranista ai proclamati sostenitori del postmodernismo. E’ necessario essere chiari: per recuperare il pensiero di Marcuse, conviene guardare avanti, superare l’ideologia che sostiene il capitalismo neoliberista e lo appalesa come unico orizzonte dell’esistenza dell’uomo. Di Marcuse è necessario recuperare quei filoni nascosti del pensiero del ‘900 che possono servirci per spiegarci politicamente il presente, per dare ragione della nostra stessa condizione storica e di come uscirne.

 Alberto Angeli

Non basta dire Europa, di V. F. Russo

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Vincenzo Russo

Enrico Rossi, Non basta dire Europa, a cura di Antonio Pollio Salimbeni, Prefazione di Frans Timmermans, con un appello di Sting, Castelvecchi, maggio 2019.  Si tratta di un libro intervista scritto in occasione delle elezioni europee. Attraverso domande e risposte, si occupa della sfida populista e sovranista in corso in Europa a cui i socialisti in declino nei maggiori Paesi membri (PM) devono rispondere con fermezza se non vogliono abbandonare il campo. Lo potranno fare se essi riusciranno in parte a rispolverare i vecchi ideali socialisti, in parte, ad elaborare un piano strategico per affrontare i complessi problemi della grande trasformazione dell’economia e della società, della digitalizzazione, dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale, della migliore formazione permanente del lavoro, delle crescenti diseguaglianze che questi fenomeni producono.   Quindi non è un semplice pamphlet elettorale come si scrivevano una volta ma un libro che affronta i problemi strutturali della politica italiana ed europea e, quindi, la sua valenza non è di breve ma di lungo termine sapendo che le riforme strutturali non sono solo quelle che i politici dalla veduta corta ritengono di fare strappando al Parlamento una generica legge delega e diluendo nel tempo la sua attuazione con decreti legislativi che poi non vengono controllati da nessuno nella loro fase attuativa o non vengono emanati per niente. Non si può continuare andare avanti a piccoli passi.

Serve un salto di qualità tanto facile a dirsi quanto difficile a farsi se uno considera la bassa qualità della classe dirigente europea ed in particolare di quella italiana, entrambe caratterizzate dalla veduta corta il cui interesse prevalente è quello di confermarsi al potere. Vuole cogliere ogni opportunità per massimizzare il suo consenso elettorale a prescindere dalle politiche che porta avanti. Utilizza le fake news, ciancica di democrazie diretta, propone referendum su questioni molto complesse di cui essa stessa ignora le conseguenze ultime.  Vedi il caso emblematico della Brexit.

Vorrei subito riprendere un’affermazione del Presidente Rossi quando, a difesa delle cose buone che l’Europa fa, parla di una serie lunga di beni pubblici europei. In realtà, se distinguiamo correttamente tra beni pubblici europei ci accorgiamo che mancano alcuni di quelli classici (la spada, la bilancia) e abbiamo solo una Unione economica e monetaria incompleta.  Abbiamo solo l’euro che indubbiamente nel tempo ha prodotto il bene pubblico della stabilità finanziaria comune ma che non è apprezzata da tutti i PM allo stesso modo e, in nome della quale, in alcuni casi, è stato prescritto e rigorosamente applicato il consolidamento dei conti pubblici come valore in sé. Non abbiamo un appropriato sistema giudiziario europeo che distingua tra reati penali e civili europei e quelli dei PM; non abbiamo una difesa comune. E meno che mai abbiamo a livello centrale i tre pilastri fondamentali del welfare state: sanità, istruzione e previdenza che restano tuttora di competenza dei PM. E del resto come potremmo avere beni pubblici europei con un bilancio striminzito come quello attuale pari all’1,14% del PIL dei PM quando sappiamo che negli Stati federali più snelli il bilancio federale si colloca ben al disopra del 20% del PIL. Quindi parlare di attuazione del pilastro sociale a me sembra alquanto velleitario. In questo senso, è realistica la proposta di Rossi che non è solo sua di alzare il bilancio al 4% il minimo indispensabile per poter fare all’occorrenza qualche manovrina di politica economica per rispondere a shock simmetrici o asimmetrici in PM in crisi.

Con un bilancio dell’1,14%, al di là della volontà politica, non si possono affrontare le tre fratture che secondo Rossi caratterizzano lo stato dell’Unione: 1) il divario Nord-Sud; 2) quello Est-Ovest; 3) le crescenti diseguaglianze economiche e sociali. E’ un fatto che non c’è sufficiente convergenza tra le regioni periferiche del Sud e dell’Est con quelle centrali per via anche delle insufficienti risorse che direttamente o indirettamente sono destinate allo scopo. Né si può ritenere realisticamente che il “problema possa essere risolto con il completamento dell’eurozona con il pilastro sociale” (citazione dal libro di G. Provenzano). Semmai ci fossero le risorse per il primo obiettivo questo comporterebbe che i PM dovrebbero prevedere compensazioni per i lavoratori della zonaeuro che rimangono senza lavoro per via delle imprese che delocalizzano nelle regioni dell’Est dove i salari e la protezione sociale sono più bassi. E ancora non mi sembra adeguata la proposta di porre vincoli sociali alle imprese che delocalizzano nelle regioni periferiche più convenienti perché se vincoli del genere fossero seriamente applicati finirebbero col neutralizzare la libertà di stabilimento delle imprese. Vedi al riguardo la proposta sulle compensazioni di Rodrick, Dirla tutta sul mercato globale, 2019. In fatto, c’è una forte analogia tra quello che avviene all’interno della UE e quello che avviene a livello planetario in termini di concorrenza economica, concorrenza fiscale e dumping sociale.

Il libro contiene anche una radiografia delle forze reazionarie all’interno della UE. Anche se il loro “assalto” al PE è sostanzialmente fallito, il fenomeno non va sottovalutato. Bisogna continuare a combatterle perché in alcuni PM, a partire dall’Italia, esse sono vive e vegete. Rossi chiarisce bene l’accrocco istituzionale del Trattato di Lisbona per cui la Commissione riassume in sé tutti i tre classici poteri: di iniziativa legislativa, di esecuzione di regolamenti e direttive, di sanzione delle violazioni delle regole europee comprese quelle relative allo Stato di diritto all’interno dei PM. Per respingere le critiche al riguardo dei populisti e sovranisti Rossi cita la bella frase di Draghi letta a Bologna secondo cui “la vera sovranità consiste nel miglior controllo degli eventi per rispondere ai bisogni fondamentali dei cittadini. E oggi nella globalizzazione è impresa molto difficile”.   Come dargli torto! Solo se prevale il buon senso i PM potranno valorizzare la loro residua sovranità conferendola all’Unione.

Vincenzo F. Russo

tratto dal Blog personale dell’autore enzorusso.blog/2019/06/13/non-basta-dire-europa/?fbclid=IwAR0OVj8HhYnQSvk_BQSFLML1hXCXDIOqn-HOOun2_rcfXvNOWna_wdCmeDc

Breve scritto sulla povertà. di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

Il pensiero  o la corrente appartenente alla cosiddetta “arte sociologica” che considera la povertà una “ mera qualità”, per usare una espressione di  Heidegger,  alla cura della quale ci si rivolge come attendere ad un esercizio  di sinecura compassionevole, ignora il dolore profondo del povero e chi dalla povertà è posseduto.  “Cosa significa ‘povero’? In che cosa consiste l’essenza della povertà?” è la domanda che sempre Martin Heidegger  pose in una conferenza del 27 giugno 1945. Nella presente post-modernità  non si è pervenuti a dare a questa condizione sociale una risposta: “Un terribile immiserimento si sta diffondendo. L’esercito dei poveri continua a crescere. Eppure l’essenza della povertà si cela”,

La domanda sulla povertà è, per questo inesplorato domandare, riconducibile all’accezione del termine “povertà”; per questo si deve ritenere che l’unica domanda interessante è “quando si è poveri?”, e continuare nelle domande analoghe del tipo “quanti sono i poveri?”, “chi è più povero?”.  La domanda del domandare che coniuga quelle fin qui formulate può porsi in questi termini:  cos’è dunque essere povero? Nel nostro tempo, per esempio, viene in mente immediatamente la povertà di chi si avventura con il gommone nelle acque del Mediterraneo e sfida le tempeste e quando riesce a raggiungere la terra è sfinito, bruciato dal sole, malato. Privo di ogni cognizione culturale, linguistica  e dei costumi ( anche religiosi )del paese raggiunto, la sua povertà diviene nudità. Quest’essere è quindi sottoposto ad  una estrema tensione fisica, corporea  e  intellettuale. Ed è sotto il peso di questa tensione, alla quale si associa una mendicata richiesta di vita, di un sostegno che lo tragga dalla condizione disperata in cui si trova…, ecco, qui si scatena una forza costruttiva assolutamente decisiva. È questo «lo spazio» in cui dobbiamo cercare per comprendere cos’è la povertà.

 Non è quindi una semplificazione semantica se consideriamo la povertà una riduzione alla nudità, da cui è necessario partire per comprendere che si tratta di una tensione di vita, un desiderio, una richiesta di conoscenza, un’apertura che si rivolge al prossimo. Non si colga questo assunto come un paradosso logico, poiché quando si parla di povertà e se ne amplifica il concetto oltre il limite lessicale, dobbiamo cercare di recuperarne il significato e l’intrinsecità della potenza sociale che essa trasmette. E questo modo di procedere nell’analisi non ci porta al ritrovamento di un concetto, ma alla identificazione di una forza: questo ci fa intendere come la povertà sia, da questo punto di vista, tanto miseria assoluta quanto una forza.

 Nel Simposio la povertà è introdotta come una mendicante che chiede l’elemosina fuori dalla porta della sala in cui si tiene la festa organizzata  per la nascita di Afrodite. Il racconto prosegue in modo imprevisto mostrando i meriti di Povertà e la sua specifica importanza per gli uomini. Dal racconto del Simposio si apprende dunque che Povertà ha avuto un ruolo centrale per gli uomini, anche se nella forma descrittiva di un pensiero della povertà radicalmente diverso da quello oggi vigente. Questo richiamo al presente suscita quindi un comune sentire che pertiene ad un diverso percorso rispetto alla domanda posta fin dall’inizio: se è possibile ripensare la povertà in modo adeguato ai tempi, quindi fuori dagli schemi metafisici per deconcettualizzare  la povertà ed affrontarla in termini di un pensiero materialista. Questa strada ci riporta quindi a scoprire che, quando si arriva alla nudità, non ci si trova di fronte a una inattività, ma si è sempre di fronte a un momento creativo che riposa sul pensiero  di maestri della ragione e dell’ethos che vanno da Democrito a Epicuro da  Lucrezio a Bruno, da Spinoza a Nietzsche, da Leopardi a Deleuze e a Hölderlin, fino a giungere all’immaginifica figura della ginestra leopardiana che è, appunto, segno di attività, mai semplicemente una  differenza.

Per qualificare meglio questa figura della povertà biopolitica ( nel termine in cui scrive Foucault nel saggio nascita della biopolitica ) occorre partire dalla nascita della modernità, ritornare all’«accumulazione originaria», come Marx l’ha descritta [ ancora dal Grundrisse – il processo storico di separazione del produttore dai mezzi di produzione]. E’ in questo tempo che avviene la trasformazione dell’individuo naturale che vive nella comunità e ai confini del sociale con i suoi simili, quando non  è assoggettato, schiavizzato, ridotto a nudità, dai rapporti produttivi. Ecco che, ridotto alla povertà estrema, il proletario chiede lavoro, diritti, giustizia e la libertà dal bisogno. Nel persistere di questo stato di privazione la nudità viene messa in produzione; la trasformazione del povero in proletario è così data. Il povero, nella forma antica, non esiste più, è il proletario che assume su di sé l’intera pesantezza della condizione umana, nella sua nudità. Questo povero che, introdotto in un nuovo mondo di ricchezza, viene ridotto a una nuova povertà: è la povertà del mettersi sul mercato, da cui prende vita una tensione  che trascende il concetto di povero per incorporare quello del proletario sfruttato.

Questo essere proletario diviene allora consustanziale al povero che si scopre come miseria assoluta nel mercato, dice Marx nei Grundrisse ( pag. 412-415 ). Miseria assoluta che può mutare condizione, una nudità che ha già una implicita, costitutiva possibilità di essere altro. Qui,  la potenza del pensiero  si spinge a favorire un grado più alto, se si vuole, nella considerazione della povertà. Non c’è più la dialettica chiedere-produrre, c’è semplicemente il fatto di essere lì e di essere preso dentro al meccanismo produttivo. Nel proletario c’è già una potenza qualificata. Allora, procedendo, ci troviamo di fronte a una potenza che non è semplicemente qualificata, ma è addirittura appropriante.

Certamente, le figure della povertà non hanno unicità, poichè possono distinguersi in varie forme: c’è la povertà dello schiavo, nell’età antica; c’è la servitù come descritta da Étienne de La Boétie;  c’è la povertà del proletario, dell’età industriale: una miseria assoluta, incardinata dentro un sistema di produzione e di sfruttamento. In questo povero, nel proletario, c’è già una potenza qualificata. Proseguendo nel tempo, ci troviamo di fronte a una potenza che non è più semplicemente qualificata, consapevole, ma è addirittura appropriante. Ecco, allora, che raggiunta questa statura, la consapevolezza e la sofferenza di essere poveri, probabilmente, diventa ancora più grande, perché più alta è la capacità di arricchimento. Di nuovo, questa statura deve comprendersi come biopolitica del povero che si muove con la storia, poichè senza storia non vi è biopolitica, nonostante non sia infrequente cogliere tentativi, nell’orizzonte del presente, che ne disconoscono la fondatezza, magari muovendosi in una direzione in cui determinismo e casualità della storia sono assunti come parametri validativi. Mentre, assumendo come fondata la linea storica, da essa ricaviamo che si è poveri principalmente nella relazione con gli altri e che la povertà diviene isolamento e alienazione. Questo status, nella società contemporanea, rende la povertà una sofferenza interiore da cui originano pulsioni di inappagamento sociale per il fatto che il povero si sente condizionato nella sua libertà ed escluso o limitato nella partecipazione alla vita politica.

E’ quindi fuori dubbio che la povertà vissuta nell’ambito di un ordinamento schiavista  è tanto diversa se vissuta all’interno di  un sistema industriale; ma essere poveri in un sistema industriale è totalmente diverso dall’esserlo in un ordine postindustriale e globalizzato in cui le qualità biopolitiche  subiscono profondi cambiamenti fino a trasformare il significato della povertà che, spesso, si trasforma in miseria e quindi in una forma di isolamento e nudità dell’individuo totale e assoluta.  E’ d’altro canto in questa post-diversità che la povertà modifica la sua forma e la sua natura  e ciò avviene perché il modo di produzione (quindi della riproduzione, scrive Marx ) e del consumismo nel quale viviamo, si trasforma e diviene essenzialmente immateriale, cognitivo, relazionale.

Tutto si ridefinisce riguardo al nuovo contesto, una metamorfosi , un processo fenomenico che opera nel profondo della società e che spinge il cambiamento verso una direzione che supera l’età industriale fin qui conosciuta. Nel processo dei cambiamenti che avvengono dentro una società postindustriale, che si caratterizzano per novità di linguaggio e di comunicazione ( digitalizzazione, big data ),  essere poveri lo si patisce nella sua crudezza non semplicemente per l’assenza di coinvolgimento nella società, ma per l’esclusione che ne subisce il povero e che deriva da un atto razionale specifico, precipuo del cambiamento che la globalizzazione determina nei rapporti produttivi. Una esclusione che si evince provenire dal comando, dalla volontà di estromettere perché al povero non è data possibilità di scegliere, quindi di essere libero e di costruire un sé aperto ad ogni relazione. Tutti debbono filosofare, rileva Aristotele nel Protreptico, perché questo consente di stare dentro ad una forma di relazione comunicativa ed acquisire cognizione della realtà su cui costruire processi di partecipazione, altrimenti ci si isola e non si è compartecipi della filosofia. Mentre in Platone la povertà è mediata dall’amore, “l’amore è sempre povero ed è tutt’altro che bello e delicato….è duro e ispido, scalzo e senza casa, si sdraia sempre per terra senza coperte, e dorme all’aperto davanti alle porte o in mezzo alla strada […], sempre accompagnato dal bisogno”, dunque la povertà è pensata in termini apparentemente contraddittori: da un lato è sofferenza, nudità; dall’altro è madre di Eros, amore.  E’ dunque la povertà una tematica che ha attraversato culture e civiltà diverse, che a noi possono risultare sconosciute, nelle quali l’attenzione a questo fenomeno è stata prevalentemente di natura compassionevole, che si identificava con la virtù del filantropo, quindi in una visione di umanità in cui la miseria veniva assunta come un fatto naturale verso cui dimostrare benevolenza, ma senza condivisione del patimento. 

Ne risulta quindi che la contraddizione è apparente in quanto è una contraddizione portatrice di significato, poiché alimenta una dialettica dalla quale possiamo ricavarne l’assunto che se non si individuano spazi in cui progettare forme di vita coinvolgenti il senso della comunità non sarà possibile progettare forme di vita nuove e tali da superare la miseria.  Di fronte a questo vuoto il povero deve attivarsi a resistere contro la  metamorfosi che il sistema capitalistico successivo al secolo breve ( citando Eric Hobsbawm ) ha adottato, modificando la sua natura e traslato nel processo produttivo/consumistico la nuova condizione della povertà.  In questa nuova realtà il povero non è il semplice prodotto della violenza economica, ma il dominato dalla totalizzazione del possesso capitalistico del mondo.

Un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette”. Questo verso di Hölderlin  non sta solo a significare la mendicità dell’esistenza umana, ma l’abito dell’uomo quando riflette, cioè quando è filosofo.

In questo risiede la potenza della povertà, che ritroviamo nelle parole di Negri: “Il povero, nella figura della resistenza e dell’affermazione di singolarità, si apre alla potenza di dar senso al comune”. Dentro la povertà, continua Negri, “ quando la si intenda come espressione di tensione biopolitica, si può costruire comune.  L’usus pauper,  – l’uso dei poveri -senza dubbio, è una fondamentale allusione al comune. In tale prospettiva anche l’abdicatio iuris può diventare significativa: può permettere di rilanciare il progetto comunista dell’estinzione dello Stato e del diritto, proponendolo come costruzione che si fa dal basso. Quest’ultimo mi pare un nodo sul quale insistere. E farlo proprio oggi, perché ci troviamo in una società nella quale il lavoro è diventato precario, dove la povertà è diffusa, e nella quale la proprietà non può più essere considerata motore di produzione della ricchezza ma è piuttosto distruzione della ricchezza comune. Se non si è poveri, non si può filosofare; se non si è poveri e non si distrugge la proprietà, non si può far politica, politica attiva che serva agli altri uomini. (in Comune Rizzoli 2010 )

Questa piana rivisitazione della povertà vuole essere un discorso sul presente e al futuro, all’a-venire, per porci di nuovo la domanda, quale speranza in noi stessi di una trasformazione? Quello esaminato è un fenomeno spaventoso, poiché è la realtà della miseria, dell’alienazione, dell’esclusione, della solitudine che determina uno stato di sofferenza  e trasmette una forma di vita carica di esclusioni e rende la povertà una

Inaccettabile negazione dell’essere parte della comunità.  L’idea di povertà è un rifiuto della identità, un dispositivo politico/mercificante contro il quale possiamo lottare per sconfiggerne le cause costruendo uno stato di tensione che trasformi l’idea di povertà in un dispositivo di lotta , un terreno di conflitto. E’ qui, su questo terreno, che la solidarietà può diventare attiva e trasformarsi un una potenza di lotta contro ogni forma di sfruttamento e le diseguaglianze economiche e sociali.

Alberto Angeli

Poveri e in declino storico senza un ravvedimento operoso dei governanti. di V. F. Russo

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Vincenzo Russo

Alcuni giornali aprono stamani con il titolo “L’Italia più povera senza l’Europa” sintetizzando le considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia di ieri. È vero, ma vediamo perché. Intanto bisogna partire dalla constatazione che l’economia italiana ha un forte grado di interdipendenza con tutti gli altri paesi membri (PM) dell’UE. Al riguardo Visco ci ricorda che il 60% delle nostre importazioni provengono dagli altri PM della UE, il 56% delle nostre esportazioni trova sbocco in detti paesi. Stiamo parlando di un flusso di scambi pari al 18% del PIL. Per chiarire basti ricordare che noi abbiamo un interscambio con la Germania pari al 126 miliardi di euro e altrettanti con la Francia e Spagna sommati. Bastano questi dati assoluti per dire che una via autarchica non è percorribile per l’Italia – come dimostra anche il fallimento del tentativo del governo inglese di portare a termine la Brexit quando pretende di uscire dalle istituzioni europee ma, allo stesso tempo, di rimanere all’interno della Unione doganale. Il titolo è vero perché a un paese trasformatore serve il mercato unico europeo e perché senza l’UE è illusorio pensare che da soli, senza le istituzioni europee, si possa incidere in maniera apprezzabile nel complesso processo della globalizzazione.     

Oggi, in una fase molto avanzata della globalizzazione, l’interdipendenza non si limita ai PM dell’UE; è diventata planetaria e, quindi, diventano ancora più stringenti i vincoli esteri che condizionano la crescita e lo sviluppo dell’economia italiana. Dico subito che questa non è condizionata solo dai vincoli esterni ma anche dai vincoli strutturali interni non meno stringenti di cui dirò più avanti. La globalizzazione dei mercati – come ci ricorda Visco – porta con sé la concorrenza di prezzo dei paesi emergenti che è determinata dal più basso costo del lavoro e dalla minore protezione sociale o maggiore sfruttamento dei lavoratori che si registra in quei Paesi. Il che non è senza conseguenze anche nei paesi più avanzati attraverso la chiusura di imprese non competitive e il c.d. dumping sociale che porta alla riduzione dei livelli di protezione sociale dei lavoratori. Se si aggiunge che i governi dei paesi emergenti fanno di tutto per attirare investimenti dall’estero si determina anche una concorrenza fiscale ed una corsa al ribasso che “costringe” anche molti paesi avanzati a fare altrettanto. Fin qui inutili sono stati i tentativi di stabilire delle regole a livello planetario da parte delle organizzazioni informali come il G20, G8, ecc… Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: a livello globale si sono ridotte le distanze tra i paesi ricchi e quelli in via di sviluppo ma, all’interno dei due blocchi, sono aumentate le diseguaglianze tra i ricchi e i poveri. In particolare nei paesi ricchi si è impoverita la classe media che, in condizioni normali, ha svolto spesso una funzione di stabilizzazione dei sistemi politici. Politici demagoghi, populisti e sovranisti sfruttano questi elementi oggettivi di crisi per costruirci sopra le loro fortune politiche.

Stiamo vivendo in una congiuntura molto speciale dopo una crisi mondiale di straordinaria portata anche per via della digitalizzazione dell’economia, dell’utilizzo della intelligenza artificiale che impongono una grande trasformazione ed in una fase di ulteriore accelerazione della globalizzazione non solo non governata ma addirittura travagliata da guerre commerciali senza quartiere.  Purtroppo, negli ultimi 30 anni, la concorrenza fiscale ha preso piede anche all’interno della UE tra i suoi PM e, fin qui, non si intravede alcun consenso emergente su come porvi rimedio. In queste condizioni, l’invito di Visco a considerare per l’Italia una riforma tributaria di ampio respiro è in teoria opportuno ma ho paura che, senza un preliminare accordo a livello europeo per abbandonare la concorrenza fiscale interna e passare all’armonizzazione fiscale, sia destinato a rimanere un pio desiderio. E questo perché l’invito resta opportuno per cercare di frenare le proposte insensate e irresponsabili del Capo della Lega, e in parte anche del Capo del M5S in materia fiscale ma, a ben riflettere, è chiaro che esse si inseriscono pienamente nel solco della concorrenza fiscale, ossia, della corsa verso il livello più basso della pressione tributaria che evidentemente i due leader della maggioranza del governo giallo-verde ritengono appropriata e utile ai loro fini politici. Né l’uno né l’altro spiegano come sia possibile andare avanti finanziando in deficit spesa corrente (reddito di cittadinanza, anticipazione del pensionamento, riduzione del cuneo fiscale, riduzione di imposte ai forfettari, alle famiglie e alle imprese) senza aumentare il debito pubblico di un paese che ha già un alto debito pubblico (per un 30% in mano a non residenti), di un paese che non investe abbastanza per rimettere in moto un processo di crescita del PIL e dell’occupazione.

Un paese che da oltre 25 anni sta nella c.d. stagnazione secolare perché non riesce a far aumentare la produttività e che ha dei tassi di attività inferiori a quelli medi della UE; un paese che nei prossimi 25 anni vedrebbe ridursi le persone in età lavorativa di 6 milioni di unità nonostante una ipotesi di afflusso netto di 4 milioni di immigrati e che, per contro, vedrà aumentare quelle con età superiore ai 65 anni al 33% della popolazione rispetto al 28% degli altri PM. Eppure il rimedio interno – che non dipende direttamente dalle regole europee – resta quello di spingere l’economia verso il pieno impiego e far aumentare la produttività ma i nostri governanti passati e presenti non riescono a farlo.  

Passando a scenari più o meno ravvicinati Visco dice che: “Da qui al 2030, senza il contributo dell’immigrazione, la popolazione di età compresa tra i 20 e i 64 anni diminuirebbe di 3 milioni e mezzo, calerebbe di ulteriori 7 nei successivi quindici anni. Oggi, per ogni 100 persone ce ne sono 38 con almeno 65 anni; tra venticinque anni ce ne sarebbero 76. Queste prospettive sono rese più preoccupanti dall’incapacità del Paese di attrarre forze di lavoro qualificate dall’estero e dal rischio concreto di continuare anzi a perdere le nostre risorse più qualificate e dinamiche.”

Un Paese altrettanto incapace di attirare investimenti dall’estero e che per altro verso non trova 250 mila lavoratori altamente qualificati.

Nelle sue considerazioni finali Visco cita una massa ingente di dati che, da un lato, consentono di valutare i passi fatti nel decennio del dopo crisi mondiale e, dall’altro, delinea scenari di medio e lungo termine da cui emerge una lezione importante: “è un errore addossare all’Europa le colpe del nostro disagio – direi della nostra crisi profonda; non porta alcun vantaggio e distrae dai problemi reali”. Un’ampia parte delle sue Considerazioni finali è dedicata all’Europa e agli strumenti che si è data e a quelli che dovrebbe darsi per completare l’unione bancaria, per avviare l’integrazione dei mercati dei capitali e, soprattutto, l’Unione di bilancio strumento fondamentale per potere condurre una politica economica idonea almeno ai fini della stabilizzazione macro-economica dei PM che ne hanno bisogno. C’è materia su cui riflettere attentamente ma i nostri due ineffabili Vicepresidenti del Consiglio dalla veduta corta sapranno finirla di sproloquiare individualmente e chiudersi in un seminario riservato con i loro ministri tecnici, confrontarsi seriamente tra di loro per decidere cosa fare dopo le recenti elezioni europee? Lo vedremo nelle prossime settimane.

Vincenzo F. Russo

tratto dal Blog http://enzorusso.blog/2019/06/01/poveri-e-in-declino-storico-senza-un-ravvedimento-operoso-dei-governanti/?fbclid=IwAR3a9fL-DUOygBQ0oACSO8ZrjYPeBMxegraPSGA0_hZJpStwn7Z8OU_bzI