Mese: Mag 2019

Perché non intendo votare PD. di F. Somaini

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Francesco Somaini

Permettetemi qualche breve considerazione sulle prossime elezioni.
La situazione in cui ci troviamo in Italia é pessima, inquietante e pericolosa. L’azione del governo (soprattutto nella componente CInque Stelle) appare il piú delle volte contraddittoria, maldestra e fanfarona, e nella componente dei ministri leghisti quasi sempre odiosa, quando non del tutto raccapricciante. Un quadro fosco dunque, dal quale si stenta oltre tutto a vedere una via d’uscita. Ma, occorrerà pur dire che se ci troviamo in questa pozza di fango, la responsabilità in termini politici ricade in larga misura su chi c’era prima. É stato infatti il PD che, con le sue politiche, ha portato, nel 2018, alla reazione di larga parte degli elettori che ci hanno consegnato a questa strana maggioranza. Ed é stato sempre il PD, con la sua scelta dello stare in disparte con i «pop corn» a costringerci a questo pessimo film, con Salvini nella parte del protagonista. Per certi versi é del tutto comprensibile che sia andata cosí: se infatti un partito che si dice di Sinistra (e che anzi pretende di essere la sola forza di Sinistra) si distingue per mettere in atto politiche di Destra, é chiaro che poi l’elettore non si sa piú raccapezzare, perde i punti di riferimento e reagisce in modo confuso, affidandosi a chi magari promette grandi cambiamenti. Ora, si dirá che oggi il PD non é piú quello di prima, che non c’è piú lo stesso segretario dello scorso anno, e che tutto oggi é diverso. Ma in realtà il «nuovo» PD non ha sconfessato nulla delle scelte della passata stagione. Né ha cambiato atteggiamento rispetto all’insulsa strategia para-aventiniana dei «pop-corn». Tant’é che siamo all’assurdo di avere l’impressione che la piú seria opposizione a questo governo venga in vero… …dal governo stesso. E allora io mi domando: ma se le cose stanno cosí, che senso puó avere un voto al PD se non quello di prolungare questo insensato stato di cose? La verità é che per sperare in uno sblocco del sistema politico italiano, bisogna augurarsi la fine e la disaggregazione del PD: un partito nato male, cresciuto peggio, e che ora ci ha messo tutti quanti nei guai, e promette di fatto di lasciarcici ancora a lungo. Se a Sinistra non nasce qualcosa di nuovo, di credibile e di serio (io oserei dire qualcosa di socialista) da questa situazione non si esce. Ecco perché un voto al PD oggi piú che mai sarebbe un voto mal dato. Mi si dirá: ma che c’entra questo discorso? Queste sono elezioni europee, e qui votando PD si vota di fatto PSE, cioé per i socialisti europei… Giá. Solo che se penso a cosa é oggi il PSE, per certi versi peggio mi sento.

Francesco Somaini

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Impedire al fascismo di avere un futuro! di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

Or la vita degli italiani è appunto tale, senza prospettiva di miglior sorte futura, senza occupazione, senza scopo, e ristretta al solo presente … Or da ciò nasce ai costumi il maggior danno che mai si possa pensare. Come la disperazione, così né più né meno il disprezzo e l’intimo sentimento della vanità della vita, sono i maggiori nemici del bene operare, e autori del male e della immoralità. Nasce da quelle disposizioni la indifferenza profonda, radicata ed efficacissima verso se stessi e verso gli altri, che è la maggior peste de’ costumi, de’ caratteri, e della morale.”  (Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani –  di Giacomo Leopardi del marzo 1824 )

L’analisi leopardiana dell’Italia è spietatamente realistica ( e attuale ), con chiarezza e lucidità  descrive il carattere del popolo e dei suoi costumi. L’Italia che viene descritta, con tutte le sue illusioni, è un paese dove non si dialoga o si discute pacatamente, ma si esercita nello scherno  dell’interlocutore; un paese in cui non si gareggia per l’onestà ( l’etica, la morale !), e da uomini di onore, ma ci si combatte all’ultimo sangue. L’Italia è una terra dove non c’è convivenza civile, ma rivalità incivile; una società in cui si preferisce l’individualità anziché collaborare al bene comune; un paese senza amor patrio,  ( che per Leopardi è un concetto di elevata cultura politica ), dove lo scherno dell’avversario prevale su tutto. Il poeta approfondisce la sua analisi ben al di là dei facili patriottismi ( o sovranismi  ) e delle interessate euforie risorgimentali, fino a cogliere l’assenza di   quei legami interpersonali che fanno di una collettività una «società stretta» e una «società buona», cioè un popolo di «fratelli»,  (un luogo sociale, citando Gilles Deleuze ), in cui sarebbe possibile una morale universalmente valida, fondata non sulla legge (perché è una base poco solida la paura delle pene minacciate da un codice), ma sul senso dell’onore che indurrebbe a fare il bene per meritare il plauso e a fuggire il male per non incorrere nel disonore.

Questo è il paese di cui parla Leopardi, che al presente ci pone di fronte  alla terribile  verità di cui prendere coscienza e che rende attuale questo Discorso sui costumi degli italiani, a due secoli dalla nascita del Poeta. Eppure, diceva, oltre 500 anni orsono, Macchiavelli: «in Italia non manca la materia a cui dare forma: c’è un grande valore del popolo, anche se manca il valore dei capi, tutto dipende dalla debolezza dei capi». «Ognuno crede di saper comandare, non essendoci stato finora nessuno in grado di distinguersi grazie alla capacità politica ed alla fortuna». Macchiavelli è vissuto in un’altra epoca, e tuttavia il suo pensiero è patrimonio della cultura dell’Europa e dell’età moderna ed è stato fatto proprio anche da Lenin e Gramsci, E nondimeno, al di là delle varie  interpretazioni che si possono raccogliere attorno al pensiero di Macchiavelli, vale quanto dallo stesso auspicato, confidare «per l’Italia, un governo capace di sanare le ferite e porre fine ai mali che ricadono sul popolo». Ma ciò che la storia culturale ci ha trasmesso non è divenuto, nell’epoca presente, attualità e rielaborazione politica di tale pensiero. Infatti, durante tutto questo spazio temporale, che ci separa da quei Poeti, l’Italia ed il mondo hanno vissuto imponenti sconvolgimenti, terribili tragedie: nazismo, fascismo e le guerre con milioni di morti. Non dobbiamo, non possiamo, né vogliamo dimenticare, soprattutto in questo presente difficile per il nostro Paese, per il riaffacciarsi sulla scena sociale e politica di movimenti nazisti e di politici con responsabilità di Governo, che  affabulano il popolo ravvivando politiche, simboli e linguaggio che sono  caratteristiche del fascismo.

Ritengo sia possibile indicare una lista di caratteristiche tipiche di quello che vorrei chiamare… il ‘fascismo eterno. È ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: ‘Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane!’. Ahimè, la vita non è così facile. …Il fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo” E’ un  brano tratto da un libretto che risale a 23 anni fa scritto da Umberto Eco, edito da La Nave di Teseo, con una prolusione fatta da Eco durante un seminario rivolto, il 25 aprile 1995, agli studenti americani della Columbia University. Eco ha indicato una direttrice di impegno politico, “il nostro dovere”, precisa nel testo, perché avvertiva come due fenomeni stessero per combinarsi: da una parte l’avanzare di un fascismo non ancora identificabile nel suo spessore e forza organizzativa, che profittava della crisi economica e sociale per occupare spazi e posizioni nelle periferie e nel mondo del precariato; dall’altra, la crisi dei partiti della sinistra e dell’area riformista, la loro disarticolazione e allontanamento dal mondo del lavoro e dalle periferie, con la messa in atto di politiche insufficienti a fronte della crisi economica che distruggeva redditi e posti di lavoro.

La situazione, oggi, è decisamente più critica rispetto al 1995. Questo perchè le forze dell’antifascismo non paiono nella condizione di fronteggiare con la necessaria determinazione e opposizione le politiche e le manifestazioni teatrali inscenate da un Ministro e sostenute dal governo, che costituiscono un vero attacco alla democrazia, al Parlamento, alle libertà dei più deboli ed esclusi, come avvenuto a Casal Bruciato, periferia della Capitale, o accade a quanti tentano di fuggire dalla guerra per una vita migliore e a cui viene negato ogni aiuto, lasciando mano libera ai nazisti di Casa Pound. Non sono segnali, ma concrete, corpose azioni politiche contro cui la sinistra, le forze progressiste e democratiche si devono mobilitare, per rioccupare le periferie dove costruire casematte ( Gramsci ) cioè presidi, sezioni, circoli, per riannodare e ricostruire rapporti con le fasce dei disoccupati, dei precari, degli esclusi; riprendere in mano la politica per la costruzione di un progetto di società in cui l’accoglienza, il lavoro, i giovani, la scuola, l’attenzione verso il mondo dei pensionati siano “il” progetto centrale, portante e il terreno su cui costruire basi più solide per la democrazia e una forza capace di respingere qualsiasi tentazione autoritaria.

Alberto Angeli

“Carta vince carta perde” di M. Zanier

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Marco Foto
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Vi è mai capitato di vedere quei banchetti ai mercatini con uno che da’ le carte, le gira velocemente e vi chiede di partecipare? Il gioco delle 3 carte appunto. In cui chi aspetta di giocare sono i compari sotto falso nome e il giocatore con tre carte in mano è un abilissimo prestigiatore. Mia madre mi diceva di non fermarmi mai a quei banchetti perché avrei perso sicuramente, perché erano già tutti d’accordo in partenza.

Mio padre una volta a Porta Portese mi diede un ceffone perché avevo rallentato il passo per fermarmi a guardare, ed aveva davvero ragione. Mai fermarsi a guardare un gioco in cui le regole non sono chiare, amici miei. Mai partecipare ad un Congresso di partito in cui colui che ha dato le carte fino ad un minuto prima fa finta di essere uno spettatore per lasciarvi partecipare e puntare allegramente.

Può capitare di perdere la testa troppo facilmente per poi ritrovarsi fregati, come nel gioco delle 3 carte. O come in questo nuovo vecchio nuovo, pardon vecchio PSI, in cui come d’incanto lo spettatore Nencini è tornato giocatore ed ha incastrato gli sprovveduti di turno che ancora credevano che senza lottare davvero all’interno le cose si sarebbero messe a posto da sole. Che avremmo avuto di nuovo un partito degno di questo nome ed un programma degno della tradizione socialista. Non può essere così semplice cari compagni, non può essere così scontato. Ed infatti non lo è.

I grandi oppositori di Nencini sono stati messi a tacere con un trucco, la corrente interna maggiormente rappresentativa è stata messa da parte e non ammessa di fatto al Congresso, e carta vince carta perde, eccolo lì di nuovo, fresco a agguerrito come prima: Riccardo Nencini nelle vesti di presidente del “rinnovato” PSI. Colui che ha votato il Jobs Act, tradendo la storia socialista, occultato il simbolo del PSI in ogni sacrosanta elezione e ignorato ogni parere discordante che venisse dalla base degli iscritti. “Venghino venghino signori e signori il vostro nuovo partito vecchio è servito”.

Marco Zanier.