Mese: aprile 2019

Il partito dell’amore. di A. Benzoni

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Alberto Benzoni

Ovvero, lo zingarettismo come fase suprema del veltronismo. 

Dal Pd, come si sa, c’è da aspettarsi di tutto; o, detto in altro modo “di nulla”. Ciò premesso, occorre prendere atto che, nella versione zingarettiana, il Nostro si è superato.
Come arco di forze di riferimento il “da Macron a Tsipras”. Un vero e proprio falso in atto pubblico che mette insieme in una gioiosa macchina di pace il boia e l’impiccato. Come candidati , gli scarti dell’Ulivo ( vedi Pisapia) e gli aspiranti macronisti ( vedi Calenda). Come ideologi di punta, gli esponenti della “via laziale”( vedi Smeriglio). Come segnale dei tempi nuovi, il pellegrinaggio a santa Tav. Sull’Europa, la constatazione, propriamente sconvolgente, del “siamo europei”. Sul resto, nebbia: che è la migliore condizione atmosferica per chi non sa vedere al di là del proprio naso.

Ma tutto questo, ci si dirà, appartiene al mondo materiale, sordido, irrazionale e, per sua natura, limitato e volgare. E, allora, basterà scrollarselo dalle spalle per librarsi nel mondo delle Idee, dei Sentimenti, dei Valori; così da restituire al Pd vocazione e ruolo.

Parlo di quello che risplende dai manifesti a miracol mostrare: che dà lavoro, istruzione e quant’altro fino a identificarsi con la salvezza del pianeta ( come ? con chi ? o, magari, tutto da solo ?) contrapponendosi, gigante solitario, come nei film di fantascienza made in Usa, a chi vuole distruggerlo seminando odio e paura ( Trump ? gli islamisti ? i capitalisti ? la Spectre ? il Governo ? Salvini ? Casaleggio e i 5 Stelle ? ).
Molti i possibili Cattivi. A partire, naturalmente, da quelli più vicini. Quello che è certo che il Pd è, per definizione, il Buono. Ma in un mondo che non esiste.

E qui viene da pensare a Berlusconi e al suo partito dell’Amore. Ma per marcare la profonda differenza tra i due modelli. Il Cavaliere era un pataccaro impenitente spinto dai suoi interessi ma anche dal suo temperamento a ricercare l’amore del suo pubblico e a ricambiarlo. Il Pd porta l’amore, nella sua ventiquattrore, di più nella sua carta d’identità, come certificazione della sua naturale superiorità morale.
Siamo, forse, alla penultima manifestazione del veltronismo. Di quella vera e propria rivoluzione copernicana che, a partire dall’ultimo decennio del secolo scorso, ha portato i comunisti da avanguardia del socialismo a retroguardia del liberismo , sostituendo l’intelligenza con la sensibilità, la realtà con il politicamente corretto e la critica dell’ordine costituito con l’identificazione con il medesimo. Traducendosi, nel concreto e nel corso di decenni in una vera e propria coazione a ripetere che non ammette autocritiche e ripensamenti.

La prossima sarà… Meglio non pensarci.

Alberto Benzoni

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L’indifferenza. di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

L’indifferenza, ci svela David Grossman , “ è il male che si coglie nel comportamento dell’uomo moderno. “La realtà è troppo carica di cose, di tensioni”, afferma lo scrittore.  “Occorre fare ordine e ribellarsi, chiamando le cose con il proprio nome. Per questo uno strumento fondamentale è il linguaggio e la sua trasmissione con lo scritto: più una lingua è ricca di vocaboli e definizioni  e  l’uomo ne valorizza lo scambio, più la società  ne guadagna”. Nel mondo di oggi, secondo Grossman, sono pochi coloro che vivono all’insegna del bene, decidendo di condividere i sentimenti e gli stati d’animo degli altri, mentre molti trovano piacere nel male. “Il male oggi è l’indifferenza, voltare le spalle nei confronti del prossimo. Ritengo – afferma – che non possiamo restare indifferenti di fronte alle tragedie che avvengono nel mondo, come ad esempio ciò che sta succedendo in Siria e Libia.  E’ difficile scegliere di soffrire.” C’è un male che molti di noi tollerano e di cui sono persino colpevoli: l’indifferenza al male, scrive  Abraham Joshua Hesche filosofo Polacco. “Noi restiamo neutrali, imparziali e non siamo facilmente scossi dal male inferto ad altre persone. L’indifferenza al male è più insidiosa del male stesso; è più universale, più contagiosa e più pericolosa. Si tratta di una giustificazione silenziosa che rende possibile un male che erompe come un’eccezione e lo fa diventare la regola, rendendolo così accetto”. Sempre per quanto riguarda la nostra problematica sull’indifferenza, dall’opera Ethica si evince quanto scrive Spinoza ovvero, che l’indifferenza è in sé ignoranza e non può pertanto essere associata alla libertà la quale, come è risaputo, nel sistema spinoziano, coincide essenzialmente con la conoscenza. Ma si potrebbe continuare con Kant, Hegel, Schelling, Nietzsche, Schopenhauer ed altri filosofi dai cui testi si apprende come l’indifferenza al male, alla giustizia e alla morale etica, costituisca un comportamento indegno per l’uomo.

Allora: contro la foto postata dal suo  portavoce Morisi sul social in cui il Ministro dell’Interno Salvini impugna un mitra , accompagnata dalla scritta:” i seguaci del Capitano, sono armati”, con un intento subliminale,  dobbiamo essere indifferenti o indignarci?  Anche riguardo al  provvedimento sblocca cantieri, definito da Raffaele Cantone, Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), norma pericolosa, dobbiamo preoccuparci o essere indifferenti; di fronte ai vari movimenti nazisti, alle continue manifestazioni fasciste di Sindaci, amministratori comunali contro l’ANPI nelle scuole o con prese di posizione contro il 25 aprile, definito un Derby tra fascisti e antifascisti, ecco, su questi accadimenti e su tanto altro che ci viene rivelato dai media, i sindacati CGIL,CISL e UIL, il PD e la sinistra – sinistra non dovrebbero scendere in Piazza a manifestare, a chiedere le dimissioni del Ministro e di tutta la sua accozzaglia? Non dovrebbe intervenire anche il Presidente della Repubblica? quale simbolo unitario dell’antifascismo e depositario dell’eredità antifascista del Paese e della Repubblica Parlamentare, per difendere la quale oggi dovremmo essere in allarme ed occupare tutte le Piazze del Paese.

Questa indifferenza è il male che dobbiamo combattere, mentre intorno a noi il mondo scivola verso il pericolo di nuove guerre disastrose, e se non le guerre sarà il clima che stiamo distruggendo nell’indifferenza dei governanti dei Paesi più inquinanti, mentre una ragazzina, Greta Thunberg, è stata capace di mobilitare milioni di giovani;  indifferenza verso il fenomeno migratorio, dramma delle guerre e del cambiamento climatico, che gli esperti catalogano come un vento catastrofico se non affrontato con politiche di disponibilità all’accoglienza, all’integrazione, ma guardato con indifferenza dai Paesi Europei, e da quelli più ricchi dell’occidente opulento e sfruttatore delle risorse di quelle aree da cui prende corpo il fenomeno.

Una presa di posizione, una manifestazione di questa reazione all’indifferenza scrivendo ad una amica, ad un amico, un passa parola, insomma, è sufficiente a dimostrare che non si è indifferenti, che vogliamo, intendiamo essere presenti, pretendendo che le Istituzioni, i Partiti e le OOS si muovano ora, perché è ora il momento!

Alberto Angeli

Ieri partigiani, oggi antifascisti. di M. Spagnoli

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Michele Spagnoli

Sto partecipando al corteo romano che ogni anno viene organizzato per la Festa della Liberazione e che si concluderà a Porta San Paolo, luogo simbolo della Resistenza cittadina. Le manifestazioni che oggi si terranno in tutta Italia assumono o dovrebbero assumere non solo la forma di celebrazioni di un evento passato, ma anche quella di monito per il presente e per il futuro. Il fascismo come esperienza storica è morto nel 1945, ma le idee alla base di quel fenomeno politico sono sopravvissute e, in un certo senso, si sono evolute. Uno dei caratteri fondamentali della teoria e della pratica del fascismo era la sopraffazione dell’altro, di un nemico che subiva un processo di disumanizzazione.

Anche oggi possiamo purtroppo assistere a dinamiche molto simili. Ad essere disumanizzate sono quelle persone che non fanno parte del branco; quei disperati che, dopo aver subito persecuzioni e violenze ed aver raggiunto una parvenza di salvezza, diventano inconsapevoli e impotenti destinatari di una presunzione di colpevolezza, ritrovandosi con un marchio di criminali difficile da togliere. Il volto istituzionale di questa riedizione del fascismo, abile nella comunicazione, è stato in grado di presentare questa ferocia come “buonsenso”. Contestualmente, quello che di fatto è il buonsenso, nella narrazione oggi di moda, è bollato come “buonismo”, come un modo di pensare ed agire fuori dalla realtà. Si fa finta di non capire che la tanto agognata sicurezza si può raggiungere solo estendendo i diritti, non certo limitandoli. L’attacco al concetto e alla pratica dell’accoglienza è strumentale alla creazione di instabilità sociale. È sullo scontro di tutti contro tutti che le moderne forme di populismo proliferano e si ingrassano.

Chi oggi si vanta di non celebrare la ricorrenza del 25 aprile, chi oggi si può permettere di inneggiare al fascismo, chi oggi può esprimere la sua opinione dissidente sulla Festa della Liberazione, chi può permettersi di compiere una scelta, una qualsiasi scelta, deve ringraziare chi qualche anno fa si è battuto e ha dato la vita per liberare il nostro Paese dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista. Il carattere divisivo della giornata odierna va sottolineato con forza. Buonista sarebbe fare il contrario. Deve essere segnato un solco profondo tra chi sta dalla parte dei diritti e chi vuole una società che discrimina e opprimente.
L’antifascismo di ogni ordine e grado deve urgentemente contrapporre una propria narrazione della società a quella che attualmente si sta rivelando vincente anche se, mi auguro, non maggioritaria.

Sarà forse colpa della mia indole pessimista, ma temo che l’impresa sia molto difficile. A “maltrattare” il ricordo della Resistenza è spesso chi dovrebbe farsene custode. Gli ideali di giustizia e libertà alla base della lotta partigiana sono secondo me a volte usati come scudo per nascondere interessi molto poco nobili. L’utilizzo del “marchio” della Resistenza è insomma in certe occasioni un modo per pulire la propria coscienza, per rifarsi una verginità politica. L’antifascismo, per avere una credibilità nella società, deve guarire dai suoi piccoli grandi mali: ci sono piedistalli da cui scendere e un’etica da ritrovare.

Michele Spagnoli

Gli intellettuali organici, di R. Caputo

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Renato Caputo

Tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia, Gramsci sviluppa un’interpretazione originale del marxismo, il cui perno è la funzione centrale degli intellettuali. A suo parere, infatti, per conquistare il potere politico nel mondo occidentale è necessario esercitare l’egemonia culturale all’interno della società civile. Perciò il partito rivoluzionario deve divenire un intellettuale collettivo.

 

Come è noto, secondo Gramsci, la rivoluzione in occidente può aver successo solo se i subalterni hanno conquistato l’egemonia sulla società civile. D’altra parte, visto che l’ideologia dominante non può che essere quella della classe dominante, conquistare l’egemonia su subalterni e ceti medi a uno a uno rischia di divenire una fatica di Sisifo. Perciò Gramsci, seguendo la tattica dei gesuiti, ritiene indispensabile – per portare a termine vittoriosamente il conflitto delle idee sul piano delle sovrastrutture – mirare a conquistare alla propria causa, in primo luogo, il supporto dei lavoratori della mente, degli intellettuali. In quanto, a causa della ormai millenaria divisione del lavoro, le masse di lavoratori manuali tenderanno a orientarsi sul piano politico e, ancora più, sul piano ideale sulla base delle posizioni e delle indicazioni ricevute dagli intellettuali di riferimento. Una volta, dunque, che si conquisterà l’egemonia sui dirigenti, sarà decisamente più facile portarsi dietro le masse. Questa è, dunque, la via più semplice e rapida per chi intende portare avanti la guerra di logoramento in funzione della conquista dell’egemonia sulla società civile. Proprio perciò, nelle differenti tematiche affrontare da Gramsci nei Quaderni del carcere, centrale e costantemente ricorrente è proprio la riflessione sulla questione degli intellettuali, sul loro ruolo, sulla loro funzione storica e sociale etc.

Gli intellettuali organici

Per Gramsci vi sono due tipologie fondamentali di intellettuali, quelli preposti a dirigere direttamente i lavoratori manuali, che vengono perciò definiti intellettuali organici e quelli che tendono a svolgere una funzione di direzione indiretta, che sono perciò definiti intellettuali tradizionali, ossia nel senso tradizionale del termine fondato sulla contrapposizione fra lavoratori della mente e lavoratori manuali.

Gli intellettuali, evidentemente, non possono essere considerati, a prescindere dal loro modo di immaginarsi, come un gruppo sociale assestante o come un insieme di individui che si pongono al di fuori o al di sopra dei conflitti fra classi sociali con interessi necessariamente antagonisti. Sostanzialmente gli intellettuali tradizionali sono in generale espressione della classe dominante in quanto, in primo luogo, possono permettersi un livello e una durata di formazione tale da divenire intellettuali professionisti solo coloro che hanno generalmente alle spalle una famiglia che gli consente di conseguire questo elevato livello di specializzazione della propria forza-lavoro. Gli intellettuali provengono, quindi, generalmente dal blocco sociale dominante, anche se possono essere selezionati fra i membri migliori e più promettenti dei ceti subalterni, essenzialmente se si dimostrano disponibili a rompere i ponti con la propria classe di provenienza per divenire funzionali agli obiettivi conservatori della classe dominante. Per questo motivo non è certo facile conquistare gli intellettuali alla causa dei subalterni. I primi, provenienti dalla borghesia, tradendo la loro classe, dovrebbero operare in contrasto con il mantenimento dei propri privilegi, cosa alquanto rara, mentre i secondi – proveniente dai ceti subalterni – dovrebbero rinunciare generalmente alla carriera di lavoratori della mente, ossia a divenire intellettuali a tempo pieno, di professione.

Dunque, le avanguardie dei subalterni sono generalmente in grado di conquistare alla loro causa quella componente degli intellettuali tradizionali che non riesce ad affermarsi, a far carriera, che spesso vive una condizione di precarietà. Costoro più facilmente accettano di passare a svolgere un ruolo dirigenziale nei sindacati e nei partiti della sinistra. In tal modo, visto che generalmente i subalterni non hanno modo di divenire intellettuali, i loro partiti e sindacati sono solitamente diretti da intellettuali tradizionali transfughi dalle classi dominanti. Dunque, costoro, cui generalmente non è pienamente riconosciuto il ruolo di intellettuale dalle classi dominanti, cercano di emergere divenendo dirigenti delle classi subalterne.

D’altra parte, però, come non si stanca di denunciare Gramsci, ogni volta che storicamente lo scontro di classe si è acutizzato, ogni volta che si tratta di uscire dalle trincee della battaglia delle idee e rischiare la vita in uno scontro in campo aperto cosa hanno fatto la massima parte di questi intellettuali? In primo luogo hanno fatto di tutto per posticipare il momento dello scontro in campo aperto, facendo così generalmente perdere ai subalterni il momento decisivo in cui era possibile rovesciare le sorti del conflitto, consentendo alle classi dominanti di riorganizzarsi, superando i momenti di crisi. Quando sono stati, comunque, costretti dagli eventi a doversi battere in una guerra di movimento gli intellettuali tradizionali, divenuti dirigenti delle organizzazioni dei subalterni, per paura di perdere i propri privilegi sono generalmente ritornati nelle fila della classe di provenienza, ovvero hanno tradito i subalterni lasciandoli, nel momento decisivo dello scontro, privi di una direzione consapevole.

Questo fenomeno – per cui così spesso nel corso della storia i dirigenti delle organizzazioni dei subalterni tendono a passare, quando lo scontro si fa duro, dalla parte dei ceti dominanti, da cui in massima parte provengono – è un aspetto particolare, per quanto importante, del più generale fenomeno del trasformismo tipico dei regimi parlamentari liberal-democratici fondati sulla delega della sovranità, della funzione politica a una casta più o meno chiusa di politicanti di professione o aspiranti a divenirlo. Tale fenomeno è particolarmente diffuso nella politica parlamentare italiana.

Quindi, nelle fasi decisive del conflitto sociale, la classe dominante riuscirà generalmente a corrompere e a portare a fare i propri interessi i dirigenti delle classi subalterne, ossia quelli che vengono generalmente definiti gli intellettuali di sinistra. Per tale motivo, mostra Gramsci, l’unico modo per non ripetere gli errori del passato, che hanno condotto a catastrofiche sconfitte le classi subalterne – nel momento cruciale improvvisamente private della indispensabile direzione consapevole – è indispensabile aver formato degli intellettuali di nuovo tipo, organici alle classi subalterne. Anche perché negli intellettuali tradizionali di sinistra, che occupano ruoli dirigenziali nelle classi subalterne, è generalmente presente ab origine un elemento opportunista, che facilita nel momento decisivo il fare il voltagabbana.

Gli intellettuali tradizionali che si convincono a dirigere i subalterni, come abbiamo visto, sono generalmente quelli intellettuali che non hanno avuto successo, che non sono riusciti ad affermarsi, quando avevano tentato di svolgere la funzione di intellettuale nel modo tradizionale. Al contrario, gli intellettuali organici al proletariato sono per definizione proletari essi stessi, anche se svolgono ruoli direttivi fra i subalterni. Si tratta, quindi, in massima parte, di intellettuali provenienti delle fila dei ceti subalterni, che spesso come Gramsci hanno rinunciato a essere molecolarmente cooptati come intellettuali tradizionali nella classe dominante. Come è noto, infatti, Gramsci pur essendo molto povero, grazie a uno straordinario sforzo di volontà era divenuto uno studente geniale, tanto che il suo professore universitario intendeva cooptarlo nella carriera universitaria. Ciò nonostante Gramsci, nel momento in cui comprende di poter operare come intellettuale organico alle classi subalterne, non ha esitazioni, abbandona per sempre l’università, senza nemmeno laurearsi, e rinuncia spontaneamente a divenire, come aveva sempre sognato – dopo aver fatto un lavoro enorme per rendere reale tale obiettivo – un intellettuale nel senso tradizionale del termine, con un posto fisso di rilievo nelle istituzioni culturali dello Stato borghese.

Qual è, infine, la differenza fra l’intellettuale organico alla borghesia e l’intellettuale organico al proletariato? Il primo è, ad esempio, l’ingegnere, il manager che svolge una funzione dirigenziale nella società civile al servizio del capitale, generalmente operando per massimizzare lo sfruttamento della forza-lavoro. Al contrario l’intellettuale organico alla classi proletarie è o il proletario, generalmente autodidatta, che comincia ad assumere ruoli dirigenziale nella propria classe nel corso delle lotte, oppure, come nel caso di Gramsci – secondo il modello ideato e praticato dalla componente bolscevica del partito operaio socialdemocratico russo capeggiato da Lenin – è il rivoluzionario di professione. Quest’ultimo è l’intellettuale che, rinunciando spontaneamente per sempre a fare carriera come intellettuale organico alla borghesia o intellettuale tradizionale, si afferma come intellettuale organico al proletariato mediante la sua capacità di dare direzione consapevole alla lotta di classe condotta spontaneamentein primis, dalla classe operaia.

Il moderno principe

Anche questo nuovo tipo di intellettuale che ha in mente Gramsci – sempre sulla scia di Lenin – non può mai ragionare od operare in modo individualistico, in quanto per definizione deve essere organico al proletariato, ovvero deve essere un’avanguardia riconosciuta almeno dalla componente più consapevole del proletariato. Inoltre, non potrà fare una tranquilla carriera come intellettuale di professione. Il nemico di classe, pur di salvaguardare i propri profitti, infatti, farà di tutto per toglierlo di mezzo o per metterlo in condizione di non nuocere. Proprio per questo l’intellettuale organico – inteso nella sua forma più alta come rivoluzionario di professione – deve avere un solo obiettivo, deve essere animato, sostiene Gramsci, da un’unica grande ambizione: la conquista del potere. Questo è l’obiettivo fondamentale, il fine ultimo dell’intellettuale organico rivoluzionario. Per realizzare questa grande ambizione c’è bisogno, evidentemente, di uno strumento adeguato.

Per comprendere tale strumento Gramsci sente il bisogno di risalire all’origine filosofica di questa decisiva questione, confrontandosi con il più grande esponente della filosofia politica italiana: Niccolò Machiavelli. Quest’ultimo è stato anche il primo a indagare scientificamente l’obiettivo che più premeva a Gramsci, ossia la questione della conquista del potere per fondare un nuovo tipo di Stato, più moderno e giusto. Gramsci, dunque, si confronta con quel capolavoro di filosofia politica, che è anche considerato il testo fondativo della scienza politica, quanto meno moderna, ovvero Il Principe.

Lo sforzo di Gramsci è naturalmente quello di ripensare nel contesto a lui attuale e, più in generale, in relazione alla Rivoluzione in occidente, quanto aveva teorizzato Machiavelli in relazione alla necessità di conquistare il potere politico nel Cinquecento per unificare il paese, liberarlo dal dominio dello straniero e farne uno Stato moderno in prospettiva repubblicano, democratico diremmo noi oggi. Proprio perciò, Gramsci intitola le sue riflessioni sul soggetto necessario a portare a termine la Rivoluzione in occidente Il moderno Principe.

Nel mondo moderno in cui, come abbiamo visto, si è sviluppata un’ampia società civile – un mondo, quindi, decisamente più complesso di quello che aveva dinanzi Machiavelli – il protagonista della conquista del potere non può più essere, come nel caso de Il Principe, un soggetto individuale, un grande condottiero, ma deve necessariamente divenire un soggetto collettivo, un partito, un collettivo politico. Questo partito o collettivo politico deve essere anche un intellettuale collettivo, in quanto deve essere in grado di elaborare, certo sulla base dei classici, una visione complessiva del mondo autonoma e antagonista a quella dominante, generalmente espressione del blocco sociale dominante. Tale obiettivo è indispensabile anche perché, in mancanza di questa visione del mondo autonoma e rivoluzionaria, non sarà nemmeno possibile formare gli intellettuali di nuovo tipo, organici al proletariato, i rivoluzionari di professione che dovranno costituire il gruppo dirigente del moderno principe.

Renato Caputo

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L’articolo è stato pubblicato da La Città Futura col link

https://www.lacittafutura.it/unigramsci/gli-intellettuali-organici?fbclid=IwAR1kwiZYfgk6HepQrPQwgxdf3Svnw7YSzhJEoHAExVI7dTDmf5WosTYw9lA

Torre Maura: la barbarie e la vergogna. di A. Benzoni

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Alberto Benzoni

A Torre Maura è stato superato il limite che separa la civiltà dalla barbarie. A Torre Maura pochi delinquenti (fascisti in quanto delinquenti e non viceversa) hanno, calpestato, sotto gli occhi di qualche decina di persone, panini destinati ai rom alloggiati (?!) lì vicino; limitandosi, bontà loro, il giorno dopo, a impedirne la distribuzione.

Chi calpesta il pane, a parere mio, è una bestia. Una bestia che, se la fa franca, sarà disposta domani a fare qualsiasi altra cosa. Da che mondo è mondo le cose sono sempre andate così: varchi una soglia, violi le regole della normale convivenza tra gli uomini e i popoli, ti guardi intorno, vedi che nessuno reagisce e vai oltre e oltre e oltre.

E qui, nessuno ha reagito. Non la popolazione di Torre Maura che probabilmente sarebbe stata in maggioranza dalla parte di Simone. Non il comune e i partiti che avrebbero coinvolgerla e farvi appello misurandosi, come sarebbe stato giusto fare, anche con i suoi problemi, ivi compresi quelli legati agli insediamenti rom. Con il risultato grottesco di trasformare un ragazzo di puro e semplice buon senso umano in un’icona. In tempi normali sarebbero stati presenti tutti, comune, sindacati, partiti: per chiarire, discutere, individuare soluzioni, isolando così, agli occhi degli stessi cittadini i delinquenti e i seminatori d’odio.

E invece no. Nulla di tutto questo.

Una giunta e una sindaca dall’incapacità patetica. Fieramente antifascisti nei giorni pari; complice delle loro “buone ragioni” nel vorticoso sballottamento dei rom da una parte all’altra della città nella vana attesa di qualcuno che sia disposto ad accoglierli.

Una sinistra totalmente rinunciataria: idealmente, culturalmente, politicamente. Nei suoi schemini non ci sono i barbari e quelli che, qualsiasi opinione abbiano sui rom o, più esattamente, sui loro insediamenti, barbari non sono e che vanno chiamati a raccolta in una grande manifestazione cittadina; ci sono i fascisti e gli antifascisti. E allora ecco la manifestazione antifascista: Anpi, Cgil e associazioni varie. Perché solo loro? “Perché quelli sono la società civile e noi siamo i partiti”. No comment.

Ci hanno spiegato, che con l’Anpi e la Cgil “c’era più gente”. E quindi la sinistra unita ha battuto per uno a zero Forza Nuova e Casa Pound. Grande risultato; che però ci si dice, non è detto che si verifichi altrove.

E poi, i “dibattiti” e le dichiarazioni ve li raccomando. Partono tutti dalla convinzione, mai però formalmente esplicitata, che la “partita delle periferie” sia persa. A vantaggio della destra e degli inquinatori dei pozzi. Dividendosi però poi tra quanti inveiscono, più o meno apertamente contro i nuovi barbari e i loro seguaci e quanti si battono il petto per aver perso (verrebbe da chiedere “come mai”?; ma è meglio non disturbare i sofferenti…) il rapporto con il popolo.

Eppure la battaglia contro la barbarie che avanza non è persa. E, come sempre accade quando un limite è superato ci saranno quelli che la riprenderanno in mano. Così è sempre successo nella storia; in questo senso, questa denuncia va letta come un piccolo appello.

Alberto Benzoni

Maggior welfare per le famiglie. di M. Chiumarulo

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marco chiomarulo

Domenica 31 marzo 2019 si sono conclusi i lavori del Congresso Mondiale delle Famiglie. Al di là delle polemiche che sono state suscitate dai temi in discussione, ci sono due pericolosi messaggi che sono stati lanciati da quel palco: in primo luogo è stato detto che la crisi attuale delle famiglie è scaturita dalla posizione della donna all’interno della società e della famiglia stessa; in secondo luogo si è ribadito che l’unica tipologia possibile di famiglia è quella “naturale”.

Per quanto riguarda la seconda affermazione ritengo che non esista una sola tipologia di famiglia, in quanto, secondo me, la definizione di famiglia è soggettiva perché connaturata a chi ritiene di farne parte e, soprattutto, appartiene alla sfera personale ed emotiva di ognuno di noi. Inoltre, penso che la definizione di famiglia data dall’articolo 29 della costituzione (“La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.”) sia da considerarsi superata e che debba essere oggetto di revisione costituzione affinché diventi attuale e coerente con le leggi che riconosco maggiori diritti alle unioni civili (Legge c.d. Cirinnà). Soprattutto, penso che riconoscere i diritti alle famiglie arcobaleno non tolga nulla alla cosiddetta “famiglia tradizionale”.

L’argomento che cercherò di trattare in questo articolo, invece, riguarda la prima affermazione di cui sopra, e cioè che la “famiglia tradizionale” e la natalità siano messe in crisi dalla posizione della donna nella società e soprattutto nella famiglia. Questa affermazione oltre che esser falsa è soprattutto utile a nascondere i veri motivi della crisi: cioè, la diminuzione delle risorse necessarie a garantire il welfare familiare; la mancanza di stabilità,  di opportunità e di uguaglianza del lavoro femminile rispetto a quello maschile. Tali motivi, oltre ad essere la realtà dei fatti, sono stati dimostrati dai numeri e dalle statistiche che descrivono la nostra società e che proverò mostrarvi.

I numeri alla mano

1) Posti disponibili negli asili nido 

Stando ai dati Istat dell’ultima rilevazione relativa all’anno scolastico 2016/2017, le strutture pubbliche e private presenti sul territorio italiano sono in grado di accogliere solo il 24% (cioè 1 bambino su 4) dei bambini sotto i tre anni, inoltre, questo dato è ben lontano dall’obiettivo europeo, che chiede ai Paesi membri che nei nidi ci sia spazio almeno per un terzo della popolazione di riferimento.

Lo studio ci dice anche che a parità di popolazione, nelle regioni del Nord ci sono più posti disponibili negli asili. Valga, su tutti, il confronto tra le province di Milano e Napoli. Nella prima i residenti under 2 al 1 gennaio 2016 erano 83mila, contro i poco meno di 87mila della seconda. Eppure nel capoluogo lombardo i posti disponibili negli asili erano 15mila, contro gli appena 2mila del capoluogo campano. Altri esempi sono i seguenti: la provincia di Roma, ad esempio, è capace di accogliere negli asili nido del territorio poco meno del 20% dei bambini di età inferiore ai due anni. In generale, il record positivo spetta a Gorizia, che ha spazio per il 29,7% dei bambini. Mentre la prestazione peggiore si registra a Caserta, dove i nidi garantiscono un posto ad appena lo 0,3% della popolazione di età inferiore ai 2 anni.

Per quanto riguarda, invece il costo scaricato sulle famiglie, lo studio ci dice che in generale le maggiori percentuali di costi scaricati sulle famiglie si registrano nei territori nei quali è anche più alta l’offerta di posti disponibili. Mentre in quelle province in cui l’offerta è minore è anche più bassa la somma a carico delle famiglie.

2) Spesa mensile delle famiglie per la sanità

Secondo le recenti elaborazioni su dati Istat presenti nel Rapporto OASI 2018, una famiglia con un reddito basso in Italia spende in media ogni mese per la propria salute un decimo di quanto spende una famiglia appartenente al gruppo di reddito maggiore: 25 euro contro 254 euro, fra medicinali, cure dentistiche, dispositivi biomedicali e assistenza. I dati, quindi, ci dicono che più cresce il reddito delle famiglie meno queste spendono in proporzione per i medicinali.

Inoltre, la metà delle famiglie appartenenti al primo gruppo risiede nelle regioni del Sud, quasi un componente su cinque è disoccupato e tre su quattro non hanno un diploma.

3) La forza lavoro a livello familiare

Con buona pace delle lotte per l’emancipazione femminile, i numeri Istat relativi alle rilevazioni delle forze di lavoro a livello familiare per il 2016, ci raccontano che in Italia sono ancora le donne ad occuparsi dei figli, e se in una coppia c’è qualcuno che deve lasciare il lavoro per prendersi cura dei bambini, tocca più spesso a lei che a lui.

Il primo dato che permette di comprendere come stiano le cose è quello legato al tasso di disoccupazione, suddiviso per genere, all’interno delle coppie con figli: il tasso di disoccupazione femminile è decisamente superiore a quello maschile nelle coppie tra i 25 ed i 34 anni con figli, e certamente su questi numeri incide anche il dato relativo alla disoccupazione giovanile.

Il secondo dato, invece, è quello relativo alla tipologia di occupazione: più della metà delle coppie tra i 25 ed i 34 anni in cui l’uomo ha un lavoro ha tempo pieno e non ci sono figli vedono anche la donna pienamente occupata. Se però c’è almeno un bambino, la percentuale scende ad una su quattro. Mentre poco meno del 47% delle coppie con figli in cui il papà lavora vedono la mamma uscire dal mercato del lavoro. Molto probabilmente per prendersi cura del piccolo.

4) Il Gender pay Gap

L’OCSE  ha pubblicato i dati più recenti intorno al problema del Gender wage Gap, la differenza salariale fra uomini e donne. L’Italia si è collocata in una posizione apparentemente buona, con un gap nella retribuzione oraria del 5,6%. Ma limitarsi a sintetizzare una situazione così articolata con un unico numero è uno sguardo parziale.

Questo 5,6% medio non descrive affatto la situazione che vive la maggior parte delle donne: anzitutto, il dato OCSE riguarda solamente i lavoratori full time, mentre sappiamo che quattro donne su dieci oggi lavorano part-time (dato Istat). In secondo luogo misurare il gender pay gap unicamente sulla retribuzione oraria è una visione parziale del problema, che non considera appunto la disoccupazione femminile, part-time incluso, e le differenze fra settore pubblico e privato.

Conclusioni

Di questi argomenti naturalmente nel Congresso non si è parlato, invece è proprio cercando di risolvere questi problemi e di colmare queste lacune che si riesce a fermare la crisi che le famiglie stanno vivendo.

Bisogna perciò aumentare le risorse nel welfare a disposizione delle famiglie e soprattutto c’è la necessità di riformare la normativa relativa al lavoro femminile.

Marco Chiumarulo