Mese: gennaio 2019

I primi 6 mesi del Governo Conte: un Parlamento privato dei suoi poteri. di M. Chiumarulo

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marco chiomarulo

Il primo giugno del 2018 prestava giuramento il governo Conte; oggi, dopo più di 6 mesi e dopo l’approvazione della manovra di bilancio e dei suoi collegati (“reddito di cittadinanza” e “quota cento”), è possibile fare un primo bilancio dell’attività del governo a Palazzo Chigi e nel parlamento, ciò è stato fatto nell’analisi di Openpolis in collaborazione con Agi, i quali confrontano l’attività del Governo, con l’attività svolta nei primi sei mesi dei tre governi della scorsa legislatura (Letta, Renzi e Gentiloni), soprattutto con l’attività svolta dal governo Letta, molto simile dal punto di vista delle coalizioni (Forza Italia e Partito Democratico) ma con differenze dal punto di vista dell’attività svolta.

Da governo del “cambiamento” al governo degli “esordienti”

Se da una parte questo governo ha fatto della parola “cambiamento” il proprio mantra, dall’altra parte non si può negare il ricambio politico avvenuto nel governo: per circa il 90% dei ministri è la prima volta che ricoprono un incarico del genere, la percentuale più alta mai registrata da un governo politico nel nostro paese.  Inoltre più del 30% dei presidenti di commissione, tutti appartenenti alla maggioranza, sono al primo mandato in parlamento.

Non si è trattato di solo ricambio politico, ma anche generazionale se consideriamo che l’età media del governo e del parlamento sono tra le più basse mai registrate.

Il problema di per sé non è il ricambio avvenuto con questo governo, quanto il fatto che ciò abbia caratterizzato profondamente la qualità dell’attività di governo.

Le poche proposte nei primi 100 giorni

Di solito i primi 100 giorni di vita di un governo hanno rappresentato il momento per presentare le proposte politiche e le riforme simbolo; per il governo Conte, invece, la storia è stata molto diversa: si è assistito ad un inizio a rilento dovuto soprattutto alla necessità di stabilizzare una maggioranza nuova, dal punto di vista politico, e debole, dal punto di vista numerico, soprattutto al senato; infatti, questa è sembrata una lunga fase di studio e di assestamento tra le due forze politiche.

I punti programmatici sviluppati in disegni di legge sono stati pochi. Le poche proposte politiche che sono state deliberate dal consiglio dei ministri hanno avuto una genesi particolarmente lenta e poco trasparente. Una volta giunti all’attenzione di camera e senato i decreti legge hanno monopolizzato la produzione legislativa dell’aula e l’apporto dei singoli parlamentari è stato minimo, infatti, sono stati pochi gli emendamenti approvati sui decreti del governo, e la maggioranza dei disegni di legge di iniziativa parlamentare sono ancora fermi.

Nonostante nasca per affrontare situazioni eccezionali e di emergenza, il “decreto legge” è diventato il principale strumento legislativo, il quale viene sempre più utilizzato per implementare l’agenda di governo.

I dati raccolti da Openpolis raccontano esattamente questa dinamica: dei 21 provvedimenti deliberati nei primi sei mesi 11 sono stati decreti legge mentre 10 sono stati disegni di legge; mentre per il governo Letta su 31 provvedimenti, 15 erano decreti legge e 16 erano disegni di legge.

Il contenuto delle proposte

Oltre i numeri, necessari per capire la situazione dell’azione di governo, bisogna osservare anche la “qualità” dei provvedimenti deliberati.

Degli 11 decreti legge solo 6 rientrano pienamente in una definizione costituzionale dello strumento, cioè che vanno ad affrontare situazioni straordinarie ed eccezionali (decreto per il funzionamento del tribunale di Bari, quello per il riordino dei ministeri, decreto Genova, decreto per le navi alla Libia, e il decreto per la fatturazione elettronica dei benzinai); inoltre, come da prassi ormai, è stato presentato il decreto “milleproroghe”, il quale non rappresenta a pieno la definizione costituzionale di decreto legge. I restanti decreti, invece, sono stati utilizzati per avanzare delle specifiche proposte politiche: il decreto dignità, il decreto sicurezza e immigrazione e il decreto fiscale (collegato alla Legge di bilancio).

Per quanto riguarda, invece, i disegni di legge i più corposi sono stati il cosiddetto “anti-corruzione” (ancora da approvare) e la Legge di bilancio.

Al governo Conte è stato criticato dal Comitato per la legislazione (il 9 ottobre 2018) l’eccessivo intervallo di tempo che generalmente intercorre tra la deliberazione dei decreti legge in consiglio dei ministri, e la loro effettiva entrata in vigore con la presentazione definitiva del testo e pubblicazione in gazzetta ufficiale.

Tutto ciò è problematico soprattutto per la poca trasparenza e chiarezza di questi processi, in quanto, il decreto legge nasce come strumento eccezionale, che per definizione ridimensiona il ruolo del parlamento.

Le leggi approvate

Da inizio legislatura sono state approvate 19 leggi, di cui 79% sono di iniziativa governativa; questo dato della produzione legislativa è il più basso tra i 4 governi presi in considerazione: rispettivamente i governi Renzi e Gentiloni nei primi 6 mesi avevano approvato circa 50 leggi, mentre il governo Letta ne aveva approvate 26.

Inoltre quasi il 64% dei testi approvati dall’attuale parlamento sono conversioni di decreti legge, infatti, dal 2013 ad oggi si tratta della percentuale più alta.

Per capire quanto la produzione legislativa sia monopolizzata dall’azione di governo, basta analizzare il numero degli emendamenti approvati nella trattazione parlamentare dei decreti legge del governo; bene, per quanto riguarda il governo Conte la media di emendamenti approvati sui decreti del governo è di 44 , mentre per il governo Letta nei primi sei mesi era di 128.

Un altro strumento è rappresentato dalle proposte dei parlamentari: da inizio legislatura sono state depositate 2.326 proposte di iniziativa parlamentare, di cui oltre 2.200 hanno un iter non concluso, non essendo state approvate o ritirate. Se nei primi 6 mesi del governo Letta il 77% dei provvedimenti di iniziativa parlamentare erano già stati assegnati alla commissione competente, per il governo Conte la percentuale scende al 59%.

Appare evidente che sia la produzione legislativa, che l’attività quotidiana in parlamento, sono state completamente in mano al governo, e hanno lasciato ben poco spazio a deputati e senatori.

Il rapporto tra leggi approvate e voti di fiducia 

Nei primi 6 mesi il governo Conte ha posto la fiducia per 6 volte su disegni di legge in discussione. Se da una parte in numero assoluto i voti di fiducia sono stati di meno a confronto con i governi Renzi e Gentiloni; dall’altra parte però il dato da tenere in considerazione è il rapporto che mette in relazione il numero di questioni di fiducia, con il numero di leggi approvate in parlamento. Da questo punto di vista, considerato il limitato numero di leggi approvate dal parlamento, il rapporto per il governo Conte è molto alto: il 32%. Quindi, oltre il 30% delle leggi approvate ha necessitato della fiducia per completare il proprio iter.

Conclusioni

Se nelle intenzioni della maggioranza c’era quella di rimettere il parlamento al centro delle dinamiche legislative, certamente quello che sta avvenendo va nella direzione opposta. Infatti, ciò si è verificato in entrambe i rami del parlamento con l’approvazione della Legge di bilancio, dove per la prima volta nella storia repubblicana non è stato possibile discutere neanche un articolo della legge per il contingentamento dei tempi.

“L’azione dell’esecutivo Conte è stata timida, contorta e soprattutto governo-centrica, con il parlamento messo in secondo piano”.

Marco Chiumarulo