Mese: novembre 2018

Axel Honneth, l’idea del socialismo. di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

Axel  Honneth,  filosofo e Direttore dell’Istituto per le ricerche sociali di Francoforte sul Meno, con il suo ultimo lavoro: “ L’Idea di socialismo. Un sogno necessario” ha inteso tracciare una storia concettuale dell’idea di socialismo e immaginarne una riattualizzazione in senso democratico. Questo lavoro vuole anche essere, come afferma a pag. 10 il filosofo, una riflessione correlata alla ricezione del voluminoso studio  “Il diritto della libertà”, oggetto di numerose discussioni  suscitate dal testo in merito al suo  “approccio metodologico all’orizzonte normativo della modernità, che tradirebbe chiaramente l’intenzione di non voler più aderire alla prospettiva critica  di una trasformazione dell’ordine sociale dato”.

Il saggio si apre con una riflessione  empirica obiettiva: la società contemporanea  è totalmente funzionale alla soddisfazione dell’imperativo del profitto,  la quale manifesta sempre più acutamente un malessere originato dal progressivo e persistente imbarbarimento delle dinamiche lavorative e relazionali. Nonostante questa incontrovertibile realtà, descritta e sostenuta da importanti studi sociologici e politici, allo stato presente  essa si trova sprovvista di orizzonti normativi e politici che siano in grado di organizzare e indirizzare l’indignazione e tradurla in azioni trasformative  realizzabili  e concrete.

Proprio il socialismo viene rivalutato da Honneth,  poiché  ritenuto ancora capace di dare contenuto a tali orizzonti normativi e alimentare la necessaria  aspirazione universale a favore di  una società più giusta. Un obiettivo  possibile se e in quanto se ne analizzino, ancora una volta, le condizioni originarie,  riflettendo con la dovuta profondità sui limiti  culturali e metodologici che  hanno caratterizzato  il vecchio modo di considerare il ruolo del socialismo, oggi non più corrispondente al modello economico e sociale consolidatosi in questo XXI secolo,  ad avviso dell’autore, anche  per la diversa e travolgente forza del capitalismo globalizzato e finanziarizzato.  Per lui, quindi, si deve pensare ad un socialismo che si ponga il   fine di  tradure la sua funzione politica  in pratiche universalizzabili e al contempo contestualizzabili.

L’indicazione offerta dal lavoro di Honneth con il fine   di raggiungere l’obiettivo di una riattualizzazione del socialismo, il percorso che egli indica si muove su più livelli:  una prima parte, o  livello, è il percorso storico che  l’autore segue, è l’analisi della rivoluzione francese  ed il suo superamento nella prospettiva di  pervenire alla realizzazione della libertà sociale, su cui ricostruire il legame originario tra socialismo e industrialismo; per la parte del secondo livello,  Honneth immagina almeno due diversi percorsi rispetto all’idea originaria di socialismo, convinto che per questa  strada possa  essere utilizzarlo nuovamente e più praticamente come orizzonte normativo. Il primo di questi indirizzi consiste nell’abbandono di una inflessibilità ideologica, che ha influenzato e alterato le pratiche sociali, peraltro  spesso assoggettate a un modello unico, quando non poco aderente alle reali possibilità trasformative della società, che ne hanno condizionato il metodo con conseguenze   che lo stesso autore definisce come «sperimentalismo storico». E’ evidente come questa seconda indicazione  implichi  un  ripensamento del legame tra socialismo e democrazia e una testimonianza della necessità che tali ambiti concettuali e pratiche politiche si contaminino e camminino insieme. ( introduzione  da pag. 15 – e seguenti )

Per Honneth  la storia ci consegna una  relazione tra esperienza  del  vissuto rivoluzionario e la funzione del socialismo che si divarica, per il fatto  che il socialismo ha rappresentato  il  tentativo di realizzare la fraternità universale, mirando a superare  un’interpretazione liberale della libertà e le contraddizioni che, ad avviso dei primi teorici del socialismo, essa innesca se fatta interagire con il concetto di fraternità: «la contraddizione concerne il fatto che la realizzazione dell’obiettivo normativo della fraternità – cioè l’essere solidali l’uno-per-l’altro – non è perseguibile perché l’altro obiettivo, quello della libertà, è concepito esclusivamente per mezzo della categoria di un egoismo privato, qual è riflesso nei rapporti di concorrenza del mercato capitalistico» ( pp. 25-26).  La rilevazione di tale contraddizione, tra fraternità e libertà,  comporta un ripensamento, una rielaborazione del socialismo nella prospettiva della realizzazione di una libertà sociale; si tratta di una espressione  a cui l’autore ricorre sovente nel corso del testo, con la quale precisa come la solidarietà reciproca, anche nella soddisfazione dei bisogni e nell’economia, non confligga con la libertà, ma caso mai,  nell’idea datane da Hegel, possa inglobarla e realizzarne una versione migliore.

Per Honneth bisogna partire dalla domanda trasformatrice della società, comunque si presenti,  come sollecitazione alla realizzazione di relazioni improntate alla giustizia, ( qui  si ritrova il richiamo a  John Rawls e alla teoria della giustizia come equità ), che indica come  il «guscio concettuale» del socialismo originario, che prevede secondo Honneth i seguenti assunti, sui quali riflettere: «la sfera economica quale centrale e invero unico campo delle lotte per una forma di libertà appropriata, il legame riflessivo a una forza di opposizione già presente in questa stessa sfera, e infine l’aspettativa di filosofia della storia nell’imminente e necessaria vittoria del movimento di opposizione esistente» ( p. 48 in poi ).

Vediamo: il primo punto, secondo Honneth,  implica un’assolutizzazione della sfera economica a scapito almeno di quella istituzionale e politica,  che si presenta quindi come funzionale al capitalismo, tale che ha accompagnato comportamenti  e situazioni  che hanno indotto ad  ignorare, quando non ad ostacolare, qualsiasi azione tesa a concretizzare le possibilità di trasformazione dell’esistente agendo sulle istituzioni e sui diritti; il secondo punto,  decifra il doppio legame che tiene insieme socialismo e capitalismo nella forme che sono andate evolvendosi con  lo sviluppo dell’industria, cosicché la rivoluzione del proletariato non può che realizzarsi dentro un’epoca che si connota e identifica con il sistema industriale globalizzato; infine, il terzo punto,  dà conto di un determinismo che si è rivelato poco aderente allo svolgersi delle dinamiche sociali e storiche,  per il fatto che non sono confermate né tanto meno adattabili all’ oggi le profezie marxiane legate alla scomparsa del capitalismo per le sue stesse contraddizioni interne. Honneth si avvale di questo ultimo punto per  evidenziare come il socialismo originario aderisca in origine al mito del progresso, spingendosi a indicare nella tecnologia uno strumento di miglioramento delle condizioni sociali e lavorative del proletariato.

I tre punti , considerati nella loro inattualità e inservibilità, quindi inadattabili al panorama politico e industriale contemporaneo,  Honneth li propone come un modello di socialismo non al servizio di un’economia industriale, un socialismo non contrario a quanto possa pervenire dalla carica trasformativa degli ambiti delle relazioni personali e di quelle istituzionali o politiche;  e, soprattutto, che  non  si lasci irretire dalla fede incrollabile nel progresso, esaltandone le prospettive,  poiché si rileverebbe malamente inteso come una necessità storica che garantirebbe il successo della rivoluzione proletaria. Un socialismo  non al servizio dell’industria, ci spiega Honneth ,  è possibile e auspicabile. Ciò apre una questione importante e riguarda il metodo, un ripensamento della filosofia di fondo del socialismo e della società,  poichè non si tratta più di applicare un modello teorico a una realtà caotica, che si confida possa contenere orizzonti normativi, ma piuttosto elaborare e mettere in atto una prospettiva di prudente sperimentalismo che non pretenda di tradursi in cambiamento immediato e rivoluzionario, rinunziando magari alla faticosa salita della solidarietà sociale. «Abbiamo visto che per il socialismo, una volta cassata la sua credenza originaria nelle leggi, non si può stabilire a priori in quale maniera la libertà sociale possa realizzarsi all’interno della sfera economica nel modo più rapido e migliore possibile» (p. 88). E, aggiunge Honneth,” il superamento del capitalismo non implica il superamento del mercato che, al contrario, può diventare il terreno di siffatte sperimentazioni”.

Nella conclusione Honneth  richiama l’attenzione su un concetto che riguarda il socialismo da lui elaborato e re -identificato,  cioè immaginare come sia il socialismo del futuro, che non riduca la sfera delle relazioni personali e quella delle relazioni politiche a un mero riflesso delle dinamiche economiche, secondo una tripartizione di esplicita derivazione hegeliana. Infatti, secondo l’autore le relazioni personali  ci impongono di ripensare i legami privati, nel senso del mutuo sostegno mediante il rispetto dell’altro, nella visione che ci vede camminare uniti verso la libertà sociale. E’ nella valorizzazione della politica, e della sua capacità di comunicare e richiamare l’attenzione, che si possono attivare dinamiche inedite emancipative,  ed esercitare il necessario condizionamento  sulla sfera politica ed economica  impedendole di monopolizzare la realizzazione delle libertà sociali. I Partiti, la sfera politica deve cessare di essere un riflesso dell’economia, della finanza e dell’industria,  subordinando ad essa tutte le scelte che nullificano il disegno di un nuovo socialismo, per riprendere la propria autonomia  che ne traduca anche il suo potenziale  di alternativa.

Il saggio esce nel 2015, per la Feltrinelli nel 2016, quindi in un periodo in cui l’autore non poteva profetizzare quanto sarebbe accaduto nel 2017 con la elezione di Donald Trump alla Presidenza degli USA, la nascita e il consolidarsi dei movimenti populisti in Europa, la presa del Governo da parte del movimento cinque stella e della lega in Italia, il risorgere dei nazionalismi e del Sovranismo, in modo particolare nei Paesi ex Comunisti, la Brexit  e le incertezze sul futuro dell’Europa a 28-1. Allora, il socialismo è possibile? Se si considera che PCI, DC,PRI,PSDI,Liberali,PSIUP, MSI, PSI, che sono stati la storia di questo Paese, sono scomparsi dalla geografia politica, ovvero, ne sono rimaste solo delle simboliche sigle, domandarsi se il socialismo è ancora possibile costituisce un’affermazione di fede carica di speranza, sicuramente da valorizzare. Ma quale socialismo, se si considera che ne sono state date innumerevoli declinazioni: Socialisti democratici, liberali, riformisti, libertari, europeisti, ignorando che il Socialismo è una dottrina, una scienza, una proposito di cambiamento sociale ed economico rivoluzionario. Il socialismo scientifico non ha declinazioni, per cui neppure Axel Honneth con il suo saggio raccoglie la sfida che Engels e Marx ci hanno lasciato come eredità: il socialismo o è rivoluzionario o non è.

Alberto Angeli

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La sinistra americana e gli entusiasmi impulsivi della sinistra nostrana. di L. Paccosi

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Riccardo Paccosi

Il decadimento che avvolge la sinistra, mostra uno stadio di decomposizione avanzata soprattutto sul versante teorico e nel contesto italiano. Questo implica la tendenza, da parte dei leader di sinistra nostrani, ad aggrapparsi a qualsivoglia segnale di presunta “riscossa”, in maniera irrazionale e impulsiva.
E’ avvenuto otto anni fa con l’enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI, elevata dalla sinistra al rango de “Il Capitale”; è avvenuto sei anni fa con l’entusiasmo verso Francois Hollande, salutato come latore d’una svolta a sinistra salvo poi rivelarsi uno dei più infidi leccapiedi delle èlite finanziarie; è avvenuto quattro anni fa con la santificazione di Alexis Tsipras, ovvero di colui che, poi, sarebbe stato protagonista d’una delle più gravi sconfitte e del più gigantesco ribaltamento di prospettiva che la sinistra abbia mai subìto in tutta la sua storia; succede ora con questa nuova ondata di socialismo negli Stati Uniti.
L’ondata socialista americana, va subito chiarito, non è un fenomeno di semplice marketing, bensì un fatto politico reale e avente implicazioni sociali d’indubbio interesse. Infatti, analogamente a quanto avviene da noi con il M5S o in Spagna con Podemos, questo socialismo che mette assieme il vecchietto Sanders e figure politiche under-30, sta generando e diffondendo un nuovo tipo di attivismo politico giovanile.
Questo segnale positivo, però, non può esimere nessuno dalla valutazione politica vera e propria. E allora, in termini strettamente politici, va detto che l’entusiasmo nei confronti di Alexandria Ocasio-Cortez e compagnia, è come minimo prematuro per le seguenti ragioni:
a) Questo fronte neo-socialista americano, presenta di certo elementi d’interesse e discontinuità come, per esempio, l’affermazione fatta da Sanders qualche anno fa, secondo cui l’abolizione dei confini è un concetto di destra; ma su molti altri aspetti, quest’area non risulta ancora nitidamente qualificabile, a cominciare dalla politica estera e dal ruolo imperialista degli Stati Uniti nel mondo.
b) Fare i socialisti in Europa è una cosa, farlo in un sistema bi-partitico come quello americano è tutt’altro. In questo momento, le nuove leve della sinistra americana si trovano a militare in un partito – quello Democratico – che è maggioritariamente a favore d’ogni genere di deregulation neoliberista sull’economia, nonché a favore dello scatenare guerre in giro per il mondo. Per riuscire a invertire i rapporti di forza interni, i neo-socialisti dovrebbero mettere in atto una strategia di penetrazione istituzionale capillare e multi-frontale prendendo a esempio i neocon nel Partito Repubblicano; questi ultimi, infatti, sono riusciti entro quel contesto a esprimere egemonia per molti anni, pur essendo una sparuta minoranza. Si tratta, però, di un’operazione tutt’altro che semplice e richiedente anni di tempo.
c) La sinistra italiana dovrebbe, per chiarirsi politicamente, razionalizzare se sia corretto o meno proseguire nella linea “atlantista”, ovvero se sia il caso di continuare a imitare e seguire pedissequamente tutto ciò che fa la sinistra americana. Infatti, così come il centrosinistra italiano assume, da decenni, atteggiamenti di pedissequità verso i vari Clinton e Obama, parimenti la sinistra cosiddetta radicale accoglie come faro messianico i movimenti d’oltreoceano come quello di Seattle od Occupy. Movimenti che però, lungo la scia del loro percorso, almeno in Europa occidentale, non hanno lasciato assolutamente nulla, neanche la più timida mediazione riformista. Questo “atlantismo” che risale ormai al ’68, dunque, andrebbe rivisto criticamente e chi si riconosce nei valori storici della sinistra dovrebbe, piuttosto, guardare a leader la cui visione non è atlantista bensì proiettata verso Est, ovvero verso il mondo multipolare; leader come Jean-Luc Melenchon e Sarah Wagenkenecht.
d) Infine, non è ammissibile che gli esponenti della sinistra liberista-globalista – il PD, il quotidiano Repubblica e così via – pretendano ora di rifarsi una verginità applaudendo alla Ocasio-Cortez: chi, per tutto questo decennio, ha sostenuto le politiche anti-popolari dell’austerity europea, chi ha tifato per le aggressioni imperialiste della Nato ai danni di paesi sovrani, non può bypassare il proprio fallimento storico – pensare di poter evitare di pagarne il prezzo – semplicemente saltando sul carro di Corbyn e Sanders. Non è così che funziona la Storia.

Riccardo Paccosi