Mese: agosto 2018

L’appello di Cacciari non può essere ignorato, di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. E fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli uomini di colore. E ignorai il fatto, perché io sono bianco e mi hanno detto che quelli di colore sono irregolari. Poi vennero a prendere gli ebrei. E stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”.  ( E’ in origine un sermone del pastore Martin Niemöller, che Brecht rielabora ).

Più nessuno a protestare” è la rivelazione del momento politico che avvolge e travolge il nostro Paese oggi. Questa presa d’atto è già di per se esaustiva di una realtà socio-politica annichilita. Non c’è opposizione, neppure in Parlamento, se anche il DP vota al Senato con il Governo, per il rinvio al 2020 l’erogazione dei fondi già finanziati a favore delle periferie. Si tratta di un programma con il quale erano stati approvati 120 progetti, per un costo complessivo per lo Stato di 2,06 miliardi di euro. A marzo 2017 erano stati approvati i primi 24 e ad aprile 2018 gli altri 96. Questo comporta che i fondi stanziati dai governi di centrosinistra per gli interventi a favore delle periferie sono rinviati al 2020. Dall’emendamento si rileva che esso non interviene sui 500 milioni stanziati dalla legge di Bilancio per il 2016 (quella deliberata dal governo Renzi), così i miliardi “sottratti” alle periferie ammontano a 1,6. Cifra confermata anche dal presidente dell’Anci (l’Associazione dei Comuni italiani) Antonio Decaro, che rileva che solo 24 dei 120 progetti non sono interessati dal rinvio, mentre sono rinviati i rimanenti 96. Il primo comma dell’emendamento infatti fa salvi i progetti “individuati con i decreti adottati anteriormente alla data del 18 aprile 2018”.

Più nessuno a protestare per l’ILVA, il Tap, la TAV, che questo Governo e l’Avvocato del Popolo intendono affossare; più nessuno a protestare contro il Decreto Dignità, riassumibile con le parole di Calvino:  «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il  secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. » (ITALO CALVINO, Le città invisibile, 1972 ); ancora, nessuno a protestare contro le migliaia di morti annegati nel tentativo di approdare su una terra accogliente, alla ricerca di una vita da vivere senza paura.

Più nessuno a protestare contro il linguaggio politico di questi governanti, che si caratterizza per il contenuto che ci induce a ricorrere a Dante, precisamente a quanto esposto nel VI canto con il richiamo a Giustiniano. Dante, attraverso la sua figura, delinea la propria concezione politica e ci mostra Giustiniano come una figura da prendere come esempio per la sua opera di cambiamento delle leggi Romane e del nuovo ordine introdotto a favore del popolo. Ma com’è cambiato il modo di far politica dai tempi di Giustiniano ad oggi?

L’anagrafica dei fatti e dei misfatti di questo Governo non si completa se ignoriamo il tentativo di snaturare la Carta fondativa della nostra democrazia Parlamentare e antifascista: con le dichiarazioni contro il ruolo del Parlamento ( Casaleggio-Grillo docet ) e la proposta di abrogazione della Legge Mancino del 1993, che interviene contro atti ed espressioni riconducibili al nazifascismo, avanzata da un Ministro della Repubblica,  già oggetto di un referendum abrogativo proposto nel 2014 dalla lega. Ancora: i silenzi sulla scuola, la formazione, l’Università e la ricerca, la valorizzazione culturale del nostro Patrimonio storico e artistico. E poi l’ambiente e il cambiamento climatico, che sono completamente ignorati, sicuramente per conquistare uno sguardo di attenzione da parte di Trump. Al proposito, chi è nella condizione di descrivere quale sia la politica internazionale delle alleanze, dei rapporti commerciali, politici, economici, su cui impostare la difesa degli interessi storici e della tradizionale vocazione pacifista del nostro Paese, che il Governo Pentastellato sostiene?

Non ci deve inoltre sfuggire la dissimulata vocazione che ci trasmette questa politica Leviatanica sostenuta dalla coalizione della Pentalega, riguardo all’Europa e all’Euro. Infatti, i veri padroni dei 5Stelle e della Lega non hanno cancellato dal loro programma l’uscita dall’Euro e dall’Europa, poiché nella loro visione strategica il concetto del nazionalismo è un prius irrinunciabile, che immancabilmente induce a ricercare e costruire rapporti politici privilegiati con i quattro di Visegrad, Putin, Trump e il Premier Austriaco Kurz. Con raziocinio e costanza la politica dell’attuale governo si muove nella direzione di una deeticizzazione dello spirito Europeo o di un senso comune Europeo, cioè un’eredità che parte dal rinascimento, una comunità intellettuale, artistica, spirituale e scientifica. Si può parlare appunto di un “senso comune europeo”, di cui le nostre nazioni – o l’unione Europea, si è nutrita per pervenire a ciò che oggi rappresenta.

Più nessuno protesta contro il proposito esplicitato da Salvini e Soci di abrogare o rivedere le norme riguardanti importanti diritti civili, di prevenzione sanitaria ( vaccini ); più nessuno protesta contro la spregiudicata voracità dello spoils system messo in atto dal duo SalviDiMaio,  pur di accaparrarsi e dividersi il potere del sottogoverno. Lo spread sale, gli indici di borsa segnano rosso, gli investitori esteri fuggono e quelli di casa nostra si astengono, senza che il Governo indichi un piano, un’idea, un progetto con cui fronteggiare la crisi presente e la tempesta che si abbatterà sul nostro Paese, allorchè le sanzioni Trumpiane cominceranno a dare i loro malefici effetti sulla finanza e l’economia mondiale. ( si consideri quanto sta accadendo alla Turchia, tanto per  cominciare, con le addizionali conseguenze e influenze sulle tradizionali alleanze politiche e strategiche ): più nessuno protesta!

Gli esperti economici di questo governo ( si, Esperti, sic ) parlano del Decreto Dignità adottando un linguaggio pseudo tecnico, rivelando che quanto previsto funzionerà da moltiplicatore economico. Povero Keynes, ( e la sua Teoria Generale della moneta dell’interesse e dell’occupazione ) e la successiva elaborazione di Schumpeter. Un provvedimento con il quale è dato per certo che il parametro della propensione marginale al consumo, cioè la parte del reddito che viene reinvestita dal consumatore, concorra a determinare il risultato che Keynes racchiude in una formula matematica.  Potremmo dire con William Shakespeare: “ Tanto rumore per nulla”.

Il vero e tragico dramma è l’assenza di una alternativa. Non lo è l’opposizione attuale di LeU e PD, delle OOSS totalmente assenti su tutti questi temi, le diverse associazioni progressiste, riformiste, sociali, che si muovono divise e o con obiettivi spesso contrastanti tra loro. L’appello del Filosofo Cacciari, e le numerose risposte di intellettuali conosciuti e di cittadini sconosciuti come chi scrive, sono un incoraggiamento a sperare, sono un segnale timido ma importante. C’è una consapevole presa di coscienza sul pericolo che il paese sta correndo, più profonda e diffusa di quanto era possibile credere. Occorre allora che questo appello si trasformi in una iniziativa nazionale, fissando un giorno, una data e un’ora in cui in ogni luogo del Paese   si riuniscano quanti interessati a partecipare a questa ripresa di una formazione di forze alternative, progressiste e di sinistra, costituendo gruppi rappresentativi ad ogni livello fino a pervenire alla costituzione di un movimento articolato, per zona, comune, provincia, regione e nazionale. In quella fase potrà definirsi lo strumento e la fondazione di una forza all’altezza dei compiti che i problemi del Paese chiedono di essere affrontati, preparandosi così a partecipare alla competizione elettorale. Ovviamente, con l’intento di vincere e costituire un’alternativa.

 Alberto Angeli

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Italiani brava gente, di L. Billi

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Luca Billi

Per anni nel nostro paese ci siamo illusi – e ci hanno fatto illudere – che il razzismo da noi non esistesse: “italiani brava gente” era il motto di questa forma strisciante e asfissiante di revisionismo storico. Perfino quando il tema era ineludibile, ad esempio di fronte all’antisemitismo di epoca fascista che si tradusse nelle cosiddette leggi razziali, tanti hanno minimizzato, sostenendo che si è trattato del tentativo maldestro da parte di Mussolini di imitare Hitler e che quelle leggi hanno rappresentato il primo vero e proprio scollamento tra il regime e il paese, in maggioranza contrario all’antisemitismo. Balle. Gli italiani erano allora – e sono oggi – razzisti.

Salite su un autobus all’ora di punta o prendete un treno per pendolari e guardate il modo in cui tanti nostri connazionali scrutano i loro vicini stranieri, specialmente quando sono neri. Fate una fila alla posta o andate in un ufficio pubblico, sentirete battute sprezzanti, vedrete occhiate cariche di disprezzo.
Forse pensavamo che la lotta per sconfiggere il razzismo fosse un cammino inarrestabile, magari lento – troppo lento – ma con una direzione segnata. I più pessimisti di noi pensavano che quel cammino avrebbe conosciuto delle battute d’arresto, ma adesso dobbiamo constatare che abbiamo fatto dei passi indietro, la direzione di marcia si è invertita e il razzismo è più forte, al netto delle dichiarazioni ipocrite, degli appelli retorici, e anche dello sforzo sincero di tanti.

Purtroppo non basta l’ignoranza a spiegare il razzismo. Io credo invece che il razzismo venga alimentato, diffuso, fatto crescere nelle nostre società. Perché il razzismo serve. In fondo la storia qualcosa dovrebbe pure insegnarci. Al di là delle farneticazioni pseudoscientifiche di alcuni intellettuali, a cosa è servito l’antisemitismo nella prima metà del secolo scorso? A creare un nemico. I “bravi” cittadini della Germania, che avevano perso la guerra, che avevano perso l’impero, che erano finiti sul lastrico a causa delle condizioni imposte dalle potenze vincitrici, potevano finalmente spiegarsi di chi era la colpa: non dei generali che li avevano portati a quel conflitto folle, non degli industriali e dei banchieri che erano diventati ricchissimi con le forniture all’esercito e con i crediti di guerra, la colpa era degli ebrei. E visto che molti ebrei erano ricchi il premio per credere a questa menzogna così palese erano i soldi degli ebrei, e poi le case degli ebrei, e ancora i posti di lavoro degli ebrei, dalle fabbriche fino alle università.

E oggi vogliamo forse dare la colpa ai banchieri, ai padroni delle multinazionali, a chi ogni giorno ci sfrutta? Come è più facile dire che è colpa di quella scimmia, di quel negro di merda. E poi anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo il nostro vantaggio a essere razzisti, affittiamo loro in nero le nostre case cadenti, li facciamo lavorare pagandoli una miseria, risparmiamo perfino sulle puttane: le nere costano di meno. Italiani brava gente.

Luca Billi

La democrazia é malata terminale? di V. F. Russo

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Vincenzo Russo

La crisi della democrazia, della politica, dei partiti strutturati di una volta, da una parte, l’affermarsi di partiti anti-sistema, di movimenti populisti in giro per il mondo e di quelli c.d. sovranisti all’interno dell’Unione europea alimentano un dibattito continuo tra costituzionalisti, politologi ed economisti che temono la degenerazione ulteriore della democrazia da Platone vista come anticamera alla tirannia o al mostro mite. Nel 1975 avviene la svolta ideologica con il trionfo della Scuola di Chicago monetarista e neoliberista: i fallimenti dello Stato molto più gravi dei fallimenti mercato. Quindi: no alle manovre keynesiane sulla spesa pubblica in deficit per far crescere l’economia e l’occupazione perché esse producono alti deficit e alti debiti, inflazione e instabilità finanziaria. Le banche centrali devono annunciare un dato tasso della crescita monetaria e l’economia reale si deve adattare ad essa. Come sappiamo gli anni settanta del secolo scorso dopo il crollo del sistema a cambi fissi ma aggiustabili si caratterizzano per un forte conflitto distributivo tra i paesi ricchi e gli esportatori di petrolio (organizzati dall’Opec) e di altre materie prime. L’inflazione raggiunge livelli attorno al 20% e l’Italia che era rimasta indietro nell’attuazione del welfare state lo ha spinto in avanti anche con finanziamenti in deficit.

L’onda neoliberista nel 1979 raggiunge l’Inghilterra con la Thatcher e nel 1980-81 gli Stati Uniti co Reagan che aveva già guidato la California come governatore. Entrambi accreditavano l’idea che il governo grosso fosse il problema da risolvere e non la soluzione. Questo ha prodotto via via la delegittimazione dello Stato e delle istituzioni che lo compongono. Dieci anni dopo nel 1989 arriva il crollo dell’Unione sovietica, l’Impero del male che Reagan aveva costretto ad aumentare fortemente le spese militari a danno dei consumi. Vince la corsa il sistema occidentale. Ormai le multinazionali operano su scala mondiale. I neoliberisti predicano il mantra dell’individuo miglior giudice di se stesso, alias, individualismo metodologico, dell’individuo razionale inteso come quello che massimizza il proprio interesse individuale. In sintesi un individuo che non ha bisogno delle mediazioni dei partiti e/o di altri corpi intermedi.

Per altro verso, gli effetti della globalizzazione portano alla verticalizzazione del processo decisionale verso livelli sovranazionali della c.d. governance per lo più priva di legittimazione democratica che tuttavia assume decisioni rilevanti. A livello statale resta una rappresentanza politica a cui in fatto non manca la legittimazione ma non può decidere niente di veramente importante e, quindi, va in crisi. Infatti, uno Stato nazionale di stampo ottocentesco rimane troppo piccolo per influenzare le decisioni a livello globale e troppo lontano dalla gente per capire bene i suoi bisogni. Si aggrava la crisi di identità e di legittimazione. La reazione dei costituzionalisti più giovani è stata a livello europeo il rafforzamento del governo nazionale che nel contesto della nuova era della ICT (information e communication Technology) che ha annullato spazio e tempo dovrebbe poter decidere velocemente in linea con i tempi ragionando come se le decisioni dei governi fossero analoghe a quelle degli operatori di borsa e, soprattutto, trascurando che i tempi della democrazia sono necessariamente lunghi. Secondo me la risposta dei costituzionalisti citati è stata sbagliata perché non ha senso decidere velocemente a livello sub-centrale se a Bruxelles i tempi medi per decisioni importanti calcolati dall’ex Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz vanno da 2,5 a 3 anni. Vedi il suo libro: Il gigante incatenato. È in crisi lo Stato nazionale ma allo stesso tempo non sono migliorate le istituzioni sovranazionali aggravando il loro deficit democratico. Ultima opportunità per l’Europa’ Fazi Editore, 2014, recensito in questo blog. È subentrata la sfiducia dei cittadini confronti dello Stato nazionale e delle organizzazioni sovranazionali e questo spiega l’abbassamento della partecipazione in corso in molti Paesi occidentali a partire dagli USA. La democrazia forse non è malata terminale ma di certo non sta bene.

Ho ricordato sopra come il trionfo della Scuola monetarista e neoliberista coincida con la fine dei c.d. trenta gloriosi (1945-75) durante i quali, soprattutto nell’Europa centro-settentrionale, si afferma il c.d. compromesso socialdemocratico, ossia, il compromesso tra capitalismo e democrazia, capitalismo e diritti sociali dei lavoratori che sono alla base dell’affermazione del Welfare State. Seguono i quaranta vergognosi in cui per i motivi visti sopra si registra non solo il declino della dialettica democratica e nell’ambito della globalizzazione, la finanziarizzazione più elevata dell’economia guidata dalla finanza rapace di Wall Street. Si dice che l’economia è prevalsa sulla politica ma su entrambe domina la finanza rapace attraverso le sue agenzie di rating che sistematicamente danno le pagelle di buona condotta non solo alle grandi imprese planetarie ma anche ai governi di Paesi grandi e medi per come gestiscono le loro economie e le loro finanze pubbliche. Riempiono il vuoto lasciato dalla governance sovranazionale e dall’incapacità dei paesi industriali di coordinarsi sul serio come gruppi informali: il G7, G8, G10, G20 e Gitanti. L’UE nell’ultimo decennio da un sogno si è trasformato in un incubo. Molti osservatori con eccesso di semplificazione attribuiscono la causa all’euro. Non è così. La vera causa è intanto la crisi prima finanziaria e poi economica prodotta dalla finanza rapace di Wall Street e i suoi complici nelle banche europee che hanno dato mutui a gogo e costruito una montagna di prodotti derivati per assicurare le loro operazioni spericolate. Durante e dopo la crisi la vera causa è stata ed è avere imposto una ricetta unica per tutti con la politica economica dell’austerità che molti non distinguono dall’euro.

Ora se questo è vero – come ritengo – è chiaro che la via di uscita non sta nel ritorno allo stato sovrano, né nell’uscita dall’euro ma nella riforma del Patto di stabilità e crescita come novellato nel 2011con il concorso diretto del Parlamento europeo. Dopo la brutta performance del Patto durante e dopo la crisi si era creato un certo consenso perché l’argomento fosse trattato nel Consiglio europeo del 28-29 giugno scorso ma purtroppo ciò non è stato possibile per via della presunta crisi migratoria agitata dal Vice-presidente del Consiglio Salvini, ossia, da parte del rappresentante di uno dei paesi membri che più degli altri hanno bisogno di tale riforma per spingere la crescita del PIL e dell’occupazione.

Il ritorno allo Stato nazionale è l’unica via possibile? No, perché come detto sopra, lo Stato nazionale è troppo piccolo per potere affrontare da solo i problemi della globalizzazione senza subire l’egemonia dei paesi grandi come continenti.

Altri legano la via uscita al rilancio del welfare europeo. Anche se la proposta non è priva di logica essa al momento appare utopistica e incongrua perché come gli analisti più attenti sanno, nonostante gli attacchi sferrati attraverso la concorrenza fiscale, il welfare dei paesi membri dell’Unione resiste ed è identificato come modello sociale europeo. Tuttalpiù si tratterebbe di armonizzare i diversi sistemi e stabilire livelli essenziali di assistenza omogenei nei vari paesi membri. La costruzione di un welfare state intestato direttamente all’Unione, anche se auspicabile in teoria, non è nell’agenda politica nonostante il Manifesto di Goterborg 17-11-2017. Infatti la Germania e i suoi alleati del Nord si oppongono decisamente a tale obiettivo per via dell’alto contenuto redistributivo dei sistemi di welfare attraverso flussi consistenti di trasferimenti solidali dai paesi ricchi a quelli poveri. E sappiamo che sé l’eurozona non funziona come dovrebbe è perché non sono stati previsti e tuttora non sono all’ordine del giorno trasferimenti compensativi per aiutare le regioni periferiche a crescere, convergere con quelle centrali, ridurre i gap di infrastrutture materiali e immateriali, migliorando produttività e competitività di dette regioni con valore aggiunto europeo ed esternalità positive per tutti. E purtroppo le nubi che si addensano sulle elezioni europee della Primavera 2019 con una probabile maggiore presenza di forze populiste e sovraniste di destra non promettono niente di buono.

Vincenzo F. Russo

tratto dal Blog personale dell’autore http://enzorusso.blog/2018/07/15/la-democrazia-e-malata-terminale/