Mese: luglio 2018

I ragazzi che sognavano la rivoluzione – dagli anni ’60 alla modernità dell’egoismo. di A. Angeli

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Non è possibile fissare una data, un momento o uno spazio-tempo, in cui ha preso vita quella che divenne la rivolta giovanile degli anni 60. Fin dal 1955 negli Stati Uniti era andata formandosi la Civil Rights Movement, un movimento popolare che chiedeva diritti civili anche per le persone di colore. Questa rivendicazione era vista come un passo verso una democrazia più libera ed ugualitaria. Oltre ai tanti democratici e riformisti di varie tendenze, il movimento aveva il sostegno di  settori della sinistra, compreso il Partito Comunista, e l’adesione di quella parte dei cattolici operanti nell’area del cattolicesimo sociale.

Siamo nell’anno accademico 1964-1965,, precisamente nel mese di  ottobre del 1964, Mario Savio, uno studente figlio di emigranti siciliani, apre la stagione della contestazione dando vita al « Free Speech Movement » (Movimento per la Libertà di Parola) sul campus nell’Università di Berkeley in California.  Dal quel popolo di giovani , già sedotto  dalla critica alla società di Herbert Marcuse.   fanno la loro comparsa coloro che diventeranno di leader studenteschi come Savio. Infatti seguiranno  Steve Weissman, e Art Goldberg, che si porranno  a capo di un movimento che protesta contro il divieto di fare politica sul campus.

Sarà da qui, dalla formazione di questo movimento,  che si propagherà il contagio in tutta l’America e oltre,  e che avrà lunga vita non solo all’Università di Berkeley ,  poichè sarà il detonatore dei movimenti studenteschi degli anni Sessanta in lotta per i diritti civili,  soprattutto degli afroamericani e degli amerindiani, per la democrazia diretta sui campus, per il potere studentesco e contro l’autoritarismo accademico.

La rivendicazione centrale del movimento  e la forza che sostiene la partecipazione, si condensano nella   slogan: libertà di  parola per tutti,  che diverrà poi la matrice unificante delle varie anime del 68. Si tratta di una parola d’ordine che  si propaga alle Università europee fino ad influenzare i  movimenti della contestazione studentesca  che già si stanno organizzando in Europa, fino a coinvolgere  i leader  storici come Rudi Dutschke in Germania Federale, Daniel Cohn-Bendit in Francia e Mario Capanna in Italia.

Nonostante le tensioni della guerra fredda e gli anni di piombo in Germania e in Italia, la crescita del livello culturale e la maturazione delle condizioni economiche e politiche  della società permisero al movimento degli studenti, dalle superiori all’ università, di rivendicare con forza una politica di riforme del sistema formativo e una  maggiore partecipazione alle decisioni che riguardavano la vita universitaria, con  l’obiettivo di valorizzare culturalmente la collaborazione tra scuola e società, Non si intraveda approssimazione reiterativa di un pezzo di storia, poiché con il 68 si fa riferimento a momenti della storia che attraversa e cuce il tessuto strappato  di spezzoni della società che segna le vicende di continenti e stati, culture e avvenimenti anche diversi, di cui i giovani sono l’energia che alimenta la rivolta e la contestazione della tradizione aristocratico-borghese dell’epoca. Al centro del 68 insiste il rifiuto del consueto, dell’uguale, della riproduzione e riproposizione di standard educativi che percorrono gli stessi itinerari di contestazione: oltre la noia nasce la rivolta contro i “padri” che si celano dietro la potenza coloniale, oppure della famiglia borghese, fino al “barone” universitario e al parroco. 

I gruppi esprimo tante distinzioni dentro le quali si possono distinguere e connotare caratteristiche comuni: quella internazionale, in ossequio all’esortazione Marxiana: “proletari di tutto il mondo unitevi”, con al centro una vivace resistenza, come a riprodurre l’esperienza contro il nazifascismo ( che lega le nazioni conflittualmente coinvolte dall’Europa all’Asia), una nemesi di un fenomeno che ora si rivolge contro l’offensiva del Tet in Viet.Nam fino alla primavera di Praga; dalla rivolta dei campus universitari della California al massacro di Piazza delle Tre culture a Città del Messico. Un moto che dilaga: dalle Università alle fabbriche e alle campagne, che si arricchisce della rivendicazione della libertà sessuale e si spinge fino a esprimere dissenso alla Chiesa;  dal femminismo al marxismo, dal “vietato vietare” al leninismo, dal situazionismo alla rivoluzione culturale cinese.

Un errore, pensare che ciò abbia rappresentato un fenomeno relazionale di causa-effetto o propagandistico, tipo: “ Agnelli, l’Indocina/ ce l’hai in officina, per ricordare uno slogan tra i tanti.  Si pensi alla guerra del Viet.Nam e al rifiuto che molti giovani espressero in vario modo, dalle manifestazioni studentesche fino al rifiuto di partire per il fronte. Si trattava di far coesistere una coerente interpretazione della lotta contro le colonizzazioni del Terzo Mondo, che già si manifestava agli inizi degli anni 60.

Certo, c’era chi seguiva “ perché questa era la moda “, o per un processo di casualità che invitava a partecipare pur senza convinzione; purtuttavia, agli inizi del 60 il grado di partecipazione esprimeva un livello di qualità e quantità difficilmente definibile ininfluente, solidamente e culturalmente radicato nella gioventù e senza riscontro con altre epoche storiche.

Una delle caratteristiche connotative era rappresentata dalla messa in discussione delle autorità costituite: dal potere politico, fino alle sue scelte; della direzione delle scuole e delle università, dalle gerarchie militari a quelle ecclesiastiche; dalla gestione di ospedali, carceri e manicomi, fino al decisivo ambito della famiglia. Nella sostanza, tutti i meccanismi di trasmissione della conoscenza e dei ruoli vengono contestati alla radice, in quanto rapporti di potere imposti, spacciati per naturali e tradizionali, che il movimento considera nella sua alterità condizionante le libertà individuali.  Insomma, il ’68 fu una rivolta di giovani, la forma specifica dell’affacciarsi sull’orizzonte storico di una generazione che ripudiava la guerra, l’autoritarismo, il concretismo dilettantesco, proponendosi la visione di un mondo liberato dai fardelli della borghesia, del capitalismo, della finanziarizzazione e delle diversità.

Riflettendo sull’esperienza (vissuta anche personalmente da sindacalista) ricostruendo il mosaico delle vicende di quei momenti , intuitivamente la storia richiama il problema del rapporto tra l’ondata di lotte studentesche ed operaie con le stagioni precedenti del movimento operaio. L’aspetto immediato fu senz’altro quello della rottura con ogni tipo di tradizione, ma nel corso del tempo questa relazione divenne più complessa, soprattutto laddove – come in Italia – al movimento studentesco si affiancò presto un forte sviluppo delle lotte operaie, anch’esse caratterizzate da un radicalismo nuovo, di matrice giovanile.

Nel corso di questi anni si è scritto molto  e sono state formulate  molte domande  sul ’68, perlopiù astiose o retoriche, reminiscenze personali di momenti particolari o interpretazioni di un vissuto senza esserne coinvolti. In questo 2018, cioè dopo mezzo secolo dal giovane studente Siciliano Mario Savio, chi ha vissuto direttamente quell’esperienza dalla parte dei lavoratori, può confermare la forte carica rivoluzionaria che da essa si sprigionò. Seguono gli anni delle grandi riforme con il centro sinistra: la riforma della scuola obbligatoria, la statalizzazione della produzione elettrica, la legge 300 di Brodolini, la nascita delle Regioni, l’universalità e gratuità della sanità, e tante altre riforme; nel mondo del lavoro il superamento delle zone salariali, i vecchi contratti fascisti erga omnes, valevoli per zone e aree di lavoro,  sostituiti da nuovi contratti Nazionali, le rappresentanze sindacali di fabbrica, introduzione della delega sindacale. Una rivoluzione, un cambiamento, un patrimonio storico e culturale oggi colpevolmente distrutto, disperso.

La storia non si ripete; eppure possiamo, dobbiamo sperare in un soprassalto d’orgoglio nei pochi intellettuali non ancora asserviti al nuovo modello politico, una profonda riflessione nelle poche forze sane della sinistra, una scossa delle coscienze di molti giovani, donne e uomini che operano nella società e vedono, osservano e liberamente giudicano la tristezza di questo momento in cui prevale l’egoismo, l’odio contro il diverso, l’individualismo spinto fino all’aberrante decisione di chiudere gli occhi per non vedere chi fugge dalle guerre, dalle carestie, dalla miseria più profonda.  

C’è che vorrebbe superare il ventennio, durare un trentennio. Dio ci salvi ! Ma perché ciò non si avveri è necessario, indispensabile agire, oggi, non domani. Speriamo che ci sia qualcuno pronto a raccogliere l’appello che molti, tante donne e uomini  rivolgono a chi ha la possibilità di prendersi carico di questo lavoro, di intercettare altri disposti a partecipare e insieme dare vita ad un movimento alternativo, riformista e solidale.

C’è sempre qualcuno che risponderà: sempre le stesse chiacchere, parole, parole, parole. Vogliamo fatti! Ecco, il 68 è un simbolo di quei fatti. Ripartiamo da lì, da dove è arrivato.

Alberto Angeli

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Per ricordare Sandro Pertini, di G. Mastroleo

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Mastroleo (2)

Quarant’anni fa Sandro Pertini fu eletto Presidente della Repubblica. La seconda volta per un socialista, dopo Giuseppe Saragat; ho vissuto entrambi gli scrutini con intensa partecipazione e grande emozione.
Pertini fu eletto in un molto momento difficile per la storia d’Italia: dopo la vicenda Moro e in seguito alla delegittimazione del Presidente in carica, Giovanni Leone, costretto alle dimissioni in seguito ad un’accusa fortemente sostenuta dalla stampa, poi rivelatasi infondata.
Nessuna personalità della politica italiana più di Sandro Pertini, socialista, antifascista con anni e anni di carcere, partigiano intransigente, avrebbe potuto rappresentare, al più elevato livello morale e politico, l’Italia migliore e la sua aspirazione a vivere e a progredire nella Democrazia.
Ed infatti, ancora oggi Pertini è ricordato come il Presidente degli Italiani.
In terra di Bari sta viaggiando un’iniziativa molto lodevole, nata dal basso, per collocare nel carcere di Turi un Busto alla sua memoria: accanto a quella del compagno di carcere Antonio Gramsci, “un fratello per me” come Pertini ha rivendicato in ogni circostanza.
Un riconoscimento più che dovuto. Mi auguro davvero che si possa realizzare.

Gianvito Mastroleo

Presidente della Fondazione Giuseppe Di Vagno

Riflessone sui flussi migratori, di S. Corazziari

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Stefano Corazziari

Da Africa, Medio Oriente, Asia e Sud America importiamo qualsiasi cosa, importiamo talmente tanto che in quei paesi non rimane quasi nulla per chi ci vive, dunque avremmo il dovere morale di importare anche la gente che da lì proviene e che a casa sua non ha più di che campare.
Il punto è che chi ha il potere e la ricchezza non la vuole condividere e teme di perdere i propri privilegi.
È vero che la giustizia e l’equitá non sono di questo mondo, ma credo che sia importante rivalutare questa prospettiva a favore di una società globale più umana.
Da queste enormi disparità deriveranno altrimenti sempre esodi di massa, terrorismo e guerre.
Se c’è libera circolazione delle merci ci deve anche essere libera circolazione delle genti, che non devono essere costrette in estenuanti viaggi della speranza gestiti in clandestinità da pirati e mafie, ma venire lasciate libere di circolare su normali voli di linea o viaggi in treno.
L’apertura delle frontiere genererebbe flussi infiniti di persone e un nuovo assetto mondiale.

Stefano Corazziari