Mese: aprile 2018

Considerazioni sul voto ed il governo, di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

E’ accaduto quanto si pronosticava: Maria Elisabetta Alberti Casellati ha ricevuto l’incarico, ovvero Berlusconi è il beneficiario dell’arrocco, la mossa che a scacchi muove due pezzi  e mette il Re nella condizione più sicura. Conoscendo la fama dell’uomo sarà il ventriloquo della Presidente incaricata (continuando la mimesi di cui ha dato prova doppiando Salvini durante la conferenza stampa post colloquio con Mattarella), della quale si conoscono, oltre alle sue indubbie doti intellettuali, anche le sue incontenibili inclinazioni a mostrare una solidarietà che va dalla nipote di Hosni Mubarak ( anno 2011 ), alla manifestazione del 2013 di fronte al Palazzo di Giustizia di Milano a protestare contro i giudici che stavano processando il suo protettore.

Si conferma, secondo una vecchia storia scritta sulla pelle delle discriminazioni sociali, che alla donna bendata, simbolo della Giustizia, è stata tolta la bilancia: Berlusconi viene ricevuto dal Presidente della Repubblica e Presidente del CSM, quindi è riconosciuto e rispettato come Rappresentante di un Partito, a cui sono riconosciuti i diritti politici e civili. Ovviamente, anche l’incaricata, Sen. M.E.A. Casellati, lo riceve essendone stata mentore e assistente legale.

Tutto nella norma, tutto correttamente e cerimoniosamente rispettoso delle leggi e delle consuetudini? Se è’ pur vero che l’incarico è circoscritto all’area politica dei pentastellati e del CDX, è del pari incontestabile che l’uomo a capo di forza Italia è interdetto dai pubblici uffici ed è stato cacciato dal Senato della Repubblica. Tuttavia, tutti i media spostano l’attenzione sull’esito del secondo girone diretto dalla Casellati, da cui i personaggi del nostro teatro sono usciti recitando: “Il Giuoco delle parti “, commedia di Luigi  Pirandello.  Dalle dichiarazioni rese dai capi delegazioni cinquestelle e CDX, Salvini e Di Maio, risulta chiaro che l’ostacolo a dare corso ad una vera trattativa è  Berlusconi.  I cinquestelle possono al massimo accettare da FI e FdI un voto di sostegno ad un governo Di Maio, senza trattative e concessioni di rappresentanze Ministeriali.

La reazione di Berlusconi non si è fatta attendere con il suo no! a  di Di Maio. Una reazione verso la quale Salvini non ha espresso alcuna solidarietà, manifestando invece risentimento per l’agitazione del socio e l’inconcludenza del rivale, dichiarandosi pronto a mettersi in discussione direttamente, dando così l’ennesima prova di ignorare la costituzione e la prassi istituzionale. Adesso la situazione è resa complicata, irrisolvibile, dalla Sentenza del 20 aprile della Corte di Assise di Palermo sulla cosiddetta trattativa Stato-Mafia. Un evento su cui Salvini ha sorvolato,  lasciando a Di Maio e Di Battista di compiere il giro di boa che distrugge irrimediabilmente ogni ipotesi di coinvolgimento di FI nella formazione di un governo con i 5S e CdX.

Fin qui il fronte della destra e del movimento 5S,  che hanno occupato la scena e lo spazio mediatico. E la sinistra, il PD e LeU, pare anestetizzata, incapacitata a mostrare una propria linea alternativa, un progetto di superamento di questa crisi istituzionale e politica. Il debito pubblico ( che si muove oltre i 2.300 mld )  sorvegliato speciale, ma mancano i custodi che ne controllino la progressione incessabile; il PIL dà segnali di regressione; l’occupazione a tempo indeterminato segnala una discesa e aumenta il precariato, sono preoccupanti gli indici di crisi del manifatturiero, come del commercio estero e delle esportazioni in generale;  la produzione industriale e la vendita al dettaglio indicano un meno. Insomma, i fondamentali economici e sociali manifestano  indici preoccupanti e a sinistra cresce il silenzio.

Il Presidente Mattarella ha preso alcuni giorni di riflessione, dalla quale non potrà che provenirne una riproposizione di un mandato esplorativo, essendo decisamente contrario a nuove elezioni prima di avere esplorato tutte le risorse del quadro politico istituzionale del dopo 4 marzo. A chi e verso quali coordinate? Non si è indovini si pensiamo al Presidente della Camera On. Fico, con un incarico a sondare l’area della sinistra, PD e LeU.

Sarà una esplorazione alquanto difficile, quasi impossibile date le premesse sulle quali PD e LeU si sono divise prima, durante e dopo  la campagna elettorale, una scissione che origina da una idea e visione di società molto lontane. Intanto il jobs act, la legge Fornero, la buona scuola e la questione insormontabile della ingombrante presenza di Matteo Renzi. Punti difficili da accantonare, ai quali poi si contrappongono le proposte dei cinquestelle valutate dagli stessi irrinunciabili: revisione del jobs act, legge Fornero, buona scuola, introduzione  reddito di cittadinanza, taglio vitalizi parlamentari, reintroduzione di  patrimoniali, revisione o ridiscussione trattati Europei, tanto per mettere in visione le difficoltà ad un accordo. Un contenzioso a cui si addiziona la figura del Presidente del Consiglio, pretesa irrevocabile da parte di Di Maio, difficilmente accettabile dal PD e sicuramente anche da LeU.

Accade comunque che ampi settori della stampa, delle imprese e di aree intellettuali del Paese, con la giusta neutralità dell’Europa,  stanno lavorando di fino  per una intesa fra 5S e PD e LeU, focalizzando alcuni punti del programma su cui le parti potrebbero trovare una intesa: reddito di cittadinanza, revisione e non cancellazione della Fornero e sostituzione del Jobs act con reintroduzione dell’art. 18; abbassamento delle tasse. Per non cadere in fraintendimenti è bene chiarire le differenze che marcano questi punti: il reddito di cittadinanza non è la lotta alla povertà, caso mai per sostenere questo impegno è più consono il reddito di inclusione; abrogare il JA è un obiettivo da perseguire con la messa a punto di una legge quadro dei diritti dei lavoratori ( anche mediando con la proposta delle OOSS ) estendo universalmente la difesa del posto di lavoro ( giusta causa che neutralizzi l’arbitrio del datore di lavoro); revisione della Fornero da perseguire nel quadro dei diritti del lavoratore e con reperimento delle indispensabili risorse finanziare; Tasse e lotta all’evasione e al debito pubblico sono una unica visione che si completa con un piano di radicale riforma del sistema fiscale con la progressività impostata al superamento delle divaricazioni marcate del reddito, e della ricchezza, terreno su cui i 5S pare non siano assolutamente presenti.

Conciliare posizioni così divaricate diventa impossibile, se a ciò si aggiunge il fatto che il PD è prigioniero di un sortilegio malefico ( Renzi ? ), al punto che non riesce a mettere in cantiere una riflessione sul risultato elettorale, un congresso straordinario per ridefinire l’identità del partito e riavviare una ricostruzione dell’area di sinistra sulla quale poggiare le fondamenta della rinascita di una moderna  forza progressista.

Allora, non ci sono alternative possibili se non ritornare quanto prima al voto, il che vuol dire forse ad ottobre prossimo. Sarà vero, sarà possibile? Nel frattempo chi sarà chiamato a governare? E i mercati finanziari, e l’Europa, e la politica internazionale, aspetteranno i nostri comodi? Soprattutto i poveri e i senza lavoro, i precari, del nostro Paese; la scuola e la sanità da ripensare ( e universalizzare) dopo le controriforme della buona scuola e della sanità rapinata, privatizzata; i disagi dei terremotati, il territorio devastato e l’ambiente compromesso, chi provvederà; le opere infrastrutturali incompiute, annoverate come strategiche, come potranno essere recuperate; e  le guerre ai nostri confini  con quale strategia saranno affrontate preso atto dell’assenza dell’Europa, con le conseguenti immigrazioni che si riverseranno sulle nostre coste, città, periferie, chi avrà la forza di mettere in atto una gestione intelligente, oculata, solidaristica ma severa? 

Gli studiosi dei flussi elettorali ci hanno spiegato che molti elettori del centro sinistra o di sinistra sono confluiti nei 5S, per questo è un movimento che volge il suo sguardo a sinistra, ma si ignora che ben 12 milioni di cittadini hanno preferito disertare il voto ( quindi la prima forza di opposizione al sistema ); che il programma dei 5S non aveva nulla di sinistra, se non la promessa del reddito di cittadinanza e il taglio della politica, abolizione della Fornero e del jobs act con reintroduzione dell’art 18 della legge 300, definiti dalla stampa benpensante proposte populiste, impraticabili, trascurando i temi dell’Europa e dell’Euro, la politica internazionale e delle alleanze,   ci svela che l’ago del  contatore geiger segnala a destra  forti radiazioni.

Il voto del 4 marzo è stata una contestazione antisistema, lo dicono i risultati e 12 milioni di non votanti. Il voto si è diretto verso le forme più estreme delle proposte politiche o più simpatetiche con le proposte di rottura e alternative alle consuetudini solidaristiche, dei programmi di risanamento economico e di riforme del sistema, delle quali si coglievano e sperimentavano solo sacrifici, accrescimento delle diseguaglianze e incremento della povertà e delle esclusioni. Milioni di disoccupati o precari, giovani privati di un futuro, famiglie senza una casa e alla disperazione, pensionati impauriti dalla voci di revisione de calcoli su cui le pensioni sono liquidate, un sindacato depotenziato e annichilito, finanza e banche onnivore delle poche risorse finanziare disponibili e la divaricazione sempre più intollerabile tra i ricchi e i poveri, sono la causa di questa rivolta sociale.

La perdita di ogni contatto della sinistra con la realtà del Paese, con la vita della gente, la divaricazione apertasi tra il gruppo dirigente e la base, anche a causa del cambiamento del modello organizzativo ( da partito a movimento, alla creazione dei circoli sostituendo le sezioni ), ha snaturato il simbolo consociativo su cui si stabilisce un consenso di continuo interscambio culturale e creativo tra base e vertice.  Al militante o attivista è scemato il significato o il senso di un impegno per assenza di un referente, subentrando in lui un’alterità dicotomica rispetto al percorso seguito dal movimento chiamato a rappresentare.

La sinistra può dare il suo contributo solo su pochi temi, senza coinvolgimenti diretti con il Governo, che può essere diretto dai 5S senza la presenza dei voti di Salvini e men che meno della Meloni. Questo condizionamento della operatività del Governo è la garanzia per la sinistra a che si attui un programma minimo: lavoro, giovani, lotta alla povertà, solidarietà, riforma fiscale con revisione delle aliquote a favore delle fasce più colpite dalla crisi,  e impegno per la pace fuori da una introspezione neutralista. Nel frattempo la sinistra porta avanti il suo rinnovamento e rigenerazione.

C’è invero poco tempo, ma l’unica alternativa è la costituente della sinistra che predisponga e prepari un congresso rifondativo. In quel consesso recuperare una visione della sinistra proiettandola nel contesto di un mondo in corso di cambiamento, nella visione dei nuovi rapporti di forza e della divisione del lavoro che la globalizzazione del XXI si accinge a ridisegnare. Occorre mettere mano ad una cultura del rinnovamento del gruppo dirigente, intellettualmente all’altezza del compito a cui è chiamata la nuova sinistra.  Un rinnovamento che non può prescindere da una rilettura  e riformulazione della prassi elaborata da Marx e da Gramsci,  indispensabile per riconquistare il consenso e la credibilità del mondo del lavoro, dei giovani  e degli intellettuali sinceramente disposti a battersi per una sinistra moderna al servizio del popolo, della pace e della libertà dal bisogno.

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Alberto Angeli

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Simone Weil e il lavoro- un pensiero attuale al quale la sinistra deve guardare per capire, di A. Angeli

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Non fu solo una intellettuale Simone Weil,  fu anche operaia, lavorò in fabbrica e prese parte attiva alle lotte sindacali. Si sentiva fortemente legata a questo mondo,  tanto da condividere in ogni sua forma la condizione del lavoro mortificato dalla catena di montaggio. A ciò non la spinse un’appartenenza politica, quanto, piuttosto, la convinzione che anche l’esperienza  del lavoro  nella condizione di operaia potesse divenire una condizione sociale e  umanamente costruttiva.

Di Simone Weil  la diffusa saggistica ne valorizza il ruolo. essendo una delle poche donne filosofo del XX secolo, che  insieme a  E. Stein ed H. Arendt, ne viene ricordata anche la sua attività politica e sindacale e la sua partecipazione  alla guerra civile spagnola in cui militò fra le file anarchiche; non meno impegnativi risultano i suoi studi sul misticismo. Nondimeno,  l’esperienza vissuta come operaia è  quella che più di ogni altra ha inciso nella sua formazione sociale e filosofica.  Ha appena compiuto venticinque anni, fra il 1934 e il 1935, e decide di prendersi un “anno sabbatico”, lascia la scuola e gli studi per entrare come operaia, impiegata alle presse, nell’azienda elettrica Alsthom di Parigi.

Si coglie già in questa scelta compiuta in età giovanile quale sia l’orientamento che intende dare alla sua riflessione  culturale, rivolgendo il proprio interesse al mondo del lavoro, in ciò spinta sicuramente  dalla curiosità intellettuale  verso il mondo del lavoro, pervenendo alla definizione di un pensiero con il quale configurare un possibile collegamento tra i due sistemi di studio sui quali essa indagava, benchè divergenti, quali: la politica e i fondamenti della matematica.

Non si ritenga singolare in Weil questo metodo di studio, rivolto ad indagare più ambiti scientifici,  che essa svolgeva come ricercatrice dei fondamenti delle scienze implicanti la volontà e quindi un valore morale. Questa linea di condotta si ritrova: “ In Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale”, scritto nel 1934, poco prima di entrare in fabbrica. Qui, già, affiora e matura un’analisi sui meccanismi dello sfruttamento del lavoro salariato, nonché, ad esso collegato, il tema delle libertà.

Ben presto dalla conclusione delle Riflessioni, nelle quali la razionalità con la quale è condotta l’analisi dei temi affrontati, emergere la centralità della ragione; sempre nel 1934, avviene un cambiamento della sua esperienza al punto da sconvolgere la vita di questa insegnante di filosofia appena venticinquenne. Weil fa propria l’esperienza della vita operaia, del suo modo di vivere e sentire culturalmente l’oppressione di una vita condizionata dai ritmi dell’organizzazione del lavoro, privata di qualsiasi sicurezza o aspettativa di giustizia sociale. Tutto questo avviene nel sospetto che anima alcuni colleghi di lavoro, i quali valutano la sua figura delicata, il comportamento educato e le sue mani curate, come un segno di distinzione fino a considerarla una studentessa fallita nel suo scopo di raggiungere un diverso livello sociale.

Emblematica è la descrizione della condizione operaia e della vita che conducono in  fabbrica i lavoratori; le descrizione ci rappresenta la fabbrica dove essa lavora come un incubo di totale annullamento della identità individuale e della volontà dell’operaio,  legato alla catena produttiva con ritmi e tempi di lavorazione che lo asserviscono in condizioni di assoluta schiavitù. Inoltre, non manca il risvolto umanistico, il rilievo che svela l’asservimento dell’operaio al diretto capo reparto e la rassegnata sottomissione ai superiori fino a identificarsi in una forma di inaccettabile servilismo.

“Come sarebbe bello lasciare l’anima dove si mette il cartellino di presenza e riprenderla all’uscita. Ma non si può. L’anima la si porta con sé in officina. Bisogna farla tacere”, questo il pensiero della Weil, che continua: “Per me, personalmente, ecco cosa ha voluto dire lavorare in fabbrica: ha voluto dire che tutte le ragioni esterne (una volta avevo creduto trattarsi di ragioni interiori) sulle quali si fondavano, per me, la coscienza della mia dignità e il rispetto di me stessa sono state radicalmente spezzate in due o tre settimane sotto i colpi di una costruzione brutale e quotidiana…Non sono fiera di confessarlo… Mettendosi dinanzi alla macchina, bisogna uccidere la propria anima per 8 ore al giorno, i propri pensieri, i sentimenti, tutto… Questa situazione fa sì che il pensiero si accartocci, si ritragga, come la carne si contrae davanti a un bisturi. Non si può essere coscienti”. In questa osservazione costruita su basi  di esperienza diretta, possiamo cogliere l’umanesimo, quasi un senso di spiritualità della bruciante realtà in cui l’uomo/ lavoratore si trasfigura fino al suo annullamento.

L’ascetismo sembra costituire un modo di vita a cui la Weil si dedica in questo periodo della sua nuova ricerca spirituale: frequenta con assiduità sindacati e circoli culturali, sperimenta il modo di vivere delle classe lavoratrice, della parte più disagiata, arrivando ad imporsi ristrettezze e a privarsi del riscaldamento, spingendosi al sacrificio del digiuno o limitando il consumo di alimenti di scarso contenuto proteico. Si muove su un terreno politico molto attivo, partecipando a manifestazioni di carattere antifascista e anti capitalista, esponendosi al punto di richiamare l’attenzione della polizia.  Il suo impegno la spinge a svolgere un ruolo importate per la sinistra rivoluzionaria, fino ad ospitare, per un breve tempo, il leader comunista antistalinista Trotzkij.

Tuttavia non si iscrive a nessun partito, poiché non si riconosce in nessun movimento politico della Francia di allora ( al proposito, contro i partiti scriverà una breve saggio ). Per il suo modo di rappresentare la politica sarà definita trotzskista, benchè esprima una linea teorica che la spinge a rifiutare del Marxismo il carattere materialista, il determinismo economico, la visione etica e assolutista dello stato. Nello sviluppo del suo pensiero, in questo periodo, forte è la denuncia dello sfruttamento del lavoro operaio denunciando l’ingiustizia che si manifesta con la proprietà dei mezzi di produzione, così avvicinandosi, mediante questa via teoretica al pensiero di Marx.  Scorrendo il testo del saggio si perviene ad individuare una continuità con la costruzione Marxiana per quanto attiene all’analisi dello sfruttamento del lavoro e sulla proprietà dei mazzi di produzione. Da qui infatti parte la sua critica al Taylorismo, definito un caposquadra del tipo che… si piegano volentieri a fare i cani da guardia dei padroni, da cui ha maturato l’esperienza che lo hanno orientato negli studi di un modello produttivo in cui lo sfruttamento diviene scientifico.

Lungo il percorso della sua analisi la Weil compie un immersione sociologica sulla natura dal lavoro e sul condizionamento psicologico che i processi produttivi producono nella mente e nel comportamento del lavoratore. Certo, il lavoratore vive un senso di solitudine, anche a causa del fatto che alla catena di montaggio il soggetto si sete perduto ed è consapevole che non stia costruendo qualcosa di reale.  Avverte, cioè, un distacco e di vivere in un luogo che non appartiene al lavoratore. Un sorta di schiavitù, non quella classica dei testi di storia, lo schiavo stoico per intenderci, ma avverte la privazione della propria interiorità e individualità. Si pone quindi, senza alternative, una questione di riscatto sociale e una riacquisizione del valore della persona a cui ridonare il significato della sua esistenza. La risposta non risiede solo nella rivolta sociale, insufficiente se non matura nell’animo del lavoratore il senso profondo della sua volontà a ritrovare nel suo animo il significato della sua libertà. Al proposito Weil si esprime in questi termini:  “in questa rivolta contro l’ingiustizia sociale l’idea rivoluzionaria è buona e sana. In quanto rivolta contro l’infelicità essenziale inerente alla condizione propria dei lavoratori, è una menzogna. Perché nessuna rivoluzione potrà abolire quell’infelicità”.

E ad arricchimento dl suo pensiero scrive::  “L’iniziativa e la responsabilità, il senso di essere utile e persino indispensabile, sono bisogni vitali dell’anima umana. Una completa privazione di questo si ha nell’esempio del disoccupato, anche quando è sovvenzionato sì da consentirgli di mangiare, di vestirsi, di pagare l’affitto. Egli non rappresenta nulla nella vita economica e il certificato elettorale che dimostra la sua parte nella vita politica non ha per lui alcun senso”. Allora, per pervenire ad una diversa idea in cui l’individuo si senta parte della ricostruzione sociale e politica, si deve passare a quell’idea in cui la responsabilità si coniuga con il presupposto della libertà dal bisogno a dall’ingiustizia. La libertà, dice Weil, è una condizione politica (e la Weil combatté per essa nella guerra civile spagnola e cercò di farlo nella seconda guerra mondiale), tuttavia  deve fare parte di una visione  politica, per cui non basta essere liberi, ma bisogna diventare liberi, ovvero occorre sapere spendere intelligentemente la propria libertà. Dobbiamo, alfine, riconoscere, che alla natura della libertà è  applicabile l’idea dell’utopia, per ottenere la quale si mobilitano interi popoli, benchè non sempre sia pienamente raggiungibile, fin tanto che rimane alla stregua di una idea regolativa, tanto per usare il linguaggio di Kant.

Si coglie nel ragionamento sviluppato dalla Weil un certa linea di scetticismo politico sulla possibilità da parte della classe operaia di guadagnarsi una sponda di emancipazione mediante azioni di lotta, ritenendo anzitutto che nel movimento operaio ( o la classe lavoratrice ) venga a maturazione, nella propria interiorità, un pensiero  politico di riscatto e di libertà, come traguardo di affermazione di una vita più umana,   verso cui indirizzare la lotta al fine di liberarsi dalla condizione servile a cui lo costringe il sistema capitalista. Ella guarda e valuta gli elementi  che il laboratorio speciale su cui ha studiato evidenzia, potendo così rilevare come lo strumento della lotta possa rivelarsi inefficace se non si pongono al centro della lotta sindacale e politica rivendicazioni su cui si orienti il consenso pieno e totale della classe coinvolta. Per lei lo scioperò diviene una liberazione dall’attitudine del lavoratore alla passività quotidiana, che nel corso del tempo neutralizza la volontà della lotta e della ribellione.  Quindi lo sciopero è uno strumento di scossa necessario e fondamentale.

Non è la rivoluzione. Questo no. Tuttavia, anche se si pervenisse a questa forma di lotta in essa  la studiosa intravede l’ambizione dei lavoratori a ricorrere a questo strumento, con l’intento di trasformarlo in un elemento collettivo in cui si raccolgono le spirazioni di una classe sociale che si pone l’ambizione di cambiare la sua situazione di classe e sociale. La strada che indica Weil è anche quella della preparazione e dello studio, quindi della formazione dei lavoratori ( questo aspetto è valorizzato dal suo ruolo di insegnante di filosofia ), poiché solo seguendo questa strada educativa e formativa il lavoratore acquisterà la necessaria capacità di costruire le giuste nozioni politiche su cui poggiare la propria iniziativa di crescita sociale, avendo come visione un mondo nuovo da cui estrarre tutte le motivazioni umanitarie e cognitive indispensabili alla comprensione dei processi della produzione e dell’organizzazione del lavoro.

In questo lavoro di ricerca della condizione operaia e dello stato di sfruttamento degli esclusi condotto dalla giovane Weil è rilevante il riferimento ai valori della società da riconquistare mediante una lotta politica, per questo la filosofa insiste sul fatto che il lavoratore deve impegnarsi nella ricostruzione di una propria identità, utile a comprendere ciò che la società capitalista rappresenta, in specie per la forte attrazione esercitata dal possesso del denaro e dalla spinta al consumismo che ne consegue. Questi “doni”  che la società capitalista indica come valori, per la Weil sono invece indicativi di un asservimento per cui li indica come sostitutivi e quindi distruttivi della civiltà che ne subisce il fascino. Al proposito, scrive: “Esiste una condizione sociale – il salariato – completamente e perpetuamente legata al denaro, soprattutto da quando il salario a cottimo costringe ogni operaio ad essere sempre teso mentalmente alla busta paga. La malattia dello sradicamento raggiunge il massimo della gravità in questa condizione sociale”.

Nel passaggio conclusivo si evince un insistente richiamo alla tradizione, non per rianimare una nostalgia ormai fuori tempo, ma per richiamare l’individuo, il lavoratore, il cittadino ad un nuovo impegno di rigenerazione su cui basare una lotta politica a sostegno di una liberazione nell’ambito della democrazia e della libertà dal bisogno. Infatti……..”Mediante la sua partecipazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una collettività che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro, l’essere umano ha una radice. […..] Ad ogni essere umano occorrono radici multiple. Ha bisogno di ricevere quasi tutta la sua vita morale, intellettuale, spirituale tramite gli ambienti cui appartiene naturalmente”.

Questo breve testo riassuntivo di un disegno filosofico e sociale, elaborato da una pensatrice dalla quale provengono dal passato segnali importanti per la sinistra, una lezione di profonda umanità, poichè ci trasmette un’eredità di cui è opportuno rivalutarne tutta la sua rilevanza culturale e politica.  Il presente testo non ha alcuna pretesa di ricostruzione del pensiero della Filosofa Simone Weil, limitandosi ad essere un modesto contributo alla sua rivalutazione politica, in specie dopo il 4 marzo 2018, che ha segnato la sconfitta della sinistra e del movimento sindacale.

Albero Angeli

Il prezzo del social, di C. Baldini

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baldini claudia 4

Dopo anni di ‘non pensiamoci’, abbiamo scoperto l’acqua calda: abbiamo dovuto cedere la privacy per accedere al mondo virtuale. Le leggi, i regolamenti, i contratti ci sono sempre stati, ma quanti si sono letti 100 pagine di cavilli in inglese?

E poi ancora più bella, la retorica del consenso all’utilizzo dei propri dati, pena il mancato utilizzo del programma che vogliamo utilizzare.
A tutti poi capita di accettare , ignorandolo, il seguente, insulso messaggio: «Questo sito si serve dei cookie di Google per l’erogazione dei servizi, la personalizzazione degli annunci e l’analisi del traffico. Le informazioni sul tuo utilizzo del sito sono condivise con Google. Se prosegui la navigazione acconsenti all’utilizzo dei cookie». Cos’è mai se non l’avvertimento di una profilazione? Ed è su questi ricatti normatizzati che è cresciuta la sostanziale impunità di un sistema fondato sulla totale e irreversibile mancanza di dimensione privata dei suoi iscritti.

E’ evidente che dopo lo scandalo Cambridge Analytica “qualcosa” dovrà cambiare perché la politica, pur contando sempre di meno, non può rinunciare a dar segno di vita. Pertanto stanno per scattare nuove leggi col proposito di vincolare i colossi che mangiano privacy e di tutelare la sfera privata dei cittadini-utenti; il problema è capire se e quanto risolvano davvero queste norme, posto che le aziende sono bravissime a superarle ogni volta con un tasso di innovazione sempre più spinto, che svuota le normative, rivolta a un passato che, anche se vecchio di pochi mesi, appare già remoto.

D’altronde da Obama a Casaleggio tutti hanno utilizzato ed utilizzano i nostri profili, per vincere, per vendere, per guadagnare.
E che cosa sono i Social network se non società private, ma che costituiscono una nuova infrastruttura pubblica su cui si muovono interessi economici oltre al dibattito pubblico?
Quando entri, non paghi un biglietto, ma lasci la carta d’identità della tua anima, a disposizione di tutti.

Ma è ancora possibile lasciare in mano ai privati della Silicon Valley, senza alcuna regolamentazione, la gestione di questa infrastruttura? La datacrazia, cioè il potere di processare i dati e il loro utilizzo, è una materia che pone fondamentali dubbi e angosce

Pensiamo alla politica
La figura dello statista è stata sostituita da quella del politico artificiale, prodotto in laboratorio dagli spin doctor che studiano gli algoritmi, analizzano i big data, pesano i sondaggi, sondano il web, contano i follower, carpiscono gli umori dell’opinione pubblica per convertirli prima in like e poi in voti sonanti.

Ma è legittimo pensare che una politica i cui interpreti sono costruiti a tavolino non può avere più la statura necessaria per sedere a tavoli ben più importanti. Una politica la cui missione primaria è divenuta intercettare i byte e rincorrere il click, perde la sua stessa ragion d’essere, ed è condannata all’obsolescenza programmata.Ed infatti è la desolazione intorno a noi

Intanto a lamentarsi delle procedure ambigue e “criminose” di Facebook siamo noi, i due miliardi di umani che vivono in Facebook. Adesso è di moda l’hashtag “fuori da Facebook” (lanciato dal cofondatore di WhatsApp, Brian Acton, in sospetto malanimo verso Zuckerberg). Ma nessuno ne uscirà mai, perché le nostre relazioni, i nostri contatti, il nostro stesso lavoro sta incatenato lì dentro e il padrone di casa lo sa.
Sa che, passata la bufera, tutti si adegueranno fingendo di credere a nuove tutele che non esisteranno mai (anzi). Per questo può permettersi di mentire quando parla di «sbagli che non dovranno più accadere»: se vuol dire ai suoi di farsi più furbi, allora è credibile, ma se intende che ha scoperto la sacralità dei profili dei suoi utenti, allora fa ridere. Frattanto, appare minacciato da nuove leggi e nuove multe che potrebbero portargli via 1,6 miliardi.

Ma, più che le ritorsioni della politica, è il tanto vituperato mercato a fare giustizia: in poche ore dallo scandalo Cambridge Analytica che lo coinvolge, Zuckerberg s’è fumato 60 miliardi di capitalizzazione in Borsa. Una bella sberla, ma il ragazzo è perfettamente in grado di assorbirla, visto che il titolo, dopo alcune incertezze iniziali, stava sotto i 50 dollari nel 2013 e il 20 marzo ha chiuso a 168,15 dollari e secondo alcuni analisti può arrivare fino a 250 dollari. Che vuoi che sia una multa da un paio di miliardini, subito spalmata?

Certo, nuovi profili giuridici dopo un casino come questo non potranno mancare; ma saranno leggi di facciata, perché come fa la politica a imporre leggi efficaci a qualcuno dal quale dipende e che può crescere solo senza le leggi che lo limitano?
Domanda a noi: accettiamo di essere usati?
Questo è ciò su cui io sto meditando.

Claudia Baldini

Ripartire, ma a determinate condizioni, di S. Valentini

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sandro-valentini 2

Da oltre un ventennio la sinistra mostra una incapacità a coniugare dialetticamente visione sociale e prospettiva strategica per condurre una efficace iniziativa politica. Il terremoto del voto è anche la conseguenza di questa sua incapacità. Al primo distruttivo scossone del 4 marzo, che ha politicamente spaccato l’Italia in due, nord e sud, ne seguiranno altri, delle scosse di assestamento più o meno intense e violente, che renderanno il panorama di macerie ancora più desolante. E non credo che il modesto 3,5 per cento di Liberi e uguali sia dovuto alla presenza di diverse liste di sinistra. Un punticino in più non avrebbe cambiato l’esito disastroso del voto: si sarebbe aggiunta ulteriore confusione politica alla tanta che già c’è a sinistra e che il dibattito del dopo voto inevitabilmente sta confermando.
È in atto, in Italia come in Europa, un processo di scomposizione e ricomposizione del sistema dei partiti, cioè della cosiddetta “crisi della democrazia”, o meglio della crisi istituzionale, politica e sociale dei sistemi liberali. Da tempo il capitale finanziario ha deciso di fare a meno della democrazia. Le istituzioni europee sono ridotte a momenti decisionali a-democratici. Basta mantenere in piedi un simulacro di “sovranità popolare”. Lo scontro tra i populismi, considerati forze antisistema, e l’élite finanziaria europea in verità non c’è mai stato. La riprova sta nel fatto che i mercati non hanno manifestato nervosismi e lo spettro dello spread non ha avuto picchi pericolosi, nonostante la gigantesca ondata populista. Lo stesso era accaduto con la elezione di Trump negli Usa. Rispetto a questa “crisi di sistema” la socialdemocratica manifesta la sua totale inadeguatezza e la sinistra radicale una residualità fatta di ideologismi impressionante, mentre una sinistra nuova non sempre riesce a emergere e ad affermarsi come soggetto con una discreta base sociale: l’Italia ne è la dimostrazione evidente.
Liberi e uguali si è presentato come un “cartello elettorale”, tra l’altro messo su tardivamente, con l’obiettivo di rilanciare una sinistra che diventasse il motore di un centrosinistra non a trazione renziana. Ha sottovalutato il sistema elettorale prevalentemente proporzionale, dove gli accordi di governo avvengono in Parlamento dopo il voto. Non so se siamo alla terza repubblica. Una cosa però è certa: dopo vent’anni di bipolarismo e di tentativi di costruire il bipartitismo (si pensi all’Ulivo e al Pdl), per molti aspetti siamo tornati alla prima repubblica, con la presenza di due partiti con caratteristiche di massa: Movimento 5 Stelle e Lega. Le due forze hanno dimostrato di saper declinare il lavoro politico del “porta a porta” con gli strumenti tradizionali dei media e con le nuove forme di comunicazione della rivoluzione digitale. Sono formazioni con i tratti del partito di massa (sarebbe errato considerarli dei semplici partiti di opinione). Quindi non è assolutamente vero che il partito di massa abbia esaurito la sua funzione: si è trasformato, ha cambiato pelle. Utilizza in modo intelligente le nuove tecnologie, oltre ovviamente i tradizionali metodi di ricerca del consenso e la costante mobilitazione dei suoi militanti. La sinistra non è stata capace di fare altrettanto.
Tutto ciò è stato possibile in quanto entrambe le formazioni hanno una visione del Paese e non una impostazione gestionale e amministrativa. Quando Salvini e Di Maio affermano che il concetto di destra e di sinistra sono superati non compiono una operazione a-ideologica o esclusivamente programmatica, ma rilanciano una loro precisa e chiara visione della società, definiscono la loro identità. È una forma moderna di ideologia che settori popolari e ceti medi impoveriti percepiscono essere in sintonia con la loro grande voglia di cambiamento, anche se poi queste spinte demagogiche e populiste vengono riassorbite per essere instradate dal sistema: devono infatti fare i conti, proprio perché non sono forze anticapitalistiche, con la realtà data, cioè con l’agenda politica che indica la necessità della stabilità dei governi sulla base dei dettati di Maastricht e del fiscal compact. La trasformazione di Di Maio in leader “responsabile”, attento alle dinamiche dei mercati e “atlantista” non deve perciò più di tanto meravigliare. Il Movimento 5 Stelle e Lega sono due diverse modalità di populismo intrecciato alla demagogia. Ma non sono le uniche: Renzi e Berlusconi non sono stati da meno. Le due formazioni vincitrici delle elezioni hanno vinto poiché in primo luogo hanno i tratti del partito di massa e non tanto perché sono populiste, che è una caratteristica di tutto il sistema politico. Sono state avvertite dalle popolazioni in sofferenza sociale a loro più vicine, proprio per questi tratti che hanno favorito la conduzione di una campagna elettorale in cui il proporzionale è stato valorizzato ed esaltato. Addirittura la Lega, pur facendo parte di uno schieramento di centrodestra, non ha rinunciato a sviluppare una iniziativa politica di forte competizione con Forza Italia.
Tutto ciò a sinistra non è accaduto. Non si è compreso che il problema non era la rifondazione del centrosinistra, ma della ricostruzione di un moderno e nuovo soggetto della sinistra. Con il proporzionale Liberi e uguali aveva l’occasione di mostrare la sua visione di società e la sua identità, invece si è presentato come copia piccina piccina dell’esperienze uliviste. Ha dato questa immagine, cioè di essere un “cartello elettorale” improvvisato, senza visione strategica e identità, dando la sensazione, tra l’altro, di essere la sommatoria di piccoli gruppi della sinistra al limite dell’autoreferenzialità i cui gruppi dirigenti sono un pezzo di ceto politico più volte duramente sconfitto (Si guardi alle ultime vicende della Regione Lazio). A prescindere dall’uso che si è fatto dei media e delle nuove tecnologie digitali, come è stato possibile ritenere che si sarebbe potuto riattivare militanti frustati e delusi dalle politiche del centrosinistra (non solo del Pd di Renzi) senza avere una visione di società, senza indicare una prospettiva, senza una identità che diventasse “senso comune di appartenenza”? A Pomigliano d’Arco la maggioranza degli operai è con la FIOM, ma il 65 per cento di essi ha votato per 5 Stelle! 
Occorreva pertanto una discontinuità, di uomini e di proposte con le pratiche del centrosinistra: la precarizzazione (pacchetto Treu), le privatizzazioni (con svendite di un patrimonio produttivo del Paese a inaffidabili “capitani d’industria”), l’abbandono del Mezzogiorno a se stesso, il governo Monti con le sue controriforme sociali e l’inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione, per fare solo alcuni esempi, sono da addebitarsi al centrodestra o al centrosinistra? Su una questione Renzi ha ragione: la soppressione dell’articolo 18 e del jobs-act non sono stati provvedimenti altra cosa rispetto alle politiche uliviste, con tali politiche sono invece in forte continuità. Così Liberi e uguali non è stato un “cartello elettorale” credibile. Non si è presentato come forza nuova, in discontinuità assoluta con il passato. Doveva avere l’ambizione di essere, con la crisi profonda del Pd, una forza di sinistra che aspirava a divenire componente di maggioranza del campo progressista, e non apparire come la corta seconda gamba di un rinnovato centrosinistra. Con il proporzionale era questa la partita che si doveva giocare.
In un sistema proporzionale il centro-sinistra è una delle possibili proposte politiche di governo (in altri tempi si sarebbe detto una formula) su cui costruire in Parlamento una maggioranza, ma non è, a differenza di ciò che avviene in un sistema bipolare maggioritario, una coalizione programmatica e di governo, o addirittura un partito unico del centrosinistra. Non so se la inadeguatezza di Liberi e uguali sia dovuta a mancanza di coraggio o sia l’inevitabile conseguenza di una cultura politica di ispirazione ulivista, sia pure un po’ più a sinistra dal Pd. L’unica cosa certa che so è che il voto ha provocato la sparizione della sinistra (non l’estinzione), lasciando un senso di vuoto e di smarrimento. 
Anche sul piano sociale Liberi e uguali ha evidenziato profondi limiti. È mai possibile che in un Paese in cui ci sono 6 milioni di poveri assoluti e una disoccupazione giovanile che in alcune zone del Mezzogiorno si aggira intorno 50 per cento la proposta qualificante della sinistra sia la soppressione delle tasse universitarie anche se importante? È questa la priorità delle popolazioni meridionali, dei giovani? Non dico che bisognava fare come 5 Stelle e la Lega che hanno spettacolarizzato la campagna elettorale con proposte confuse e demagogiche e a volte inquietanti, che però hanno avuto il merito di raccogliere il diffuso e profondo malessere sociale del Paese con messaggi forti. Si è opportunatamente denunciata la crescente diseguaglianza sociale, ma in concreto, oltre a indicare il principio costituzionale della progressività, quali sono state le due/tre proposte forti per rendere possibile e credibile davvero una diversa distribuzione della ricchezza? Idee forti, avrebbe detto Engels: un programma che sia una bandiera piantata nella testa della gente! Perché si è farfugliato sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario dopo aver ricevuto, tra l’altro, dalla Germania una importante sponda? E si potrebbe continuare con il reddito minimo garantito, che avrebbe permesso un confronto non difensivo con la pasticciata proposta del reddito di cittadinanza, per non dire della “riforma Fornero” e di come correggerne gli aspetti più iniqui. Insomma, anche nei programmi ho visto molta timidezza, una cultura politica figlia dell’esperienze di centrosinistra. 
Noi abbiamo invece la necessità di rifondare una sinistra del XXI secolo, che non sia la semplice continuazione delle esperienze storiche del Novecento, ma un soggetto nuovo, moderno, capace di raccogliere la sfida della globalizzazione sempre più dominata dal capitale finanziario. Una sinistra che prospetti una visione di andare “oltre il capitale”. Con il voto abbiamo perso una grande opportunità in Italia per avviare tale lavoro di lunga lena, iniziando da quello fondamentale del radicamento sociale. Si deve ripartire, ovviamente da una posizione ancora più arretrata, ma si può ripartire, a determinate condizioni però, non commettendo gli errori che ormai si commettono da più di un ventennio. L’auspicio è che da qui alle elezioni europee si sia imparata finalmente la lezione.

Sandro Valentini