Mese: settembre 2017

Giuseppe Di Vagno, “il gigante buono”, il primo deputato socialista ucciso dal fascismo, di N. Corrado

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di vagno

Giuseppe Di Vagno (Conversano [BA], 12 aprile – Mola di Bari, 25 sett. 1921). Nacque da Leonardo Antonio e da Rosa Rutigliano, in un’agiata famiglia contadina. Dopo aver compiuto con buoni risultati gli studi liceali presso il locale seminario, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Roma, ove subì l’influenza politico-giuridica di Enrico Ferri. Laureatosi nel 1912, dopo aver svolto un breve periodo di attività forense nella capitale, si iscrisse al partito socialista e tornò definitivamente a Conversano, ove promosse le lotte popolari e bracciantili di quegli anni. Nelle elezioni del 1914 fu eletto per la lista socialista al Consiglio provinciale. Interventista su basi democratiche prima dello scoppio della guerra, denunciò successivamente la natura imperialista della stessa.
Durante il conflitto, col grado di caporale, fu relegato fra la truppa di stanza in Sardegna a causa delle sue opinioni politiche. Il 10 novembre 1917 venne violentemente attaccato nel Consiglio provinciale per la sua posizione di supposto disfattismo. La violenta polemica ebbe immediata ripercussione in una manifestazione di piazza scatenata contro di lui dai gruppi nazionalisti. Nell’anno successivo incominciò la sua collaborazione ai giornali progressisti “L’Oriente”, “Gazzettino di Puglia” e “Il Giornale del Sud”. Sempre nello stesso anno, per la sua attività politica, venne schedato presso il Casellario politico centrale (8 febbraio).
Dopo la guerra riprese a svolgere l’incarico di segretario dell’Ente provinciale di consumo, che aveva cominciato già da prima del conflitto, suscitando però le critiche di alcuni socialisti operaisti che consideravano l’Ente un’istituzione borghese. È di quegli anni, inoltre, la ripresa su vasta scala dei suoi interventi processuali a difesa di braccianti imputati di reati economico-politici in danno dei latifondisti locali.
Nel 1919, a causa della sua adesione al programma meridionalista di Gaetano Salvemini, fu escluso dalla lista dei candidati del Partito socialista italiano alle elezioni politiche. Superato il momento d’attrito interno al partito, nell’ottobre del 1920 venne riconfermato come rappresentante socialista nel Consiglio provinciale e, nell’anno successivo, nominato direttore dell’organo della federazione socialista di Bari “Puglia rossa”. Durante uno sciopero generale, proclamato dalle organizzazioni proletarie di Conversano il 25 febbraio per protestare contro le violenze fasciste, scoppiarono gravi incidenti popolari. Pur non avendo direttamente partecipato agli scontri, Di Vagno fu indicato dai fascisti come l’animatore degli incidenti. La prepotenza fascista, tollerata dalle autorità governative, giunse al punto da metterlo al bando della cittadina. Egli, comunque, continuò la sua azione di organizzatore del movimento socialista nella regione in un clima di continue violenze: i fascisti, l’8 maggio 1921, a pochi giorni dalla consultazione elettorale politica, incendiarono la Camera del lavoro di Conversano.
Le elezioni del 15 maggio videro, però, un ampio successo di Di Vagno che venne eletto nella lista socialista nella circoscrizione di Bari e Foggia con ben 74.602 voti di preferenza. A Conversano, però, ne ottenne solo 22 a causa delle intimidazioni messe in opera dai fascisti locali. Entrato in Parlamento, venne chiamato a svolgere le funzioni di segretario della commissione Giustizia. Il 30 maggio 1922, con l’intenzione di infrangere la proscrizione fascista, andò a tenere un comizio a Conversano. Al termine della manifestazione una squadra di fascisti provenienti da Cerignola organizzò un attentato contro di lui. Invece di Di Vagno, nell’agguato rimase però ucciso un altro militante socialista, Cosimo Conte, e vennero feriti nove contadini. Durante gli scontri trovò la morte anche il fascista Ernesto Ingravalle. Tentativi di aggressione nel suoi confronti proseguirono nei giorni successivi a Casamassima, Noci e Putignano.
Pochi mesi dopo, mentre si stava recando a Mola di Bari per l’inaugurazione di una sezione, Di Vagno fu avvertito che si stava organizzando un nuovo agguato contro di lui. Ciononostante egli volle ugualmente raggiungere il 25 settembre 1921 il centro costiero pugliese. Dopo un comizio tenuto in piazza XX settembre, una squadra di fascista ispirati da “ras” locale Caradonna proveniente da Conversano lo aggredì a colpi di rivoltella e lanciando una bomba a mano in via Loreto. Ferito gravemente, Giuseppe Di Vagno morì il giorno successivo nel locale ospedale civile.
Per l’omicidio, aggravato e premeditato, furono rinviati a giudizio presso la corte di assise di Bari lo studente Luigi Lorusso, quale esecutore materiale, e altri nove per correità e cooperazione immediata. Il maestro del diritto penale e leader socialista Enrico Ferri, capo del Collegio di difesa della famiglia Di Vagno, parte civile nel processo, dimostrò le lacune dell’istruttoria e la stretta correlazione tra “gli esecutori e cooperatori immediati del delitto e gli autori morali dello stesso”; il grande giurista evidenziò, in particolare, “la propaganda d’odio fatta con ogni mezzo dagli avversari di Di Vagno, e condotta sino all’estrema conseguenza di proclamare la necessaria soppressione di lui”.
Dei 26 imputati di omicidio premeditato la Sezione d’Accusa (questa era la procedura secondo il codice di procedura penale del 1913 allora vigente) della Corte di Appello delle Puglie sedente in Trani, ne aveva rinviati a giudizio dieci (drammatico richiamo, la sentenza è del 25 settembre 1922), dichiarando non doversi procedere contro gli altri, in parte per insufficienza di prove e in parte per non aver commesso il fatto. ln relazione a queste assoluzioni. tra cui quella di chi era stato il principale organizzatore. si svolsero festeggiamenti tra i giovinastri di Conversano al grido di `viva il 25 settembre’. Senonché un mese dopo questo rinvio a giudizio intervenne la Marcia su Roma; e il 22 dicembre 1922 veniva varato il primo dei numerosi decreti di amnistia del regime fascista, il cui articolo 1, comma 1 diceva testualmente:
“E’ concessa amnistia per tutti i reati preveduti nel codice penale, nel codice penale per l’esercito, nel codice penale militare marittimo e nelle altre leggi, anche finanziarie, commessi in occasione o per causa di movimenti politici o determinati da movente politico, quando il fatto sia stato commesso per un fine nazionale, immediato o mediato”.
La Corte d’Assise si trovò di fronte a questa amnistia e la applicò, prima ancora che fosse esaurita la fase processuale. Avrebbe potuto discutere sul concetto di fine nazionale, mediato o immediato, ma se ne guardò bene. Gli imputati poterono tornare a Conversano accolti dai fascisti in modo trionfale.
Nel 1944, dopo la liberazione di Roma, molti uomini politici, Sandro Pertini in testa, domandarono che si riaprisse il processo per l’uccisione di Giuseppe Di Vagno.
La richiesta era perfettamente in linea con la legge perché sia l’art. 5 del regio decreto legislativo 26 maggio 1944 n. 234, emanato a Salerno, sia l`art. 6 del decreto legislativo luogotenenziale 27 luglio 1944 n. 159 (che a Roma sostituì quel regio decreto), premessa la revocabilità delle amnistie e degli indulti concessi dopo il 28 ottobre 1922, stabilivano che le sentenze pronunziate per delitti di violenza commessi da fascisti potevano essere dichiarare giuridicamente inesistenti quando sulla decisione avesse influito lo stato di morale coercizione determinato dal fascismo.
Sandro Pertini, impegnato nei preparativi per ritornare a combattere al Nord, ebbe tempo non solo per occuparsi di questa rivendicazione, ma per recarsi a Conversano alla tomba di Giuseppe Di Vagno e fu partecipe con Giuseppe Di Vittorio di un grande comizio unitario nel teatro Piccinni di Bari il 24 settembre 1944, nel 23° anniversario dei terribili giorni del 1921.
Il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Bari aveva già provveduto – sulla base del primo decreto tra i due sopra indicati – a chiedere la riapertura dell’istruttoria nei confronti di tutti gli imputati prosciolti o amnistiati per il delitto di Mola di Bari. E il procedimento fu perfezionato con la sentenza di giuridica inesistenza pronunciata, su conforme requisitoria del sostituto procuratore generale Ernesto Battaglini, il 5 novembre 1945, che sancì l’inesistenza giuridica della sentenza della Sezione d’Accusa presso la Corte di Appello di Trani del 26 settembre 1922.
All’improvviso, però, il giudizio fu trasferito per legittima suspicione alla Corte di Assise di Potenza che, con sentenza 31 luglio 1947, condannò sei degli imputati (uno quale esecutore materiale dell’omicidio e gli altri cinque per correità) a pene varie intorno ai dieci anni di reclusione, pronunciando l’amnistia – ovviamente sulla base di nuovi decreti nel frattempo sopravvenuti – nei confronti di altri.
Peraltro, tutti (anche gli amnistiati) ricorsero per Cassazione e quest’ultima con sentenza del 22 marzo 1948 dichiarò tutti amnistiati sulla base del “decreto Togliatti” del 22 giugno 1946, ritenendo che l’omicidio dovesse ritenersi preterintenzionale date le parti del corpo colpite (solo l’omicidio volontario era escluso da quella amnistia).
Fu una sentenza sommaria, che provocò grandi polemiche, basata su valutazioni di fatto (infondate) che caso mai sarebbero spettate ad un giudice di rinvio: una vicenda chiusa nel clima tipicamente postfascista, a parte giudici e pubblici ministeri filofascisti.

Nicolino Corrado

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Fonti: Fulvio Mazza, “Giuseppe Di Vagno”, Dizionario Biografico degli Italiani – Treccani, Volume 40 (1991); Giuliano Vassalli, “Giuseppe di Vagno (1889-l921)”, Discorso pronunciato nella Sala del Cenacolo della Camera dei deputati il 26 gennaio 2005.

Bibliografia: Roma, Arch. centrale dello Stato, “Casellario politico centrale”, fasc. 19.848; “Atti parlamentari, Camera, Discussioni”, legisl. XXVI, pp. 1595-1615; A. Violante, “Di Vagno“, Bari 1921; G. Salvemini, “Come fu assassinato Giuseppe Di Vagno”, in “Il Ponte”, VIII (1952), pp. 1583 ss.; T. Fiore, Ricordo di P. D., in Rassegna pugliese, II (1967), pp. 358 s.; R. Colapietra, Dal sacrificio di G. D. alla testimonianza di D. Pastina, ibid., VI (1971), pp. 375-379; M. Dilio, D., Bari 1971; S. Colarizi, Dopoguerra e fascismo in Puglia (1919-1926), Roma-Bari 1971, pp. 189-199, 230-234; Conversano in cento anni di vita politica e amministrativa 1880-1980. Rassegna di fonti documentarie, Bari 1981, pp. 50-79; T. Aquilino, G. Donno, E. Giustiniani, Dal dopoguerra all’avvento del fascismo (1919-1926). Il movimento socialista e popolare in Puglia dalle origini alla costituzione 1875-1946, I, Bari 1985, pp. 168 s.; M. Fraddosio, L’attività parlamentare dei deputati socialisti pugliesi nella legislazione del primo dopoguerra. Il movimento…, I, Bari 1985, pp. 240-43, 249 ss.; Dizionario biografico del movimento operaio ital., a cura di F. Andreucci-T. Detti, II, Roma 1976, ad vocem.

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