Mese: giugno 2017

Riflessioni a sinistra sul Brancaccio, di R. Achilli

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Quando Montanari dice “mai con il Pd e con il centrosinistra” è in buona fede. D’altra parte, dietro di lui c’è D’Alema, che non potrà più costruire alcun rapporto umano e politico con Renzi.

In verità, sono gli assetti politici del prossimo Parlamento ad escludere, per inutilità, SI/Lista Falcone-Montanari da qualsiasi schema coalizionale. Un Berlusconi che non potrà più fare alleanze con Salvini, che chiede lo scalpo della leadership di centrodestra, potrebbe mettersi insieme al Pd renziano ed alle fronde centriste alfaniane, perché questa è, numericamente, l’unica ipotesi di maggioranza parlamentare fra “sistemici” che possa essere costruita. In questo caso, Pisapia finirà nell’insignificanza, se l’operazione di ricucitura di Prodi e D’Alema non avesse successo, oppure, più probabilmente, si alleerà con questa larga coalizione, facendone la coscienza critica (di facciata). Risucchiando nuovamente tutta o parte di Mdp, e lasciando all’opposizione il resto della sinistra.

Ovviamente, nel caso ipotetico in cui M5S, Lega e Fratelli d’Italia riuscissero a fare una coalizione di antisistemici, a maggior ragione non ci sarebbe alcuna alleanza con il Pd, visto che tutti starebbero all’opposizione per conto loro.

Ma il punto vero è un altro. Il punto vero è sul programma e sulla capacità organizzativa di costruirlo ed imporlo. I temi dell’Europa, delle politiche economiche, della verticalizzazione oligarchica imposta alla politica, che la svuota di senso, tramite il progressivo stravolgimento delle istituzioni rappresentative, e la parallela verticalizzazione oligarchica in campo sociale, che allarga le diseguaglianze e, aumentando le barriere alla mobilità, le congela, sono i temi sui quali concentrare la proposta. Sono i temi che hanno consentito a Sanders, a Mélenchon ed a Corbyn di ottenere risultati straordinari, rimettendo in campo una proposta di politica economica e sociale di tipo socialista, tradizionale, pre-blairiana.

Sul secondo punto, occorre una struttura partitica robusta, fatta di classi dirigenti preparate culturalmente e di quadri intermedi, nazionali e territoriali, in grado di riportare verso l’alto la domanda sociale e costruire una sintesi. Non è concepibile affidare la costruzione della proposta ad una società civile devastata da oltre 25 anni di assenza politica, caduta di rappresentanza, perdita di coscienza di classe, atomizzata nell’individualismo metodologico del neoliberismo. La società va ricostruita, perché non esiste più., o per meglio dire, esiste ma non è in grado di darsi una autorappresentazione politica che non sia l’immaginario liberista.

Senza queste due cose, i discorsi sull’unificazione delle liste elettorali e sul posizionamento nell’arco parlamentare, Pd sì/Pd no, centrosinistra sì/centrosinistra no, non portano alcun consenso, sono letti come un farfugliamento autoreferenziale di apparati dirigenti alla ricerca di una sopravvivenza, non costruiscono politica. Non costruiscono nemmeno un popolo, dopo che l’entusiasmo per i 1.600 accalcati davanti al Brancaccio si esaurisce. Perché il popolo non si costruisce con gli eventi mediatici, ma con un paziente lavoro di ricostruzione di basi culturali e politico-programmatiche, e di luoghi fisici ed organizzativi dove far lievitare la passione.

E allora mi dispiace, ma nell’evento di ieri, non essendo ancora stato colto il punto vero della questione, non posso che leggere il tentativo di “fare qualcosa”, di fare movimento e quindi muovere un po’ di aria, nella speranza di far passare la nottata, di trovare un/una leader spendibile mediaticamente ed una aritmetica additiva in vista del 3%. Un grande stratega del calcio, che è un ruzzino per alcuni versi istruttivo, ovvero Liedholm, diceva sempre che la squadra vincente è quella che fa muovere il pallone più dei giocatori. Se si muovono i giocatori ma il pallone non viaggia, si gira a vuoto e si sprecano energie.

E siccome credo che D’Alema, il vero organizzatore dell’evento di ieri, non sia uno sciocco, ma anzi una intelligenza fine e perfida, da vent’anni impegnata a sterilizzare ogni energia di sinistra dentro schemi centristi e liberali, mi viene da pensare che l’ennesimo richiamo all’orizzontalismo civico e agli slogan buonisti non sia altro che un tentativo di rientrare in gioco (essendo lo spazio vicino al Pd precluso a D’Alema fintanto che Renzi sarà in vita) costruendosi una sinistra innocua e priva di capacità di esprimere una alternativa reale, di sistema.

Riccardo Achilli

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Io voglio ancora il PSI, col simbolo e la sua lista, di G. Martinelli

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Quando nel 2007 decisi di partecipare alla Costituente socialista mi fu principalmente chiara una cosa . Ripartecipare ad un Partito il PSI che doveva ritornare ad essere importante nella vita politica e sociale in Italia . Io dopo il 1992 , in particolare, sono stato da socialista laburista nei Democratici di Sinistra e in SEL ma quando decisi di ritornare lo feci in modo chiaro e deciso non fidandomi più di loro . Il tutti questi anni ho cercato con tutte le mie forze di costituire insieme ad altri una vera e forte Comunità Socialista che per primo avesse il compito di riportare il nostro simbolo Socialista o di Area Socialista alle elezioni europee e nazionali. E’ da dopo il 2009 che un simbolo ed una lista socialista o di area non è stata più vista sulle schede elettorali . Non ne parliamo del Patto federativo con il PD renziano . Io ora dico che la speranza di vedere una nostra lista ed un nostro simbolo socialista riformista non l’ho ancora persa anche alleata ad altri Partiti e Movimenti della Sinistra Riformista e di Governo ! Io sono sempre stato chiaro sia nelle riunioni del PSI e sia in quelle di Socialisti in Movimento . Se qualcuno crede che quella prospettiva non è attuabile lo dica apertamente . Io già da ora non sono d’accordo con lui senza se e senza ma !

Gabriele Martinelli

La governabilità non dipende solo dal sistema elettorale, di V. Russo

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Vincenzo Russo

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In un suo articolo sul Corriere della Sera del 5-06-2017, il prof. Angelo Panebianco facendo eco a tutti quelli che come lui sono aprioristicamente favorevoli al maggioritario lancia l’allarme sul fatto che verosimilmente l’adozione di un sistema “proporzionale” favorirà l’ingovernabilità del Paese. Evidentemente AP ha la memoria corta. Con il sistema proporzionale la DC ha governato per 44 anni anche in situazioni più drammatiche di quelle degli ultimi decenni, ossia, come sostiene Giovanni Sabbatucci con il “golpe in agguato”. Si potrà discutere sulla qualità dell’azione di governo e non mi pone nessun problema accedere all’idea che complessivamente e storicamente la Repubblica sia stata mal governata. Ma questo non dipende dal sistema elettorale dipende dalla qualità della classe politica in particolare e dalla classe dirigente in generale. Prova ne sia che con la II Repubblica non abbiamo visto un grande salto di qualità. Anzi i partiti tradizionali della prima, si sono dissolti per via del leaderismo e della personalizzazione della politica. Addirittura sono sparite alcune delle culture politiche più radicate nella società italiana. Con il crollo del Muro di Berlino (1989) e l’implosione dell’URSS (1991) finiva la Guerra Fredda e veniva meno la minaccia esterna che teneva insieme alcune forze politiche minori attorno alla DC. Con il proporzionale e il CAF (la coalizione tra Craxi, Andreotti e Forlani) non si è affrontato il problema del debito pubblico perché nel 1983 l’Italia agganciava la ripresa internazionale, e la “nave andava”. Si perse una occasione storica. In quel periodo, economisti, noti a livello internazionale, sostenevano che era il proporzionale a far lievitare la spesa e il debito pubblici e non il comportamento irresponsabile dei governi in carica. Ma come abbiamo visto, negli ultimi 25 anni, con il maggioritario “coatto” della II Repubblica non si è risolto il problema perché a governi di Centro-Sinistra relativamente virtuosi si sono alternati governi lassisti di Centro-Destra. E poi è arrivata la crisi mondiale che è stata affrontata con politiche economiche sbagliate che in Europa hanno provocata una doppia recessione e, quindi, oggettivamente e in particolare nei Paesi euromed, non c’erano le condizioni per poterlo fare. Allora ragionando in una prospettiva storica, è chiaro che almeno in Italia una sana gestione dei conti pubblici non dipende semplicisticamente dal tipo di sistema elettorale proporzionale o maggioritario ma dai valori che guidano l’azione dei governanti, dai loro comportamenti più o meno responsabili che si alternano alla guida dei paesi, e non ultimo dalle fasi congiunturali che attraversano l’economia mondiale e quelle nazionali. Non sto sostenendo che i sistemi elettorali non c’entrano per niente. Dico che essi concorrono in associazione ad altri fattori che hanno a che fare con l’etica pubblica e l’accountability dei governanti. Purtroppo questi fattori di natura morale in Italia non sono molto apprezzati e praticati nella sfera pubblica né in quella privata della società civile. Purtroppo il debito pubblico italiano è storicamente il frutto del patto criminale (implicito) tra i governi che si sono succeduti alla guida del Paese e gli evasori. Le statistiche ricostruite dalla Banca d’Italia e dall’Istat a partire dall’Unità ci dicono che l’Italia è sempre stato un Paese ad alto debito pubblico prima per via del finanziamento delle Guerre di indipendenza da parte del Piemonte e dei debiti pubblici ereditati dagli Stati preunitari, poi per via delle due Guerre Mondiali e della Grande depressione e, da ultimo, per via dell’ultima depressione. Ma non c’è solo l’evasione fiscale. La corruzione e l’estorsione dilagano nel paese e per debellarla non basta certo la nomina del Commissario straordinario e la creazione dell’ANAC (autorità nazionale anti-corruzione) con risorse umane e materiali limitate.
A proposito di evasione fiscale, ricordo che il Servizio Centrale degli ispettori tributari creato nel 1981 in forza di una legge voluta dai ministri Reviglio e Andreatta è stato sciolto dopo che era stato trasformato in un organo di mera consulenza – come se il problema dell’evasione fosse stato risolto. In vista dell’attuazione del federalismo si sono abrogati controlli esterni ed interni sugli EELL e le Regioni e poi ci si meraviglia che evasione fiscale e corruzione sono stabili e aumentino da 45 anni a questa parte. Nonostante che da cinque anni a questa parte il processo di attuazione del federalismo sia stato bloccato del tutto in concomitanza dell’approvazione della legge di riforma costituzionale poi bocciata dal referendum del 4-12-2016, non c’è stato alcun tentativo di attuare un sistema efficiente ed efficace di controlli interni ed esterni. Non senza menzionare che l’Italia resta la patria delle tre più grandi organizzazioni criminali del mondo che continuano a prosperare nel nostro paese e che si internazionalizzano progressivamente. E continueranno a farlo e, per altro verso, non si capisce che dette associazioni di stampo mafioso, a livello interno, continuano a controllare pacchetti rilevanti di voti qualunque sia il sistema elettorale adottato.
Il Sole 24 Ore nei giorni scorsi ha contato a livello locale 39 simboli di liste per le amministrative e, a livello locale, è vigente un sistema maggioritario, ma possiamo dire che la maggioranza delle Regioni e dei Comuni sono ben governati? E allora alcuni commentatori e politologi dovrebbero capire che la governabilità dipende dall’abilità dei politici al governo di far rispettare le leggi, di risolvere i problemi reali della gente e soprattutto dei più deboli e bisognosi. E questa abilità è tanto più alta quanto più alta è la coesione sociale, quanto più condivisa è l’etica pubblica, quanto più responsabili sono i politici e i funzionari pubblici nei confronti dei loro elettori e dei loro cittadini in generale, quanto più è condivisa è una teoria della giustizia sociale.
Ora è chiaro che in Italia su questo terreno siamo a livelli molto, troppo bassi. E se le principali forze politiche scelgono un sistema elettorale che prevede sue terzi di parlamentari nominati non dai grandi partiti di una volta ma da oligarchie e/o conventicole centralistiche che selezionano i candidati sulla base della fedeltà al leader, è chiaro che il rapporto di agenzia tra elettori ed eletti si allenta e fomenta la deresponsabilizzazione dei politici in generale. Molti si illudono che la risposta potrebbe venire da un leader volitivo e decisionista ma è solo una illusione a cui segue di norma una profonda delusione.
Se il processo legislativo degenera perché il governo ha espropriato all’85% le Camere della loro iniziativa legislativa e più della metà delle leggi viene approvata con il voto di fiducia che riduce al minimo e, alla fine, strozza il dibattito parlamentare, è chiaro che ne consegue la deresponsabilizzazione non solo dei politici ma anche del governo stesso e della PA che il governo dovrebbe controllare nella delicata fase di applicazione della leggi. In questo modo, il governo diventa dominus del tutto e del nulla e se, perversamente, si esercita a dire che è colpa della PA e in fatto la delegittima, non si rende conto che così facendo delegittima se stesso. Anche qualche buona legge resta inattuata e si rimedia proponendo una nuova legge senza aver analizzato i motivi per cui la precedente non è stata attuata e senza una valutazione preliminare dell’idoneità della nuova legge a risolvere il problema. Si consolida la prassi secondo cui i problemi si risolvono con l’approvazione di nuove leggi. Nell’era della sfiducia non solo tra elettori ed eletti ma anche tra i poteri dello Stato, ognuno chiede leggi sempre più precise, casistiche da applicare “burocraticamente” ma non di rado i problemi della gente rimangono irrisolti. Aumenta la sfiducia nei confronti dei politici e delle istituzioni che essi animano. C’è un rischio per la democrazia? Si e qui concordo con il prof. Panebianco ma non è solo un rischio. È una realtà. C’è in corso in Italia, in Europa e nel mondo una deriva autoritaria e tecnocratica che, pur non risolvendo i problemi reali della gente, lavora in tal senso. E la risposta secondo me non è quella del rafforzamento del governo ma delle istituzioni rappresentative.

Vincenzo Russo.

Riferimenti:

Giorgio Galli (1983) L’Italia sotterranea. Storia politica e scandali, Laterza, edizione club degli editori, Mi;a cura di Gianfranco Pasquino, in Paradoxa, anno IX, n. 4, Ott.-Dic. 2015; http://www.novaspes.org/paradoxa/scheda.asp?id=560;
Sabbatucci Giovanni, in Belardelli G., L. Cafagna, E. Galli della Loggia e G. Sabbatucci, Miti e storia dell’Italia unita, Bologna, il Mulino, 1999: 203-216.

tratto dal Blog  http://enzorusso2020.blog.tiscali.it/2017/06/12/la-governabilita-non-dipende-solo-dal-sistema-elettorale/

«Non ci è concessa la libertà di stampa? Ce la prendiamo». Storia della rivista antifascista «Non Mollare», di N. Corrado

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Non Mollare” fu il primo periodico clandestino antifascista, stampato senza cadenza fissa (Esce quando può) a Firenze tra il gennaio e l’ottobre del 1925. Cessò le pubblicazioni dopo 22 numeri.Con lo stesso nome riprese le pubblicazioni come rivista dal 1945 al 1961.
A partire dal gennaio 1925, un gruppo d’intellettuali salveminiani – Nello Traquandi, Tommaso Ramorino, Carlo e Nello Rosselli, Ernesto Rossi e lo stesso Salvemini – dopo l’esperienza fiorentina del “Circolo della cultura”, destinata ad essere bruscamente interrotta da una violenta incursione delle camicie nere nella sede del circolo in Borgo Santi Apostoli, e quella ancor più rischiosa di Italia Libera, decise di dare vita ad un «foglio clandestino di battaglia».
Il titolo, come ricorda Gaetano Salvemini richiamandosi ad un racconto di Ernesto Rossi, venne suggerito da Nello Rosselli.

Avevamo passato in rassegna i nomi dei periodici italiani e stranieri che conoscevamo, risalendo fino a quelli del Risorgimento. Nessuno ci sembrava adatto per la testata del giornaletto che volevamo fare. In mancanza di meglio ci eravamo fermati sul nome “Il Crepuscolo”. Ma non eravamo soddisfatti. Poteva dar luogo ad equivoci […], dal sostantivo si sarebbe potuto trarne l’aggettivo “crepuscolari”, con il quale non ci sarebbe certo piaciuto di essere qualificati… Fu Nello Rosselli finalmente a suggerire: Chiamiamolo “Non Mollare”. E tutti fummo subito d’accordo”.
Gli scopi del “Non Mollare”, nelle intenzioni dei suoi fondatori, non erano tanto quelle di costituire un quotidiano di informazione, ma soprattutto quelle di disobbedire alle proibizioni impartite dal governo fascista, esercitando il diritto a promuovere il libero pensiero.
Regolarmente venivano stampate due o tremila copie, grazie al contributo volontario dei lettori e, nel giro di poco tempo, il giornale clandestino iniziò a circolare rapidamente.
“Chi riceve il bollettino”, si avvertono i lettori, “è moralmente impegnato a farlo circolare”. La distribuzione includeva i capoluoghi maggiori del centro-nord. Spettava a Rossi recapitare i pacchi del giornale ad amici che si chiamavano Riccardo Bauer, Umberto Morra di Lavriano, Gino Luzzatto, Camillo Berneri, Umberto Zanotti Bianco. Provvidenziale era il tramite ferroviario, assicurato, attraverso adepti devoti, dal ferroviere Traquandi. I contenuti vertevano su argomenti elementari, orecchiabili. Un posto rilevante assumeva la diffidenza verso gli oppositori ufficiali del fascismo, acquattati sulle pendici dell’ Aventino. Il giornale li considera verbosi, irresoluti, mollicci e attendisti.

Il numero 5, del febbraio 1925, tirò 25.000 copie grazie alla pubblicazione del memoriale di Filippo Filippelli, direttore del quotidiano fascista “Corriere Italiano” e proprietario dell’automobile sulla quale era stato ucciso Giacomo Matteotti, in cui Mussolini venne chiamato in causa come mandante dell’assassinio di Matteotti.

E un mese più tardi, nel n. 7, appariva una lettera in cui un capomanipolo della milizia fascista affermava che era stato il generale De Bono, “il senatore puttaniere”, ad ordinare che il deputato Giovanni Amendola venisse bastonato dagli squadristi.
“Il Duce deve vivere”, auspica il “Non mollare” nel suo numero 17, uno degli ultimi. “Deve vedere abbattuto, per volontà del popolo, il catafalco di delitti su cui si è innalzato. Deve trascinare nell’ ergastolo la catena al piede”.

Nell’aprile del 1925 i fascisti trovarono alcuni pacchetti del giornale nello studio di tre avvocati fiorentini. A questo punto per il gruppo del “Non mollare” l’esilio divenne una via obbligata.

Alcuni redattori della rivista “Non mollare”. Da sinistra a destra: Nello Traquandi, Tommaso Ramorino, Carlo Rosselli, Ernesto Rossi, Luigi Emery, Nello Rosselli.

Nicolino Corrado

Quel giorno che le donne scelsero la Repubblica, di G. Bellentani

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Finalmente quel 2 giugno era arrivato. La guerra era finita da un anno e dopo tanto tempo si poteva votare in libertà. In quel Referendum si chiedeva agli italiani di scegliere tra Monarchia e Repubblica, e da questa scelta sarebbe dipeso il futuro del Paese. Erano stati mesi di campagna referendaria pieni di discorsi e di slogan. I favorevoli alla Monarchia ricordavano che l’Unità d’Italia era stata fatta dai Savoia e che scegliere la Repubblica era un salto nel buio, visto che tante erano ancora le disuguaglianze economiche, culturali e sociali che esistevano tra Nord e Sud. Gli italiani, da sempre divisi, si sarebbero potuti ritrovare uniti sotto lo stesso progetto di democrazia? I favorevoli alla Repubblica ricordavano i comportamenti dei Savoia, i quali avevano portato l’Italia in due guerre, causa di centinaia di migliaia di morti, ma che soprattutto avevano permesso che nel Paese si instaurasse una feroce e sanguinaria dittatura, per poi scappare a Brindisi come i più pavidi dei codardi, lasciando i propri sudditi alla mercé dei nazifascisti.

Nelle strade e nelle osterie, ormai non si parlava d’altro. Ciò che invece sembrava irreale era che in quella domenica di giugno del 1946 anche le donne potessero votare. L’Italia, come tanti altri Paesi, avrebbe avuto finalmente il Suffragio Universale. Già nel 1919, le deputate Anna Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff avevano portato in Parlamento questa mozione per estendere il voto alle donne, mozione che era passata alla Camera, ma che poi non ebbe il tempo di passare al Senato, in quanto vennero indette nuove elezioni. Anche Benito Mussolini, quello che considerava le donne alla stregua di serve del marito e fattrici, con la Legge Acerbo, conferì alle donne il diritto di voto, a condizione che dovessero essere mogli di caduti o decorati in guerra, in possesso di titolo di studio e contribuenti per 40 lire annue. Quindi, praticamente pochissime.

Già nel 1944, mentre l’Italia era ancora divisa in due, con le Forze Alleate al Sud e tedeschi e Partigiani al Nord, si pensava al futuro, tant’è che un comunicato luogotenenziale diceva espressamente che Le forze istituzionali saranno espresse dal popolo italiano, che a tal fine eleggerà a Suffragio Universale un’Assemblea Costituente”.

Sia De Gasperi che Togliatti, avevano grosse perplessità riguardo al voto alle donne. Lo stesso Segretario del PCI dichiarava ai suoi che “le donne di solito optano nelle loro scelte per un passato reazionario”.

Il 10 marzo del 1946 c’erano state le Elezioni Amministrative a suffragio universale per eleggere i Sindaci di duemila comuni e per la prima volta vennero elette due Sindaci donna, Ada Notari e Ninetta Bartoli. Questa volta però si trattò di una scelta a carattere nazionale e non solo locale.

Già di primo mattino le strade erano piene di donne. Le vecchie, coi fazzoletti in testa, sorrette dai figli, andavano ai seggi, per fare una cosa che mai avevano fatto in tutta la loro vita. Prima di morire, erano curiose di fare questa nuova esperienza. Le giovani, col vestito buono e le scarpe della festa, truccate, andavano in gruppo ai seggi, cantando canzoni. Appena la prima delle giovani ricevette la scheda di voto, fu informata che nel caso il documento fosse stato sporcato, il voto sarebbe stato invalidato. La voce corse subito fuori e tutte quelle giovani donne tirarono fuori dalla tasca i fazzoletti, per togliersi il rossetto. Alla sera a casa, padri e mariti non chiesero nulla alle loro donne: sapevano che nella cabina elettorale, ognuna di loro aveva votato come le pareva, senza lasciarsi influenzare da consigli o imposizioni.

Votò l’89,08 % degli aventi diritto e vinse nettamente la Repubblica. Il voto delle donne, che erano circa un milione più degli uomini, si rilevò in termini proporzionali decisivo per la scelta repubblicana. Furono 21 le donne elette alla Costituente. Esse lavorarono assieme agli uomini per scrivere la Costituzione. Una di queste, Teresa Mattei, del PCI, al discorso per il suo insediamento, pronunciò queste belle e semplici parole: Dall’emancipazione delle donne, tutta la società ne trarrà giovamento, quindi anche gli uomini”.

A queste donne che hanno combattuto al fianco dei Partigiani o che si sono sobbarcate tutto il lavoro domestico mentre i loro uomini erano in montagna o nei campi di prigionia, va tutta la nostra gratitudine. A loro che hanno voluto un futuro migliore per i loro e i nostri figli, a loro che hanno lottato per un Paese fatto di democrazia e diritti, a loro che hanno contribuito a scrivere la Costituzione più bella del mondo, noi diciamo grazie. Il vostro diritto al voto, giusto e inequivocabile, l’avete conquistato e meritato sul campo.

Gianluca Bellentani

Tratto dal Blog     https://mimmomirarchi.wordpress.com/2017/05/31/quel-giorno-che-le-donne-scelsero-la-repubblica/

 

Per la Repubblica.Una battaglia politica alta, di A. Roazzi

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Nel Parlamento fascista si disse che “l’uomo era il produttore, il cittadino un’astrazione. No, fonte del diritto, fonte della libertà non è la produzione ma la personalità umana…” Questo era il pensiero di chi si e’ battuto (nel caso specifico nell’area cattolica quanto mai divisa ) per la Repubblica che festeggiamo oggi. E di chi vedeva nella “conciliazione” gia’ allora una delle traduzioni utili (e generose…) dello sforzo antifascista per dare libertà e futuro a tutti, per ricostruire l’Italia a vantaggio delle giovani generazioni . Dico questo perche’ giustamente oggi la celebrazione e’ altro, aggiornata ai tempi. Ma non va dimenticato che la battaglia per la Repubblica e’ stata anche uno scontro di idee, forte ed alto. Lo spirito politico di quel confronto resta un esempio, specie in una fase della vita politica che e’ assai povera di idee, ricca di ambizioni di potere, assai piu’ vogliosa di risse che di progetti in grado di aprire la via della crescita x tutti. E la Repubblica allora era un valore vero per questo percorso . Prima che una festa, un sacrificio di destini ed un grande sforzo ideale a rischio della vita. Andrebbe raccontato di più quell’inizio.

Alessandro Roazzi

Alcune osservazioni sul sistema elettorale tedesco, di V. Russo

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Vincenzo Russo

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Sembra che si stia raggiungendo l’accordo tra le principali forze politiche per un sistema elettorale c.d. di stampo tedesco. La prima osservazione da fare è che non esiste un sistema elettorale ottimale, alias, buono per tutti i paesi. I sistemi elettorali vanno calibrati o modulati alle situazioni reali, storiche, politiche e culturali dei diversi paesi. La seconda osservazione fondamentale da ricordare è che il pluralismo è l’essenza della democrazia, ma un eccesso di pluralismo porta alla frammentazione delle forze politiche e rende più difficile se non impossibile l’aggregazione delle medesime. Questa è favorita e più facile se nella società civile ci sono valori largamente condivisi. In sintesi servono una teoria condivisa della giustizia sociale, un’etica pubblica, un grande senso di responsabilità, una forte propensione a cooperare con gli altri per promuovere il bene comune. Se ci sono queste premesse allora può esserci la governabilità potenziale. Voglio sottolineare questa premessa per chiarire il dilemma che comunemente si connette ad alcune decisioni relative al sistema elettorale con riguardo a: rappresentanza e governabilità. I due obiettivi non sono convergenti. Bisogna ricercare un bilanciamento ragionevole dei due tenendo conto che tanto maggiore è il pluralismo tanto più difficile è l’aggregazione delle preferenze che serve in pratica per il funzionamento della democrazia ma tenendo a mente che avere la maggioranza non significa fare la scelta giusta in tutto e per tutti.

Avendo riguardo alla situazione concreta del nostro sistema politico, va ricordato che con le elezioni politiche del 2013 è emerso il M5S che da solo ha raccolto il 25,55% dei voti. Tenuto conto che nel 2013 gli astenuti sono stati poco sopra del 25%, si è determinato un sistema partitico tripolare – in fatto quadripolare – che rende altamente improbabile la maggioranza assoluta di un singolo partito salvo attribuirli un premio di maggioranza che comprimerebbe in maniera eccessiva la rappresentatività della maggioranza. In una situazione reale di questo tipo occorre ripiegare un sistema aperto che assicuri la competitività dei partiti maggiori sapendo che nessuno dei tre potrà raggiungere la maggioranza e, quindi, sarà altamente probabile che bisognerà praticare una coalizione tra due dei tre partiti.

Il sistema tedesco è un compromesso ragionevole tra un sistema proporzionale e quello maggioritario, un sistema misto perché prevede il 50% (298) dei rappresentati scelti con il maggioritario all’inglese, ossia, maggioranza relativa dei voti validi (vince chi arriva prima nel collegio) e il 50% con il proporzionale. Il sistema tedesco prevede il doppio voto (anche disgiunto) in una unica scheda: l’elettore può votare anche per una delle liste bloccate che sono presentate nel Land. Il sistema tedesco prevede anche uno sbarramento al 5% per scoraggiare la proliferazione dei partiti. In altre parole, alla ripartizione dei seggi sulla base dei voti di lista partecipano solo i partiti che abbiano ottenuto il 5% dei voti validi espressi al livello nazionale oppure che abbiano vinto in almeno tre collegi uninominali con propri candidati (collegati). Essendo improbabile che partiti minori possano eleggere da soli tre rappresentanti nei collegi, diventa importante capire come si disegnano i collegi. Un gioco che gli inglesi conoscono bene con il loro sistema maggioritario secco (first past the post). Nel sistema tedesco il disegno dei collegi non è così importante ma diventano rilevanti gli accordi locali tra i partiti, consentendo la sopravvivenza di alcuni partiti minori. Senza un accordo con i partiti maggiori i partiti minori difficilmente possono raggiungere l’obiettivo di tre eletti direttamente nei collegi uninominali e, quindi, a mio giudizio, il sistema penderebbe di più a favore dei grandi partiti. Il sistema prevede le liste bloccate nella parte proporzionale limitando la libera scelta dell’elettore.

Nella pubblicistica corrente il sistema tedesco viene presentato come un sistema proporzionale al 100% (D’Alimonte, il Sole 24 Ore del 23-05-2017). E’ questione di interpretazione dei sistemi misti e le interpretazioni sono opinabili proprio perché i sistemi misti per loro intrinseca natura si prestano a diverse interpretazioni. Un sistema misto che prevede i collegi uninominali, che sceglie il 50% dei seggi con i sistema maggioritario, che prevede lo sbarramento del 5% per potere partecipare alla ripartizione dei seggi scelti con il sistema proporzionale che esclude i partiti minori a favore di quelli maggiori, che prevede le liste bloccate, a mio modesto parere, solo con una certa forzatura si può considerare proporzionale al 100%. Basti dire che se si tiene conto del solo sbarramento del 5% in un contesto caratterizzato da un forte pluralismo e quindi da una forte frammentazione politica – per confermare la nomina di Gentiloni il Presidente Mattarella ha dovuto consultare ben 25 gruppi parlamentari – è vero che esso può produrre una forte semplificazione del sistema politico ma questa viene operata a danno della rappresentatività del sistema. La semplificazione del sistema piace ai politici, al cittadino comune, a tutti ma le società moderne sono strutture complesse, non sono come i villaggi del neolitico e, quindi, bisogna sapere gestire la complessità. Calato in un Paese dove non c’è una etica pubblica largamente condivisa, un sistema elettorale studiato e sperimentato in un Paese ad alta coesione sociale può imprimere ad un sistema politico come il nostro una forte torsione in senso autoritario. Per questi motivi forse sarebbe stato opportuno considerare la previsione di un passaggio graduale ad una soglia di sbarramento così elevata prevedendo una fase transitoria al 3%.

Vincenzo Russo

tratto dal Blog personale dell’autore  http://enzorusso2020.blog.tiscali.it/2017/05/31/alcune-osservazioni-sul-sistema-elettorale-tedesco/