Mese: novembre 2015

Serve una cultura di pace, oggi è minoritaria, di G. Viale

Postato il

guido-viale

La guerra non è fatta solo di armi, eserciti, fronti, distruzione e morte. Comporta anche militarizzazione della società, sospensione dello stato di diritto, cambio radicale di abitudini, milioni di profughi, comparsa di “quinte colonne” e, viva iddio, migliaia di disertori e disfattisti, amici della pace. Quanto basta per capire che siamo già in mezzo a una guerra mondiale, anche se, come dice il papa, “a pezzi”.

Questa guerra, o quel suo “pezzo che si svolge intorno al Mediterraneo, è difficile da riconoscere per l’indeterminatezza dei fronti, in continuo movimento, ma soprattutto degli schieramenti. Se il nemico è il terrorismo islamista e soprattutto l’Isis, che ne è il coagulo, chi combatte l’Isis e chi lo sostiene? A combatterlo sono Iran, Russia e Assad, tutti ancora sotto sanzione o embargo da parte di USA e UE; poi i peshmerga curdi, che sono truppe irregolari, ma soprattutto le milizie del Rojava e il Pkk, che la Turchia di Erdogan vuole distruggere, e Hezbollah, messa al bando da USA e UE, insieme al Pkk, come organizzazioni terroristiche. A sostenere e armare l’Isis, anche ora che fingono di combatterlo (ma non lo fanno), ci sono Arabia Saudita, il maggiore alleato degli Usa in Medioriente, e Turchia, membro strategico della Nato. D’altronde, ad armare l’Isis al suo esordio sono stati proprio gli Stati uniti, come avevano fatto con i talebani in Afghanistan. E se la Libia sta per diventare una propaggine dello stato islamico, lo dobbiamo a Usa, Francia, Italia e altri, che l’hanno fatta a pezzi senza pensare al dopo. Così l’Europa si ritrova in mezzo a una guerra senza fronti definiti e comincia a pagarne conseguenze mai messe in conto.

La posta maggiore di questa guerra sono i profughi: quelli che hanno varcato i confini dell’Unione europea, ma soprattutto i dieci milioni che stazionano ai suoi bordi: in Turchia, Siria, Iran, Libano, Egitto, Libia e Tunisia; in parte in fuga dalla guerra in Siria, in parte cacciati dalle dittature e dal degrado ambientale che l’Occidente sta imponendo nei loro paesi di origine. Respingerli significa restituirli a coloro che li hanno fatti fuggire, rimetterli in loro balìa; costringerli ad accettare il fatto che non hanno altro posto al mondo in cui stare; usare i naufragi come mezzi di dissuasione.
Oppure, come si è cercato di fare al vertice euro-africano di Malta, allestire e finanziare campi di detenzione nei paesi di transito, in quel deserto senza legge che ne ha già inghiottiti più del Mediterraneo; insomma dimostrare che l’Europa è peggio di loro. Ma respingerli vuol dire soprattutto farne il principale punto di forza di un fronte che non comprende solo l’Isis, le sue “province” vassalle ormai presenti in larga parte dell’Africa e i suoi sostenitori più o meno occulti; include anche una moltitudine di cittadini europei o di migranti già residenti in Europa che condividono con quei profughi cultura, nazione, comunità e spesso lingua, tribù e famiglia di origine; e che di fronte al cinismo e alla ferocia dei governi europei vengono sospinti verso una radicalizzazione che, in mancanza di prospettive politiche, si manifesta in una “islamizzazione” feroce e fasulla.
Un processo che non si arresta certo respingendo alle frontiere i profughi, che per le vicende che li hanno segnati sono per forza di cose messaggeri di pace.

Troppa poca attenzione è stata dedicata invece alle tante stragi, spesso altrettanto gravi di quella di Parigi, che costellano quasi ogni giorno i teatri di guerra di Siria, Iraq, Afghanistan, Libia, Nigeria, Yemen, ma anche Libano o Turchia. Non solo a quelle causate da bombardamenti scellerati delle potenze occidentali, ma anche quelle perpetrate dall’Isis e dai suoi sostenitori, di Stato e non, le cui vittime non sono solo yazidi e cristiani, ma soprattutto musulmani. “Si ammazzano tra di loro” viene da pensare a molti, come spesso si fa anche con i delitti di mafia. Ma questo pensiero, come quella disattenzione, sono segni inequivocabili del disprezzo in cui, senza neanche accorgercene, teniamo un’intera componente dell’umanità.
E’ di fronte a quel disprezzo che si formano le “quinte colonne” di giovani, in gran parte nati, cresciuti e “convertiti” in Europa, che poi seminano il terrore nella metropoli a costo e in sprezzo delle proprie come delle altrui vite; e che lo faranno in futuro sempre di più, perché i flussi di profughi e le cause che li determinano (guerre, dittature, miseria e degrado ambientale) non sono destinati a fermarsi, quali che siano le misure adottate per trasformare l’Europa in una fortezza (e quelle adottate o prospettate sono grottesche, se non fossero soprattutto tragiche e criminali).

Coloro che invocano un’altra guerra dell’Europa in Siria, in Libia, e fin nel profondo dell’Africa, resuscitando le invettive di Oriana Fallaci, che speravamo sepolte, contro l’ignavia europea, non si rendono conto dei danni inflitti a quei paesi e a quelle moltitudini costrette a cercare una via di scampo tra noi; né dell’effetto moltiplicatore di una nuova guerra. Ma in realtà vogliono che a quella ferocia verso l’esterno ne corrisponda un’altra, di genere solo per ora differente, verso l’interno: militarizzazione e disciplinamento della vita quotidiana, legittimazione e istituzionalizzazione del razzismo, della discriminazione e dell’arbitrio, rafforzamento delle gerarchie sociali, dissoluzione di ogni forma di solidarietà tra gli oppressi. Non hanno imparato nulla da ciò che la storia tragica dell’Europa avrebbe dovuto insegnarci.

Una politica di accoglienza e di inclusione dei milioni di profughi diretti verso la “fortezza Europa”, dunque, non è solo questione di umanità, condizione comunque irrinunciabile per la comune sopravvivenza. E’ anche la via per ricostruire una vera cultura di pace, oggi resa minoritaria dal frastuono delle incitazioni alla guerra. Perché solo così si può promuovere diserzione e ripensamento anche tra le truppe di coloro che attentano alle nostre vite; e soprattutto ribellione tra la componente femminile delle loro compagini, che è la vera posta in gioco della loro guerra. Nei prossimi decenni i profughi saranno al centro sia del conflitto sociale e politico all’interno degli Stati membri dell’UE, sia del destino stesso dell’Unione, oggi divisa, come mai in passato, dato che ogni governo cerca di scaricare sugli altri il “peso” dell’accoglienza.

Eppure, fino alla crisi del 2008 l’UE assorbiva circa un milione di migranti ogni anno (e ne occorrerebbero ben 3 milioni all’anno per compensare il calo demografico). Ma perché, allora, l’arrivo di un milione di profughi è diventato improvvisamente una sciagura insostenibile? Perché da allora l’Europa ha messo in atto una politica di austerity, a lungo covata negli anni precedenti, finalizzata a smantellare tutti i presidi del lavoro e del sostegno sociale e a privatizzare a man bassa tutti i beni comuni e i servizi pubblici da cui il capitale si ripromette quei profitti che non riesce più a ricavare dalla produzione industriale. Ma quelle politiche, che non danno più né lavoro né redditi decenti a molti, né futuro a milioni di giovani, non possono certo concedere quelle stesse cose a profughi e migranti. Devono solo costringerli alla clandestinità, per pagarli pochissimo, ridurli in condizione servile, usarli come arma di ricatto verso i lavoratori europei per eroderne le conquiste.

Per combattere questa deriva occorrono non solo misure di accoglienza (canali umanitari per sottrarre i profughi ai rischi e allo sfruttamento degli “scafisti” di terra e di mare, e permessi di soggiorno incondizionati, che permettano di muoversi e lavorare in tutti i paesi dell’Unione); ma anche politiche di inclusione: insediamenti distribuiti per facilitare il contatto con le comunità locali, reti sociali di inserimento, accesso all’istruzione e ai sevizi, possibilità di organizzarsi per avere voce quando si decide il futuro dei loro paesi di origine. Ma soprattutto, lavoro: una cosa che un grande piano europeo di conversione ecologica diffusa, indispensabile per fare fronte ai cambiamenti climatici in corso e alternativo alle politiche di austerity, renderebbe comunque necessaria.
Ma per parlare di pace occorre che venga bloccata la vendita di armi di ogni tipo agli Stati da cui si riforniscono l’Isis e i suoi vassalli, che non le producono certo in proprio.

Guido Viale

 

Pubblicato su “Il manifesto” il 18/11/2015

http://ilmanifesto.info/serve-una-cultura-di-pace-oggi-e-minoritaria/

Annunci

No alla cultura dell’odio, Comunicato Stampa del Comitato per un Centro interculturale a Roma

Postato il

immigrati1

Il Comitato per un Centro interculturale a Roma, a nome di tutte le associazioni che lo compongono, esprime il profondo cordoglio per il terribile lutto subito dalla Comunità internazionale negli attentati di Parigi. Piangiamo le vittime, uomini e donne che stavano vivendo momenti di socialità condivisa, in luoghi deputati alla condivisione. Non crediamo alla cultura dell’odio e contro la cultura degli attentati e dei bombardamenti, continuiamo ad esprimerci in difesa di una società che sa di essere piena di vita e continua a volersi incontrare e riunire.

Non dobbiamo aver paura. Non possiamo permettere che la chiusura, l’invocazione di controlli indiscriminati, la caccia ai rifugiati siano la massima espressione di ciò che per noi significa Europa. Per questo non dobbiamo avere paura, e rispondere moltiplicando la democrazia, il dialogo e l’incontro. Non vogliamo rinunciare alla speranza.
Non possiamo chiudere i teatri del mondo perché qualcuno arriverà a farsi esplodere. Per questo abbiamo deciso di unirci a Roma tra diverse associazioni in questo comitato, per celebrare l’incontro ed immaginare nella Capitale un luogo di condivisione di tutte le arti e le culture presenti. Ed oggi, con maggiore convinzione pensiamo che il confronto tra culture debba passare attraverso la conoscenza ed il rispetto reciproco.

Il silenzio, in questo momento, serve per raccogliere le proprie idee, per farle decantare, ma la nostra risposta sarà di continuare a richiedere con forza dei luoghi per la condivisione della libertà di espressione. Un incontro cittadino tra associazioni per costruire un centro interculturale a Roma sarà convocato nei prossimi giorni.

Siamo vicini a tutti voi. A tutti noi.

Il Portavoce del Comitato
Ahmad Ejaz

Comitato per un Centro interculturale a Roma

Sinistra e mediazioni, di C. Baldini

Postato il Aggiornato il

Claudia Baldini 2

E’ un momento decisivo , a mio avviso, questo periodo per la costruzione di una vera Sinistra Italiana che sia Unita o Frammentata, come al solito. Non ascoltate numeri , sondaggi ,previsioni. Fermiamo e fotografiamo la situazione al momento , poi ragioneremo sui possibili sviluppi che si apriranno. L’analisi deve però partire da un presupposto comune che abbiamo , almeno mi pare, affermato tutti su questa pagina. L’unità non si fa cucendo insieme dei pezzi , ma fondendo le idee , smussando le differenze , tenendo fisso l’obiettivo.
L’obiettivo possiamo articolarlo in due esigenze : la prima è cambiare l’Italia per cambiare l’Europa, respingere i TTIP , smantellare il potere della finanza sulla sovranità degli Stati attraverso il Fondo Salva Stati, avviare riforme per aumentare la partecipazione , equilibrare i diritti sottratti dal jobs Act, redistribuire il reddito in base ad una riforma fiscale seria ecc..
La seconda esigenza è quella di far capire che tutte le forze interessate a questo programma devono tagliare i viveri al PD , partito che , nonostante la nostalgia di Bersani e forse anche di Vendola, non è quel PD con cui si era andati a formare governi locali. Questa ‘politica dei due forni’ , forse accettabile in tempi democratici lo è molto meno con un Premier simile.
E’ indubbio che , ad esempio , una personalità come Pisapia possa avere continuato il suo lavoro ,nonostante Renzi. Ma forse anche Zedda , se ha avuto fortuna di trovare compagni di giunta interessati a fare il bene della città ed anche alla poltrona.
Ma bisogna guardare anche tutti , e sono la maggioranza, dove una forza minoritaria della sinistra va a sostenere sindaci o governatori PD. Soprattutto dopo l’avvento di Renzi. Ecco bisognerà pure che questa verifica di un disastro prevedibile venga fatta. Sel ha fatto una figura inqualificabile in Veneto , ma brutta ovunque. Sel ha la responsabilità di avere causato tanta astensione nelle regioni dove si è alleata col PD. E dove fa solo stampella senza poter incidere per due motivi chiari : il presidente e la maggioranza sono sempre renziani doc.
La Puglia ha forse un’altra storia. Ma io non voglio dire che il mio punto di vista debba essere quello di Sel. Il mio punto di vista riguarda solo tentare di ridurre le cose che dividono la sinistra a favore di quelle che uniscono. Poi chiaramente ho il rispetto di tutti , al massimo non li voto.

I referendum civatiani sono stati una cosa che ha diviso
Le alleanze col PD di Sel dividono
Il gruppo parlamentare poteva non sembrare un allargamento di Sel se Civati avesse partecipato
Il fatto che Civati non sia andato al Quirino , dimostra che non tiene poi molto ad una sinistra unita. Perché , rispettando la sua scelta capziosa di non far parte del gruppo, da buon politico poteva andare , dire perché no , rassicurare sul suo impegno nella costruzione di unità
La stessa volontà di formare un partito Possibile , legittima senz’altro, in questo momento non aiuta
Vendola , invece dovrebbe smetterla di dire che Civati a Milano non dovrebbe porre candidati suoi. Perché è vero il contrario. Vendola e Civati avrebbero dovuto insieme a Fassina porre la questione a Milano. Come a Torino , Bologna ecc.. Insieme.

Ecco se questo Insieme non arriva ad inglobare anche i compagni che seguono Civati è monco. Resta una SEL allargata. Bisogna affrontare all’origine che motiva la nascita dei civatiani : occorre andare ad un netto chiarimento sulla questione del modello economico che per Civati contiene tracce evidenti di liberalismo, che spero non sia di liberismo. Insomma non si fa politica per fare alcune cose di sinistra. La Sinistra fa politica per cambiare il mondo decisamente contro il liberismo. Questo è da chiarire.

A tutti dico che io ho seguito molto Coalizione Sociale sul territorio , perché credo che si debba andare ad un sindacato ribaltato, ma ho seguito anche Futuro a Sinistra e Possibile . Non sono distanti . Per niente. Lo si vede anche qui. Bisogna che vadano avanti , bisogna che noi li mandiamo avanti perché siamo sinceri , solo dalla Costituente io spero che escano dei veri leader. Perché ora, ci saranno di sicuro , ma quello che abbiamo visto al Quirino è stato un po’ il festival di Musso e Salvi.
Eppure Oggionni , Paglia, Furfaro ci sono in Sel.Insieme a Fassina ci sono ottimi giovani.
In questo Possibile davvero ha lavorato di più dal basso.E i giovani possono unire di più di noi vecchi.

Claudia Baldini

Recensione del libro di Luciano Gallino “Il costo umano della flessibilità”, a cura di M. Managò

Postato il

©AlessandroParis/Lapresse Trento 01-06-2008 economia Festival dell'economia Nella foto: Luciano Gallino

Nella foto: Luciano Gallino

 

Il libro Il costo umano della flessibilità, opera del professore universitario Luciano Gallino (pubblicato da Editori Laterza), rappresenta una testimonianza interessante riguardo i nuovi sviluppi della condizione lavorativa, italiana e mondiale.
In poche pagine l’autore è in grado di centrare il fenomeno “flessibilità”, di indicare gli aspetti degenerativi e di suggerire alcuni correttivi.
La famelica new-economy mondiale, sull’onda della necessità esclusiva di contenere i costi di produzione, supportata dalle dichiarazioni della Banca d’Italia, della Confindustria e dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), tende all’impiego “misurato” della forza lavoro. Il materiale umano è necessario senza produrre sprechi e vuoti produttivi, alternando fasi più dinamiche ad altre meno attive.
L’azienda mira allo sfruttamento ad hoc della forza lavoro utilizzando particolari periodi del mese o dell’anno, sconfessando quella condivisione di rapporto a tempo indeterminato così svantaggiosa economicamente. Altrettanto infruttuoso è il ricorso al cosiddetto “lavoro straordinario”; ben più sensato d’ogni flessibilità.
“E’ dal suo inflessibile perseguimento ad opera delle imprese, all’insegna dell’imperativo primo non assumere, che nascono i contratti a tempo determinato; gli impieghi a tempo parziale…” scrive Gallino.
Alcuni studiosi dei fenomeni economici considerano la flessibilità come un’ottima occasione per muovere il mondo del lavoro, creando nuova occupazione in barba alla rigidità normativa del settore. All’autore del volume, e allo scrivente, tali supposizioni paiono, però, prive di valido fondamento.
All’Italia si rimprovera troppa Epl (Employment protection legislation, ossia “rigidità della legge a protezione dell’impiego”) ma allo stesso tempo è impossibile riconoscere valide opportunità di sviluppo, di occupazione. Anzi, il quadro attuale sembra proprio minare le conquiste sociali e normative (diritto del lavoro) acquisite in decenni di rivendicazioni. Lo schema normativo sembra, per alcuni esperti, l’ostacolo più serio alla dinamicità imprenditoriale; svuotato, invece, da qualsiasi retaggio etico, deve assecondare i dettami dell’elasticità aziendale.
L’autore sottolinea quanto la disgregazione e la frammentazione professionale contribuiscano ad allentare qualsiasi attività associativa dei lavoratori, a tutto vantaggio dell’azienda e quanto questa sia legittimata ad affrancarsi da qualsiasi vincolo etico riguardo i licenziamenti.
L’imprenditore, quindi, a differenza di qualche collega del passato (più filantropico), scarica sulle istituzioni, e sull’interessato, il peso del licenziamento.
L’ansia e il disagio che il licenziato o il precario traspongono nella società, e nella famiglia, sono decisamente notevoli e in continuo aumento (sulle spalle di oltre 8 milioni di individui), illegittimi figli di una flessibilità volano dell’imposta globalizzazione.
Dirigenti e funzionari, pressati dalle esigenze crescenti di contenere il costo della forza-lavoro, in alcuni casi comprendono il periglioso percorso intrapreso ma si adeguano, rapaci carrieristi, alle pazze regole del sistema. Un regime, ricorda Gallino, costituito “…dalle privatizzazioni mal concepite che hanno privato il paese sia di gioielli tecnologici, sia di ben rodati strumenti di sviluppo di infrastrutture pubbliche”.
Molti studiosi hanno ritenuto necessaria, per l’Italia, una flessibilità estesa pur di non perder terreno nell’era della globalizzazione; i risultati raggiunti in tal senso sono tali che il nostro paese si dimostra fiero paladino e modello meritevole di studio per gli altri paesi leggermente in ritardo(!).
Le forme assunte dalla flessibilità sono molteplici: da una di tipo esclusivamente quantitativo, fondato sulla fredda corrispondenza della forza lavoro al ciclo produttivo del momento, salvo mutare la numericità in funzione del mercato; a una di stampo qualitativo che prevede, come scrive l’autore “l’articolazione differenziale dei salari, praticata per ancorarli ai meriti individuali o alla produttività di reparto o di impresa; le modificazioni degli orari…”.
Solo in rari casi la flessibilità conosce una caratterizzazione positiva e nasce da una scelta del lavoratore stesso, di orario o categoria professionale, in posizione di autogoverno, grazie alla quale non si avverte alcun disagio psicologico o sociale.
Tutte le altre fattispecie della flessibilità, invece, comportano rilevanti oneri personali e sociali che pregiudicano sia le previsioni a breve durata sia la progettazione a lungo termine: una castrazione notevole sullo sviluppo della personalità.
Altra forma di disagio e di penalizzazione è quella, non riscontrabile in rari casi di professionalità elevata, in cui le mansioni svolte, variabili secondo i vari contratti, siano talmente irrilevanti nel sistema lavorativo italiano e sia così impossibile formare un bagaglio culturale/professionale spendibile all’esterno.
Non possedere un ufficio, non sviluppare relazioni professionali, non identificare la propria persona con il posto occupato in un’azienda, sono fattispecie che incidono notevolmente sullo stato emotivo e mentale del precario.
L’autore distingue quattro sistemi di lavoro flessibile: da quello razionalizzato, vincolato saldamente da fattori tecnici e organizzativi (call centers e ambienti di fast food), a quello di qualificazione medio-bassa ed alta intensità di forza lavoro (costruzioni stradali), per poi proseguire con quelli semi-autonomi, contrassegnati da notevole autogestione e possibilità di comando, sino a concludere con le forme più elevate, di stampo professionale, più svincolate da legacci e rigidità strutturali. Queste ultime prediligono forme di contratto a tempo determinato (giudicando infruttifere quelle indeterminate), in quanto la loro capacità di rinnovarsi e di offrirsi, a varie aziende, con professionalità crescente, è funzionale alla ricerca di uno sviluppo carrieristico e remunerativo.
Paladini e vestali della flessibilità, anziché vittime, Gallino li raffigura così: “Delle tutele sindacali non sanno che farsene: il loro ideale è (molti vi si avvicinano) a ciascuno/a il suo contratto”.
Per loro la formazione è una componente essenziale, senza la quale sarebbe minata la particolare professionalità acquisita e spendibile. Lo sviluppo tecnologico, inoltre, da assecondare e prevenire, è una costante minaccia, perché l’innovazione continua potrebbe evidenziare, in un settore, determinate professionalità ormai anacronistiche.
Diversa la situazione per la stragrande maggioranza dei lavoratori precari attuali, in larga parte giovani, donne, maggiori di 40 anni, chi ha un titolo di studio non elevato o risieda nelle zone d’Italia cronicamente a disagio occupazionale.
Faccia riflettere l’osservazione di Gallino: “…il lavoro interinale più come un serbatoio di lavoratori-massa che non come un mezzo per sopperire a carenze contingenti di personale di elevata caratura tecnica, come fu presentato all’inizio”.
Siamo ormai nella cosiddetta new-economy che, comunque, di là da alcune innovazioni terminologiche (call centers in luogo di centralini) non migliora di certo le condizioni di sfruttamento del post-fordismo o post-taylorismo, basandosi sempre su tecniche di “intensificazione produttiva” e di “densificazione del lavoro”, sopprimendo ogni buco nell’orario produttivo, quand’anche previsto per la legittima pausa; net e new-economy, inoltre, non producono alcuna riduzione del lavoro qualificato, come previsto da alcuni, anzi ne aumentano la diffusione.
Le soluzioni da alternare al triste fenomeno sono di molteplice natura e, integrandosi, potrebbero lenire il disagio subito; innanzitutto quello morale, psicologico, di crisi personale, col quale si traumatizza ogni licenziamento sino alla moderata euforia per quello nuovo. Sarebbe, inoltre, opportuna una certificazione delle attività svolte durante i vari percorsi lavorativi, utilizzandola per future professioni e capitalizzare, così, l’esperienza acquisita (il cosiddetto “credito formativo”).
Molte aziende ricorrono alla flessibilità per mantener sempre il proprio personale entro determinati standard di giovinezza, non solo fisica, anche tecnologica. Aggiornare costantemente coloro che varcano la temuta soglia dei quaranta anni significherebbe investire eccessivamente nella formazione. Purtroppo l’esasperazione dei bilanci pone in secondo piano il significato di tale preparazione e, dimentica delle situazioni personali del lavoratore (non più come mera risorsa fisica), preferisce rinnovarlo anziché “formarlo” in sede.
Fondamentale è anche donar giusto valore al luogo come espressione dell’identità del lavoratore, anziché disperderlo in anonime e vacanti sedi, tra centinaia di operatori, spesso di aziende diverse ma sotto lo stesso tetto per risparmiare (terzizzazione interna), oppure confinare l’attività in mansioni senza scrivania (deskless jobs). Il proficuo rapporto interpersonale tra colleghi e datori di lavoro rischia di svanire, compresso da flessibilità e telelavoro.
Un ruolo essenziale, rivolto anche a eliminare qualsiasi differenziazione e ritardo regionale, dovrebbe essere svolto dallo Stato per mezzo delle istituzioni locali, favorendo, in più, il relativo associazionismo. A tale scopo si dovrebbe legare l’attività sindacale.
Sembra utopia il solo ricordare le espressioni di pochi decenni or sono, quando si paventava la possibilità di poter scegliere la propria flessibilità: si dibatteva della “rivoluzione del tempo liberamente scelto”, che avrebbe addolcito la rigidità di determinati e ineluttabili processi.
Il volume di Gallino è preciso nell’individuare le problematiche e le possibili soluzioni. A queste aggiungerei il colpevole silenzio dei media ammaestrati, di regime, per esigenze di sponsor commerciali e ideologici costretti a tacere e a dirigere l’attenzione su fenomeni di bassissimo profilo, anziché informare la popolazione sul grande cancro che pian piano la sta divorando; un male che allunga i suoi tentacoli su tutti, anche su quelli che pensano di esserne fuori e continuano a “divorare” sponsor, gli stessi per i quali un giorno andranno a lavorare, flessibilmente. Impossibile, poi, riconoscere un ruolo degno di nota alle associazioni sindacali, non più in grado di salvaguardare le conquiste lavorative degli anni settanta, già seminate e sbocciate quaranta anni prima.

Marco Managò

recensione pubblicata sul sito http://www.rinascita.net/ e sul sito http://ariannaeditrice.it/

Appello alla mobilitazione per l’emergenza casa, di M.Pasquini

Postato il Aggiornato il

Massimo Pasquini

L’unica stabilità che vogliamo è quella abitativa!
La legge di stabilità per il 2016 da una parte condanna gli inquilini allo sfratto per morosità azzerando il fondo contributo affitti e dall’altra sostiene i proprietari che affittano a nero abrogando la norma che imponeva il pagamento tracciabile degli affitti di qualunque importo.
Il Governo Renzi in questo modo dopo avere abolito l’IMU per l’invenduto dei costruttori procede a grandi passi nella sua opera di sostegno reale e concreto alla rendita e alla speculazione immobiliare.
In questo modo si condannano definitivamente i precari della casa alla marginalizzazione e alla disperazione sociale. Questo nonostante il fatto che in Italia ogni anno si emettono circa 80.000 sentenze di sfratto, che si richiedono 150.000 esecuzioni con la forza pubblica, che vengono eseguiti sfratti forzosi nella misura di 35.000 l’anno, ovvero in Italia ogni giorno 140 famiglie vengono sfrattate con l’ausilio della forza pubblica.
E’ necessario rispondere con una mobilitazione ampia, popolare e unitaria.
Una mobilitazione capace di imporre una svolta alle politiche abitative finora perseguite basate sulla privatizzazione del patrimonio pubblico, sulla liberalizzazione degli affitti e sull’abbandono di qualsiasi intervento teso ad aumentare l’offerta di alloggi a canone sociale.
La ferocia del Governo Renzi non sta solo nel taglio di fondi per il contributo affitto ma è nella decisione incivile di abrogare qualsiasi proroga anche quella relativa alle famiglie con sfratto per finita locazione e in disagio economico che vedono la presenza di anziani, minori, persone disabili e malati terminali.
Quando si giunge a decidere che i malati terminali o i disabili devono essere sfrattati senza alcun passaggio da casa a casa, si è giunti alla barbarie sociale.
D’altro canto su patrimonio di edilizia residenziale pubblica continuano le politiche di Governo, Regioni e Comuni di smantellamento attraverso le vendite, attraverso il blocco delle manutenzioni e le continue richieste di modifiche alla determinazione di canoni sociali che esulino dal reddito degli assegnatari.
Sulla base delle considerazioni sopra esposte siamo a rivolgere un appello affinché il 2 dicembre 2015 si svolga davanti alla Camera dei deputati una forte iniziativa unitaria, solidale e popolare che veda partecipi gli inquilini, gli assegnatari delle case popolari, gli sfrattati, i precari della casa, gli “abitanti” delle graduatorie, sindacati degli inquilini e dei lavoratori, movimenti di lotta per la casa, associazioni di volontariato e quanti ritengono ancora che la casa sia un diritto.
Perché l’unica stabilità che a noi interessa è quella abitativa!
per adesioni e info:
06/4745711 – mail unioneinquilini@libero.it – roma@unioneinquilini.it

Massimo Pasquini- Segretario generale Unione Inquilini

La capitale immorale, di A. Asor Rosa

Postato il

Alberto-Asor-Rosa

Adesso basta. Roma ha più del dop­pio degli abi­tanti di Milano (2.869.169 con­tro 1.342.385). Quanto ad esten­sione, il con­fronto non è nean­che pen­sa­bile (1.287,36 kmq con­tro 181,67; se si parla delle due città metro­po­li­tane, il diva­rio si allarga a dismi­sura: 5.363,28 kmq, con­tro 1.575). Se caliamo la mappa di Milano su quella di Roma, Milano parte dal Quar­tic­ciolo e arriva a Porta San Gio­vanni: non entra nean­che nella por­zione sto­rica e monu­men­tale della Capi­tale. Non si capi­sce quale senso abbia la vana chiac­chiera di tra­sfe­rire il modello dell’una (se c’è) sull’altra.

Natu­ral­mente, si può gover­nare bene una città di medie dimen­sioni (come Milano) e male una metro­poli (come Roma), come anche vice­versa. Le dimen­sioni e i rap­porti, però, sono incom­men­su­ra­bili. Roma è al quarto posto fra le grandi città euro­pee, dopo Lon­dra, Ber­lino e Madrid, non a caso tutte capi­tali dei rispet­tivi Stati. Milano si col­loca nel campo delle città di medie dimen­sioni (al tre­di­ce­simo posto al livello euro­peo, credo). Se si deve ipo­tiz­zare un rap­porto a livello mon­diale, l’unica città ita­liana degna d’esser presa in con­si­de­ra­zione è Roma (per que­sti, e soprat­tutto per altri motivi, sui quali tor­nerò più avanti).
Milano “capi­tale morale”? Qual­che anno fa apparve un bel libro, Il mito della capi­tale morale, forse recen­te­mente ristam­pato, di Gio­vanna Rosa (non ci sono paren­tele, nean­che a metà, fra me e l’autrice): libro che nes­suno cita, e nes­suno mostra di aver letto. Il “mito”, appunto: non “la capi­tale morale”. Un lungo per­corso dal Risor­gi­mento a oggi, fatto di fatti, illu­sioni e disil­lu­sioni, cadute e riprese, riprese e cadute. Del resto, se pren­des­simo alla let­tera per Milano la defi­ni­zione di “capi­tale morale”, dovremmo chie­derci sul piano sto­rico come sia stato pos­si­bile che da sif­fatta realtà politico-urbanistico-civile siano pre­ci­pi­tate sull’Italia le due scia­gure politico-istituzionali ed etico-politiche più ter­ri­fi­canti dell’ultimo secolo e mezzo, Benito Mus­so­lini e Sil­vio Ber­lu­sconi. Che Torino, culla della nostra unità nazio­nale, per que­sto e per altri motivi, sia più degna di tale definizione?

Su Roma, la Capi­tale, l’unica città ita­liana in grado di entrare in una com­pe­ti­zione e clas­si­fi­ca­zione inter­na­zio­nale, sono pre­ci­pi­tate nel tempo tutte le con­trad­di­zioni e tutto il degrado di cui è stato capace (o inca­pace) que­sto disgra­ziato paese, — l’Italia. Roma è, ahimè, il luogo del potere e dei Palazzi: la Pre­si­denza della Repub­blica, la Pre­si­denza del Con­si­glio e il Governo, il Senato, la Camera dei Depu­tati, i Mini­steri, gli orga­ni­smi diri­genti della Magi­stra­tura, della scuola, dell’Università, dei corpi sepa­rati dello Stato, ecc. ecc. Tutti, ovvia­mente, gestiti al novanta per cento da non romani: tutti orien­tati a difen­dere inte­ressi che con Roma non ave­vano niente a che fare. Roma, per quanto mi con­cerne, è se mai vit­tima, non car­ne­fice. Quando ha preso demo­cra­ti­ca­mente la parola, lo ha fatto poco e male. Con Ale­manno ha dato il peg­gio di sé, sul piano etico, civile e ammi­ni­stra­tivo. Anche que­sto oggi è ampia­mente e visto­sa­mente dimen­ti­cato e accan­to­nato, per non inter­fe­rire nean­che men­tal­mente con le pro­ce­dure di ese­cu­zione som­ma­ria dell’ultimo Sindaco.

A Roma, poi (anche que­sto avete dimen­ti­cato?), c’è il Vati­cano. Il Vati­cano è al tempo stesso una grande potenza reli­giosa e una grande potenza tem­po­rale, ter­rena. E, — lo dico con asso­luta per­sua­sione, — non può essere che così. Non può essere che così, nes­suno, né dal basso né dall’alto, potrebbe impe­dirlo (Gesù, unico, per volerlo fare, è finito nell’orto di Getse­mani e poi sulla croce). La pro­cla­ma­zione del pre­sente Giu­bi­leo ne è la più vicina e lam­pante testi­mo­nianza. Esprimo il mio stu­pore: non c’è com­men­ta­tore di qual­che por­tata che si sia sof­fer­mato come meri­tava su que­sto pas­sag­gio. Un bel giorno Papa Fran­ce­sco pro­clama un Giu­bi­leo straor­di­na­rio della Mise­ri­cor­dia. E’ l’ultima maz­zata: trenta milioni di pel­le­grini e migliaia di ceri­mo­nie nella Capi­tale, molto immo­rale forse, ma di certo molto, molto stra­paz­zata. Sic­come è impro­ba­bile che il Giu­bi­leo si svolga den­tro le mura dello Stato Vati­cano, che del resto non acco­glie quasi nulla di quanto lo riguarda, la città intiera ne sarà tra­volta. Ci sono state con­sul­ta­zioni pre­ven­tive in pro­po­sito? Qual­cuno, al di qua del Tevere, ha rispo­sto che andava tutto bene? Impro­ba­bile. Dun­que, il Vati­cano dispone di Roma come fosse cosa sua (è già acca­duto altre volte nella sto­ria, anche dopo il 1870). I poteri democratico-rappresentativi a quel punto sono spinti ine­vi­ta­bil­mente in un angolo. Cosa potrebbe dire o fare di fronte a un mes­sag­gio universalistico-religioso di tale por­tata? Ma il mes­sag­gio universalistico-religioso si tra­sforma rapi­da­mente in una serie di Ukase politico-temporali sem­pre più assil­lanti e per­sino da un certo momento in poi anche vio­lenti: avete chiuso le buche? Avete rat­top­pato le metro­po­li­tane? A che punto siete con l’accoglienza? Siete in grado di garan­tire il ristoro? E la sicu­rezza, la sicu­rezza, come va?

Il grande evento di Mise­ri­cor­dia vale dun­que per tutto il mondo (così almeno si dice): ma non vale per Roma, né per i suoi cit­ta­dini, né per i suoi ammi­ni­stra­tori, che infatti, in tutte le occa­sioni pos­si­bili, sono trat­tati a pesci in fac­cia, coo­pe­rando ine­vi­ta­bil­mente (e diciamo con­sa­pe­vol­mente) alla distru­zione della loro cre­di­bi­lità e del loro prestigio.

A Roma non ci sono gli “anti­corpi”? Sì, que­sto è un po’ vero. Infatti, a Roma, nelle scorse set­ti­mane, e con acce­le­ra­zione cre­scente negli ultimi giorni, si è con­su­mata la più impo­nente e capil­lare distru­zione di anti­corpi che si sia mai vista in Ita­lia dalla Libe­ra­zione a oggi. Anche qui esprimo il mio stu­pore: osser­va­tori, avete colto dav­vero quel che è acca­duto a Roma nelle scorse set­ti­mane e con acce­le­ra­zione cre­scente negli ultimi giorni? Il giu­di­zio sul com­por­ta­mento e le atti­tu­dini diri­gen­ziali del sin­daco Marino, — un “mar­ziano”, un inetto, un inca­pace, un sup­po­nente, da un certo momento in poi anche uno poco cor­retto, — non ha niente a che fare con lo svol­gi­mento e la con­clu­sione della fac­cenda. Se si doves­sero rimuo­vere dai loro inca­ri­chi Sin­daci, Pre­si­denti delle Regioni, Mini­stri, Diret­tori Gene­rali, Ret­tori, ecc. ecc., — per­ché “mar­ziani”, inetti, inca­paci, sup­po­nenti, poco cor­retti, ecc. ecc, — assi­ste­remmo in poco tempo al crollo ver­ti­cale dell’intera mac­china politico-istituzionale ita­liana (sarebbe comun­que affare della magi­stra­tura, come tal­volta già accade, non dei poli­tici). Quel che invece è acca­duto a Roma è la defe­ne­stra­zione dall’alto, — per vie poli­ti­che, non legali, intendo, — di un uomo poli­tico che non era in grado (e pro­ba­bil­mente non voleva) garan­tire le attese dei prin­ci­pali poteri inte­res­sati alla vicenda: la nuova forma della poli­tica oggi domi­nante in Ita­lia, il Vati­cano, i poteri eco­no­mici all’arrembaggio della nuova torta.

Il risul­tato di tutta la vicenda è che esi­ste oggi in Ita­lia un Potere Supremo il quale è in grado di sba­raz­zarsi di qual­siasi osta­colo demo­cra­ti­ca­mente rap­pre­sen­ta­tivo, sosti­tuen­dolo con la figura fin qui ano­mala ed ecce­zio­nale del Com­mis­sa­rio, il quale ovvia­mente è, e non potrebbe non essere, un dele­gato al ser­vi­zio di quel mede­simo Potere Supe­riore. Il quale, essendo anch’esso non deter­mi­nato dal voto popo­lare ma, diciamo, da una sorta di auto­com­mis­sa­ria­mento del mede­simo (com’è noto, il nostro Pre­si­dente del Con­si­glio non ha goduto di tale inve­sti­tura), tende a ripro­dursi per gemi­na­zione secondo le mede­sime modalità.

Roma, se è e resta la Capi­tale d’Italia, la quarta città euro­pea, una delle più impor­tanti del mondo, dal punto di vista del patri­mo­nio arti­stico e cul­tu­rale è senza ombra di dub­bio la prima. Que­sto suscita da un bel po’ di tempo una cor­rente d’invidia e di gelo­sia, nazio­nale e inter­na­zio­nale, da far spa­vento. Essa si col­lega, e stret­ta­mente si con­giunge, al pro­getto dell’attuale potere poli­tico ita­liano di farne da tutti i punti di sta una cosa pro­pria. A Roma, più che in qual­siasi altra città ita­liana, abbiamo a che fare con una massa di potere inim­ma­gi­na­bile altrove: Vati­cano, poteri eco­no­mici forti, potere poli­tico di tipo nuovo, incline al com­mis­sa­ria­mento della Nazione ovun­que sia pos­si­bile e a suo avviso neces­sa­rio, pro­ce­dono affian­cati, e nella mede­sima dire­zione (non c’è biso­gno di pen­sare a incon­tri segreti a Via dei Peni­ten­zieri o a Largo Chigi o magari a Palazzo Vec­chio a Firenze: basta pen­sarla nello stesso modo).

Ce la faranno Roma, e i romani, a rove­sciare que­sta mostruosa ten­denza? I romani, senza i quali anche il mito di Roma rischia di diven­tare un’astrazione, sono delusi, con­fusi, smar­riti. Come volete che siano? Ave­vano votato trion­fal­mente per Marino esat­ta­mente per dare una svol­tata alla sto­ria. Ora forze potenti della poli­tica e dell’informazione si affan­nano quo­ti­dia­na­mente a spie­gar loro che Marino era sem­pli­ce­mente un “mar­ziano”, un inetto, un inca­pace, un sup­po­nente, uno poco cor­retto, ecc. ecc., e a spie­gar­glielo sono esat­ta­mente innan­zi­tutto quelli del suo pro­prio par­tito, quelli che ave­vano chie­sto loro di votarlo (nean­che uno dei con­si­glieri comu­nali “dem” che abbia resi­stito alla sferza del capo, che ver­go­gna!). Però, al tempo stesso, monta l’indignazione, anzi, una rab­bia cupa e vio­lenta, con­tro tutti quelli che hanno real­mente com­bi­nato tutto que­sto, il Potere Supe­riore e i suoi mol­te­plici alleati.

La Capi­tale immo­rale giace così sotto il peso degli errori com­messi, quelli suoi, certo, ma soprat­tutto, soprat­tutto quelli degli altri. Come ultimo schiaffo viene inviato a gover­narla un Pre­fetto dal nome beneau­gu­rante di Tronca. All’Expo, — per sue dichia­ra­zioni, — si è occu­pato dell’ordine pub­blico; in pre­ce­denza, dei Vigili del fuoco. Com­pe­tenze, que­ste, indu­bi­ta­bil­mente ade­guate a gover­nare la metro­poli Roma, le sue con­trad­di­zioni e lace­ra­zioni, e a susci­tare in lei i nuovi anti­corpi. Nel frat­tempo il Potere Supe­riore garan­ti­sce che il Giu­bi­leo sarà un suc­cesso come l’Expo. Tutto è money, d’accordo, ma forse qui siamo andati un po’ troppo oltre. Il Vati­cano sod­di­sfatto annuisce.

Per sot­trarsi a que­sta nefa­sta spi­rale, ed evi­tare altre can­to­nate, ci vorrà un lavoro lungo e in pro­fon­dità, razio­nale, sì, ma anche rab­bioso. Il tempo delle media­zioni è finito, ne comin­cia un altro, meno dispo­ni­bile alle prese in giro.

Se ci sono voci dispo­ste a par­lare in que­sto senso, si fac­ciano sen­tire presto.

Alberto Asor Rosa

 

articolo pubblicato su “Il manifesto” il 3 novembre 2015  (http://ilmanifesto.info/la-capitale-immorale/)

Roma, di P. Ciofi

Postato il

paolo ciofi

Com’era prevedibile, Ignazio Marino alla fine è stato dimissionato e la capitale d’Italia sarà governata da un commissario modello Expo sia pure «adattato», dentro il quale gli esperti intendono imbragare l’intero paese secondo loro a corto di anticorpi. Dunque, l’unico memorabile risultato ottenuto a Roma in questi anni da Matteo Renzi, capo del governo e segretario del Pd, è stato questo: la cacciata del sindaco del Pd eletto con una vasta maggioranza contro Alemanno, a dimostrazione – tra l’altro – che qualche anticorpo in questa città nonostante tutto ancora esiste. Gli applausi scrosciano e pressoché unanimi sono i complimenti dei poteri forti, economici e mediatici. Un altro importante obiettivo è stato raggiunto!

Sembra una gag di Petrolini. E invece è il risultato di una crisi devastante che investe il Pd degradato ormai a un’aggregazione di interessi, dove alligna la corruzione e il malaffare alimentati dalle privatizzazioni e dalla mercatizzazione dei diritti. Senza un’idea di Roma e senza strategie in quella che continua ad essere di gran lunga la principale metropoli del paese, e la quarta in Europa, nella quale hanno sede gli apparati pubblici e le fondamentali istituzioni dello Stato e della democrazia rappresentativa. Un problema nazionale di prima grandezza, che incide pesantemente non solo sulla vita sempre più difficile dei romani, ma anche sull’efficienza e sulla produttività del sistema paese e sulla stessa tenuta unitaria della nazione. Sul quale però ormai da tempo è stata spenta la luce, dando la stura, da un lato, al leghismo più becero e, dall’altro, alla bolsa e inconcludente retorica di Roma capitale.

Ignazio Marino, trionfatore alle primarie come Renzi e presentatosi con una posizione antipolitica (ricordate lo slogan «non è politica è Roma»?), si è dimostrato un sindaco di buona volontà ma non all’altezza e pastrocchione. La sua è stata un’esperienza che ripropone il tema stringente di dove e come si forma una classe dirigente politico-amministrativa in assenza di partiti radicati nella società, che facciano da tramite tra la società medesima e le istituzioni perché i cittadini, secondo la Costituzione, possano concorrere con metodo democratico a governare la cosa pubblica. La situazione è al limite: nel vuoto di rappresentanza e di partecipazione sociale politicamente organizzata, in cui i poteri economici hanno campo libero, vagano le persone in cerca dei diritti e senza l’obbligo dei doveri, mentre si moltiplica l’invadenza dei burocrati e si creano i presupposti per l’uomo solo al comando.

Mi sono sentito dire che anche il Pci, quando presentò Argan sindaco di Roma, fece ricorso a una personalità non di partito. È vero, ma allora il Pci e Argan avevano un’idea di Roma, poi in parte realizzata dai sindaci Petroselli e Vetere, e il Pci era un partito profondamente inserito nella società con quasi 100 mila iscritti. Inoltre, Giulio Carlo Argan era un grande intellettuale torinese che sapeva di storia e conosceva bene la capitale del suo paese. Oggi, invece, abbiamo a che fare un tizio calato da Torino in “aiuto” di Marino che si vanta di aver gridato allo stadio «Roma merda», assessore ai trasporti dimissionario che dei trasporti non sa neanche che il 64 collega San Pietro a Termini.

È l’approdo emblematico del degrado della politica, dell’arroganza del potere e del disprezzo verso un’intera comunità. Un atteggiamento semplicemente vergognoso. Come vergognoso, e foriero di ulteriori danni, è aver elevato Marino, che pure ha le sue responsabilità, a capro espiatorio di tutti i mali di Roma. Ma dopo il vertiginoso successo della liquidazione del sindaco, qual è l’analisi del Pd sui mali della metropoli? Ha, il Pd, una qualche idea sulla crisi profonda, di identità e di prospettiva, che percuote Roma? E sulla questione morale, che è tornata ad essere centrale nella politica e nell’amministrazione pubblica, quali proposte ha da avanzare per fare pulizia al Comune e in tutte le sue articolazioni territoriali e imprenditoriali? Non se ne ha notizia. Forse perché il Pd dei nuovi mali di Roma è uno dei fattori, e non ha la forza né la possibilità di tagliare i ponti con la rendita immobiliare e finanziaria.

E Renzi? Twitta, e ripete come un disco rotto che Roma «non funziona». Basta chiacchiere, precisa: «una città funziona o non funziona». Al di sopra di questa vetta il suo pensiero non sembra in grado di elevarsi, e questa è la sua idea di Roma. Le strade dissestate, le disfunzioni dei trasporti, i disservizi nello smaltimento dei rifiuti sono in larga misura l’effetto di gestioni incistate dalla corruzione e dalla malavita, che richiedono una svolta radicale nel modo di governare e nel sistema dei controlli. Ma nelle condizioni di oggi la buona amministrazione non basta, se non è sorretta da una visione della metropoli come comunità solidale, che contrasti le disuguaglianze e le ingiustizie. E che ponga al centro della funzione pubblica statuale, e quindi della capitale dello Stato, la «tutela del lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni» (articolo 35 della Costituzione) insieme alla salvaguardia del territorio e dell’ambiente, nonché del patrimonio storico e artistico della nazione (articolo 9).

Come sosteneva Teodoro Mommsen, non si sta a Roma senza un’idea universale. E noi questa idea universale, che prospetta una civiltà più avanzata, la vediamo delineata nella Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro. Che ne facciamo di Roma in questo contesto? Una città museale, pietrificata nelle sue vestigia antiche, a disposizione di inconsapevoli tribù turistiche mordi e fuggi, mentre la rendita parassitaria s’ingrassa e le periferie degradano nello squallore, in attesa che si innalzino nuovi muri per blindarci nel nostro residuale benessere contro chi fugge dalla povertà e dalla fame? E cosa diciamo alle ragazze e ai giovani disoccupati di questa città, che ormai sono quasi la metà della popolazione giovanile? Che vadano al Colosseo a truccarsi da finti gladiatori? O che vadano a Londra a fare le cameriere?

Roma ha le risorse, morali e materiali, tecniche e intellettuali, per uscire dal declino e avviare una fase di rinascimento civile, economico e sociale, a beneficio dei suoi abitanti e dell’intero paese. Bisogna però cercarle queste risorse, stimolarle e metterle insieme: in un progetto di cambiamento capace di raccogliere i malesseri e i contrasti che ribollono nella metropoli, e di assicurare a tutti i diritti fondamentali. Da una parte, occorre recuperare la virtù dell’accoglienza, che da secoli caratterizza questa città straordinaria. Dall’altra, è indispensabile rovesciare la vecchia e fallimentare visione delle classi dirigenti non solo locali, che hanno estratto da Roma rendite di ogni genere. Degradandola nel contempo al ruolo di città da assistere con elargizioni clientelari, invece di valorizzarla come risorsa disponibile per la comunità nazionale.

Una metropoli e una capitale in cui si configuri un intenso rapporto politico-istituzionale con la cultura e con la scienza, con tutte le espressioni del lavoro, e in sinergia con le forme più avanzate di partecipazione civile, di democrazia diretta e di proprietà autogestita da produttori e utenti, puntando decisamente sull’innovazione e assumendo l’ambiente e il patrimonio culturale e artistico accumulato come risorse e parametri di una nuova qualità della vita. Questo, insieme alla configurazione della Città metropolitana e alla qualificazione di territori e funzioni dei Comuni-Municipi, dovrebbe essere l’obiettivo cui tendere, in una fase in cui la rivoluzione scientifica e tecnologica non si arresta e darà ancora imprevedibili frutti.

La tensione verso la progettualità permanente e l’elevazione culturale di massa per disegnare una metropoli a misura degli esseri umani e del loro libero sviluppo è il contrario della cultura dell’evento straordinario, di cui in anticipo si annunciano straordinarie meraviglie per poi fare i conti con i danni accertati. Fatti salvi, ovviamente, i pingui introiti di chi promuove il business. Rutelli fu un bravo organizzatore del Giubileo del 2000 che si svolse con successo. Ma dopo, in particolare con Veltroni, a Roma il dominio della rendita immobiliare e finanziaria ha raggiunto il massimo del suo fulgore, consolidando il modello di città in cui viviamo. Naturalmente, auspichiamo che anche il Giubileo promosso da papa Francesco nel segno della umiltà abbia successo. Ciò non toglie tuttavia, e anzi sottolinea, che occorre cambiare radicalmente proprio quel modello di città, che nulla ha di francescano.

Marino non offriva sufficienti garanzie al Vaticano. Ma neanche a Renzi, massimo esponente della cultura dell’evento. E grande esperto nei colpi di palazzo, giacché dopo Letta anche l’ignaro Ignazio è stato liquidato con un colpo di palazzo, impedendo al Consiglio comunale di riunirsi e di deliberare su una vicenda cruciale per i destini della città. La democrazia è stata sospesa, il messaggio è molto chiaro e da non sottovalutare: il Consiglio comunale eletto dal popolo non conta niente; il voto degli elettori non conta niente; i cittadini di Roma non contano niente. Conta solo chi comanda, l’uomo al comando. E il potere dell’apparato burocratico che lo circonda.

A questa impostazione occorre reagire con nettezza, mettendo in campo un progetto alternativo, che può nascere solo dalla mobilitazione sui problemi reali che coinvolgono la vita delle persone. Raccogliendo e unificando le tante energie di cui dispone Roma, oggi disperse e separate in mille rivoli, per farle confluire in un grande fiume che rompa gli argini della passività, del disincanto, dell’astensionismo. Le centinaia di associazioni che operano nel territorio trovino la forza di guardarsi in faccia, di superare la propria parzialità spesso priva di sbocchi, di misurarsi senza preconcetti con le esperienze e con le pratiche degli altri. Si costituisca un coordinamento e si lavori alla convocazione di una Costituente per Roma, che di Roma individui i nuovi mali e la via per superarli. È il primo passo indispensabile. Tutto il resto viene dopo.

Paolo Ciofi

tratto dal sito: http://www.paolociofi.it