Mese: giugno 2015

Da dove ripartire come socialisti, di M. Zanier

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E’ giunto il momento, secondo me, di creare per gradi un processo di aggregazione a sinistra. Credo che per creare uno schieramento che raccolga le storie migliori della sinistra ci si debba lasciare molto alle spalle ma non penso che questo debbano essere le singole appartenenze quanto piuttosto le differenze, le incomprensioni, le diffidenze storiche direi, perché la storia bella di socialisti e comunisti credo possa e debba costituire il cemento ideale della nuova formazione politica da costruire insieme. Penso alle tante battaglie importanti condotte dalla stessa parte nel passato, alle capacità organizzative che hanno permesso alla sinistra di riempire le piazze e di sostenere le lotte nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro, penso soprattutto ad un’ottica di classe che credo vada mantenuta o, meglio, recuperata: lo stare dalla parte degli sfruttati e in contrapposizione netta a chi sfrutta e divide per suo tornaconto personale o di categoria. Per i socialisti in particolare credo si debba ripartire da una certa sana critica dell’orizzonte socialdemocratico, così come lo criticavano Basso e De Martino, per immaginare una società socialista da realizzare veramente più giusta ed equa per tanti.

Mi vengono in mente due passaggi: da un lato le parole che Lelio Basso pronunciò nel 1962, poco prima cioè di lasciare il partito per dare vita al Psiup (Per una sinistra socialista, Editoriale del numero di marzo 1962 di Problemi del Socialismo): “L’alternativa non è tra il riformismo della maggioranza e il rifiuto totale di ogni politica, di ogni obiettivo e di ogni strumento che non sia integralmente socialista, come da molte parti ci sentiamo ripetere (rifiuto della costituzione, del parlamento, della democrazia, ecc.), perché il socialismo si costruisce proprio lottando all’interno degli attuali rapporti sociali, delle attuali strutture e sovrastrutture, lottando sul terreno della realtà di oggi, anche con gli strumenti che essa ci offre, anche con la costituzione, anche con il parlamento, anche con quel tanto di democrazia che oggi possediamo, e che dobbiamo progressivamente allargare perché è vero che la costituzione, il parlamento e la democrazia di oggi non sono per sé soli bastevoli di avvicinarci al socialismo” e l’altro di De Martino, nel suo libro del 1989 “Il pessimismo della storia e l’ottimismo della ragione” (p.22): “Il socialismo viene concepito da molti come pienamente compatibile con la sopravvivenza del sistema capitalistico. In tal modo si pensa di acquistare legittimità nella gestione del sistema, ma non si valuta nella sua entità la rinuncia all’autonomia teorica e politica. In tal senso hanno operato correnti maggioritarie della socialdemocrazia europea ed in modo ancor più accentuato il moderno riformismo in Italia, fino a condividere una sorta di esaltazione del ‘privato’ di contro al pubblico. A questo punto cade una effettiva delimitazione tra liberismo e socialismo e si indeboliscono i legami col riformismo originario.”

In questo senso credo che il contributo dei socialisti alla creazione di una nuova concezione della sinstra possa essere interessante anche per i compagni che vengono da altre esperienze, senza per questo avere la presunzione di possedere una verità rivelata ma invece con la voglia di aiutare a superare alcuni limiti di tanti altri tentativi di riaggregazione a sinistra. Intendiamoci però, se come socialisti possiamo essere d’aiuto ai compagni comunisti che con mente aperta e spirito critico intendano dare vita insieme ad un nuovo soggetto di sinistra efficace ed utile a tanti, dall’altra parte dobbiamo, secondo me essere aiutati ad uscire dalla nostra autorefeenzialità e dal nostro isolamento, mascherato da autonomismo e vestito troppo spesso di anticomunismo.

Guardare alla realtà, alle trasformazioni della società, alla gravità della trasformazione della legislazione sul lavoro introdotta dal Jobs Act, votata anche dai nostril rappresentati in Parlamento e dalla maggioranza del PD (anche da molti esponenti storici di sinistra) che ha cancellato le conquiste introdotte dallo Statuto dei Lavoratori ed introdotto una precarietà senza fine e senza scampo per i nuovi assunti, aprirsi al confronto con le questioni nuove come la gestione concreta dei flussi migratori in un momento in cui le destre e non solo stanno portando avanti una battaglia senza quartiere ai diritti basilari delle persone, ripartire dai problemi concreti della casa e dell’abitare mentre sono in aumento gli sfratti nelle gandi città e nei piccolo centri e manca da troppo tempo una politica di rilancio dell’edilizia sociale, parlare di diritto al lavoro per i tanti precari della scuola che sono sotto scacco per colpa delle politiche del governo Renzi, affrontare con coraggio il drama dei tagli alla sanità pubblica che colpiscono i servizi essenziali per i cittadini come i Pronto Soccorso riducendo i servizi e il personale mentre aumentano le sovvenzioni alla sanità private, in barba ai principi contenuti nella nostra Costituzione.

Riparire da qui adesso, tutti insieme. Questo secondo me deve fare oggi la sinistra che si vuole costruire. Senza chiuderci ognuno nel proprio staccato, senza guardarci gli uni e gli altri con diffidenza, abbattendo i muri che ci dividono per tornare a dire la nostra in questo Paese. Ed aiutare la maggior parte della gente che non ce la fa ad alzare lo sguardo ed avere una prospettiva ideale: costruire insieme una società nuova, migliore e socialista.

Marco Zanier

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In difesa della Camusso (per una volta), di R. Achilli

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achilli riccardo

L’intervista di Landini su Repubblica dice, in estrema sintesi, tre cose:

– l’unità sindacale lanciata dalla Camusso è roba vecchia, non più sufficiente, e ci vuole un nuovo modello di sindacato, essenzialmente un sindacato unico, come suggerito da Renzi e Scalfari;

– Questo modello di sindacato unico deve prevedere meccanismi democratici più avanzati nell’elezione, da parte dei lavoratori iscritti, non soltanto delle rappresentanze aziendali, ma anche delle strutture dirigenziali, oltre che in una maggiore estensione del meccanismo referendario;

– Occorre una lettura nuova del mondo del lavoro, che inglobi anche chi sta fuori dai meccanismi tradizionali della contrattazione, ovvero, da una parte, i lavoratori non sindacalizzati (il precariato) e dall’altro le aziende che, per scelta o per natura, stanno fuori dai meccanismi della rappresentanza sindacale, oppure sono stanche della contrattazione.

Inizierò dal terzo punto, sul quale concordo con Landini, e direi che sono anni che tutti stiamo dicendo che la lettura del precariato data dal sindacato per lunghi anni, è stata condizionata dal riflesso di riportare indietro, al fordismo, le lancette della storia industriale, per cui la frontiera della proposta al precariato era la richiesta di “stabilizzazione”, e di implementazione di un modello competitivo più avanzato (“una strada alta alla competitività”, direbbe Salvati) fondato sulle competenze e sull’innovazione, che naturalmente tendesse a fidelizzare il lavoratore al posto. Questa lettura è definitivamente saltata per aria con la crisi, con la precarizzazione definitiva del mercato del lavoro, con la constatazione che il capitalismo micro padronale e familistico italiano non è nelle condizioni patrimoniali, finanziarie e culturali per promuovere un modello “alto” di competizione, e che un sistema composto prevalentemente da micro imprese operanti in settori tradizionali o di nicchia, ma non innovativi, ha bisogno di grandi dosi di flessibilità per tenere su mercati in cui esso stesso è precario, in termini di risultati commerciali. E che la strada alta, fino agli anni Novanta, era garantita solo dalla grande industria pubblica, smantellata la quale ci siamo ritrovati con un capitalismo straccione e relazionale, non molto più evoluto del capitalismo comprador e mercantile descritto da Fanon rispetto ai Paesi africani appena decolonizzati.

Di conseguenza, la “nuova lettura” deve ripartire da una analisi del mercato del lavoro e delle sue segmentazioni interne, delle condizioni competitive e delle possibilità della nostra economia nello scenario globale, degli aspetti strutturali del rapporto fra capitale e lavoro, che determinano la distribuzione dei frutti della ricchezza, ed è un lavoro in primo luogo analitico e di studio. Che non c’entra niente, almeno in prima istanza, con il numero dei sindacati, quanto piuttosto con il modo in cui essi si interfacciano all’analisi della situazione con le proposte che sono in grado di fare. che a mio modesto avviso passano per il tramite di uno scambio fra estensione della rappresentanza sindacale e della effettiva partecipazione del sindacato alla vita aziendale e alle decisioni gestionali e garanzia di una maggiore tenuta della pace sociale in azienda, un pò come avviene in Germania. E per proposte operative innovative, ad esempio il rappresentante sindacale territoriale, in grado di dare voce anche agli addetti delle micro imprese prive di rappresentanza interna (ad esempio perché si tratta di botteghe artigiane con un solo addetto, o con due o tre addetti).

Se invece si lega, come fa Landini, la questione di una rilettura dell’azione sindacale a quella del numero dei sindacati in campo, si commette il classico errore del riformismo italiano, che confonde il contenitore con il contenuto, credendo che cambiando il contenitore il contenuto cambierà anch’esso, salvo ovviamente sbagliare sistematicamente.

Sul secondo punto, come non essere d’accordo sul principio generale? Certo, più democrazia interna e meno cooptazione. Certo, più referendum fra i lavoratori. Ma c’è un ma, un ma di tipo operativo, non di principio: senza commettere l’ingenuo errore del movimentismo, che nel nome del popolo sovrano ritiene che l’Eletto sia, di per sé stesso, investito di una autorità e di una onnipotenza divine. Mutatis mutandis, è la stessa logica maggioritaria e plebiscitaria, intrinsecamente autoritaria, di Renzi. La democrazia sindacale vera, profonda, caro Landini, sta dentro un modello di sindacato in grado di incidere nelle scelte aziendali, e cogestirle nell’interesse dei lavoratori. Un sindacato di dirigenti eletti, che però non conta niente, non produce affatto più democrazia. Il referendum fra i lavoratori deve avvenire a valle di un processo negoziale fra le parti che affronti la complessità e trovi soluzioni fattibili, altrimenti sarebbe un referendum alla Catalano, che chiede a lavoratori “volete avere più salario e lavorare meno, oppure avere meno salario e lavorare di più?” Ma le aziende non si gestiscono con i metodi di Catalano.

Sul terzo punto non ci siamo proprio. La storia del sindacato italiano è diversa da quello tedesco. Ed ha portato ad una graduale frammentazione del sidnacato confederale, guidata, almeno inizialmente, da grandi divergenze di principio e di visione della società. che ha condotto a percorsi diversificati, che se riescono a stare dentro un principio unificante di difesa dell’interesse del lavoratore, come propone la Camusso con la sua idea di tornare a forme di unità d’azione fra le tre confederazioni, pur nella reciproca autonomia, sono una ricchezza, non un impoverimento. L’idea dell’unificazione è una infausta consuetudine italiana: partiamo alleati, poi ci mettiamo insieme nell’illusione di essere più forti. E cosa produciamo? Il partito democratico, ad esempio. La verità è che una unificazione sindacale, oggi, schiaccerebbe la CGIL e la FIOM sotto il peso di sindacati molto più moderati, come la CISL e la UIL, spostando l’intero movimento sindacale italiano a destra, esattamente come il processo fusorio del PD ha finito per spostare a destra tutto il centrosinistra italiano. E, esattamente come nel caso del PD, il presunto sindacato unico sarebbe, almeno nei primi anni, una accozzaglia caotica di componenti interne con il loro capobastone. Questo caos paralizzante sarebbe il miglior regalo possibile per la controparte padronale. Per una volta, caro Landini, ha ragione la Camusso. La strada è l’unità d’azione nella diversità organizzativa e nell’autonomia reciproca. E smettiamola per favore con questo modernismo da strapazzo, per cui la proposta della Camusso non va bene perché è “vecchia”, è “roba da anni Settanta”. Sembra di sentir parlare il rottamatore della Valdarno e il suo mito del modernismo a tutti i costi. Intanto negli anni Settanta il sindacato era più efficace e potente di oggi, tanto per dire. Se tornassimo al livello di tutele di quegli anni, noi lavoratori saremmo felicissimi.

Ed una ultima annotazione, caro compagno Landini. Tu giustamente hai detto, recentemente, che il sindacato deve essere più autonomo dalla politica. mi sembra giustissimo. Allora tu stesso sii coerente con le tue affermazioni, e decidi dove vuoi stare, se in politica o nell’agone sindacale, se vuoi essere riformatore della politica oppure del sindacato. Proporsi entrambi gli obiettivi significa “de facto” sottomettere il sindacato alla politica, anziché liberarlo.  L’ora della scelta del campo in cui si vuole combattere inizia ad avvicinarsi, anche per le coalizioni sociali.

Riccardo Achilli