Mese: aprile 2015

25 aprile partigiano a Porta San Paolo, di G. Martinotti

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Nel 70esimo anniversario della Liberazione una folla unita e variegata si è stretta sotto il palco dell’ANPI a porta San Paolo per celebrare il 25 aprile partigiano, onorando il sacrificio delle donne e degli uomini che impiegarono tutte le proprie forze per combattere la sanguinaria oppressione nazifascista.

Tanti gli interventi, susseguiti da applausi calorosi quanto commossi, che hanno voluto ricordare alcuni dei momenti più vividi o cruenti di quei giorni lontani ma presenti. Racconti forti e meticolosi, parole profonde, che ravvivano più che mai la consapevolezza di una lotta ancora in corso d’opera, per realizzare quel sogno di libertà che aveva portato sulle montagne i partigiani.

La loro energica presenza sul palco ha avuto anche il merito, tra gli altri, di allontanare le polemiche che in queste settimane avevano preceduto l’importante giornata di commemorazione. Le “autoesclusioni” della Brigata Ebraica e dell’ANED, che avevano portato l’ANPI nazio­nale alla decisione di can­cel­lare il tradizionale cor­teo, non hanno comunque fatto dimenticare il ruolo che la componente ebraica ha ricoperto nella lotta di liberazione a livello europeo. Un fatto storico che ancora oggi lega quelli che furono le migliaia di partigiani ebrei, comunisti e socialisti, all’odierna minoranza antifascista e pacifista che resiste al fianco dei palestinesi contro le ostilità del governo israeliano.

Appunto, il 25 aprile non è una ricorrenza, la “liberazione” è tuttora da portare a termine. Tra il crescente revisionismo storico, la rinnovata popolarità dell’estrema destra fascio-leghista e le sciagurate politiche reazionarie del nostro governo, l’antifascismo militante è più che mai necessario.

Proprio Tina Costa, 90 anni, staffetta partigiana lungo la Linea Gotica, ci ricorda dal palco che ‘la Costituzione non può essere cambiata’ e che ‘dobbiamo fare in modo che non passi questa vergogna, perché la Costituzione è scritta con il sangue dei nostri combattenti’. Le sue parole sono un chiaro riferimento a quei nuovi squadristi che a colpi di demagogia fanno a pezzi giorno dopo giorno la nostra società ed il principio di eguaglianza tra i cittadini.

Governanti non-eletti che mistificano la realtà, strappano la dignità alle persone e la vita a migranti disperati, ne sbriciolano i diritti fondamentali in nome del profitto, sventrando la democrazia reale per conto di “nuove forze d’occupazione”; multinazionali dispensatrici di miseria e disuguaglianza, che mirano essenzialmente all’espansione globale del capitale, del potere finanziario, del debito soggettivo e della commodificazione delle risorse, a discapito delle istituzioni statali e delle relative politiche per concretizzare la giustizia sociale.

Nel finale c’è ancora il tempo per una sorpresa che scalda i cuori e la memoria. Un cor­teo spontaneo, e non autorizzato, parte dalla piazza alla vosta del Ponte dell’Industria per rendere omaggio alle donne vittime nell’eccidio del 7 aprile 1944.

Sulle note di “Bella Ciao”, tra le bandiere palestinesi, alcuni tricolore ed il grande striscione del comitato per il Don­bass anti­na­zi­sta, è difficile dimenticare che abbiamo il dovere di sostenere la Resistenza ogni giorno.

Giampaolo Martinotti

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PER UN VENTICINQUE APRILE DI LOTTA DEMOCRATICA, della Rete per la Costituzione.

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A 70 anni dalla libertà, per un 25 aprile di lotta democratica

Quest’anno, che coincide con il settantesimo anniversario della Liberazione, la ricorrenza del 25 aprile assume un significato particolarmente importante. Soprattutto perché le cittadine e i cittadini italiani assistono sgomenti al tentativo di rimettere in discussione proprio i valori di democrazia, solidarietà e giustizia che furono alla base della Resistenza al fascismo e costituiscono i fondamenti della Costituzione repubblicana del 1948.

Nel giorno che dovrebbe celebrare l’orgoglio della riconquistata dignità dopo venti anni di dittatura, con il coinvolgimento in una guerra tragica e nel peggior genocidio della storia, la Rete per la Costituzione non può che confermare l’appello ai Parlamentari e ai cittadini democratici affinché vengano respinti ancora oggi, come già nel 2006, i tentativi di trasformare in senso presidenzialistico, accentrato e autoritario l’assetto della nostra Repubblica.

Il 25 aprile costituisce la migliore occasione per confermare, oggi come allora, la volontà di proseguire nella costruzione di una società più equa e solidale, che garantisca pace e vita dignitosa a tutti, respingendo la riproposizione di vecchi modelli basati sulla competizione senza regole e costruiti solo per l’arricchimento di pochi. Le difficoltà economiche e sociali che il Paese attraversa non possono essere risolte a colpi di proclami continuamente smentiti dai fatti, e violando quasi quotidianamente le regole del confronto nelle sedi istituzionali.

Un Parlamento frutto di una legge elettorale dichiarata incostituzionale, sulla cui legittimità esistono quindi molti dubbi, da nessuno delegato a cambiare il nostro sistema istituzionale, non deve e non può cancellare il principio fondamentale della centralità della rappresentanza, con il combinato disposto di una legge elettorale che non rispetterebbe la volontà del popolo sovrano e una riforma costituzionale che assegna a una persona sola poteri che non trovano corrispondenza in nessun regime democratico.

Il 25 aprile celebra quanti, guardando al futuro, decisero di dire NO al fascismo; conserviamone intatto il significato e il valore, rifiutando l’ipocrisia e ripetendo anche in questa occasione la richiesta di sempre maggiori spazi di confronto e di partecipazione, e l’impegno a impedire che la Costituzione, che della lotta di Liberazione fu l’opera più importante, venga stravolta senza che gli Italiani e le Italiane possano esprimere la loro opinione e la loro volontà.

Rete per la Costituzione – reteperlaCostituzione@email.it- Facebook: Rete per la Costituzione 20110910160511!Venezia_aprile_1945 APPUNTAMENTO ALLE 10,30 A PIAZZA DEI PARTIGIANI (PIRAMIDE).

UN’ALTRA GIORNATA DI LOTTA, di Lavoratori di Cinecittà.

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Riceviamo in redazione e volentieri pubblichiamo il contributo di idee e di immagini dai lavoratori degli stabilimenti cinematografici di Cinecittà in lotta.

 

LA VERA REALTÀ DI CINECITTÀIMG_5532IMG_5533IMG_5534IMG_5539

L’azienda continua la sua politica di distruzione del tessuto produttivo

-38 lavoratori del settore sviluppo e stampa in cassa integrazione saranno licenziati al termine delle procedure, già avviate, il 28 aprile p.v.

-50 lavoratori del settore DIGITALE E AUDIO affittati dal 2012 alla multinazionale Deluxe saranno riconsegnati a Cinecittà per poi essere messi in cassa integrazione e licenziati.
Nonostante il rilancio SBANDIERATO da giornali e televisioni, il gruppo che controlla Cinecittà invece di investire i propri soldi in un settore di sviluppo come il Digitale e Audio continua a sfruttare i soldi dello STATO dichiarando di voler mettere i lavoratori in cassa integrazione.

-110 lavoratori della produzione (costruzione scene-manutentori-amministrativi) sono da gennaio 2013 in solidarietà e per questo gruppo di lavoratori e’ stato dichiarato dall’azienda un problema di esuberi strutturali di 50 unità.

Tutto questo accade nonostante il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (Mibact) si sia impegnato:

– a rateizzare in 8 anni il debito di 5 milioni di euro contratto da Cinecittà studios nei confronti dell’Istituto Luce
– ad investire 7 milioni di euro sul sito produttivo di Cinecittà
– ad inserire 110 dipendenti nel programma di contratti di solidarietà per 2 anni abbattendo il costo del lavoro per Cinecittà di centinaia di migliaia di euro ogni anno
– a ridurre il canone di affitto che Cinecittà deve corrispondere al Mibact per centinaia di migliaia di euro l’anno in cambio della restituzione di 4 teatri di posa.

E nonostante varie produzioni nazionali e alcune produzioni internazionali (Ben Hur e Zoolander2) siano tornate a lavorare a Cinecittà grazie alle agevolazioni fiscali del Tax Credit.
Ad aggravare la situazione ci sono le dichiarazioni dell’azienda al tavolo del Mibact sulla volontà di procedere alla realizzazione del progetto che prevede la costruzione di un albergo, ristoranti, palestre, progetto contro il quale nel 2012 i lavoratori hanno occupato Cinecittà con 3 mesi di sciopero.
Risulta evidente l’incompatibilità tra gli indirizzi di sviluppo produttivo , legati al core-business, tracciati dal Mibact e quelli perseguiti dalla società IEG (Luigi Abete-Diego DellaValle-Haggiag-DeLaurentis che detengono l’80% di Cinecittà studios) che punta alla dismissione delle attività di core e di tutta la forza lavoro.

PASOLINI A VILLA GORDIANI, di M. Luciani

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Per il quarantennale della morte di Pier Paolo Pasolini nella mia borgata, Villa Gordiani, saranno realizzate alcune proiezioni del documentario “Un intellettuale in borgata”, per la regia del mio amico Enzo De Camillis. Un’opera in concorso per il David di Donatello. Si torna nei luoghi dove si ambientarono alcune tra le principali 11169956_992923324051014_5068736442894123616_nopere letterarie e cinematografiche di Pasolini per offrire ai protagonisti della vecchia e della nuova periferia, quarant’anni dopo, un’occasione di incontro per discutere dei disagi di ieri e di oggi, del ruolo della cinematografia nell’interpretazione della realtà mettendo in luce la lungimiranza del compianto maestro.
Il programma è il seguente:

 

Venerdì 24 aprile 2015 ore 18,30
c/o PRC Tor de’ Schiavi
Via Castel forte 4
Con: Giuseppe Spinillo (PRC Tor de’ schiavi), Valerio Strinati (Università Popolare Antonio Gramsci), Aldo Colonna (giornalista, autore di ”Borgata Gordiani”), Enzo De Camillis (regista).

 

Venerdì 8 maggio 2015 c/o PD Villa Gordiani
Via Venezia Giulia, 71/75
Con: Andrea Menichini (Giovani democratici), Valerio Strinati (Università Popolare Antonio Gramsci), David insaldi (PRC Tor de’ Schiavi) ), Aldo Colonna (giornalista, autore di ”Borgata Gordiani”), Enzo De Camillis (regista).

 

Organizzano: Casa del Popolo Giuseppe DiVittorio, Università Popolare Antonio Gramsci, Bottega dei Gordiani.

 

Massimo Luciani

 

Una analisi del DEF 2015, di R. Achilli

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Con l’approvazione ufficiale del Def, si è in grado di fornire una indicazione, sia pur non ancora consolidata (come è noto, il Def va inviato, insieme alPiano Nazionale delle Riforme, alla Commissione Europea, entro metà aprile, in modo tale che, entro giugno, pervengano al Governonazionale le “raccomandazioni” comunitarie, vero e proprio antipasto di possibili, per non dire probabili, modifiche al quadro previsionale di finanza pubblica, ed alla stessa manovra di stabilità per il 2016 che il Def anticipa, a grandi linee. Vale la pena ricordare che, l’anno scorso, le previsioni di disavanzo nominale rispetto al Pil, inizialmente stabilite al 2,2% da Padoan, sono state portate al 2,6% su pressione della Commissione, evidentemente portando ad una manovra di stabilità più pesante e recessiva diquella inizialmente abbozzata).

Iniziando dal quadro previsionale di finanza pubblica, esso si basa su una ipotesi di progressivo irrobustimento, sotto forma di vera e propria ripresa,della crescita, che quest’anno dovrebbe attestarsi sullo 0,7%, per poi arrivare all’1,4% nel 2016 ed all’1,5% nel 2017. Tale ipotesisi bassa su una ripresa delle esportazioni, che dal +2,7% del 2014 dovrebbero crescere del 3,8% nel 2015 e del 4% in ciascuno dei due anni 2016 e 2017, degli investimenti privati (che dopo il calo di 3,3punti nel 2014 dovrebbero crescere di 1,1 punti nel 2015, e di 2,1punti nel 2016) e dei consumi interni, che dovrebbero crescere dello0,8% nel 2015 (dopo lo 0,3% del 2014) fino all’1,4% nel 2017.Completa questa rosea previsione una riduzione di spesa per interessisul debito pubblico pari a 0,3 punti di PIL (ovvero, per un risparmiopari a poco più di 4,9 miliardi).

Questo quadro macroeconomico a rose e fiori dovrebbe quindi contribuire agli obiettivi di finanza pubblica, ovviamente anch’essi visti in miglioramento. Il deficit nominale sul PIL , passerebbe dal 2,6% del2015 all’1,8% l’anno prossimo, fino ad azzerarsi nel 2018,portando ad un pazzesco avanzo di 0,4 punti nel 2019. Il rapporto fra debito pubblico e PIL scenderebbe, dunque, dal 132,5%, al 130,9% l’anno prossimo, fino al 127,4% nel 2017. Il pareggio strutturale di bilancio (al netto cioè degli effetti del ciclo economico e delle misure una tantum) verrebbe raggiunto nel 2017, scendendo di un puntodecimale fra 2015 e 2016 (da -0,5% a -0,4%).

Questo quadro surreale come un dipinto di Dalì (ma evidentemente privo della stessa qualità artistica) porta ad una prosa nella retorica governativa che sfocia nel dadaismo. Fondamentalmente, tutto ciò verrebbe ottenuto senza aumentare le tasse, ma anzi abbassandole in rapporto al PIL, senza incidere sulla spesa pubblica produttiva, che anzi aumenterà (la spesa pubblica in conto capitale dovrebbe aumentare di 3,5 miliardi fra 2015 e 2016) ed addirittura si sarebbe trovato un presunto bonus di spesa di 1,6 miliardi da destinare a un qualche provvedimento urgente di natura sociale o produttiva (sulla destinazione,l’impetuoso Renzi trova un istante di riflettività, anche perché,come meglio si dirà, non è affatto certo che il cosiddetto bonus,dopo il vaglio della Commissione europea, esisterà ancora). Il cittadino medio, che non ha una laurea in economia, e non sa la differenza fra un quadro tendenziale ed un quadro programmatico dovrebbe essere portato a credere, illudendosi, che il DEF stiaaprendo la strada ad una inversione radicale delle politiche economiche, in direzione di una illuminata espansione economica accompagnata da una armoniosa virtù nei conti pubblici. Ed addirittura, Renzi si spinge a dire che le stime del Def sono“prudenziali” (!) lasciando sottendere chissà quali prelibati frutti di una nuova stagione di sviluppo, che per modestia (!!) non ci vuole ancora disvelare, a noi poveri gufi abituati alla durezza della quotidianità ed al principio della realtà.

Ora, evidentemente, le cose stanno in modo diverso. Una ripresa economica trainata dalle esportazioni presuppone che lo sviluppo del commercio mondiale sia solido. Ora, su questo solido sviluppo pesano enormi incognite, dale cifre non proprio entusiasmanti della ripresa statunitense, che potrebbe arrestarsi improvvisamente quando quest’estate un Congresso molto meno accomodante del passato (anche perché ci avviciniamo alla lunghissima maratona presidenziale) dovrà discutere del nuovo “tetto del debito”, e già circolano ipotesi di politiche di austerità recessive, al rallentamento di quasi tutte leeconomie emergenti (Cina, sulla quale pesa addirittura una potenzialebolla immobiliare e finanziaria, Russia, Brasile) ad un profilo diripresa del Giappone non proprio entusiasmante. Senza contare che,sul mercato europeo, il crescente surplus commercial tedesco schiaccia gli spazi di crescita dei partner (per l’ovvio principio fisico secondo il quale se aumenti le quote di mercato si riducono quelle degli altri). Ed infine, l’effetto di svalutazione dell’euro sul dollaro è, per le stesse ipotesi di base del DEF, limitato alsolo 2015, sostanzialmente arrestandosi negli anni successivi.

D’altro canto, la prevista ripresa della domanda interna per consumi ha aspetti esoterici, atteso che la fase di declino del prezzo del petrolio sembra essersi arrestata, il deflatore dei consumi mostra tensioni inflattive di ritorno già da fine 2015, e la crescita dei redditi,che nelle ipotesi del DEF addirittura passerebbe da +1,3% nel 2015 al+2,4% nel 2016 (cioè raddoppiando la velocità di crescita) è una favoletta ridicola, in una stagione in cui il Jobs Act e l’indebolimento dei sindacati ha eliminato ogni possibilità di negoziare margini di aumento del salario. Stendiamo un velo pietoso sull’aumento previsto degli investimenti, che dovrebbe poggiare su un credito di imposta per le imprese che investono in R&S (ma conmercati ancora instabili le imprese non investiranno), su una aspettativa di ripresa del credito legata al QE della Bce (ma i primidati per il 2015 segnalano un ulteriore peggioramento del creditcrunch, come è evidente. Le banche se ne fottono della maggiore liquidità loro offerta se i loro coefficienti patrimoniali continuano ad essere precari, e se l’aspettativa è che la vigilanza europea unica inasprisca i criteri patrimoniali stessi) esulla partecipazione al modesto programma di investimenti pubblici messo a punto da Juncker, che dovrebbe portare fuori dal calcolo del patto di stabilità alcune voci di investimento, che però ancora nonsono specificate, poiché il regolamento è in redazione, quindi è assai arduo formulare previsioni macroeconomiche in merito). E percarità di Patria tacciamo sugli effetti espansivi delle riformestrutturali attuate dal Governo Renzi, che secondo il DEFporterebbero a 0,4 punti di PIL nel 2016 con una crescita del loropeso fino a 1,8 punti nel 2020. Va rilevato, infatti che, come esprime la tabella a pag. 48 della Sezione I, il grosso dell’impatto proviene dalla riforma del mercato del lavoro (ma evidentemente le imprese non assumono lavoratori solo perché viene abolito l’articolo 18, ma primariamente se ci sono i mercati per poter ampliare la base produttiva, quindi l’effetto espansivo del Jobs Act è una merafavola, come mostrano numerose ricerche sull’impatto della flessibilità lavorativa sulla crescita). Al secondo posto, come impatto, verrebbe la riforma della P.A. che però ha il piccolodifetto di non essere ancora attuata (e peraltro, la tenue speranza di chi scrive è che una simile riforma imbecille non venga attuata mai).

Evidentemente, quindi, poiché la manovra di stabilità per il 2016, al fine di scongiurare le clausole di salvaguardia (essenzialmente, per scongiurare il maxi-aumento dell’Iva, che sarebbe evidentemente la pietra tombale sulle già irreali aspettative di ripresa della domanda interna per consumi) dovrebbe poggiare per almeno 6,5 miliardi sul miglioramento atteso della crescita, è del tutto ovvio che, invece, possiamo aspettarci esattamente l’attivazione di tali clausole, con qualche mese di ritardo, quando la Commissione si sarà stancata del giochino delle tre carte che Renzi inscenerà, insieme ai suoi ciambellani.

Cosa succederà realmente nel 2016 e 2017 ? Succederà che il saldo primario (spese – entrate pubbliche al netto del pagamento degli interessi sul debito) dovrà,nel 2016, migliorare di circa 14 miliardi, rispetto ai 26 miliardi con cui si prevede di chiudere il 2015. Ciò si otterrà mediante un taglio delle spese per 4,1 miliardi, privatizzazioni di ciò che resta del patrimonio imprenditoriale pubblico per circa 8,2 miliardi,ed 1,8 miliardi di maggiori entrate. L’artifizio retorico di Renzi,per cui non vi saranno maggiori tasse, è smascherato dalla manovra che verrà fatta su deduzioni e detrazioni fiscali che, pur mantenendo formalmente inalterate le aliquote fiscali, aumenterà la pressione fiscale per riduzione dell’area dei benefici fiscali(producendo quindi, sul contribuente finale, lo stesso effetto di unaumento effettivo della tassazione). Si tratta cioè né più némeno che di una solenne presa in giro degli italiani, cui la comunicazione renziana ci ha abituati. Sul versante del taglio delle spese, esso sarà sostenuto mediante una nuova, ulteriore, tornata di spending review (che dovrà garantire ben 9,8 miliardi nel 2016, alfine di coprire l’aumento delle spese pubbliche di investimento ed altri aumenti di parte corrente), che sarà così concepita:

  • Per gli enti locali proseguirà il processo di efficientamento già avviato nella Legge di Stabilità 2015 attraverso l’utilizzo dei costi e fabbisogni standard per le singole amministrazioni e la pubblicazione di dati di performance e dei costi delle singole amministrazioni;
  • In tema di partecipate locali saranno attuati interventi di smantellamento (ai danni ovviamente del personale che ci lavora), con particolare attenzione ai settori del trasporto pubblico locale e alla raccolta rifiuti.
  • Numerose strutture periferiche dello Stato saranno chiuse, senza garanzie per il personale, come nel caso delle Province.
  • Immobili utilizzati dalle amministrazioni sanno venduti;
  • Sarà completato il processo di razionalizzazione delle stazioni appaltanti e delle centrali d’acquisto per gli acquisti della PA.

L’insieme di tale manovra sarà recessivo, e, in modo implicito, al di là delle facili ricamature comunicative, lo stesso DEF, nel differenziale fra PIL tendenziale e PIL programmatico, stima tale effetto in 0,3 punti diPIL persi per il 2016 come conseguenza della manovra di stabilità sopra descritta.

E ciò che è ancora più spaventoso è che tale scenario è il migliore possibile. E’infatti del tutto improbabile che la Commissione Europea faccia passare questa ipotesi, per la manovra di stabilità del 2016. Talei potesi, infatti, rinvia al 2017, anziché al 2016, come da impegni assunti, il pareggio strutturale di bilancio. E lo fa autoattribuendosi, del tutto arbitrariamente, la clausola diflessibilità per le riforme fatte e quelle previste nel PNR allegato1 ( sul quale occorrerebbe fare un approfondimento a parte). Ma non èaffatto detto che la Commissione accetti questa impostazione, e conceda effettivamente la flessibilità, anche perché è difficileche si approvi una manovra in cui il grosso è costituito da introitio risparmi di non immediata realizzabilità, come le privatizzazionie la spending review (che come visto in questi anni, comporta benefici diluiti nel tempo). E tra l’altro, la Commissione potrebbe non bersi le ottimistiche previsioni macroeconomiche del Governo (vedi sopra la discussione sulle previsioni). Abbassando l’asticella della crescita, l’entità della correzione di bilancio ovviamente cresce. Nell’ipotesi peggiore, in cui il pareggio di bilancio strutturale dovesse essere imposto per il 2016,infatti, la manovra dovrebbe portare ad un saldo primario di quasi 28 miliardi, in luogo dei 14 previsti, con una perdita di quasi un puntodi PIL.

(1) La clausola di flessibilità prevede infatti condizioni stringenti nella valutazione della fattibilità, efficacia di lungo periodo e rilevanza delle riforme proposte, prima di concedere il bonus.

P.S. sul cosiddetto “tesoretto” da 1,6 miliardi:in realtà, quella somma deriva dalladifferenza fra il deficit/PIL del quadro tendenziale (cioè delquadro delle finanze pubbliche in assenza degli interventi previstidal DEF), pari al 2,5%, e il rapporto che emerge dal quadro programmatico (cioè in presenza di interventi) pari al 2,6%. Queldecimale di differenza ammonta proprio a 1,6 miliardi, e secondo il Governo potrebbe essere concesso dai nuovi regolamenti Ue che interpretano la flessibilità dibilancio, in presenza di un output gap negativo e superiore a 3 punti(cioè in presenza di una crescita inferiore al potenziale massimo dicrescita, stimato mediante la quantificazione del PIL potenziale). Ma se la Commissione dovesse imporre un inasprimento della manovra per il 2016, anche questo tesoretto sparirebbe.

Riccardo Achilli

CINECITTA’ ANCORA IN LOTTA, contributo di lavoratori di Cinecittà Studios.

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• La possibilità di rateizzare in 8 anni il debito di 5 milioni di euro contratto verso Istituto Luce;
• Il proprio impegno a investire sul sito produttivo 7 milioni di euro;
• La riduzione del canone di affitto da corrispondere al MIBACT per centinaia di migliaia di euro l’anno in cambio della restituzione di 4 teatri di posa.
Inoltre, grazie alle agevolazioni fiscali dovute al Tax Credit sono tornate a lavorare a Cinecittà varie produzioni nazionali e alcune produzioni internazionali (Ben Hur e Zoolander).
90 dipendenti sono inseriti nel programma di 2 anni dei Contratto di Solidarietà per abbattere il costo del lavoro per centinaia di migliaia di euro ogni anno.
Nonostante il massiccio sostegno pubblico, però, l’azienda continua la sua politica di distruzione del tessuto produttivo, infatti la situazione è la seguente:
38 lavoratori del settore sviluppo e stampa sono in cassa integrazione e dovrebbero essere licenziati al termine delle procedure già avviate;
54 lavoratori del settore digitale e audio, affittati dal 2012 alla multinazionale Deluxe rischiano la CIGS perché la stessa Deluxe è stata messa in liquidazione dal novembre 2014;
110 lavoratori (costruzione scene-manutentori-amministrativi) sono dal gennaio 2013 in solidarietà e per questo gruppo l’azienda ha annunciato un problema di esuberi strutturali per 50 unità.
Ad aggravare la situazione l’azienda ha dichiarato al tavolo del MIBACT di voler procedere alla realizzazione del progetto che prevede la costruzione di albergo, ristoranti, palestre, progetto contro il quale nel 2012 abbiamo occupato Cinecittà con 3 mesi di sciopero.
Risulta evidente l’incompatibilità tra gli indirizzi di sviluppo produttivo, legati al core business, tracciati dal MIBACT e quelli perseguiti dalla società IEG (Luigi Abete- Diego Della Valle-Haggiag-De Laurentis che detengono l’80% di Cinecittà Studios) che punta alla dismissione delle attività core business e di tutta la forza-lavoro.