Mese: febbraio 2015

LE BUGIE DEL JOBS ACT, di M. Luciani

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CGIL CIRCO MASSIMO 2009 (185)

 

Attorno ai primi decreti attuativi del Jobs Act ci sono percezioni ancora approssimative e cognizioni distorte.
Ciò non di meno la becera propaganda del Presidente del Consiglio una cosa vera la dice: la portata dell’operazione è storica. Tutto il resto sono bugie da sbugiardare.
La portata è storica perché non si tratta di un semplice arretramento del quadro normativo che disciplina il mercato del lavoro, e il licenziamento in particolare, come ce ne sono stati tanti negli ultimi trent’ anni. Si tratta di una svolta epocale sia nella civiltà giuridica del paese che nella dottrina politica della “sinistra moderata” mainstream.
Sul piano normativo occorre subito sgombrare il campo dalle mistificazioni.
La menzogna delle Tutele Crescenti.
Le tutele crescenti non esistono e la terminologia è maliziosamente ingannevole. In realtà il Contratto a Tutele Crescenti altro non è che il contratto senza la tutela reale del reintegro in caso di licenziamento illegittimo, salvo casi del tutto improbabili, ma invece, con la monetizzazione del licenziamento senza giusta causa e giustificato motivo. In realtà la monetizzazione già prevista dalla precedente normativa per i dipendenti delle aziende sotto i 16 dipendenti viene persino ridotta. Da notare che per il computo dei dipendenti i lavoratori part time non si potranno considerare uno, ma zerovirgola. Per i licenziamenti collettivi il reintegro non c’è più nemmeno nei casi di errori materiali di procedura o nei criteri di scelta. Nel caso di passaggio diretto per cambio appalto l’impresa appaltatrice subentrante non potrà accedere agli incentivi anche se, ai fini del licenziamento, saranno da considerarsi nuovi rapporti di lavoro, ma con il riconoscimento dell’anzianità pregressa per il calcolo dell’indennizzo. Dulcis in fundo, l’indennizzo diventa esentasse se il lavoratore accetta la conciliazione extragiudiziale, come a dire: “caro mio ex dipendente, con l’indennizzo esentasse io risparmio e lei non perde molto, se vuole possiamo guadagnarci entrambi, se poi lei proprio insiste a farmi pagare per intero la somma dovutale mi faccia pure causa, così avrà la sentenza d’appello fra qualche anno ed io potrò dedurle dall’importo che le devo i redditi da lei dichiarati nel frattempo”.
La menzogna dell’eccessiva rigidità delle mansioni.
Non è vero che il demansionamento ora diventa possibile nei casi di crisi aziendale come annunciato: lo era già. Dalla pubblicazione del decreto attuativo in Gazzetta, però, demansionare il lavoratore non sarà più un’eccezione limitata alle misure alternative al licenziamento per motivi economici, ma sarà una facoltà unilaterale del datore di lavoro nel caso che egli decida di riorganizzarsi. Per le mansioni superiori invece raddoppia il periodo di comporto necessario al riconoscimento giuridico dell’inquadramento corrispondente passando da 3 a 6 mesi che devono essere continuativi e su posto vacante. Insomma, la flessibilità c’era già. Si è voluto semplicemente introdurre maggiore libertà per il datore di lavoro di disporne a suo vantaggio, fino al punto di poter licenziare il lavoratore che non sia in grado di svolgere le nuove mansioni assegnate.
   La menzogna del superamento delle Collaborazioni.
Non è vero che spariscono le Collaborazioni Coordinate, infatti dette tipologie sopravvivono nei quattro casi di lavoratori iscritti ad albi professionali, partecipanti ad organi o commissioni di società, che offrono prestazioni ad Associazioni Sportive dilettantistiche riconosciute dal CONI e nel caso, infine, di deroghe sancite (bontà loro) dalla contrattazione nazionale. Le collaborazioni che non trovano siffatte giustificazioni, per altro, non è detto che debbano trasformarsi in lavoro subordinato, a Tempo Determinato o Indeterminato a Tutele Crescenti (sic!), perché, se proprio non potessero ricadere nel lavoro autonomo, invece di aprire la partita IVA gli si aprono altre prospettive come il Contratto a Chiamata, lo Staff Leasing (somministrazione a Tempo Indeterminato) o il Lavoro Accessorio dato che, per calmierare ulteriormente i costi, si è opportunamente elevato da 5000 a 7000 € il limite annuo del Voucher. Ha fatto notare Pierluigi Alleva che potrebbe persino sparire il Progetto che era un fattore di contenimento dell’abuso di questa forma contrattuale introdotto dalla legge 30 per riproporre le Co.Co.Co del regime antecedente. Vedremo comunque ben presto se davvero agli ex collaboratori, una volta diventati Lavoratori a Chiamata o Accessori o a Tutele Crescenti, si concederà un mutuo facilmente come il Presidente del Consiglio ha promesso o se, invece, diventerà potenziale insolvente anche chi non lo era prima.
   La menzogna delle stabilizzazioni.
Tutti i rapporti di lavoro subordinato a tempo Indeterminato che si instaureranno nel 2015 saranno incentivati con la decontribuzione fino a 8060 € per tre anni e, dopo la pubblicazione in Gazzetta, avranno anche il licenziamento libero. Nello stesso tempo, però, il limite del 20% dell’organico per l’impiego di personale a Tempo Determinato sarà derogabile non più solo mediante contrattazione nazionale, come stabilito dalla Legge 78 (il famigerato decreto Poletti), ma anche mediante accordi aziendali. Gli incentivi alle assunzioni non derivano dal nuovo ordinamento, ma dalla legge di spesa per soli tre anni e, dunque, servono soltanto a fare lo spot politico sui nuovi contratti senza dar conto del saldo tra questi e quanti ne saranno cessati durante il triennio e, dopo il triennio, di quanto si sia abbassata la soglia delle tutele. Cosa succederà dopo la fine degli incentivi? Il Tempo Indeterminato con le Garanzie Crescenti diventa, di fatto, il precariato più lungo in un Mercato del Lavoro che resta un grande supermarket di forme contrattuali precarie. L’Apprendistato, svuotato in gran parte del valore formativo parifica il conseguimento della qualifica, del diploma e della specializzazione professionale e conferma nella soglia irrisoria del 20% il minimo di trasformazioni per poter assumere nuovi apprendisti, finendo in questo modo per aggiungersi anch’esso alle altre forme di precariato. In realtà il tempo indeterminato viene favorito soltanto per il lavoro in affitto, con lo Staff Leasing. Di “esemplificazione” e di “disboscamento” restano soltanto i proclami regalati a piene mani.
   La menzogna della Flexsecurity.
Da maggio 2015 entrerà in vigore la Nuova ASpI (NASpI), sostegno al reddito per i disoccupati, della durata massima di 24 mesi che poi diventeranno 18 nel 2017. E’ falso che questo provvedimento aumenta il periodo di sostegno al reddito in quanto nel 2014 un lavoratore ultracinquantenne poteva avere 36 mesi di mobilità al Centro-Nord e 48 al Sud. Ma soprattutto il lavoratore avrà due anni solo se ha lavorato ininterrottamente negli ultimi 4, altrimenti la durata verrà decurtata dei periodi non lavorati nel quadriennio. Quanto alla misura del trattamento la percentuale di copertura più favorevole si ha a 1195 € di reddito mensile, superati i quali decresce. Questo lavoratore avrebbe un assegno di 896,25 € lordi per i primi tre mesi di disoccupazione che scenderebbe del 3% mensile nei successivi per finire a 331,61 € lordi. Qualora si trovasse ancora senza lavoro e in condizioni di indigenza certificabile (sic !), ma fosse inserito in un programma di ricollocazione del Centro per l’Impiego (se saranno finanziati) potrebbe avere ulteriori 6 mesi di sostegno al reddito (l’ASDI) di 248,71 € (naturalmente lordi). Per i Collaboratori compare la DIS-COLL, ma il sostegno arriverà al massimo a sei mesi e, per di più, con la clausola di decadenza dal diritto se instaurano rapporti di lavoro subordinato superiori a cinque giorni. Si attendono intanto nuovi tagli agli ammortizzatori sociali conservativi (casse integrazioni e contratti di solidarietà). Mentre si taglia complessivamente il sostegno al reddito, inoltre, le politiche attive del lavoro restano ancora nebulose. Insomma, ci vuole proprio un bella faccia di bronzo per evocare la Flexsecurity!
    Il crepuscolo della civiltà giuridica del lavoro.
Sul piano della cultura giuridica si è estinto il diritto al lavoro. Il lavoro si è ridotto a merce tra le merci. Il suo valore è soltanto quello espresso dal prezzo, ed è in atto una valorizzazione drastica della forza- lavoro. La Costituzione materiale, così fondata sulla merce, entra in contraddizione con la Costituzione formale che continua a dichiararsi fondata sul lavoro. Si sono cambiati i “postulati morali”, il lavoratore non è più il contraente debole che, per avere uguali diritti, deve avere maggiori poteri.
   La sinistra del capitale.
Sul piano della dottrina politica non c’è più una “sinistra moderata” che tenga a riferimento gli “interessi generali del paese”, all’interno dei quali, però, si collocano anche i diritti dei lavoratori in quanto tali. Quella che è sopravvissuta è, al massimo, una “sinistra del capitale” che scrive le leggi sotto dettatura di Confindustria. Avversa ai lavoratori e arrogante verso ogni forma di dissenso, non solo nelle aziende e nelle piazze, ma anche verso il parlamento stesso.
    La sinistra necessaria.
Una nuova stagione dei diritti in Italia ci sarà soltanto se nascerà un soggetto nuovo della sinistra con una strategia fondata sul lavoro, sul sociale e sulla pace. Radicalmente nuovo, come in Grecia e in Spagna, data la ormai conclamata incapacità dei gruppi dirigenti nostrani di produrre un rinnovamento adeguato ai tempi come in Irlanda o in Germania. Ogni vertenza sindacale, ogni lotta sociale, ne avverte sempre di più il bisogno. Se ne riconoscerà l’urgenza man mano che si svilupperanno le iniziative contro il Jobs Act sia sul terreno più propriamente sindacale della guerriglia applicativa contrattuale e legale che su quello più propriamente politico del referendum abrogativo e della Legge di Iniziativa Popolare per il nuovo Statuto dei Lavoratori.

Massimo Luciani

 

 

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Democrazia e socialismo, di R. C. Gatti

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Lo stimolante ed interessante articolo apparso su Esseblog titolato “Democrazia e Sinistra” (che ho ribattezzato “Democrazia e socialismo” avendo maturato la convinzione che il termine “sinistra” è troppo topologico e ambiguo, facendomi preferire il termine netto e chiaro di “socialismo”) mi stimola su un tema fondamentale.
L’articolo affronta il problema dal punto di vista filosofico e sociologico, affrontando il tema fondamentale della democrazia economica.
Proprio l’esperienza della crisi del 2007 che ancora stiamo subendo mi fa nascere la riflessione oggetto del mio contributo.
Sono convinto che il rapporto con gli imprenditori non può limitarsi ad aspetti cogestivi o di sostituzione del shareholder value con lo stakeholder value, che richieda una autentica trasformazione delle coscienze.
La mia riflessione, ed il libro di Piketty lo documenta ampliamente è che la lotta di classe si ferma troppo spesso ed erroneamente nel conflitto imprenditore-lavoratore dipendente, basti vedere i commenti ai jobs act, senza spingersi alla lotta tra produttori e rentiers.
La vera lotta di classe di questi anni è, a mio parere, tra classe produttiva ( imprenditori e lavoratori in primis) e capitalismo finanziario. Se il capitalismo finanziario vede nella speculazione finanziaria il miglior modo di mettere a frutto i suoi capitali, sottrae necessariamente investimenti al mondo produttivo, con la conseguenza che mentre l’investimento in finanza non crea valore, ma al massimo lo sposta dagli outsiders agli insiders, l’investimento produttivo crea valore. Ne consegue che esiste un interesse oggettivo e concreto tra imprenditori e lavoratori di unirsi a combattere il capitalismo finanziario.
Certo che all’interno del mondo imprenditoriale viviamo due fenomeni: a) il familismo che consiste nell’identità fisica del capitalista con l’imprenditore e b) la distinzione tra imprenditori schumpeteriani e imprenditori che vivono di rendite di posizione senza rischi e senza coraggio innovativo.
Così come all’interno del mondo del lavoro dipendente si ritrova una deriva giuslavorista che vive la lotta di classe solo come una conquista e difesa di diritti sul piano legale, evitando di affrontare esperienze come la cogestione tedesca o il piano Meidner svedese.
Ecco che allora metterei a fondamento strutturale della lotta per la democrazie ed il socialismo “l’autogoverno dei produttori” che vede non un’alleanza tattica tra imprenditori e lavoratori, ma una unità di lotta tra imprenditori schumpeteriani e lavoratori che ricercano potere e responsabilità contro il capitalismo finanziario.
Certo è poi da vedere come ciò si traduce a livello aziendale e di governo, rinverdendo i temi della programmazione e dell’economia di mercato.

Renato Costanzo Gatti

APPELLO PER IL PARTITO NUOVO. Contributo collettivo- firme in calce.

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Esaurite le poco edificanti sessioni di voto le camere consegnano al governo la delega sul Mercato del Lavoro, il così detto Jobs Act. Un pacchetto di misure che rappresenta il più radicale attacco allo Statuto dei Lavoratori in oltre 44 anni storia: alle tutele contro i licenziamenti ingiusti, contro il controllo occulto, contro il diritto al giusto inquadramento, mentre, con la Legge di Stabilità, si taglia di un terzo il contributo pubblico ai Patronati per le prestazioni rese per conto dello stato, mettendo a rischio la loro sopravvivenza.
In tutta questa vicenda la sinistra nel suo complesso è risultata più che mai inconcludente, incapace di farsi interprete delle ragioni dei lavoratori, nel parlamento e nelle piazze, al di là della mera denuncia dell’inganno delle “tutele crescenti” e dei timidi attestati di solidarietà alla mobilitazione promossa dai sindacati, la CGIL in testa. Inadeguata ai compiti del momento.
Ben altra concretezza servirebbe per recuperare la credibilità perduta indicando come terreno di battaglia politica, da non delegare al sindacato, i contratti a termine senza causa previsti dalla legge 78 che possono essere prorogati per ben otto volte, il mezzo milione di collaborazioni, i contratti a chiamata, ad intermittenza e tutte le forme di precarietà previste dalla legge 30 che non vengono cancellate o trasformate ma ipocritamente tenute in vita fino al loro “esaurimento” (leggasi scadenza contrattuale). Ben più incisiva azione dei partiti e dei sindacati sarebbe necessaria a ricostruire un sistema previdenziale sostenibile con prestazioni congrue e certe per le giovani generazioni e con il ripristino per tutti della maturazione del diritto per anzianità contributiva che seppellisca la riforma Fornero.
Mentre la sinistra politica intesa nei suoi valori fondanti di giustizia ed eguaglianza sociale si riduce ad un ruolo di mera testimonianza senza incidere nelle scelte economiche che hanno ridotto il paese nella situazione in cui si trova , il governo del “partito della nazione” che Renzi ha esplicitamente invocato, procede incontrastato nella sua opera devastatrice sia di ciò che resta delle conquiste sociali di decenni di lotte del movimento dei lavoratori che del sistema democratico nato dalla Resistenza, accreditandosi sempre di più come l’asse portante delle politiche ultraliberiste della Troika.
Intanto, nel paese reale i seggi elettorali si svuotano proprio mentre le piazze si riempiono dei lavoratori in lotta. Gran parte del mondo dell’astensionismo è costituita da elettori che, in forma solo nominalmente passiva, reclamano nell’unico modo che hanno la necessità di costruire un nuovo soggetto politico, un nuovo partito. I giovani che si affacciano nel mondo del lavoro sono sempre più soli e alla mercé di un potere incontrastato dell’impresa. Nelle periferie urbane dove aumentano la disoccupazione, la precarietà e l’emarginazione, si vede sempre di più all’opera il volto cinico e feroce di una destra militante facilitata a promuovere l’insensata e vigliacca rivolta dei “penultimi contro gli ultimi” e i più deboli, perché la sinistra ha rinunciato alla presenza quotidiana sui reali bisogni popolari.
Se il paese è ormai pronto ad ogni possibile avventura autoritaria è perché la sinistra si è nascosta, si è ripiegata su se stessa, ha rinunciato a misurarsi concretamente con la realtà, smantellando il proprio insediamento sociale. Produce chiacchiere che si avvitano e che dividono, e quante più ne produce tanto più è percepita come inutile ed anacronistica. Non da oggi e non solo dall’opinione pubblica in genere, ma dai tanti movimenti per la pace, la solidarietà, l’energia pulita, l’ambiente, i diritti civili, i beni comuni, la casa, il diritto ai servizi sociali e alla cultura, la difesa degli interessi dei lavoratori, che hanno visto negli ultimi 20 anni l’impegno appassionato e generoso di migliaia e migliaia di attivisti, giovani e meno giovani, ma che sono stati abbandonati, traditi, nel migliore dei casi delusi dalla politica parolaia e non hanno sedimentato organizzazione e rapporti di forza. Ora basta!
La vicenda del Jobs Act deve segnare un punto di svolta reale per le prospettive dei lavoratori e della sinistra. Occorre un partito nuovo che rappresenti le istanze dei lavoratori e dei ceti sociali più deboli ed esposti al rigore della crisi economica che si fondi sul principio della pace e della solidarietà tra i popoli e che dia continuità istituzionale alle lotte sindacali e sociali in atto nel paese senza rinunciare pregiudizialmente alla prospettiva di tornare al governo con politiche economiche e sociali alternative e per questo elabori un piano delle alleanze necessarie a tale scopo.
Per riaprire il confronto nella sinistra sul governo è però fondamentale che la questione morale e la diversità rispetto alle altre forze politiche tornino ad essere la bussola d’orientamento ineludibile dell’azione politica.
Con queste premesse I sottoscritti, pur consapevoli delle proprie esigue forze, rivolgono un appello alle compagne e ai compagni che militano nel PD o nelle altre formazioni della sinistra parlamentare o extraparlamentare, a coloro che sono senza partito e militano nei sindacati o negli organismi sociali di autotutela, nelle associazioni politiche e culturali, nell’universo dell’associazionismo religioso umanitario e del volontariato sociale, perché ci si dia convegno in luogo e data definiti per insediare un coordinamento con il preciso mandato di fissare i criteri di verifica della rappresentatività e di convocare al più presto il congresso costituente del Partito Nuovo.
Su questa strada si stanno già muovendo associazioni e movimenti in modo diffuso ma disorganizzato: diamo sostanza a questo processo irrobustendolo per procedere a tappe forzate verso la costituzione anche in Italia come nel resto d’Europa del partito della “ SINISTRA”.
Roma, 18/02/2015
Bernardo Angelino – FISAC-CGIL Sara Assicurazioni- Giovanni Angelozzi – Quadro CGT- Fabrizio Bacchiani – RSU CGT- Ivano Balboni- RSA FISAC-CGIL ADIR Roma- Susanna Basile – mobilità Treccani, già SLC-CGIL Nazionale- Aldo Burattini – Poste Italiane- UILPOST- Diego Castaldi – già RSU INPS- Nicolino Cavalieri – RSU CGT- Angelo Ciaiola – Presidente AGI Spettacolo- Roberto Colvari – Movimento Partito del Lavoro-Roma- Alessandro Curini – Impiegato CGT- Giancarlo Di Berardo – Quadro CGT- Gaetano Finardi – Impiegato CGT – Giuseppe De Gregori – mobilità Treccani, già RSU- Maurizio Di Pietro – RSA SLC-CGIL SIAE- Pedro Alberto Di Santo – Grafico-Katia Flacco – RSU Telecom, SLC-CGIL- Maurizio Fontana – RSA SLC-CGIL SIAE-Maurizio Foffo Movimento Partito del Lavoro-Roma- Marco Foroni –Telecom SLC C GIL-Marco Salvatore Galotta – Impiegato CGT- Roberto Gramiccia, Medico e Scrittore- Claudio Iannilli – CGIL Nazionale- Marco Iervolino – Presidente PAMA- Antonella La Bianca – RSU Carocci- Doriano Locatelli – Seg. SLC-CGIL Roma Est Valle Aniene- Francesco Luci – Agronomo- Massimo Luciani – SLC-CGIL Nazionale- Fabio Lupi – RSU Ministero Salute- Mara Mariani – RSU Poste Italiane, Coord. Donne Roma e Lazio SLC-CGIL- Gianfranco Matera-Psicologo e Psicoterapeuta- Mario Menghini – Libero Professionista- Gianni Mulas- Gianni Nardone- Movimento Partito del Lavoro-Frosinone- Alessandra Palombi , Avvocato- Domenico Parisi – Progettista Eurocontrol- Giorgio Pesce – Case per la Sinistra Unita- Fabrizio Pilotti – RSU CGT, FILCAMS-CGIL- Roberto Polillo- Medico – Indiana Raffaelli – Musicista, SLC-CGIL- Pietro Rosati – già segretario Generale SNUR CGIL Lazio- Pasquale Ruzza – Vice Presidente Federconsumatori- Andrea Profeti – Sammontana- Massimo Santalucia – RSU Wolters Kluver-SLC-CGIL- Gianguido Santucci –SPI- Fabio Scurpa – Seg.Gen. SLC-CGIL Roma Nord Civitavecchia-Claudio Sireno- Radiologo S. Eugenio- Gianfranco Valente Seg. SLC-CGIL Roma Nord Civitavecchia- Emidio Vignaroli – Rai Saxa Rubra- Marco Zanier – Case per la Sinistra Unita, ex Resp. Cultura PSI Roma- Marco Zuddas – RSA SLC-CGIL SIAE.

Stadio Tor di Valle: qualcosa che tutti dovrebbero sapere

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Un documento del Comitato “Difendiamo Tor di Valle dal cemento” che fa piena luce sui diversi aspetti connessi alla costruzione del cosiddetto Stadio della Roma che dovrebbe sorgere in quella zona della Capitale. Questi alcuni passaggi:

  1. Lo Stadio è solo un ventesimo delle costruzioni previste: intorno allo Stadio sorgerà un enorme “Business Park”, un grande centro commerciale e numerosi palazzi per uffici con tre grattacieli. Si tratta di un progetto faraonico, che prevede una capacità edificatoria di 354.000 metri quadrati, equivalenti a 70-80 campi di calcio, per un totale di un milione di metri cubi di cemento, equivalenti a 120 palazzi di sei piani.

  2. Lo Stadio non sarà proprietà dell’A.S. Roma: proprietario dello stadio sarà una società di James Pallotta, che non è un tifoso della Roma, ma un finanziere americano che cercherà di procurarsi il massimo profitto facendo pagare alla A.S. Roma tutti i costi a cominciare dall’affitto dello stadio.

  3. E’ solo una nuova speculazione edilizia: già oggi il Piano Regolatore attribuisce all’area di Tor di Valle una capacità edificatoria di 112.000 mq destinati a impianti sportivi: significa che si potrebbe tranquillamente costruire lo “Stadio della Roma” con tutti i campi di allenamento senza nessuna deroga al Piano Regolatore. È evidente che il milione di metri cubi di cemento è dovuto a ben altri interessi che quelli sportivi: lo Stadio è solo un pretesto per permettere la realizzazione di una nuova speculazione edilizia.

  4. Un milione di metri cubi di cemento in un’ansa del fiume Tevere: Italia Nostra ha ricordato che l’area risulta inedificabile per l’elevato rischio idrogeologico secondo il “Piano di gestioni del rischio alluvioni” voluto dalla Comunità Europea. Chi pensa di coprire di asfalto e cemento una superficie equivalente a 80 campi di calcio all’interno di un’ansa di un fiume dimostra di restare nel solco degli stessi errori commessi dalla furia edificatoria che ha devastato l’Italia, costruendo e cementificando senza criterio aree del tutto inadatte: il disastro dell’alluvione di Genova risale solo a pochi mesi fa, ma è come se non ci fosse stato!

Per maggiori informazioni leggere l’intero documento, visitare il sito http://www.fermiamocemento.wordpress.com o contattare il Comitato alla mail  difendiamotordivalle@gmail.com

Documento della Casa per la Sinistra Unita del IX Municipio rivolto ai cittadini

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La sede delle Case per la Sinistra Unita del IX Municipio in località sesto ponte, si rivolge ai cittadini per chiedere la realizzazione di uno Statuto per l’Area Metropolitana  che comprenda I diritti della popolazione romana, che preveda un ruolo diverso dei Municipi e riguardi le loro competenze e la loro autonomia di bilancio, che possa sostenere un rilancio dei Consigli di Quartiere e possa definire un intervento programmatico riguardante un’area vasta in materia di urbanistica, servizi e mobilità. L’Assemblea  intende inoltre occuparsi dei problemi del Quartiere Laurentino- Fonte Ostiense in particolare della vicenda del conguaglio dei diritti di superficie e della trasformazione dello stesso in diritto di proprietà, del grave ritardo della realizzazione e messa in opera del corridoio pubblico della mobilità Metro Laurentina- Tor Pagnotta, esigendo dai privati il rispetto degli accorsi sottoscritti, dell’apertura di un dibattito reale per evitare lo sperpero del denaro pubblico.

Allo stesso tempo le Case per la Sinistra Unita, nel voler coniugare le esigenze dei territori con le scelte più generali, condividono ogni iniziativa che porti alla realizzazione di una moderna sinistra del XXI secolo capace di fronteggiare le maggiori questioni del nostro tempo.

Stare con i piedi per terra, di S. Valentini

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Due importanti avvenimenti, la splendida vittoria di Syriza e di Alexis Tsipras in Grecia e la elezione del nuovo Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, caratterizzano la fase politica.
Ci sono stati anche altri tragici accadimenti, come i tre giorni di terrore a Parigi, ad iniziare dal brutale assalto alla redazione di Charlie Hebdo e l’assassinio di vignettisti, giornalisti, poliziotti e semplici lavoratori da parte del terrorismo jihadista, o quelli non meno drammatici accaduti in diversi paesi arabi, sia dell’Africa sia dell’Asia e la gravissima situazione Ucraina. Ma i primi due avvenimenti sono quelli che per ora condizionano decisamente il quadro politico nel nostro Paese, anche se si fanno sempre più reali i pericoli di guerra nel cuore dell’Europa.
Sto, per adesso, a ciò che è accaduto in queste settimane.
La vittoria di Tsipras con molta probabilità, almeno me lo auguro, dovrebbe favorire una rottura del mummificato quadro politico europeo. Se questa rottura ci sarà non so quale situazione nuova si potrebbe presentare. Non si può escludere nulla, né una ricaduta a destra, più o meno marcata a secondo di quale sarà il ruolo di condizionamento delle destre neoliberiste più oltranziste, ma anche del crescente peso e influenza delle destre estreme euroscettiche e populiste, né eventuali spostamenti a sinistra, magari con un inizio concreto di intesa e di collaborazione tra la Sinistra europea e l’insieme delle forze democratiche.
Come nel braccio di ferro tra la Grecia di Tsipras e poteri forti dell’Europa, a iniziare dalla Banca europea, nulla può essere escluso, neppure scenari geopolitici inediti di coinvolgimento della Russia (anche in riferimento alla situazione in Ucraina) e della Cina, nonché un interessamento più vigoroso degli Usa, sulle complessa situazione economica e finanziaria europea, se il Partito socialista e i governi nazionali a direzione democratica, come quello francese e quello italiano, non saranno in grado di condurre una politica autonoma dalla Germania della Merkel.
Anche qui all’orizzonte più che gli Stati Uniti d’Europa, obiettivo che non si realizza con politiche monetaristiche, bensì attraverso il coinvolgimento popolare e con la costruzione di istituzioni forti, democratiche e rappresentative, innanzitutto del mondo del lavoro, e con una convinta scelta federalista, intravvedo il rischio di una Europa nel caos, soggiogata dai poteri forti e da forze politiche conservatrici se non addirittura reazionarie e demagogiche, con alcuni Stati nazionali costretti, in caso di una eventuale affermazione elettorale della sinistra come in Grecia, a cercare fuori dall’Europa, per il mondo i propri interlocutori politici ed economici. Vedo, insomma, il pericolo di una frantumazione della poca entità politica europea fino ad oggi costruita.
Ma un dato è certo: il rafforzamento e l’ulteriore crescita politica della Sinistra europea. Già le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo avevano avviato un forte processo in questa direzione, uscendo finalmente dalla vecchia logica del Gue. Si è dato sostanzialmente vita a un nuovo e originale soggetto politico, più volte negli anni addietro annunciato. Quella greca dunque è la direzione da prendere con grande determinazione.
La Linke ha fatto scuola!
Vi è una volontà, a iniziare dalla Grecia, ma anche in Germania, in Francia, in Spagna, in Portogallo, in Danimarca e persino in Inghilterra, di ripensare la sinistra con pratiche e teorie rifondative. Sembrerebbe un inizio.
E in Italia? Credo paradossalmente che il voto greco condizionerà più il confronto in atto nel Pd che la maldestra sinistra italiana. Spero vivamente di sbagliarmi. Ma da noi difficilmente si potrà ricostruire una sinistra degna di essere tale se non si consumerà un passaggio vero nel Pd rispetto a dove lo sta portando Renzi. Anche perché tutte le formazioni minoritarie alla sinistra del Pd si sono purtroppo dimostrate del tutto incapaci a ipotizzare e portare avanti un progetto politico significativo da essere preso in considerazione da larghi strati popolari .
Senza questo passaggio nel Pd difficilmente si potrà ricostruire una sinistra in grado di svolgere un’azione politica incisiva e che sia elettoralmente influente. Non parlo di “fare il partito” (o di “nuovo soggetto”), la cui formazione non potrà che essere un processo di lunga lena, se non si vogliono ricommettere gli errori del passato. Mi riferisco a una sinistra in grado di stare in campo, come sta in campo la sinistra in molti paesi europei.
L’elezione di Mattarella a Presidente della Repubblica non ha diradato però la fitta nebbia che vi è sul quadro politico del Paese. Una serie di circostanze politiche hanno fatto in modo che egli sia stato eletto da uno schieramento parlamentare che non si indentifica con il Patto del Nazareno.
Questo è positivo!
Dunque, al patto Renzi-Berlusconi è stato inferto un colpo, ma non credo che sia un colpo mortale. Plausibilmente Mattarella non è proprio la figura di Presidente delle Repubblica che Renzi desiderava. Ma lui formalmente ne è uscito come grande vincitore, così gli sconfitti, usciti addirittura umiliati, anche per gravi errori tattici, sono Berlusconi e Forza Italia. È altresì vero però che il Presidente del Consiglio ha ancora molto bisogno di Berlusconi, e quest’ultimo di Renzi, giacché il potere contrattuale del centrodestra è minimo.
Sono pertanto convinto che tra alti e bassi, tra una schermaglia e l’altra, una volta sbollita la protesta di un centrodestra in forte subbuglio, il dialogo riprenderà, pur con modalità diverse e sotto altra forma dall’accordo del Nazareno, anche se Renzi tenterà di mettere il suo interlocutore Berlusconi ancora su una posizione di subalternità. E per fare meglio comprendere all’ex Cavaliere che tutto sommato il patto convenga anche a lui gli uomini più vicini al Presidente del Consiglio hanno subito annunciato solennemente il disegno legge anticorruzione, che prevede tra l’altro la reintroduzione del falso in bilancio, e misure anti-Mediaset, relative alle frequenze a pagamento. Due provvedimenti, guarda caso, bloccati da alcuni anni, e riproposti con solerzia – ma non c’è nulla di scritto – all’indomani della vicenda del Quirinale, come risposta – sarebbe meglio dire come possibile rappresaglia – a una Forza Italia, a pezzi ma che ostenta una rottura totale con Renzi. Del resto, quando Forza Italia fa sapere che d’ora in poi verranno approvati in Parlamento solo i provvedimenti convincenti dice una cosa banale, scontata. Tradotto dal politichese significa lasciarsi una porta aperta a una ripresa di dialogo con il Governo. Lo si chiami collaborazione invece di patto, ma la sostanza politica non cambia. Questo contesto attualmente non ha alternative, a meno che con imploda il Movimento 5 stelle o si punti a elezioni politiche anticipate.
Credo che ballerà nei prossimi mesi soprattutto il Governo. Il Nuovo centrodestra di Alfano sarà chiamato a scadenza ravvicinata a una scelta strategica se la legge elettorale darà, come è assai probabile, il premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione. Dovrà prima o poi decidere con chi stare. Mi parte inevitabile la sua ricongiunzione dunque, in un prossimo futuro, con Forza Italia per costruire una sola lista di centrodestra alle politiche. E questa operazione non la si fa a ridosso delle elezioni.
Il Governo ballerà anche per la Cgil che non ha nessuna intenzione di attenuare la sua mobilitazione e può contare in Parlamento sulla sponda politica di una corposa sinistra Pd e di Sel, uscite bene dalla elezione di Mattarella. La crisi economica e la questione sociale restano quindi centrali e decisive, più delle cosiddette riforme istituzionali ed elettorali, anche se molti fanno finta di ignorarlo.
Mi pare che la situazione pertanto sia di stallo per l’immediato e non favorisca i necessari chiarimenti nel Pd. Però è uno stallo questo che va tutto a vantaggio nei prossimi mesi di Renzi. Lo ha capito pure Sel, che mi pare ultimamente, con un inaspettato nuovo protagonismo di Vendola, più impegnata a dialogare con Bersani e riprendere con lui un ragionamento che a realizzare speditamente un polo della sinistra alternativa.
D’altronde Bersani ha ricompattato, in questa fase, tutta la sinistra del Pd su una posizione di relegazione interna al partito. È un dato che ha un suo peso politico specifico di cui anche Renzi deve necessariamente tenere in qualche modo conto.
Bisogna aspettare quindi le sue prossime mosse (Riforma elettorale e riforma istituzionale, o i provvedimenti del suo Governo), che certamente non tarderanno, e di conseguenza verificare sul campo il ruolo effettivo che vorrà ritagliarsi il nuovo Presidente della Repubblica, perché la nebbia diradi.
Ma si determineranno – credo di non sbagliarmi – più assestamenti, anche di una certa forza, conseguenti però a come si svilupperà il quadro politico e quale intensità avrà il conflitto sociale, che rotture o riposizionamenti. L’unica vera frattura sarà quella istituzionale – già in atto – fortemente voluta da Renzi.
Ci sarebbe poi da riflettere sulle tante anomalie del sistema politico-istituzionale che tutte insieme formano ormai un grosso neoplasma non facile da estirpare.
Non si tratta più solo delle vecchie anomalie che ci trasciniamo da anni: i conflitti di interessi di Berlusconi, il ruolo invasivo della magistratura che abusa, tra l’altro, dello strumento della carcerazione preventiva, l’intreccio sempre più perverso tra politica e criminalità organizzata, il radicamento delle mafie in tutto il Paese, al di fuori delle zone dove sono nate.
Siamo ormai dentro un quadro politico in cui un comico, fuori da qualsiasi momento istituzione, è il leader del secondo partito italiano; e in cui un Presidente del Consiglio, che è anche il Segretario del partito di maggioranza relativa, e su questo duplice incarico gioca le sue partite politiche con tanta ambiguità, non sia espressione della volontà popolare, ma eletto dal Parlamento a seguito di una “congiura di palazzo”, e si confronta sui destini dell’Italia con un detenuto, condannato ai lavori sociali. O un Parlamento di nominati dalle Segreterie dei partiti che elegge due Presidenti del Consiglio con maggioranze del tutto diverse rispetto all’orientamenti dell’elettorato, e ben due Presidenti della Repubblica, il secondo del quale fino al giorno prima componente di quella Corte Costituzionale che aveva dichiarato incostituzionale la legge elettorale con la quale si è eletto proprio il Parlamento. E che l’altro Capo dello Stato, Napolitano, sia stato chiamato dalla magistratura a rispondere, nel pieno delle sue funzioni, come persona informata dei fatti, su l’ipotesi di una trattativa inquietante tra Stato e mafia.
E infine, c’è da riflettere anche su un nuovo Presidente della Repubblica che dovrebbe essere il garante dell’osservanza delle istituzioni, però ruolo in contrasto con la figura di arbitro, funzione che si è attribuita Mattarella, cioè di semplice rilevatore e sanzionatore di violazione delle regole nel duro confronto tra le forze politiche e non più il dodicesimo giocatore, come spesso ha fatto Napolitano, anche supplendo ai compiti della politica. Una idea quella dell’arbitro dunque che stona con l’essere il garante della Costituzione, in quanto anch’egli chiede di modificarla ponendosi sia pur come arbitro della gara, della partita che si sta giocando. Tutto può in politica essere giustificato e riportato al realismo politico, all’opportunità per fronteggiare le emergenze. Vi è un limite?
Si aggiunga infine la corruzione dilagante in tutti i diversi livelli dello Stato per constatare amaramente che mai le istituzioni repubblicane siano state in un tale degrado, neppure ai tempi di “Tangentopoli” o nel corso degli anni terribili delle stragi nere, del terrorismo, dei sanguinari crimini di mafia. E tutto ciò avviene di fronte a un Paese economicamente e socialmente in ginocchio, provato e impoverito.
Si dice che l’Italia non è la Grecia. È vero. Non economicamente almeno, solo in parte socialmente, e di sicuro il Pd non è il Partito socialista greco. Tutto giusto. Ma il degrado delle nostre istituzioni non so se può essere paragonato allo stato di quelle greche. Sicuramente le nostre sembrano da Repubblica delle banane! Vi è un distacco crescente impressionante tra “paese legale” e “paese reale”. Ma quello che è straordinario in tutto ciò è la capacità ancora di tenuta democratica, nel suo complesso, della società italiana.
Molti commentatori dicono che con Mattarella ritorna la Dc. Come ispirazione e visione culturale è vero, ma è anche una sciocchezza politica. Considero comunque una fortuna per il Paese, in una situazione di totale degrado istituzionale, che vi siano ancora politici espressione della prima Repubblica, formatisi in quelle due grandi scuole che erano il Pci e il cattolicesimo democratico, e giustamente siano politici visti con simpatia da un popolo, quello del lavoro, che resiste, che ancora combatte, anche se stordito e spesso disorientato, che non ha perso la speranza nel futuro. Un popolo espressione del mondo del lavoro, che si aggrappa ai Napolitano o ai Mattarella, anche perché la sinistra da molto tempo con questo popolo non sa né connettersi né interpretarlo.
Attenzione però! Mattarella potrebbe rivelarsi in parte convergente con Renzi se l’Italicum, come recentemente ha osservato Angelo Panebianco dalle pagine del Corriere della Sera, non è concepito per realizzare il bipolarismo e la democrazia dell’alternanza, ma un grande partito di centro, mettendo con freddezza nel conto che chi non vota non conta (“partito della nazione”), circondato da cespugli, frammenti e partiti minori, a destra come a sinistra. Infatti, l’ispirazione morotea di centralità della politica di Mattarella, non sufficientemente avveduta a considerare la pluralità delle posizioni e quindi della necessità della sintesi (come in ugual misura avevano De Gasperi e Togliatti, pur con approcci e soluzioni profondamente diverse) può portarlo nello stesso spazio politico che coltiva il Presidente del Consiglio.
La difformità tra Mattarella e Renzi si potrebbe determinare allora non sulle riforme istituzionali, come molti credono, ma sulle questioni sociali, cioè su chi si colloca in termini più chiari nel campo del riformismo e di una linea in qualche misura di tutela dei ceti sociali più deboli.
Vi potrebbe essere, chissà, nell’ambito di una stessa visione politica neocentrista di entrambi una dialettica, anche vivace proprio su come affrontare e dare delle risposte adeguate alla drammatica situazione sociale del Paese. E proprio su questo punto può dire la sua, inserendosi nella dialettica, la sinistra del Pd, in un clima culturale favorito anche dalla Chiesa di Papa Francesco. D’altronde, come storicamente ha insegnato la Dc, si può essere un partito di centro in diversi modi: un partito moderato prevalentemente espressione di interessi forti, ma anche un partito interclassista, che tenta di coinvolgere grandi masse, in un progetto politico ispirato alla dottrina sociale del cattolicesimo democratico. O come era il Pci: un grande partito di sinistra, portatore di istanze del mondo del lavoro spinte avanti attraverso una forte vocazione riformista, per questo era molto attento alle politiche delle alleanze con quelli definiti una volta i ceti medi produttivi e dell’intellettualità diffusa.
Fin da ora perciò una cosa è certa. Niente di veramente nuovo c’è dietro l’angolo per la sinistra, anche se le elezioni greche, il consolidamento del progetto della Sinistra europea, l’esito della elezione del Presidente della Repubblica e una congiuntura internazionale favorevole (drastico calo del costo del petrolio, l’istituzione da parte della Banca europea dei Bot e leggero aumento delle esportazioni) fanno intravvedere un percorso su cui la sinistra italiana forse, chissà in un domani non remoto, potrà riprendere il suo cammino.
Il pallino resta, mi pare, per ora saldamente nelle mani di Renzi. Tutt’al più si dovrà tentare di condizionarlo, come intende fare Bersani, affinché la nuova Repubblica non sia una frattura caratterizzata da una inversione a “u” verso un neocentrismo moderato, non solo nel disegno istituzionale e politico, ma anche nei rapporti sociali. A meno che il “bubbone” istituzionale non esploda in modo devastante sotto i colpi di qualche ulteriore populismo. Ma Renzi è sufficientemente lucido da non farsi travolgere dalla demagogia altrui. Lui stesso le cavalca con intelligenza e cinismo competendo con successo con Grillo, Berlusconi e ultimamente con Salvini, più propenso a mettere in piedi un partito nazionale di estrema destra che a proseguire l’esperienza del leghismo, caratterizzata dalla rivendicazione per il Nord del separatismo.
Con spirito critico e con intelligenza la sinistra quindi dovrà, se il sentiero si mostrerà interessante, ricercare nuovi amici e interlocutori, senza pregiudizi e senza arroccarsi, per cercare di potere dire anche in Italia la sua ed essere ascoltata.
Stare con i piedi per terra sarebbe già, per come siamo messi, tanto: una ripartenza!

Sandro Valentini

La BCE, il pensiero unico e la dittatura monetarista, di M. Foroni

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Nell’ambito dell’Unione economica e monetaria un ruolo estremamente importante spetta alla BCE (la Banca Centrale Europea), qualificata come istituzione dall’art. 13 TUE e che possiamo rappresentare come una sorta di “sistema speciale” nell’ambito dell’Unione e ciò perché in materia di politica monetaria alla BCE e alla SEBC (Sistema Europeo di Banche Centrali) sono stati attributi poteri incisivi, pressoché esclusivi.

Il SEBC (organo non autonomo composta dalla BCE e dalla Banche centrali nazionali) ha quale obiettivo principale, definendo e attuando la politica monetaria dell’Unione, quello dimantenere la stabilità dei prezzi.

E’ dunque la BCE, fornita di capacità giuridica, che con il suo apparato esercita in concreto le competenze in materia monetaria, ad iniziare dalla emissione e dal governo dell’Euro (con riguardo ai diciassette Stati aderenti) l’unica moneta emessa, nel corso della Storia, senza Stato sovrano.

Quindi, la BCE si caratterizza per una posizione anomala di assoluta indipendenza sia nei confronti degli Stati membri che hanno perduto la sovranità monetaria ma anche, e qui è l’aspetto ancor più inquietante, rispetto alla istituzioni politiche europee. Tale scelta risponde al teorema ideologico di dare la priorità assoluta ed esclusiva alla stabilità dei prezzi al fine di evitare le cosiddette “spinte inflazionistiche” nella assoluta convinzione che il controllo dell’inflazione sia un fattore determinante per una effettiva crescita economica (ah, povero John Maynard Keynes!), nel rispetto delle teorie economiche neoliberiste e monetariste proprie dei Chicago Boys di Milton Friedman, sperimentate per la prima volta in Cile dopo il golpe militare fascista di Pinochet nel settembre 1973.

A tal fine, le decisioni di politica monetaria sono state sottratte ad ogni forma di controllo politico democratico da parte di organi e istituzioni politiche, europee come nazionali (art 130 TFUE). Di particolare importanza è, tra l’altro, anche il potere normativo proprio della BCE, dato che l’art. 132 del TFUE le conferisce un ruolo rilevante e decisivo a seguito del quale questa può emanare Regolamenti e Decisioni (obbligatori entrambi), Raccomandazioni e Pareri tutti applicabili direttamente in ciascuno degli Stati membri aderenti all’area Euro.

Ora, trattandosi di atti normativi (in particolar modo i Regolamenti) dobbiamo con forza evidenziare che siamo in presenza di un meccanismo istituzionale antidemocratico e autoritario, privo di ogni legittimazione popolare, in quanto gli atti sono adottati al di fuori di qualsiasi partecipazione e controllo di istituzioni politiche (pensiamo, sempre in ambito UE, al Parlamento europeo). Fatto, questo, che mette in risalto il vulnus gravissimo di democrazia che caratterizza gli attuali assetti istituzionali europei, risalta il potere “ricattatorio” nei confronti di Governi democraticamente eletti come nel caso della Grecia, e che è causa prima dell’attuale crisi finanziaria e delle conseguenti ricadute sulle dinamiche economiche, sulla occupazione e sulle condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori, sulla vite precarie e incerte di milioni di cittadine e cittadini.

Marco Foroni