Mese: dicembre 2014

Immigrazione: una conversazione con l’Associazione Dhuumcatu, di S. Macera

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Bachu

Bachu

L’Associazione Dhuumcatu, creata e composta da bengalesi, è da tempo una presenza significativa nella principale metropoli italiana: in prima fila in tutte le manifestazioni per i diritti degli immigrati che si sono svolte nello scorso decennio, offre anche assistenza per le pratiche relative al permesso di soggiorno. Negli ultimi anni ha inoltre sviluppato proficue collaborazioni con le Università La Sapienza e Roma 3, strettamente legate alla possibilità – per gli studenti – di conseguire Master sulle politiche migratorie e sulla convivenza tra etnie nei grandi agglomerati urbani. La sede di questa Associazione è in via Casilina 525, nel quartiere Tor Pignattara, cioè in un’area a forte connotazione multietnica, purtroppo segnata, negli ultimi mesi, da tensioni tra comunità e anche da episodi gravissimi e di cui è necessario ribadire la condanna, come l’omicidio del pachistano Shahzad ad opera di un minorenne romano. Rivolgendoci a Bachcu, che dell’Associazione è uno degli animatori, abbiamo cercato di mettere a fuoco alcuni contorni della situazione degli immigrati a Roma, con l’intento di fuoriuscire dai luoghi comuni veicolati dai media più diffusi.

La nostra conversazione è partita dai rapporti dell’Associazione con le forze del territorio, a partire dai Comitati di Quartiere. Qui ve ne sono almeno tre, di diversa collocazione politica: uno schiettamente di destra, uno di sinistra e un terzo dall’orientamento non chiaro. Esclusa ogni relazione col primo – dedito a speculare su una presunta “emergenza immigrati” – con il secondo vi sono state iniziative comuni, di carattere sociale e culturale, sui temi legati alla riqualificazione d’un territorio che l’amministrazione capitolina ha per molti versi abbandonato a sé stesso. In sostanza, parliamo di azioni volte a combattere il degrado che rifiutano quella retorica imperante che lo associa direttamente alla presenza di “forestieri”. Ma perché, oggi, nella capitale il clima risulta così impregnato d’intolleranza? Secondo Bachcu, una parte della responsabilità è anche del primo cittadino, Ignazio Marino, che in alcune occasioni ha avuto la mano pesante nei confronti di Rom e immigrati – effettuando sgomberi che, per le modalità adottate, sono stati criticati da Amnesty International – salvo esprimersi, in altre circostanze, in termini più consoni ad una cultura democratica. Così, il sindaco ha spianato la strada alle forze di destra e anche di estrema destra, che, su questo fronte, agiscono in modo più lineare ed organico, giungendo a muoversi addirittura nel senso d’una quotidiana istigazione all’odio razziale. Tale opera di sciacallaggio o, comunque, il successo di argomenti rozzamente semplificatori, a ben vedere, possono essere parzialmente spiegati anche alla luce di questioni irrisolte che riguardano l’Italia intera e che si caricano di valenze esplosive soprattutto nelle grandi città.

E’ vero, nel belpaese è sostanzialmente ridicolo parlare di un’invasione, sia perché la percentuale di immigrati (attorno all’8% della popolazione totale) è più contenuta che negli altri grandi Stati europei, sia in considerazione della cospicua flessione dei flussi migratori che si è registrata negli ultimissimi anni, dovuta alla consapevolezza delle difficoltà economiche dell’Italia attuale. Però, quando la classe dirigente nostrana ha cominciato a interessarsi agli immigrati – a partire dalla Legge Martelli (1990) – lo ha fatto considerandoli esclusivamente come manodopera, senza confrontarsi con il loro essere portatori di specifiche culture, tendenze religiose e modi di vita. Poco è stato fatto, insomma, per avviare un serio confronto/scambio con i nativi; anzi, si può dire che una peculiarità italiana è proprio la mancata scelta d’uno dei qualsiasi dei tanti modelli attraverso cui gli Stati cercano di far interagire, nello spazio pubblico, differenti identità culturali. Di più, si è lasciato che – a parte la programmazione dei flussi a seconda delle necessità delle imprese – tutto il resto si regolasse da sé. Il che ha portato le singole comunità s muoversi come meglio potevano: per dire, un nuovo arrivato dallo Sri Lanka in cerca di casa ha potuto trovarla solo in un uno specifico quartiere, attraverso persone della stessa provenienza precedentemente insediatesi nel posto. Si è creato così un fenomeno che i sociologi più attenti riconducono a una sorta di ghettizzazione e che, invece, una classe politica spregiudicata, impegnata nell’assecondare i più bassi istinti per ottenere successi elettorali, ha denominato invasione.

I demagoghi muovono dalla consapevolezza che la presenza di comunità, sia pur piccole, con cui non si comunica è già sentita da alcuni come molesta e che questa percezione può presentarsi in forme più pesanti in quelle aree metropolitane dove il processo spontaneo di cui sopra ha portato a concentrazioni più considerevoli. Dunque, il clima che si registra oggi in una grande città come Roma è, almeno in parte, figlio delle scelte d’una classe dirigente che, nella gestione del processo migratorio, si è disinteressa d’ogni questione legata alla convivenza con gli italiani. Una situazione che, attualmente, risulta complicarsi alla luce di fenomeni che interessano in particolare alcune comunità, come, appunto, quella bengalese. Proprio il difficile momento economico del nostro paese, spinge molti immigrati ad andarsene in Stati meno colpiti dalla crisi: si tratta spesso di quelli che si trovano qui da 12-15 anni e che hanno conseguito una posizione regolare sotto ogni aspetto.

Oggi, se sono bengalesi, si avviano verso paesi come, poniamo, l’Australia, dove ci sono ben altre possibilità occupazionali. E’ un fenomeno che, secondo Bachcu, investe la sua comunità almeno dal 2008 e che lo spinge ad una certa amarezza: “abbiamo perso 15 anni”, ci dice. Ciò perché le persone che se vanno sono proprio quelle che – in virtù della loro non breve permanenza in Italia – hanno sviluppato, qui, una maggiore rete di rapporti al di fuori della propria comunità di appartenenza. La progressiva perdita di queste figure, complica le cose in termini che – chi non vive la realtà quotidiana di certi quartieri romani – non può capire. Oggi, risulta ancor più evidente che, se dei nativi avranno un problema – anche di modeste proporzioni – con un immigrato bengalese, lo ingigantiranno parlandone esclusivamente con altri italiani, mentre, nel caso inverso, difficilmente i bengalesi cercheranno una interlocuzione nell’”altro campo” per risolvere le tensioni. Dunque, le già accennate carenze della politica statale e la fuga dall’Italia in crisi da parte di immigrati che vi risiedono da tanto tempo, creano una dinamica perversa, in cui le appartenenze diventano esclusive e tutto viene letto nell’ottica del “noi e loro”. Una situazione siffatta non può che agevolare quelle forze politiche che, scientemente, agiscono nelle periferie degradate per creare contrapposizioni e favorire una vera e propria guerra tra poveri.

Se dei soggetti vengono percepiti come estranei sarà più facile farne un capro espiatorio verso cui dirottare l’obiettivo malessere generato dalla crisi economica e assumeranno una certa plausibilità anche le frottole e le leggende metropolitane che vedono chi “viene da fuori” sempre avvantaggiato dalle istituzioni (nell’assegnazione degli alloggi popolari, nel sostegno economico e via mistificando). Ora, tale situazione, in realtà non sarebbe irrecuperabile, se le autorità politiche locali e nazionali si decidessero ad intervenire, magari mettendo stabilmente all’opera gli studiosi dei fenomeni sociali per definire politiche atte a favorire l’incontro fra le diversità. Per esempio, valorizzando la presenza degli immigrati di seconda generazione – che andrebbero considerati italiani a tutti gli effetti – e utilizzando il fitto calendario di ricorrenze pubbliche che contraddistingue questo paese per promuovere uno scambio che, sin qui, raramente ha avuto una copertura ufficiale. Per dire, il ricordo della tragedia dei minatori italiani a Marcinelle, nel 1958, potrebbe essere attualizzato con riferimenti anche alla condizione di chi è venuto a cercare fortuna qui da noi. Certo, questi sforzi, nel breve termine, non risolveranno tutti i problemi, ma potrebbero contribuire a limitare le tensioni e il diffondersi di fenomeni di autentico razzismo, orientando anche la stampa verso un atteggiamento più riflessivo e meno allarmista.

Inoltre, a ciò si dovrebbe affiancare una politica tesa a riqualificare quelle periferie urbane che – a Roma in particolare – risultano davvero disastrate e spesso prive di servizi essenziali. Naturalmente, l’Associazione Dhuumcatu pensa anche ad un’azione dal basso, da svolgere nei prossimi tempi assieme alle realtà sociali e politiche con cui ha maggiori rapporti. Un’azione che non si limiti a veicolare i messaggi del tradizionale antirazzismo, facendo riflettere tutti sul fatto che la crisi economica che questo paese sta vivendo non è certo addebitabile agli immigrati, che anzi hanno contribuito, in questi anni, a produrre ricchezza. Si tratta, in sostanza, anche di ribadire che le spese inutili, per un’Italia sempre in difficoltà, non sono quelle – al limite, da razionalizzare – destinate all’accoglienza, ma quelle relative alle cosiddette grandi opere, che si accaniscono su un territorio già sfibrato dalla cementificazione, o legate all’ulteriore rafforzamento dell’apparato bellico. Abbandonando la vena pessimistica da cui s’era fatto prendere prima, Bachcu ci ha assicurato, per il 2015, una grande profusione di energie della sua Associazione nell’organizzazione di iniziative di questo segno.

 Stefano  Macera
l’articolo + stato scritto per la rivista Cassandra
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Con Susanna Camusso e la CGIL per ricomporre la classe e ricostruire il futuro, di M. Zanier

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Ieri 18 Dicembre col mio amico Giorgio Pesce sono stato a sentire il dibattito “Col pareggio ci perdi” organizzato all’auditorium di via Rieti, a Roma, nei pressi della mia cara piazza Fiume, incentrato sulla proposta di legge di iniziativa popolare che vorrebbe chiedere la cancellazione del pareggio di bilancio in Costituzione e appoggiato dalla CGIL, dalla FIOM, da una rete di associazioni tra le quali Sbilanciamoci e da alcuni esponenti della sinistra istituzionale ( c’era Alfonso Gianni vicino a SEL e per il PD Stefano Fassina) oltre che da giuristi di rilievo come Stefano Rodotà. Lì ho incontrato con piacere il compagno Marco Foroni e ragionato di antifascismo, di ricostruzione della sinistra e di centralità della Costituzione con lui e Giorgio. Il dibattito è stato molto concentrato ed interessante: mi sono piaciuti gli interventi di Landini e di Rodotà ma sono, anzi siamo rimasti tutti senza parole di fronte all’ampio, circostanziato, stringente discorso di Susanna Camusso che ha posto sul piatto le carte fondamentali che sta giocando la CGIL in questo momento rimettendo. attraverso delle mosse ben coordinate e ragionate, la centralità del mondo del lavoro nello scacchiere del dibattito politico attuale dal quale con forse troppa poca lungimiranza Matteo Renzi voleva allontanarla col suo programma di governo.

La logica delle mosse preparate, discusse e realizzate da quel sindacato nelle fondamentali date del 25 Ottobre e del 12 Dicembre appena trascorsi hanno di fatto decretato l’esistenza di una volontà collettiva e individuale dei singoli lavoratori stabili, disoccupati, precari e pensionati di riprendersi la scena a prescindere dalle singole appartenenze politiche e soprattutto dall’agire parlamentare dei partiti di riferimento. Cosa questa che pone l’organizzazione sindacale di questi grossi appuntamenti di piazza (concentrato il primo in una sola città, diffuso sul territorio nazionale il secondo e interrelato allo scioero generale indetto al fianco della UIL ) come momenti fondamentali di un ripensamento generale della politica rappresentata nelle istituzioni oggi e soprattutto come fondamentale veicolo di una ben più rilevante ricomposizione di classe.

A differenza degli anni ’70 in cui la CGIL si muoveva attraverso la figura dell’operaio cinghia di trasmissione e della mobilitazione delle singole fabbriche per spingere la società verso il cambiamento, ha aggiunto la Camusso, oggi quel sindacato è diventato il veicolo principale di un volersi ritrovare in una stessa piazza, in una stessa lotta collettiva e con lo stesso comune obiettivo principale del miglioramento certo delle condizioni di vita generali ma soprattutto del reinserimento del diritto ad una vita serena e dignitosa per tutti nell’agenda politica del governo di turno presunto di sinistra o presunto di destra e rispondente ad una miopia complessiva verso la realtà materiale che vivono la maggior parte delle persone oggi.

Con l”obiettivo neanche troppo nascosto di ridefinire delle priorità anche in ambito comunitario in un’ Europa unita fortemente, ha specificato, voluta dai sindacati ma non ancora rispondente alle necessità reali delle persone che vivono, lottano e cercano di realizzarsi singolarmente ogni giorno ciascuna nel proprio ambito e spesso isolate le une dalle altre. In un’Europa guidata da una politica che porta necessariamente alla fine del sogno europeo da cui è nata se non si cominciano ad abbandonare le politiche di austerità e la dipendenza dalle scelte imposte dal capitale finanziario, Scelte queste che limitano fortemente la possibilità dei singoli Paesi di reagire con forza alle crisi congiunturali perché il governo economico e politico dell’Unione Europea impone a tutti di rispettare prima il pareggio di bilancio e poi di risolvere la situazione economica interna sempre privilegiando l’investimento privato su quello pubblico e penalizzando gli Stati che vivono la crisi più in profondità.

Senza la ripresa degli investimenti pubblici nell’economia in Italia non si esce dalla crisi. Senza l’eliminazione in Europa del vincolo del bilancio in pareggio non si cresce come comunità di Stati e di fatto si distrugge l’Europa costruita e voluta anche dalle forze sociali e sindacali. Senza l’eliminazione del pareggio di bilancio in Costituzione è impossibile andare avanti per ricostruire le condizioni di vita che hanno chiesto a gran voce il milione di persone in piazza a Roma il 25 Ottobre con la CGIL e i tantissimi che hanno scioperato e dimostrato insieme in tante piazze il 12 Dicembre. E la politica e le associazioni devono fare rete comune intorno a questo progetto che riguarda tutti noi o andrà sempre peggio, Per tutti.

Io personalmente sto con la CGIL e con Susanna Camusso perché mi sento parte di una classe unica di sfruttati che deve e vuole ricomporsi e trovare piena cittadinanza nelle scelte politiche di questo Paese e nell’agenda politica di questo o dei governi che verranno. Perché voglio una vita migliore e un futuro sicuro non soltanto per me stesso ma per tutti quanti noi.

Marco Zanier

Fuori la criminalità dalle istituzioni, di B. Ceccarelli

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Si eviti che Roma e la maggioranza dei suoi cittadini diventino la vittima sacrificale dei giochi di gruppi che usano la politica per fini di potere oligarchico. Non si umili la città con lo scioglimento del Comune. Il Sindaco si dimetta. Si ricandidi e guidi la riscossa degli onesti.

Dire che la città è sgomenta, esterrefatta, incredula, per quanto accade è una modestissima constatazione di una realtà cruda e amara.

In questi, spiacevoli, giorni non si parla di altro. Non si parla di altro nemmeno in Italia e, in qualche misura, sulla stampa internazionale.

Gli accadimenti, si può girarla come si vuole, sono di una dimensione inusitata.

La ”politica”, nel nostro paese non aveva mai raggiunto livelli di questa natura. E’ altra cosa dalla collusione con la malavita. E’ un sistema – nessun romanziere lo avrebbe saputo descrivere con la sola fantasia – nel quale ciascun personaggio, perduti i contatti con la realtà e fattosi seguace, individualmente, della nuova religione che adora il dio denaro, ha concorso a realizzare una nuova singolare forma di comunità di credenti. Un particolare credo che cancella i valori e le culture di destra e di sinistra e si esplica attraverso il disprezzo, la prepotenza e la minaccia, verso i cittadini onesti e la rapina concordata e alla luce del sole del benessere di tutti.

Lo si è chiamata cupola mafiosa, ribattezzata dai media Mafia Capitale.

La cosa che avvilisce è che la risposta, mi pare non ci sia. Non mi riferisco alla attività della Magistratura che, per nostra fortuna, ancora riesce a mantenere la barra nel solco della difesa della legalità, malgrado in questi anni e di continuo sia stata oggetto di attacchi, a dir poco, ignobili. Non la attribuisco, certamente, alla indignazione dei cittadini che si manifesta, pure in forme sbigottite e in assenza di riferimenti certi, in ogni dove. La imputo a quella che viene chiamata la politica. In questi anni, in molti e anche da parte di chi scrive si è provato a rappresentare la sua inadeguatezza che aveva perduto, del tutto, il suo ruolo. La politica trasformata in zerbino dei predoni della speculazione finanziaria, era una delle molte critiche che si sono fatte.

In questo caso non si tratta nemmeno di fare ancora analisi e critiche. Si tratta di ri-cominciare a chiarire, anche a noi stessi, che cosa intendiamo per politica. Infatti alcuni di noi (credo la maggioranza dei cittadini, quella onesta) ragiona secondo lo schema che la politica e quindi i suoi esponenti (rappresentanti dei cittadini) dovessero avere: la missione di svolgere una attività di servizio pubblico. Spesso non era cosi e certamente da qualche decennio ci si è dedicati, anche attraverso la forzatura e “storcimento” delle norme, a curare solo gli interessi di parte, per lo più di coloro che stavano già meglio. I ricchi sempre più ricchi i poveri sempre più poveri e più numerosi.

Dove sta la novità dell’oggi? Io penso che davvero si sia di fronte ad una situazione che rappresenta una cesura e che evidenza la necessità di evitare che Roma, quella migliore, diventi la vittima sacrificale di interessi altri. Gli indagati, in questa fase, non rispondono ai cittadini ma alle loro Ditte di appartenenza. Si dimettono dagli incarichi di partito ma non si dimettono dalle Istituzioni. All’interno delle Ditte si utilizza la circostanza per scalzare vecchi equilibri e affermare una nuova cordata I partiti si sono fatti istituzione e sono loro che decidono, con le loro convenienze, sul da farsi circa il rispetto della cosa pubblica. E. Berlinguer già nell’anno 81 (intervista a Scalfari) condannava questi concetti e ne paventava i pericoli. Quando affermava che <…i partiti non facevano più politica, ma che invece erano degenerati e che avevano occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni e che questa situazione fosse l’origine dei malanni d’Italia..>.

Credo, al di la delle appartenenze, che molti politici del passato questa distinzione l’avessero. La si ha certamente in Europa quando un ministro si dimette per motivi che in Italia non verrebbero nemmeno citati dalla stampa.

Ho voluto ricordare quanto sopra perché la Roma migliore è quella che rischia di uscire sconfitta e umiliata da questa situazione. Si dice che non conviene che il Sindaco si dimetta perché è si un ingenuo e pure non sempre puntuale e lungimirante, ma certamente capace e onesto. Se si dimettesse potrebbe tornare a vincere la parte peggiore della città che cavalcando l’indignazione, strumentalizzerebbe l’istinto peggiore in tutti gli elettori.

Non so dire se questa impostazione sia veritiera, probabilmente no, ma non interessa. Quello che occorre, invece, è che il governo di Roma deve cambiare passo. Ci sono dubbi fondati sul credere che questo possa avvenire con una Assemblea Capitolina, che salvo poche e lodevolissime eccezioni, ha già dimostrato limiti e sudditanza a interessi a dir poco non nobili. Cito due soli esempi: la speculazione edilizia che si vorrebbe fare, dietro la foglia di fico dello stadio, a Tor di Valle e il fatto che dopo decenni di utilizzo disinvolto e a fari spenti, solo recentemente, con l’assestamento di bilancio, si è cancellato “l’obolo” (credo di oltre 100.000 euro/anno) che ogni consigliere avrebbe avuto a disposizione per curare il proprio bacino – clientelare – di preferenze.

Occorre una svolta e una discontinuità. Non mi convince la possibilità che il Sindaco possa farcela, magari azzerando la Giunta attuale (dimostratasi nettamente al di sotto delle esigenze della città). Le forze che lo hanno combattuto non sono rappresentate, a mio parere, esclusivamente dalla cupola. Piuttosto che rischiare lo scioglimento dell’Assemblea per provvedimento del Prefetto, la cosa migliore che si dovrebbe fare è che sia lo stesso sindaco Marino, magari sollecitato a questo dalla migliore società civile, a dimettersi e fare appello alla città con lo scopo di ricandidarsi e porsi alla guida di una riscossa degli onesti. La linfa per un programma davvero avanzato e nell’interesse di Roma è già presente nella città. Uomini e donne all’altezza di sostenere, anche amministrativamente, questa posizione innovativa per un rilancio della città e per provvedimenti positivi circa le carenze nei servizi, provvedimenti per il lavoro, le soluzioni per la mobilità, modifiche statutarie a favore della democrazia partecipata e del rigore e trasparenza nella gestione, ecc. che da decenni attendono di essere affrontati, sono a disposizione. Certo sarebbe necessario un forte coraggio e lungimiranza e non rimanere prigionieri di contenitori politico elettorali che hanno già sufficientemente fatto i danni che conosciamo. Una forte discontinuità (non contro i partiti ma per sollecitarli a rinnovarsi nel profondo) capace di riavvicinare, cambiandola, la politica ai cittadini. Se il Sindaco scopre questa necessità e questo coraggio saremmo ancora una volta con lui. Non ci faccia pentire di averlo già sostenuto.

 Bruno Ceccarelli

Il Ponte sullo Stretto, un dirigente pubblico zelante e le penali non dovute, di L. Lecardane

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Questo articolo potrebbe iniziare citando il titolo della celebre raccolta di Stephen King, “A volte ritornano”, non solo per la ciclicità con cui si presenta l’argomento che tratteremo e che il titolo suggerisce, ma anche perché rappresenta per i siciliani un racconto horror senza fine: parliamo di Ponte sullo Stretto, fatto tornare alle luci della ribalta da Renzi prima e Lupi poi e presentato come il rimedio universale a tutti i mali che affliggono il Sud e la Sicilia in particolare usando come spauracchio l’argomento delle penali che il nostro Paese sarebbe costretto a pagare qualora il ponte non dovesse essere costruito (700 milioni di euro).

Tuttavia questa tesi non convince tutti. Non è di questo avviso l’ingegnere Gaetano Sciacca, ex capo del Genio Civile di Messina il quale, intervistato in una nota trasmissione televisiva, fa presente che sono due gli aspetti che fanno pendere la bilancia dalla parte del no, uno di natura legale legata alle penali e uno di natura tecnica. Ma procediamo con ordine.

Il primo riguarda i 700 milioni di euro, che l’Italia dovrebbe ad Eurolink, il General Contractor, cioè il consorzio di imprese con a capo Impregilo che avrebbe dovuto costruire il Ponte. Tuttavia non esiste un progetto definitivo né un progetto esecutivo dell’opera: il Cipe non ha dato parere che per la Legge obiettivo è obbligatorio, il Via (Valutazione di impatto ambientale) ed il Vas (Valutazione ambientale Strategica) non sono state rilasciate. Inoltre l’ammontare della penale è frutto di un accordo postumo tra Eurolink (particolarmente con Impregilo impresa capofila) e la società Stretto di Messina s.p.a. (Concessionaria interamente pubblica), società appaltatrice dello stesso. Prima di questo accordo, la penale ammontava al costo di progettazione più il 5% aumentata al 10% in seguito (anche questo aumento è illegittimo perché avvenuto dopo l’espletamento del bando e quindi si sono cambiate le regole dopo la gara).

Inoltre all’interno del progetto si parla di project financing, quindi di un’opera alla cui partecipazione dovrebbero partecipare capitali pubblici e privati, ma finora non si sono trovati questi ultimi.

Passiamo alle problematiche di natura tecnica. Esiste uno studio condotto da trenta esperti che hanno analizzato l’opera sotto diversi punti di vista e che esprimono parere negativo alla costruzione dell’opera: intanto si pongono problemi per il gravoso impatto ambientale sull’ eco-sistema marino ( tra altro, l’Italia è soggetta a procedura di infrazione da parte dell’UE proprio per l’impatto ambientale che avrebbe il Ponte sull’ecosistema dello Stretto) come affermato da Anna Giordano coordinatrice del gruppo di lavoro delle associazioni ambientaliste e Responsabile Policy Natura 2000 di WWF Italia; in secondo luogo Il Dott. Signorino del dipartimento di scienze economiche, aziendali, ambientali e metodologie quantitative dell’università di Messina afferma che l’impatto economico del progetto non è vero che sia positivo visto che tale ipotesi era prevista in caso di Pil in crescita tra il 4% ed il 14% (già allora drogato, ma che oggi addirittura è improponibile essendo l’Italia in recessione); non si è assolutamente certi che non vi siano situazioni di instabilità dovuta ai movimenti tellurici dice l’Ingegnere Claudio Villari ingegnere strutturista ex docente della Facoltà di Architettura dell’Università di Reggio Calabria, grande esperto in terremoti ; infine dal punto di vista del dissesto idrogeologico come di seguito indichiamo.

L’ingegnere Sciacca ha inviato una nota il 28/10/2011 – poi ribadita ed ampliata con una del 10/11/2011- agli organi preposti, in cui viene spiegato che a seguito dell’istruttoria, da parere negativo in quanto non sono previsti nel progetto sistemi di messa in sicurezza adeguati alla natura del territorio e sono presenti gravi errori di progettazione. (Nel dettaglio: la sicurezza degli attraversamenti delle fiumare, caratterizzate da elevata pendenza dell’alveo con conseguenti colate di fango in presenza di eventi atmosferici accompagnati da pioggia, deve essere legata alla messa in sicurezza dei sottesi bacini idrografici, con adeguate opere di presidio vista la particolare fragilità idrogeologica del territorio). In secondo luogo la consistenza dei terreni lungo i versanti interessati dai lavori è bassa e la localizzazione dei siti di recupero ambientale, nome altisonante per indicare in realtà le discariche di inerti provenienti dagli sbancamenti per la costruzione del Ponte, è sbagliata perché non sono indicate le piste di servizio per raggiungerli in sicurezza e il recapito finale delle acque di raccolta di queste aree avviene negli alvei strada, cioè nelle strade sottostanti i siti ove quindi sarebbero raccolte i materiali inerti che scenderebbero a valle in caso di eventi atmosferici di alta magnitudo, provocando notevoli danni a cose e persone. Infine i tre assi viari dove verranno indirizzati i mezzi gommati pesanti del cantiere, essendo alvei tombinati, cioè alvei torrentizi ricoperti di cemento e asfalto per potere essere percorsi, presentano dei problemi strutturali e idraulici: per i primi infatti andrebbe verificata la staticità ed essendo carenti dal punto di vista strutturale, l’ulteriore aggravio di traffico potrebbe comprometterne la stabilità; i secondi discendono dal fatto che sia indispensabile una messa in sicurezza dei bacini sottesi ai torrenti strada)

Eppure le somme impegnate per un’opera che presenta tutte queste criticità potrebbero essere impiegate in progetti per la Sicilia e la Calabria come la costruzione di interporti, fondamentali vista la posizione della Sicilia al centro del mediterraneo, o per il rafforzamento e manutenzione di strade e ferrovie oggi completamente disastrate in Sicilia dove il governo Renzi ha stanziato solo 60 milioni di euro per tutto il sud mentre per il centro-nord ne ha stanziati 4,6 miliardi di euro. E la messa in sicurezza dal punto di vista idrogeologico dell’intero territorio siciliano visti gli ultimi eventi che si sono abbattuti nell’isola.

Luca Lecardane

Coordinatore siciliano Dell’associazione nazionale Net Left

 

Note a cura dell’autore:

L’ingegner Sciacca è un funzionario pubblico,“ex” responsabile del Genio Civile di Messina, il quale è stato tolto dal suo posto dal presidente della regione Sicilia Crocetta, forse per non essersi piegato alle lobby messinesi che volevano costruire ovunque e senza regole e perché si è saputo sostituire all’inefficienza della politica? Un funzionario pubblico che non ha piegato la schiena davanti i palazzinari e, per questo, attaccato dalla politica e dagli stessi che lo hanno accusato di voler fermare lo sviluppo di Messina. Ma come si spiegherebbero allora i 22 appalti completati e gli 8 da completare per un totale di circa 100 milioni di euro? Lo chiamavano il “signor NO” eppure dopo la frana di Giampilieri convinse alcuni cittadini a vedersi abbattere le proprie case senza che vi fossero contenziosi, per mettere in sicurezza la zona. L’ingegnere Sciacca denunciò, insieme ad altri, la possibilità che un viadotto dell’autostrada potesse venire giù visto che presenta oggi evidenti segni di cedimento strutturale e considerato tra l’altro che se dovesse collassare si abbatterebbe su un’area dove vivono migliaia di persone. Lo accusarono di essere catastrofista ed allora, ci chiediamo, perché auto e tir passano su una sola corsia se non è pericoloso?

Oggi il Presidente Crocetta lo ha spostato dall’ufficio del genio civile di Messina, con la scusa della rotazione dei dirigenti, promettendogli la direzione dell’UREGA (L’Ufficio regionale per l’espletamento di gare per l’appalto di lavori pubblici), posto per cui ci vorrebbe una laurea in giurisprudenza peraltro, ma ad oggi l’unico soggetto a rotazione è stato lui e non è neanche direttore dell’Urega, ma un funzionario senza un ufficio. Lo stesso Crocetta vuole che sia applicata una leggina del 2003, approvata dal governo Cuffaro, che permette di iniziare a costruire subito dopo il deposito del progetto, prima ancora che il genio civile possa dare parere. Il genio civile, secondo la legge, potrebbe intervenire successivamente per abbattere l’edificio qualora violasse norme di sicurezza antisimiche o norme contro dissesto idrogeologico. Immaginatevi quanti anni dovrebbero passare per fare in modo che l’edificio sia abbattuto e nel frattempo cosa potrebbe succedere. L’ingegnere Sciacca ha bloccato lottizzazioni, centri commerciali e palazzine nella valletta del torrente Trapani e tante altre proposte vergognose in 50 aree a rischio. Questo funzionario pubblico ha fermato le costruzioni in aree a rischio, nonostante la leggina di cui sopra, e la Magistratura, affermando il principio per cui la legge non è valida nelle aree a rischio perché vi è un interesse superiore, gli ha dato sempre ragione contro i ricorsi fatti dai costruttori . Questo, ovviamente, gli ha procurato non poche inimicizie tra le lobby messinesi. Insomma l’Ingegnere Sciacca ha rotto il giocattolo degli amici e degli amici degli amici compresi i politici.

Fu nominato commissario ad acta del Consorzio autostrade siciliane solo per tre mesi ma nonostante la brevità del tempo e nessun potere per intervenire   nel tratto compreso tra Boccetta e lo svincolo di Villafranca, visto che in caso di piogge intense quel tratto di strada diventava pericoloso, fece mettere l’asfalto drenante.

Insomma un’altra storia, tra tante altre che non conosciamo ma che sicuramente esistono, di interessi “altri” che diventano più forti del buonsenso, della buona politica, del benessere dei cittadini, della meritocrazia.

All’ingegnere Sciacca, recentemente, è stato consegnato il premio Colapesce. Secondo la leggenda più diffusa, scendendo in profondità, Colapesce vide che la Sicilia posava su 3 colonne, delle quali una piena di vistose crepe e segnata dal tempo e così decise di rimanere sul fondo del mare per sorreggere questa colonna.

Vogliamo concludere questo articolo con una frase che spesso l’ingegnere ha ripetuto nel corso di altre interviste e anche a noi al telefono: “il futuro del paese è nella rigenerazione urbana, nel recupero edilizio e nella messa in sicurezza”

Noi riteniamo che la Sicilia e questa Italia abbiano bisogno di tanti Sciacca/Colapesce per sorreggerle con onestà, competenza, capacità. A voi le conclusioni.

 

 

 

Oltre la residualità. Una rivoluzione copernicana per la sinistra, di A. Badessi

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antonello badessi

Il problema è che finché ragioniamo in termini di voto di sinistra, non faremo un passo avanti. Le attuali forze della sinistra sparsa e frammentata, SEL compresa, non hanno davanti a sé il compito di unire la sinistra nota in una unica sigla. Né, quando andiamo a valutare il voto, serve a molto ragionare in termini di somma di SEL, “L’altra Italia” e altre forze che mantengono un carattere pregnante di residualità. Ed infatti lo si vede nel risultato in Emilia Romagna dove la somma dei voti di SEL e di quelli dell’AER è inferiore al voto delle europee. A fronte, e questo è il tema, di un inedito livello di astensionismo. Quello che serve è un progetto politico, supportato da un fronte politico con caratteristiche popolari, per attrarre, mantenere e sviluppare il consenso di massa. Ed il consenso di massa, in questa era post tangentopoli e antipolitica, in questa era del neoliberismo e della depressione economica, non lo si può più qualificare in termini di destra e di sinistra ma in termini di forze, contenuti e credibilità. Ma, attenzione, è un consenso, anzi in prospettiva un nuovo senso di appartenenza, che va costruito tenendo ben presenti i valori non negoziabili come l’antirazzismo e l’uguaglianza. Perché bisogna aggredire i santuari del PD ma anche della Lega Nord e del Movimento 5 Stelle, ma preservando i nostri valori.

Il limite de L’Altra Europa con Tsipras, nonostante la intelligente intuizione di non mettere la parola sinistra, è che eravamo perfettamente riconoscibili e questo non ci ha aiutato, e non ci aiuta alle regionali. La Lega, che è molto peggio di 5 Stelle, va ad occupare parte dello spazio grillino anche perché è una forza organizzata e consolidata e senza ambiguità che sfrutta al meglio la regressione sociale e lo smarrimento di certi valori che davamo per inattaccabili. Poi arrivano i fatti di Tor Sapienza a Roma a smentirci, a mettere in discussione le nostre certezze sulla tenuta dei valori di uguaglianza e solidarietà che invece sono stati in parte demoliti dalle politiche scellerate di governi e amministrazioni locali che hanno aggiunto contraddizioni a contraddizioni, degrado a degrado.
La gente non si fida delle attuali forze politiche, SEL compresa, e non ragiona come ragioniamo noi. Non ti premia se dici con il PD mai, né, viceversa, se dici con il PD per la vita né se ti limiti a dargli una dimensione tattica. La gente non ti premia sugli schieramenti. Ti premia se hai un programma o, purtroppo, se sembra che lo hai. Ti premia se stai nei territori e questo è già un dato positivo. La gente non sa nemmeno cosa è la “Sinistra Europea” o chi è Tsipras che è importante che lo sappiano i greci. La gente non sa cosa sia Podemos. Il voto degli eredi de “L’Altra Europa” è un voto politicizzato. Anche il voto di SEL è soprattutto politicizzato, salvo alcuni territori. Il voto popolare va altrove. Tra l’altro continua ad andare anche al PD. Ma c’è chi si bea pensando che sia vincente il solo definirsi di sinistra. Di questi tempi temo persino che sia perdente definirsi di sinistra.

Il dato specifico sulle elezioni in E.R. è che SEL non perde e anzi incrementa i voti. Mentre l’AER perde posizioni e non riesce a togliersi di dosso l’aura residuale. Il voto a sinistra ha un consenso a volume variabile ma per lo più concentrato in aree più politicizzate con spirito di appartenenza. SEL stessa non sfonda a livello popolare. È chiaro che vi sono anche delle attenuanti. Non regge comunque il ragionamento dei sostenitori dell’AER secondo cui SEL non prende voti perché sta con il PD, visto che anche loro non sfondano e il sorpasso è ben magra cosa. Sia detto con tutto il rispetto. A Roma SEL è impegnata in una partita di contrasto ai disegni del PD, alleato e avversario, e se farà valere questo suo ruolo, e lo saprà spiegare, ciò pagherà. Insomma, è molto più avversaria del PD la linea che SEL sta seguendo a Roma che quella di chi dice con il PD mai e poi si rinchiude nei fortini.

Antonello Badessi

APPELLO AI SOCIALISTI PER L’ADESIONE ALLO SCIOPERO GENERALE DEL 12 DICEMBRE 2014

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sciopero 12 dicembre

I compagni della Sinistra Socialista invitano tutti i Socialisti a partecipare il 12 dicembre allo sciopero generale nazionale proclamato unitariamente dalla CGIL e dalla UIL per protestare contro la politica economica e sociale del governo Renzi.

Prendiamo atto con piacere che lo sciopero generale sia stato indetto di comune accordo tra la CGIL e la UIL, apprezzando la scelta della UIL che, dopo tantissimi anni sceglie, a difesa di tutti i lavoratori, la strada di un rapporto privilegiato con la CGIL in nome di una comune appartenenza alla sinistra riformatrice.

Riteniamo che solo una grande mobilitazione di tutto il mondo del lavoro può modificare la politica economica ed industriale del governo per giungere alla definizione di una vera politica industriale articolata su un nuovo protagonismo pubblico, sostenuto da risorse recuperate da un riequilibrio fiscale generale e da una revisione profonda dei vincoli imposti dai parametri di bilancio europei.

Solo una grande mobilitazione democratica dei lavoratori per difendere lo Statuto dei Lavoratori può consentire di respingere la pretesa che in materia di rapporti sociali e di lavoro si possa legiferare in base ad una delega al buio rilasciata al governo, riaffermando il valore sostanziale dell’autonomia e della forza contrattuale del movimento dei lavoratori e la stessa rilevanza costituzionale delle sue rappresentanze.

E’ necessario oggi più che mai respingere l’idea che i diritti dei lavoratori siano un impedimento allo sviluppo e smentire il disegno del governo di assolvere le classi dirigenti bancarie, finanziarie ed economiche dalle loro gravissime responsabilità nel determinare la crisi di sistema che sta distruggendo le basi sostanziali del tessuto produttivo e sociale del Paese.

Siamo convinti che la rigidità in uscita del rapporto di lavoro dipendente non ostacola il consolidamento a tempo determinato dei lavori precari, o, peggio, impedisce la creazione di nuovi posti di lavoro, e la grande mobilitazione del 15 novembre ha già ampiamente dimostrato che il mondo del lavoro dipendente che ha un lavoro stabile e garantito non solo non è isolato nella società, ma non è affatto inviso alle giovani generazioni, incerte sul loro futuro a causa della crisi verticale di un intero modello di sviluppo.

Noi in ogni caso vogliamo e dobbiamo difendere il sindacato dall’ennesimo tentativo di cancellare il suo ruolo di interlocutore centrale del governo sulle politiche sociali ed economiche, e siamo convinti che ancora una volta il 12 dicembre prossimo il tentativo di dividere i lavoratori dai giovani senza lavoro sarà destinato al fallimento, nonostante le difficoltà di un sindacato sicuramente ancora debole nella sua capacità di rappresentanza delle aree sociali che vivono nel disagio causato dalla mancanza di un lavoro stabile.

Riportando l’attenzione sulla necessità di una politica industriale come unica strada per invertire il processo recessivo che sta inghiottendo il paese, vogliamo quindi respingere il disegno di Renzi e del suo governo di utilizzare l’attacco all’art 18 dello Statuto dei Lavoratori per distogliere l’attenzione dalle responsabilità delle classi dirigenti bancarie finanziarie ed economiche, sostenute da una classe politica inetta e di poco valore, e da una schiera di intellettuali, professori e giornalisti ancor più in malafede, nella costruzione di un sistema dello sviluppo fallimentare, la cui crisi verticale nei paesi avanzati ha prodotto una recessione terrificante, che si tenta ora di imputare alle così dette “rigidità del lavoro”, dopo anni ed anni di trasferimento continuo e progressivo di ricchezze e di reddito reale dal mondo del lavoro all’area del profitto e della rendita, compiuto in parallelo al depauperamento sistematico del nostro sistema produttivo.

Intendiamo inoltre sottolineare la nostra contrarietà alla politica renziana di revisione dell’impianto istituzionale dello Stato italiano; revisione antidemocratica, per gran parte dei contenuti di merito dei testi di riforma delle province e del Senato della Repubblica e per l’iter adottato nella loro elaborazione. Soprattutto, una rielaborazione della Costituzione, così radicale rispetto al testo del ’48, non è ammissibile che sia appannaggio di un parlamento espressione di una legge elettorale dichiarata costituzionalmente illegittima dalla Corte Costituzionale.

L’impegno pressante di revisione costituzionale del PD e del suo governo nasconde, forse con premeditazione, l’impossibilità per un’area politica, che non ci appartiene, di affrontare da sinistra, per i più deboli, per i lavoratori e per la parte produttiva, i problemi economici del Paese, sempre più gravi che generano disuguaglianze crescenti nella società italiana, come conseguenza inevitabile del disegno deflazionistico iniziato dal governo Monti e sostenuto dai poteri economici, nazionali ed internazionali, dominanti.

Per altro verso, risponde ad un’impostazione reazionaria, nata già all’indomani della promulgazione della Costituzione Repubblicana, che, nei sessantasei anni seguenti, ha cercato di smantellare, ora con leggi elettorali maggioritarie, ora con tentativi di revisione costituzionale drastiche e demolitrici, la costruzione democratica del nostro Stato, fondata sulla partecipazione diretta della gente alla cosa pubblica.
La nuova legge elettorale, attualmente in cantiere, maggioritaria e lesiva delle minoranze politiche del Paese, è in coerenza con quel disegno. In questo senso non sono da meno varie leggi elettorali regionali.

Per noi Socialisti questa manifestazione assume un significato ancor più particolare, perché lo Statuto dei Lavoratori, grazie all’azione del PSI di De Martino, Nenni, Santi, Brodolini e Lombardi, ha rappresentato il più grande risultato politico mai ottenuto dal mondo del lavoro nel nostro paese, ed il voto sciagurato dei Senatori Socialisti, compreso quello del segretario del Partito, a favore della delega al governo in materia di rapporti di lavoro, ha costituito un atto gravissimo, assolutamente estraneo a tutti i nostri valori di riferimento, ed opposto alla nostra concezione sostanziale della democrazia repubblicana, fondata sulla considerazione del lavoro, e di tutti i diritti ad esso connessi, come l’asse centrale dell’organizzazione sociale del paese.

Il 12 dicembre rappresenta dunque un momento di lotta per la difesa della stessa ragion d’essere del sindacato. Una causa che fa tutt’uno con quella del socialismo democratico e dello stato sociale. Saremo dunque presenti a fianco dei lavoratori, con i nostri simboli e le nostre bandiere. Convinti di rappresentare, nella loro interezza, una storia, una cultura e dei valori che nessuno può interrompere o rinnegare.