Mese: novembre 2014

Stadio Tor di Valle: un progetto che fotografa il volto della politica del tempo attuale, di B. Ceccarelli

Postato il

mia foto

E’ da qualche giorno che l’attenzione sul cosiddetto stadio della Roma pare essersi sopita. La politica, pure avendolo presente – da qualche settimana è all’ odg dei lavori per l’Assemblea capitolina – ha scelto la strada di avanzare a fari spenti e senza clamori. Se un qualche riferimento è possibile, ancorché in modo indiretto, lo si deve alla notizia che la città si appresterebbe a candidarsi per le Olimpiadi del 2024.

Anche i media, che nel corso di questi mesi hanno riportato notizie al riguardo, paiono aver messo la sordina e se ne parla poco o niente.

A cosa si deve tutto questo? Probabilmente alla volontà di poter approvare la deliberazione che riconoscerebbe l’interesse pubblico all’opera, senza che questo susciti eccessiva attenzione.

L’analisi di questa apparente metamorfosi non appare facile ne semplice. Non c’è alcun dubbio che la Giunta Marino attraversi un periodo di pesanti difficoltà. Limiti gravi alla sua capacità di affrontare adeguatamente le problematiche della città sono evidenti. La bruttissima figura di aver avallato i licenziamenti dei musicisti del Teatro dell’Opera, i tagli delle linee per il trasporto pubblico e le pesanti difficoltà finanziarie dell’Atac, un evidente impaccio per la gestione della metropolitana C, dei suoi ritardi di realizzazione, dei suoi costi e delle contraddizioni circa l’apertura all’esercizio di un tratto che facendo capolinea a Centocelle non ha la utilità che dovrebbe avere una grande infrastruttura al servizio della città. Non mi dilungo, l’elenco non è breve. Rimane tuttavia, ancora da ricordare, la vicenda di Tor Sapienza, per la quale la politica romana (non solo la Giunta attuale) ha dato la migliore immagine della sua pochezza, che la città sta pagando da oltre un decennio.

Tornando all’affaire Tor di Valle, non c’è dubbio che tutte queste questioni possano pesare e condizionarne la rappresentazione.

E tuttavia occorre, invece, mantenere in massima evidenza quanto accade per Tor di Valle. Son confluiti su questa proposta una serie di interessi e significati che sarebbe utile meglio chiarire.

Dalla lettura della proposta di delibera che è all’odg dell’Assemblea Capitolina emerge un dato desolante. Nella proposta sono state ricomprese le osservazioni (quasi nessuna accolta) fatte dai due Municipi interessati e non c’è cenno sulle evidenti lacune circa le relative attività delle Commissioni capitoline, che pure si sono riunite in modo congiunto, più volte.

Abbiamo a che fare con un ceto politico che crede o fa finta di crederlo, di farsi scudo di una burocrazia tecnico e amministrativa che nei fatti assume il ruolo di facilitatore affinchè il tutto sia conforme alle leggi a ai presunti interessi della città. Sembrerebbe l’altra faccia di una medaglia nella quale una burocrazia Tecnica e Amministrativa corrisponde, pienamente, ai desiderata della cosiddetta volontà politica dei governanti.

Per rendere più chiaro quello che intendo, dirò che ero presente ad una delle riunioni (un Municipio) nella quale si stava deliberando il parere favorevole e, seduto vicino ad un Tecnico, esprimevo valutazioni che si riferivano al pasticcio di dubbia legittimità, anche riguardo l’iter e il rispetto delle normative, con cui si stava procedendo. Il Tecnico mi argomentava che c’era poco o nulla da valutare, in quanto si trattava solo di assecondare la volontà politica.

La politica e in qualche misura una parte dei media ha sorvolato sul fatto che dai cittadini (il Comitato Difendiamo Tor di Valle dal cemento e altre decine di associazioni e personalità cittadine) è venuta crescendo una forte ostilità al progetto. Non si trattava di dire si o no allo Stadio ma di dire un secco No alla speculazione che facendosi scudo dello stadio medesimo intenderebbe cementificare l’area costruendoci ben tre grattacieli (si dice di 220 metri di altezza). Un milione di metri cubi di costruito che non ha alcun legame di funzionalità con lo stadio medesimo, ma che tuttavia concorre alla variante del PRG come progetto di interesse pubblico.

E’ stato presentato, dal Comitato Difendiamo Tor di Valle un esposto alla Procura Generale della Repubblica per mettere in evidenza come tutta la procedura seguita, interpretando in modo disinvolto o forzando la normativa medesima, sembrasse aprire un nuovo capitolo e nuove strade alla cultura, dissennata, della cementificazione che ha martoriato e ancora continua a ferire gravemente il nostro paese.

Si è dato vita ad un utilizzo forzato delle normative e ad evidenti strafalcioni programmatici che diventano il bagaglio culturale di cui ci si serve per poter ricavare gigantesche speculazioni economiche.

Tra gli strafalcioni di programma, il più singolare appare essere la progettualità (non la realizzazione) del collegamento del rametto di metropolitana da Magliana fino a Tor di Valle con possibile prolungamento fino alla fermata ferroviaria di Muratella (linea Roma – Fiumicino) e la indicazione (allo scopo di poter argomentare un numero maggiore di trasportati) per un servizio effettuato con almeno 16 treni orari. Forse si vuol chiudere (solo durante le partite di calcio?) la metropolitana B tra Magliana e Laurentina.

Una ultima, ironica, osservazione. L’ incivile spettacolo offerto attraverso il becero attacco al Sindaco in Campidoglio, per le famose multe non pagate, si trasformerà in un “ volemose” tutti bene per Tor di Valle? Crozza dovrà, forse, aggiornare i personaggi che argomentano, da ignoranti, che la politica serve solo a farsi i c… propri?

Il distacco dei cittadini dalla politica fa montare sempre più una forte indignazione. Si deve evitare che questa politica sia al tempo stesso propellente e comburente per un ulteriore balzo indietro del nostro sistema democratico.

Bruno Ceccarelli

Annunci

28 NOVEMBRE ORE 17, 30 INCONTRO PUBBLICO: NO SPECULAZIONI A TOR DI VALLE

Postato il Aggiornato il

TDV28nov MM3

Il 28 Novembre 2014 al CIACK CAFFE’ in via di Decima 72 (presso lo Stardust Village) alle 17,30 ci sarà un incontro pubblico coi cittadini organizzato dal Comitato  Difendiamo Tor di Valle dal cemento e Federconsumatori per discutere sulle problematiche connesse alla costruzione del cosiddetto Stadio della Roma, in un incontro chiamato: “Non vogliamo altro cemento sul territorio”.

La mobilitazione necessaria. Ragionamenti sui call center e la crisi del settore a partire da una manifestazione unitaria, di M. Zanier

Postato il Aggiornato il

foto

Il 21 Novembre a Roma è stato organizzato un corteo non molto partecipato ma estremamente interessante per l’adesione di tanti lavoratori e lavoratrici di aziende significative del settore e per la mobilitazione unitaria delle rispettive sigle di CGIL CISL e UIL ed una presenza anche dell’UGL (che non ha detto cose sbagliate in verità) per dire basta alla delocalizzazione del lavoro, chiedere uniformità di trattamento per i lavoratori inseriti in aziende nazionali con sedi differenti sul territorio e fermare la corsa al ribasso delle commesse delle singole realtà aziendali. Io ci sono andato con mia moglie, mi sono confrontato con alcuni lavoratori e ho ripercorso i miei molti tentativi di inserirmi stabilmente in un mondo del lavoro che troppo spesso vive di profonde crisi strutturali in cui aziende grandi e meno grandi falliscono e mettono per strada migliaia di operatori ed operatrici competenti e formati. Si tratta spesso di grandi aziende nazionali nate per gestire pezzi importanti di servizi essenziali nazionali che una volta erano di proprietà statale e poi sono stati privatizzati.

Io posso parlare con cognizione di causa della triste fine che ha fatto un call center importante che ha gestito per molto tempo la biglietteria telefonica e le informazioni su treni, normativa e stazioni ferroviarie un tempo competenza delle FS in cui ho lavorato tra il 2005 e il 2006, noto come l’89.20. 21. La mia esperienza ed il miei ricordi del lavoro che svolgevo, dell’ambiente di lavoro e dei colleghi è estremamente positivo, anche perché ero assunto da una delle tre piccole società di informatica, la torinese SCAI, che gestivano il servizio telefonico per TSF (Tele Sistemi Ferroviari) agli inizi del servizio. Sono stato formato a più riprese e molto bene da personale FS poi diventato Trenitalia, ho lavorato con gli stessi applicativi delle biglietterie ferroviarie e delle agenzie di viaggio (usavamo il SIPAX, ossia il sistema di individuazione del posto in carrozza richiesto e di emissione dei biglietti cartacei per i treni notte ed il servizio “auto al seguito”), emettevo i famosi “ticketless” ossia i biglietti elettronici che era una novità allora e che chiedevano tutti, dall’uomo d’affari alla casalinga allo studente universitario. Le sedi di lavoro erano centrali, non troppo grandi e facilmente raggiungibili, essendo poste accanto a due stazioni ferroviarie minori di Roma, la stazione Tuscolana e lo Scalo San Lorenzo, il rapporto coi superiori era buono, la paga e l’inquadramento più che rispettabili. Erano gli anni delle grandi offerte popolari di Treniatalia rivolte ad un pubblico vasto: prenotandosi per tempo si poteva viaggiare da Roma a Milano a soli 9 euro col “Treno Ok” o a prezzi ancora più bassi con il biglietto “Viaggia quanto vuoi” su alcune tratte e durante alcuni giorni, solo per citarne alcune. Ma erano anche gli anni della disinfestazione di molti convogli ferroviari e dei disagli dei pendolari per i repentini scioperi del trasporto regionale e nazionale, con noi operatori in cuffia a rispondere alle molte domande ed a rendere la vita più semplice alle persone che chiamavano. Facevo insomma un lavoro che mi piaceva e mi sentivo utile a tanti. Ma le cose belle, purtroppo, in questo Paese non sono destinate a durare.

Già alla fine del 2005 si cominciò a sentire che qualcosa sarebbe dovuta cambiare, in peggio ovviamente. Circolavano voci insistenti di una ristrutturazione pesante, di smantellamento delle società esistenti e di forti interessi privati sul servizio in questione. Dalla SCAI fummo convocati a breve, ci furono fatti contratti più brevi, ci fu detto che non erano sicuri di poterci garantire l’assuzione per il futuro essendo stata messa in discussione la loro stessa presenza nella gestione della commessa. Lo stesso so che sarebbe stato detto ai lavoratori delle altre società, nell’incertezza generale: si trattava di una conferma. E allora è successo qualcosa, straodinariamente: ci siamo svegliati tutti dal torpore, abbiamo mettemmo da parte le illusioni perdute di un futuro sicuro e abbiamo preso contatti coi delegati sindacali del personale assunto direttamente da TSF, ossia gli informatici ed i ferrovieri specializzati, partecipando alle riunioni indette dalle RSU per difendere i posti di lavoro esistenti, scrivendo volantini, rilasciando alcuni interviste a giornali della sinistra, cercando insomma di uscire allo scoperto e far percepire all’esterno la nostra preoccupazione. Nell’aria c’era allora la rilevazione del servizio da parte di COS, una grande società di gestione di call center che avrebbe quasi sicuramente sostituito gli operatori esistenti con propri operatori, cambiando la natura del servizio offerto al cliente. Le conferme ci vennero a breve dalle stesse aziende che gestivano l’appalto del servizio di informazioni e biglietteria telefonica. Io ho resistito fino al giugno successivo, quando ho saputo che la società per cui lavoravo avrebbe lasciato il posto ad un’altra in attesa di una riorganizzazione complessiva del servizio con un altra società e mi sono trovato un altro lavoro, anche questo, purtroppo, temporaneo.

Di COS non ho saputo più nulla, travolto dai ritmi della vita quotidiana. Ho saputo anni dopo che il servizio è stato rilevato da Almaviva contact, che poi è sempre COS ma con un nuovo nome, che i lavoratori del call center 89.20.21 e miei ex colleghi sono stati buttati per strada in massa e sostituiti con altri operatori precari e che anche la gestione Almaviva è naufragata tragicamente in tempi recenti.

Il 21 Novembre in piazza, al corteo unitario organizzato dai sindacati confederali e chiamato “La notte bianca dei call center” ho visto altri operatori di Almaviva protestare per l’ennesimo taglio del personale dipendente e la gestione delle commesse aziendali. E accanto a loro gli operatori di E-care, Gepin contact e di altre società protestare per gli stessi motivi, mostrando alla gente per strada ed alle finestre la loro faccia, le loro speranze deluse, i loro problemi quotidiani e non solo, come ogni giorno al telefono, la loro voce, la loro cortesia e la loro grande professionalità. Ed ho sentito un brivido corrermi lungo la schiena: si trattava forse della speranza che finalmente uniti si possa cambiare la realtà?

Forse era questo ma forse anche, più realisticamente, la consapevolezza che per cambiare la realtà difficile dei call center, di cui si parla troppo poco e troppo spesso senza cognizione di causa, che rappresentano ormai il lavoro impiegatizio del presente e del futuro dato che gestiscono al computer pratiche e dati sensibili, pagamenti e conti correnti, ricorsi e richieste di rimborso, servizi essenziali un tempo gestiti dallo Stato e da impiegati assunti ed inquadrati come dipendenti pubblici bisognerebbe cambiare l’impostazione di fondo e il metodo di affrontare la questione. Bisognerebbe cominciare, secondo me, a ragionare di una gestione non più privata ma statale dei call center che gestiscono i servizi pubblici essenziali come acqua, luce, gas, previdenza sociale, servizi al cittadino, trasporti e reti ferroviarie e tanto altro, normando l’intero settore di conseguenza nel rispetto delle leggi nazionali (la legge Biagi non viene applicata per intero troppe volte e si assumono troppo spesso operatori ad livello contrattuale troppo basso) e sovranazionali europee, che prevedono tutele molto chiare per i lavoratori del settore che vengono traferiti da un’azienda all’altra in seguito a cessioni e fusioni di interi rami d’azienda.

In questo mi trovo d’accordo con la CGIL che ha recentemente fatto ricorso alla Commissione europea per estendere all’Italia la normativa che regola i contratti dei lavoratori del settore e che li tutela garantendo loro il mantenimento del posto di lavoro e mi trovo d’accordo con le richieste del palco di piazza del Popolo che ha chiuso la manifestazione del 21 Novembre: maggiori garanzie per tutti, estensione nelle aziende di dimensione nazionale degli stessi diritti e delle stesse conquiste contrattuali conseguite in una delle sedi, maggiore correttezza e trasparenza nella gestione delle commesse aziendali, adeguamento normativo dell’intero settore e tutela dei posti di lavoro esistenti.

Una cosa è sicura: bisogna rilanciare una mobilitazione unitaria dei lavoratori dei call center per chiedere maggiori garanzie occupazionali e una normativa in grado di regolamentare in meglio un lavoro così complesso, delicato e necessario e che rappresenta senza ombra di dubbio la professione del futuro più diffusa ed il presente del lavoro di ufficio.

Marco Zanier.

MANIFESTAZIONE DEI LAVORATORI DEI CALL CENTER DI VENERDI 21 NOVEMBRE A ROMA

Postato il

notte call center

Concentramento alle ore 17 in Piazza della Repubblica.
Il Corteo percorrerà le seguenti strade:
‐ Via Vittorio Emanuele Orlando;
‐ Largo di Santa Susanna;
‐ Via Barberini;
‐ Piazza Barberini;
‐ Via Sistina;
‐ Piazza Trinità dei Monti;
‐ Viale Trinità dei Monti;
‐ Via Gabriele D’Annunzio;
‐ Piazza del Popolo.
La Manifestazione finirà approssimativamente alle ore 24. Logisticamente, per
coloro che arrivano in pullman, la cosa migliore è fermarsi presso un capolinea
della metropolitana linea “A”. All’andata consigliamo di scendere alla fermata
“Repubblica”. Per il ritorno c’è la fermata “Flaminio” adiacente a piazza del
Popolo. La metro “A” il venerdì interrompe il servizio alle ore 1.30, quindi non
ci sono problemi con l’orario di prevista conclusione della manifestazione

Intervento al convegno: Immigrazione ed accoglienza. Esperienze a confronto, di M.M. Pascale

Postato il

pascale

Questa sera voglio voglio fare un intervento partigiano, che vi parlerà dal punto di vista dei diritti dell’uomo. Inizierò con due notizie di cronaca, una leggermente stagionata, l’altra estremamente attuale.

25 ottobre. In un comune vicino a Torino, Borgaro Torinese il sindaco, area PD, coadiuvato da un assessore di area Sel, di fronte al problema rappresentato dai rapporti tra “gentili” e comunità Rom, ha proposto autobus separati per etnia. Subito Nichi Vendola e Michela Campana, responsabile diritti del PD, hanno tuonato dicendo che i rispettivi partiti non avrebbero mai avallato operazioni di apartheid. Il sindaco ha tenuto a precisare che “l’obbligo della solidarietà deve essere accompagnato dal rispetto delle regole” e che la decisione degli autobus separati è stata presa dopo un incontro con un comitato di residenti. Sindaco e giunta si sono piegati alla maggioranza.

La seconda notizia è del 13 novembre. Viene svuotato il centro di accoglienza di Tor Sapienza. Il comune di Roma ed il Viminale si sono arresi alla piazza. Per evitare problemi i trasferimenti sono stati secreatati: non è dato sapere quali strutture accoglieranno quegli ospiti. Se il comune di Roma edulcora la pillola parlando di “trasferimenti”, fonti non ufficiali del Viminale, traducono il linguaggio della diplomazia, secondo quanto riferito da “Repubblica on line”, in “una resa ai malumori della piazza”. Quale lezione possiamo trarre da questi due accadimenti? Sicuramente una politica a due velocità. Da un lato i vertici dei partiti prendono i diritti e l’antirazzismo molto sul serio. Lo fanno però con una visione intellettualistica. La politica di prossimità, sopratutto nei comuni, rinuncia a governare i malumori della piazza. Invece di dialettizzarli con una sana visione del mondo, cede direttamente alle urla delle maggioranze.

Accade in un piccolo comune come in una grande metropoli.

Una sinistra a due velocità? Certo. Ma non vi parlero della crisi dei valori della rive gauche. Vi parlerò invece della crisi dell’idea di comunità. Oggi le sezioni territoriali sono luoghi in cui si fa, al massimo, il tesseramento e l’elezione degli organi. Un tempo, sopratutto negli anni ’70 ed ’80 le sezioni erano una comunità vivente dove il docente universitario dialogava con l’operaio ed il medico con il bracciante. Tutti si ritrovavano in un comune orizzonte teorico ed in una rete di relazioni. Nel mio paese, parliamo degli anni ’80, nelle sezioni del PCI e del PSI erano rappresentate anche le comunità Rom e la prima comunità africana in italia, quella marocchina. Negli anni ’90 a Roma la sezione della quercia del Pigneto, prima che il quartiere diventasse “chic”, era famosa per ospitare una vasta comunità africana. Oggi i partiti della sinistra hanno ritualizzato i diritti e l’antirazzismo, facendone delle lontane icone: a loro si dedica una qual certa liturgia, sopratutto a seguito di fatti di cronaca, finita la quale tutto ritorna come prima. Il caso di Civitavecchia è emblematico. Troppi silenzi, silenzi imbarazzanti e rumorosi, provengono, sui temi dell’antirazzismo e dei diritti, da ampi settori della sinistra. Anche l’atto di semplice  devozione viene ritenuto superfluo.

L’invito che mi sento di fare è abbastanza semplice: uscire dalla sala conferenze dell’hotel San Giorgio il più in fretta possibile. E’ giusto incontrarsi, ricevere notizie importanti, informarsi ed informare. E’ importantissimo contarsi, per sapere chi e quanti stanno dalla parte giusta della barricata. Ma occorre riprendere un’azione territoriale e ricostruire la sinistra come comunità. Civitavecchia è una città terribilmente povera. La forbice sociale tra chi ha pochissimo ed i pochi che hanno a dismisura è enorme. Oggi, una cattiva politica fatta di semplificazioni banali, di ricerca del nemico ad ogni costo, di freddezza nei confronti di chi ha bisogno, basandosi su di una rinnovata anche se casareccia teoria di “suolo e sangue”, soffia sul fuoco dell’intolleranza. Come detto molti pompieri si sono dati alla macchia. Per questo bisogna raddoppiare se non triplicare i nostri sforzi.

Prima che l’incendio divampi.

Mario Michele Pascale

L’analfabetismo in Italia e il volontariato cattolico, di M. Zanier

Postato il

foto

Quando si parla di crisi dell’istruzione pubblica in Italia spesso non si tiene presente la gravità e della complessità del fenomeno.

La crisi dell’istruzione pubblica

“In Italia ci sono 57.514 scuole (scuole dell’infanzia, primarie, secondarie di primo e secondo grado) in cui studiano quasi 9 milioni di alunni e lavorano circa 950 mila insegnanti. L’università ha poco più di 1 milione 800 mila iscritti, il 56,4% femmine e il 38,5% fuori corso. I professori ordinari e associati sono 38 mila (1 ogni 48 studenti), i ricercatori circa 23 mila. Nei tre anni successivi al conseguimento del titolo, il 62% dei diplomati si iscrive a un corso universitario e il 56% dei laureati trova un lavoro continuativo” (fonte ISTAT).

Se non è più possibile istituire una correlazione diretta tra il conseguimento di un titolo di studio e l’inserimento nel mondo del lavoro (e questo purtroppo da diversi anni), sempre più spesso registriamo un aumento del tasso di abbandono scolastico che si lega strettamente alla piaga della disoccupazione giovanile. Solo per il 2009 il tasso di disoccupazione dei giovani tra 15 e 24 anni è stato superiore al 30% in sei Regioni: in Sardegna (al 44,7%), in Sicilia (38,5%), in Basilicata (38,3%), in Campania (38,1%), in Puglia (32,6%), in Calabria 31,8% e nel Lazio al 30,6%. Cifre preoccupanti che si legano strettamente al tasso di abbandono scolastico che riguarda anche i Nord: il valore più elevato infatti si riscontra a Bolzano con 17,4%, seguito dalla Sicilia con il 15,7%, dalla Sardegna con il 15,2% dalla Campania con il 13,9% e dalla Liguria con il 12,3%.

Il ragionamento sulla difficoltà di realizzare una scolarizzazione di massa degli italiani va fatto ed è anche urgente, ma deve partire necessariamente da lontano, se consideriamo che già al tempo dell’Unità d’Italia, nel 1861, il 78% di essi erano analfabeti con punte massime del 91% in Sardegna e del 90 % in Calabria e Sicilia. La storia di questo Paese è fatta sicuramente di una forte spinta alla modernizzazione economica e produttiva che ha cambiato profondamente la sua fisionomia e il suo ruolo nel mondo, ma è fatta anche di industrializzazione diseguale nel Nord e nel Sud, della trasformazione di alcune are cittadine in centri di produzione e di quello svuotamento delle campagne che va sotto il nome di urbanizzazione, di politiche di scolarizzazione di massa programmate e di crisi dell’istruzione pubblica, del persistere dei fenomeni dell’ abbandono scolastico, della difficoltà dei giovani di inserirsi nel mondo del lavoro e delle sacche di disoccupazione e analfabetismo.

Certo è che se a crisi dell’istruzione pubblica affonda le sue radici in un passato lontano e se non è possibile circoscriverla alle scelte di questo o di quel Governo, senza dubbio i frequenti tagli ai docenti, al personale amministrativo, alla ricerca e ai costi di mantenimento delle strutture scolastiche contenuti nell’ultima finanziaria, invece di risolvere il problema, lo approfondiscono.

L’analfabetismo in Italia

Anche perché accanto ai fenomeni che ho appena descritto esiste ancora la piaga dell’analfabetismo, difficile a credersi forse, ma drammaticamente attuale oggi sul nostro territorio: cinque italiani su cento sono analfabeti, trentotto su cento leggono con difficoltà una scritta semplice, l’abitudine alla lettura di libri non riguarda più del venti per cento della popolazione.

I dati dell’UNLA (Unione Nazionale Lotta all’Anafabetismo) dicono che l’analfabetismo colpisce 990 milioni di persone (il 22% della popolazione mondiale), di cui il 64% sono donne. La maggioranza degli analfabeti vive nel Sud del mondo dove non è facile frequentare una scuola o si è costretti a lavorare per sopravvivere. E, sempre dati alla mano, la situazione per il nostro Paese non è delle più positive: secondo i più recenti dati ISTAT (2003) su circa 57 milioni di Italiani poco più di 3.500.000 sono forniti di laurea, 14.000.000 di titolo medio superiore, 16.500.000 di scuola media e ben 22.500.000 sono privi di titoli di studio o possiedono, al massimo, la licenza elementare. In percentuale 39,2% dei nostri concittadini sono fuori della Costituzione che, come si sa, prevede l’obbligo del possesso di almeno otto anni di scolarità.

Alla fine del 1947, all’indomani della guerra e in una situazione certamente differente dall’oggi, lo Stato Italiano aveva istituito le Scuole Popolari. Col D.L. 17/12/1947 n° 1599, per contrastare il grande numero di analfabeti e dare lavoro ai numerosi insegnanti disoccupati, che venivano istituiti tre tipi di corso che, con programmi appositamente studiati, che avrebbero permesso a chi aveva superato i dodici anni di età, di poter “tornare a scuola” per imparare a leggere/scrivere, proseguire gli studi fino ad ottenere uno dei due certificati di compimento, avviarsi al lavoro artigiano o al proseguimento degli studi. I risultati ci sono stati se in quell’Italia con mille problemi da risolvere e un’economia a base sostanzialmente rurale da ricostruire si è passati dal 21% di persone che non erano capaci di leggere, scrivere e far di conto del 1931 al 12,90% del 1951, all’8,3% del 1961 e finalmente al 5,2% del 1971. Ed era un mondo profondamente diverso da quello di oggi, in cui ancora si poteva ancora vivere, lavorare e interagire in modo più semplice e certamente meno tecnologico dei nostri giorni, perché meno legato in molti dei suoi aspetti quotidiani alla parola scritta.

Nella società di oggi invece, la situazione per queste persone è oggettivamente più grave, perché chi non sa leggere e scrivere si trova veramente ai margini ed è destinato a rimanervici.

Lo strumento tradizionale dei corsi di alfabetizzazione non riesce a raggiungere i suoi scopi, in quanto solo il 35% degli iscritti in media partecipa agli esami finali, con una rappresentanza femminile veramente irrisoria. E questo nonostante i quarantasei centri di cultura per l’educazione permanente sparsi in tutta la Penisola e considerati addirittura dall’UNESCO un riferimento valido da esportare in altri parti del mondo.

Se parliamo della scarsa competenza culturale di chi non va oltre il saper leggere e scrivere o di analfabetismo di ritorno, che è il lento e inesorabile scadimento della capacità di scrivere o leggere per mancanza di esercizio delle nozioni ricevute a scuola, secondo il CENSIS riguarda addirittura il 32% degli italiani.

Quando ho iniziato a interrogarmi su un aspetto che credevo sinceramente relegato al passato, risolto, archiviato ho dovuto ricredermi: scoprendo con stupore che gli analfabeti “puri” sono addirittura oltre due milioni e che i due terzi di essi hanno tra i 45 e i 65 anni. Non mi ha stupito purtroppo, invece, constatare che la gran parte di essi abitino al Sud o nelle isole, perché troppo pochi e troppo discontinui sono stati gli sforzi fatti dai diversi Governi per migliorare le condizioni di vita e le prospettive di lavoro di quella parte del nostro Paese in oltre un secolo di storia.
Il volontariato cattolico

Dove lo Stato non riesce ad arrivare, arriva talvolta, per fortuna, la volontà dei singoli individui che, riuniti in associazioni di volontariato, aiutano le persone in difficoltà animati solo da uno spirito di fratellanza. Si tratta soprattutto di volontariato di matrice cattolica, radicato e diffuso sul territorio nazionale, che costituisce una delle pagine più belle della presenza di questa religione nella vita delle piccole e grandi comunità italiane.

E’ il caso dell’Associazione Il Ponte di Taranto, che si impegna a contrastare l’emarginazione sociale che può scaturire dalla povertà, dall’analfabetismo, dal disordine familiare, dalle tossicodipendenze, dalla devianza giovanile. E’’ il caso delle tante e antiche associazioni presenti a Genova, come la Veneranda Compagnia di Misericordia nata nella seconda metà del XV secolo e che opera nel campo dell’assistenza ai detenuti ed alle loro famiglie da più di 500 anni e si impegna a recuperare alla vita civile chi esce dal carcere, creando laboratori di avviamento alle professioni artigiane; è il caso della fondazione Auxilium, nata in quella città nel 1931, su impulso di un giovane sacerdote: don Siri, futuro cardinale e che volle essere la risposta ecclesiastica all’emergenza creata su scala mondiale dalla Grande Depressione del 1929 e che ha esteso la sua attività nell’immediato dopoguerra ai profughi, prigionieri rimpatriati, emigranti italiani e stranieri e poi a tante altre parti dell’emarginazione sociale. E l’elenco potrebbe continuare a comprenderne molte altre, fra le quali sicuramente il gruppo Exodus, nato all’inizio degli anni ’80 per iniziativa di don Antonio Mazzi in un parco della periferia di Milano, il Parco Lambro, per risistemarlo e liberarlo dalla delinquenza e dal traffico della droga insieme ai tossicodipendenti, alle forze dell’ordine ed ai cittadini, gruppo che estende progressivamente il suo lavoro a Verona, Vicenza, Bormio e Iglesias con progetti di prevenzione per adolescenti e formazione per genitori, in rapporto stretto con le scuole presenti sul territorio e oggi sotto forma di Fondazione Exodus risponde a molte delle sollecitazioni continue che arrivano dalla società.

In questa sede vorrei, però, soffermarmi soprattutto sulla lotta all’analfabetismo portata avanti con tenacia da anni dalla Società San Vincenzo de Paoli.

I Gruppi di Volontariato Vincenziano derivano il loro impegno secolare a sostegno delle famiglie povere, dalle Compagnie della Carità e dalle Figlie della Carità fondate in Francia da San Vincenzo De Paoli nel diciassettesimo secolo ed è attiva oggi in tanti settori: dal carcere ai senza tetto alle emergenze naturali, dai progetti di gemellaggio con altri Paesi alle adozioni a distanza all’aiuto ai ragazzi di strada, solo per citarne alcuni.

Con la Campagna nazionale “Fatemi studiare, conviene a tutti” la Società San Vincenzo de Paoli promuove l’alfabetizzazione come spinta positiva al cambiamento della società e conduce ogni anno una lotta alla piaga dell’analfabetismo in Italia che merita, credo, la stima di tutti noi. Con la sua opera di sensibilizzazione importante promuove l’istruzione come rimedio all’emarginazione sociale, all’esclusione dal tessuto lavorativo e al dilagare della delinquenza. Con una pratica fatta di esempi concreti, positivi e calati nel quotidiano che si traduce nell’insegnamento a tanti ragazzi e ragazze delle esperienze di alfabetizzazione e reinserimento sociale riuscitie e si sintetizza nella frase “se è vero che è per la povertà che non si va a scuola, è altrettanto vero che non andare a scuola porta alla povertà”.

Il volontariato non basta, certo, ma è importante che ci sia: accanto allo Stato e in aiuto alla politica.

La responsabilità della politica

Fare politica oggi significa necessariamente voler risolvere davvero i problemi reali del Paese per dare un futuro alla gente, lavorando con serietà e senso di responsabilità oppure è prendere in giro chi lavora e va al voto ogni anno.

Prima della ricerca del voto, del consenso e del ruolo personale in questo o quel Partito deve esserci secondo me la coscienza della singola persona che vuole capire le difficoltà della vita degli altri e si fa carico di trovarvi una soluzione. Ossia un atteggiamento molto simile a quello del volontario che mette a disposizione il suo tempo per gli altri. Senza persone in grado di fare questo la politica non può crescere, non elabora progetti validi non si rende utile al cambiamento positivo della società.

La crisi economica ci ha messo tutti un po’ sullo stesso piano ed oggi più di ieri i problemi quotidiani più gravi sono sotto gli occhi di tutti.

Per questo, credo che una buona politica oggi dovrebbe dare loro una soluzione, lanciare una politica di sviluppo responsabile per il futuro del Paese e fare molta attenzione a non regredire nelle sacche di arretratezza che ci portiamo appresso da troppo tempo. Come le opere pubbliche da completare, le popolazioni colpite da eventi naturali e ancora in condizioni disagiate da sostenere, l’analfabetismo da eliminare, la disoccupazione da combattere e aggiungerei lo sviluppo economico di alcune aree del Paese da rilanciare o da potenziare, perché senza di esso i problemi che vediamo rimangono irrisolti.

Marco Zanier

Costituito il Comitato: Difendiamo Tor di Valle dal cemento!

Postato il

Locandina Tor di Valle 2 001

 

Si è costituito a Decima il Comitato: “ Difendiamo Tor di Valle dal cemento”, con lo scopo dichiarato di impedire  che con il pretesto di realizzazione  dello Stadio si faccia  lo scempio di  colate di cemento nell’area di Tor di Valle.
Il Comitato è composto da cittadini del quartiere e comitati territoriali ed  è aperto a  persone fisiche o soggetti plurali organizzati, che ne condividano le finalità ed abbiano  a cuore la sorte del territorio.
Il primo atto, a cui seguiranno altre iniziative,   è quello di lanciare un appello  contro lo sciagurato progetto che prevede un milione di metri cubi di cemento (un nuovo  Centro commerciale, un nuovo Centro Direzionale e tre grattacieli) nell’area dell’ex ippodromo: Chiederemo che l’appello sia sottoscritto dal  mondo dell’associazionismo, da urbanisti, da  esperti nel settore, dai cittadini.
Il Comitato si riunisce ogni mercoledì alle ore 18 ed è ovviamente aperto a chiunque ne voglia far parte.
Per contatti:
   Maurizio Messina                               Massimo Sabbatini                            Bruno Ceccarelli
 maurizio.messina@libero.it               massisabba@gmail.com                       bru.ce@alice.it