Mese: ottobre 2014

Il caos globale non è una riproposizione ideologica, di S. Valentini

Postato il

sandro-valentini

Ha affermato Cuperlo in una intervista: “Io non so che farmene di una sinistra rivolta al passato. Non leggo Marx, anche se lo trovo molto più attuale di Davide Serra, ma Piketty. La diseguaglianza è la radice di questa crisi”. L’economista americano Thomas Piketty ha scritto un libro di un migliaio di pagine costellate da formule e tabelle. È divenuto un vero e proprio best seller: “Il Capitale nel XXI secolo”. Mezzo milione di copie vendute negli Stati Uniti, 200 mila in Francia e già quasi 40 mila in Italia in due mesi. Sono numeri da capogiro per un libro che non è un romanzo né un saggio di divulgazione, ma un testo universitario molto noioso su una materia ostica, cioè l’economia politica. Forse le motivazioni di tanto successo sono nel messaggio che egli invia ai governanti dei paesi occidentali, messaggio ripreso dal passaparola e dalle numerose recensioni sul libro, non solo su riviste specializzate ma anche sulla grande stampa, per cui una intellettualità di sinistra ha creduto bene di acquistarlo, di doverlo avere nella propria biblioteca privata, anche se saranno poi in pochi, solo gli addetti ai lavori, a leggerlo. Mi pare che anche Cuperlo con la sua affermazione non sfugga all’obbligo di esprimere la sua testimonianza di un modo di sentire di una certa sinistra.

Ma cosa dice Piketty di tanto importante? Che nel mondo la distribuzione delle ricchezze è intollerabile, che senza un intervento equilibrato della politica (una diversa e più equa distribuzione della ricchezza) il divario può solo peggiorare. Che vi è oggi un immenso potere del capitale finanziario (centralizzazione e concentrazione del capitale) in poche mani, per cui la democrazia con i suoi valori meritocratici e di solidarietà diventa un paravento per pochi e una illusione per molti; le conseguenze quindi saranno drammatiche per l’intera umanità. Nessuno mi chieda cosa c’è di nuovo rispetto alle analisi di Marx e di Lenin. Forse il successo di Piketty è dovuto a una conclusione non “ideologica” ma basata scientificamente su dati. Diviene così facile applaudirlo senza trarre dalla sua analisi le conclusioni politiche che non possono prescindere dalla lezione della storia. Forse anche per questo Cuperlo è stato preso “a pesci in faccia da Renzi”: avrebbe fatto bene oltre ad acquistare “Il Capitale nel XXI secolo” a rivolgere lo sguardo anche al passato della sinistra per comprendere il presente.

Il Vice ministro del commercio della Cina Zhang Xiangchen ha dichiarato al “Finanlcial Times”: La Cina è un paese che esporta capitali e adesso è pronta a diventare un esportatore netto”. In altre parole molto presto Pechino investirà all’estero più di quanto l’estero investa in questo paese. Già nel 2014 c’è un balzo del 21,6% degli investimenti cinesi diretti all’estero, cioè oltre 75 miliardi di dollari solo nei primi nove mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il sorpasso è solo una questione di tempo, se non succede per la fine del 2014 sicuramente verrà nel 2015.
Mentre l’economia cinese va e conquista nuove quote di mercato in Occidente il giurista statunitense Joseph H.H. Weiler lancia un grido di allarme e di dolore con un intervento emblematico sulla rivista “Il Mulino”. Il punto di partenza dell’analisi di Weiler è la perdita di peso politico degli Stati Uniti, non più garante di stabilità, con tutti i mezzi possibili, sia pacifici che bellicosi, che aveva reso il mondo – secondo lui – un posto più sicuro. Siamo ora in presenza di un “declino dell’autorevolezza globale americana” che rischia di rendere il mondo ingovernabile. Vi è inoltre il rischio concreto che oggettivamente la situazione sia spinta troppo oltre per mettere ancora più in difficoltà gli Stati Uniti. Gli esiti di tale eventualità sarebbero di portata incalcolabile per l’umanità.

In questo drammatico scenario ci sarebbe bisogno di una Europa, sostiene Weiler, che si assuma responsabilità globali. Ma all’orizzonte non vi è nessuna possibilità che tutto ciò possa accadere, in particolare nel campo della difesa. “Siamo nella situazione paradossale – osserva – in cui militarmente l’Europa intera è più piccola della somma delle sue parti” Solo paesi come la Francia e l’Inghilterra prendono a volte delle iniziative politiche-militari che l’Unione in quanto tale non sarebbe mai in grado di assumere con la medesima risolutezza e solo la Germania smilitarizzata è capace di dettare l’agenda delle scelte economiche. Un’Europa dunque che non va oltre all’unificazione monetaria in cui vi è un crescente scontento, evidenzia Weiler, delle sue popolazioni verso le istituzioni comunitarie, come testimoniato dai risultati delle recenti elezioni del Parlamento, un’Assemblea elettiva i cui poteri sono pressoché inesistenti. La situazione internazionale è resa ancora più drammatica dal “dualismo Nord/Sud che mai si era visto con tinte tanto fosche” Un accentuarsi delle contraddizioni e di segnali poco rassicuranti per l’Occidente e in simili circostanze, conclude Weiler, “l’immobilismo rischia di essere un lusso non più sostenibile”.

Soprattutto in Medio Oriente l’immobilismo non è più sostenibile. In particolare nella città curda di Kobane. I fautori dell’ingresso della Turchia nell’Unione Europea stanno uscendo da questa drammatica vicenda con le ossa rotte. Il governo autocrate di Erdogan , che professa un islamismo militante, sta cercando di trarre il massimo profitto dal caos nel quale è caduto tutto il Medio Oriente, in primo luogo per responsabilità statunitense e delle ex potenze coloniali europee.

La “Nuova Turchia” era stata accreditata dagli Usa e da molti paesi europei come una potenza stabilizzatrice. Membro della Nato, alleata al tempo stesso di Israele, dell’Iran e dell’Egitto, era considerata un punto di riferimento strategico. Ma gradualmente ha modificato le sue alleanze: ha rotto con Israele, sostiene i “Fratelli musulmani” e pur dichiarandosi nemica dell’Isis si guarda bene dall’intervenire militarmente, anzi lascia passare i jihadisti europei che vanno a unirsi con questo gruppo terroristico che assedia Kobane. Insomma la Turchia di Erdogan è ormai sempre più coinvolta nei conflitti in corso in Medio Oriente. Due sono i suoi principali obiettivi: far cadere Assad in Siria e impedire che il popolo curdo, oggi disperso in quattro Stati, Iraq, Iran, Siria, Turchia, possa unirsi e formare una propria nazione indipendente. È evidente che gli Stati Uniti debbano tenere nella dovuta considerazione le mire sub-imperialistiche dei turchi. La Siria è da sempre ritenuta dalla Casa Bianca uno “Stato canaglia”, i curdi dei pericolosi terroristi e per di più comunisti o simili. Allora si grida “al lupo!”, contro il fanatismo islamico, il califfato, i jihadisti che minacciano i valori liberali della civiltà occidentale, ma avere buone relazioni con Israele, la Turchia, l’Arabia Saudita e l’Egitto dei militari è molto più importante al fine strategico che soffocare il califfato e chissenefrega se due popoli vengono martoriati, quello curdo e quello palestinese, e se l’Iraq è stato ridotto, con l’occupazione militare, a protettorato.

Dopo l’attacco terroristico al Parlamento di Ottawa si è scoperto che sono almeno 130 i canadesi convertiti all’Islam partiti per i diversi fronti della jihad. Altro che superiorità del modello liberale occidentale e della sua capacità di attrazione! È un fenomeno in crescita in tutto l’Occidente e non riguarda più solo giovani islamici immigrati in questa parte del mondo. Ma soprattutto si scopre che l’attacco terroristico isolato è il meno rassicurante, è il peggiore perché la frammentazione delle organizzazioni terroristiche, la moltiplicazione delle centrali del fanatismo, rendono impossibile proteggere tutti i potenziali bersagli da potenziali attacchi terroristici. In altre parole la tanto decantata vittoria su Al Qaeda, una organizzazione
pericolosissima ma con un programma decifrabile, ha prodotto uno scenario ancora più inquietante del dopo11 settembre: oggi bisogna prendere atto che i bersagli possono essere una infinità, non più solo i simboli del potere. Viene in mente la perniciosa propaganda che ha portato l’Occidente a intervenire militarmente in Afghanistan. Ecco i risultati! Dalle schegge di Al Qaeda è nato un terrorismo diffuso che ha avuto come detonatore la guerra civile siriana alimentata irresponsabilmente proprio dagli americani e da alcuni loro alleati europei per far cadere Assad; fare cioè in Siria quello che francesi e inglesi con l’aiuto di un’Italia senza spina dorsale, hanno fatto in Libia. Ora si piange ipocritamente sul “latte versato”. Molti ora chiedono misure più aspre di polizia!

L’Occidente sostiene di sostenere anche un’altra battaglia contro una minaccia non meno pericolosa del terrorismo: la lotta all’Ebola. Più di 4.000 sono le persone finora morte in Africa Occidentale. L’Onu ha giustamente suonato l’allarme internazionale per contrastare il morbo, ma finora il paese che più si è mosso – e nessuno media nel libero Occidente lo dice – e nonostante che è sottoposto all’embargo Usa, è Cuba. Gli altri parlano molto ma sono restii a far seguire i fatti agli allarmi. Cuba ha inviato in Sierra Leone un contingente di 165 persone fra medici, infermieri, biologi e assistenti sociali. E entro l’anno giungerà un secondo contingente formato da altri 294 operatori. Non solo. Nei giorni scorsi si è tenuto all’Avana un vertice speciale dei paesi del Sud e del Centro America per coordinare la cooperazione contro l’epidemia dell’Ebola e porre in atto misure preventive e rispondere con una politica comune di aiuti all’Africa. L’iniziativa cubana è stata così tempestiva che con una dichiarazione piuttosto inusuale il Segretario di Stato Usa, John Kerry, ha dovuto riconoscere il ruolo di avanguardia di Cuba. Infatti, rivolgendosi al corpo diplomatico straniero di Washington ha detto: “Cuba è un paese appena di 11 milioni di abitanti ma ha inviato in Africa 165 operatori della salute e prevede di inviarne altri 300”. Mi pare però più significativo il commento di Fidel Castro: “È giunta l’ora del dovere” e dell’impegno e ha ricordato che con questo vertice latinoamericano “inviamo un messaggio di speranza e di lotta agli altri paesi del mondo”. Una bella lezione di solidarietà concreta di un paese che non naviga certamente in una economia rigogliosa.

L’Ebola è un morbo che riflette pienamente il nostro tempo, il XXI secolo. È un virus micidiale che innalza una barriera tra medico e malato, più della peste medioevale, più di altri morbi recenti, come l’Aids o la Sars. Nel caso dell’Ebola il medico deve assolutamente prendere le distanze e mantenerle dal paziente che diviene così da essere umano bisognoso di cure a soggetto infettante, un pericolo per l’intera comunità. L’Ebola rimette dunque in discussione tutti i protocolli di cura e di prevenzione arrivando a creare una distanza abissale tra malato e personale sanitario, al punto che si fa fatica a trovare medici che vogliano occuparsi di questo morbo. È troppo pericoloso. In un mondo dalle abnormi diseguaglianze, e l’Africa è all’apice di questa situazione, l’approccio all’Ebola non fa eccezione. Rassomiglia molto al trattamento degli antichi verso il lebbroso: veniva abbandonato e isolato dalla società. Spesso la nostra modernità non è tanto diversa dalle società degli antichi o la confondiamo con una economia dei consumi, per cui anche nei luoghi più selvaggi, abbandonati alla miseria dal mondo civile, vi è un’antenne satellitare per guardare la televisione bevendo una Coca-cola!

Un interessante articoletto uscito recentemente su “Il Corriere della Sera” ci spiega che “la Cina insegue lo Stato di diritto, ma comunista” (comunista ovviamente tra virgolette). Il Pcc, in un Plenum durato quattro giorni, fissa lo schema per uno Stato di diritto. Una svolta per riformare il sistema giudiziario del paese e sottrarre la giustizia ai potentati locali di partito e condurre in questo modo una più incisiva azione contro il diffondersi della corruzione. Il commento del giornalista è significativo: “Non è lo Stato di diritto occidentale, ma è sempre meglio che governare fuori dalla legge”. La cosiddetta grande stampa occidentale di “informazione” (ma sarebbe meglio dire di “orientamento”) non si smentisce mai. Più che mettere in evidenzia lo sforzo di un regime (socialista?) di garantire la legalità ricorda ad ogni piè sospinto che le misure del Plenum non “sono lo Stato di diritto dei sistemi democratici”, che resta l’ordinamento statuale migliore per l’intera umanità. Ennesima manipolazione ideologica dei mezzi d’informazione liberali; invece di fare le pulci ai cinesi con il loro “credo” si preoccupassero un po’ di più a garantire la legalità nel loro paese in base a quei principi in cui dicono di riconoscersi: per esempio, lotta efficace contro l’evasione fiscale e la pratica dilagante delle “mazzette” e delle raccomandazioni. A proposito, come mai Renzi non sproloquia sulla riforma della giustizia e sul conflitto d’interessi di Berlusconi per il duopolio televisivo ormai di fatto in vigore da anni in Italia?

Per restare su Renzi merita qualche riflessione il duro scontro che in questi giorni egli ha sostenuto con Barroso, il Presidente uscente della Commissione europea, sulla manovra finanziaria (legge di stabilità) del suo governo. Renzi ha reso pubblica una lettera “strettamente confidenziale” in cui Barroso rivolge delle severe critiche all’Italia e chiede chiarimenti in quanto con tale manovra si “devia” dalle regole stabilite dai Trattati dell’Unione Europea, sottoscritti anche dal nostro Paese. Renzi ha fatto bene a renderla pubblica anche perché la lettera è poca cosa rispetto a quella ben più drammatica – le uniche due che ci è dato di conoscere – spedita nel 2011 dalla Bce, che segnò l’inizio della fine di Berlusconi, che non a caso cercò di tenere riservata la missiva senza riuscirci – le talpe sono sempre in agguato – in cui si esprimevano delle dure critiche.

Una prima annotazione alla vicenda di allora e di adesso. Da questi atti si deduce, se non era ancora chiaro, che il Parlamento italiano conta ormai pochino e lo stesso governo, in base ai Trattati, ha dovuto trasferire una parte delle sue funzioni agli organismi esecutivi europei. Si dice, però c’è il Parlamento europeo, ma questa Assemblea a sovranità popolare, eletta con la proporzionale pura, conta meno dei Parlamenti nazionali, in sostanza niente (forse per questo è eletta con il sistema proporzionale dove però i deputati prendono un sacco di soldi, molti di più dei deputati e dei senatori). Allora chi comanda in Europa? Gli esecutivi, nominati dai governi nazionali e soprattutto le banche, per cui è sufficiente una presa di posizione netta della Bce per mettere in crisi un governo. Non male come “sistema democratico”, non male come massima espressione del “modello liberale”!

Ma dietro all’inizio di zuffa tra il governo italiano e Bruxelles (Barroso è rimasto fortemente irritato dall’iniziativa di Renzi di rendere pubblica la lettera) mentre Palazzo Chigi considera la missiva un bel ceffone di Barroso, cosa si nasconde? Tentativi di stabilire nuovi equilibri in Europa mettendo in discussione vecchi assi, in primo luogo quello tra Parigi e Berlino. È un primo riflesso dell’incrinatura tra Nord e Sud Europa, accentuatosi negli anni, vedere per esempio la Grecia. Una situazione che chiama in causa la Germania e la sua area d’influenza nel centro Europa (cioè quei paesi ormai suoi satelliti) con i paesi dell’area mediterranea che sono in grande difficoltà nell’accettare i vincoli dell’austerità. Renzi nell’aprire le ostilità ha scelto però la strada che lo ha contraddistinto nella politica interna: cavalcare forme di anti-politica. Annuncia la pubblicazione “di tutti i dati economici di quanto si spende in questi palazzi [dell’Unione Europea, n.d.a.] e sarà molto divertente”. L’indice accusatore di Renzi è quindi puntato sulla burocrazia europea e su chi butta i soldi e pare che prepari questa campagna proprio durante il semestre italiano di presidenza dell’Unione.

Ma non spende una parola per eliminare la norma del bilancio a pareggio inserita addirittura nella Carta Costituzionale da Berlusconi con l’avallo del Pd. Non introduce una riflessione critica della sua legge di stabilità, neppure all’indomani della straordinaria manifestazione di Roma del 25 ottobre della Cgil, determinando così una spaccatura verticale del Paese, tra quello dei “diritti e del lavoro” di Piazza San Giovanni di Roma e quello della “Leopolda”, cioè del “partito nazione”, delle banche e della finanza, degli imprenditori e di molti “intellettuali o altro” cortigiani di questo governo. Non so come andrà a finire questa sfida renziana in Europa. Mi pare però improbabile, senza una vera svolta nella politica economica che metta all’ordine del giorno misure efficaci per una più equa distribuzione della ricchezza e di interventi pubblici a favore dell’occupazione e dello sviluppo, che l’Italia possa riemergere più forte, ridimensionando la Germania. Più probabile che ne uscirà ulteriormente indebolita producendo, tra l’altro, nuovi guasti politici, in quanto avrà sostanzialmente fatto leva, nel braccio di ferro e nel corso del suo semestre, sul populismo e sulla demagogia solo per garantire a Renzi il potere (magari anche con una legge elettorale truffaldina, come quella che prevede un robusto premio alla lista di maggioranza relativa) mantenendo alle politiche quel 40% ottenuto alle europee. Il “guascone fiorentino” storicamente per alcuni aspetti rammenta il velleitario Crispi che volle portare l’Italia in una disastrosa avventura coloniale senza essere effettivamente, dal punto di vista economico e di conseguenza militare, una vera potenza coloniale. Così Renzi vorrebbe mettere all’angolo lo strapotere economico della Germania con una campagna contro la burocrazia europea. Ma l’Europa, quella che nel mondo ancora un po’ conta, non è l’Italia.

Si potrebbe a questo punto obiettare quale ragionamento unisce queste diverse riflessioni, tratte da alcune notizie dei giornali dell’ultima settimana, che pare siano messe un po’ alla rinfusa in questo intervento? Credo che un filo conduttore ci sia, anche se non sempre è esplicito. Quando si parla di: contraddizioni interimperialistiche e intercapitalistiche; del passaggio da un sistema mondiale bipolare (quello tra Usa e Urss) a un sistema multipolare dopo l’89; dell’inasprirsi delle contraddizioni tra un Occidente capitalistico opulento (economia dei consumi), ma in crisi e alcuni paesi del Sud del mondo emergenti di nuova industrializzazione (caratterizzati da una imponente crescita della classe operaia), Cina, India, Brasile, Sud Africa; dell’Europa che non è un soggetto politico unitario; della Russia di Putin che resta una grande potenza che non potrà mai per cause oggettive essere alleata ma in competizione con gli Usa; dell’esperienze progressiste e rivoluzionarie in corso in America Latina e dove Cuba continua, almeno nell’immediato, a svolgere una funzione positiva e in certe circostanze di riferimento; della questione islamica strettamente connessa alla questione palestinese e a quella curda, ma anche a una uscita di molti paesi mediorientali, legati oggi a filo doppio agli americani, dal militarismo (Egitto), da regimi feudali degli sceicchi (Arabia Saudita), dall’autocrazia (Turchia); quando si denuncia il caos globale generato dalla globalizzazione capitalistica, con le sue guerre dei mercati, le speculazioni finanziarie, i grandi disastri ambientali, i conflitti bellici per il controllo delle risorse strategiche, non si fa – ecco il punto – astrazione, dell’ideologia.

La lotta di classe c’è e mostra i suoi drammatici effetti sull’umanità. Il marxismo è tutt’altro un pensiero da consegnare agli storici, è attuale più che mai. Non tutto quel che è nuovo è nuovo e non tutto quel che è vecchio è vecchio. Una sinistra che non vuole restare subalterna alle manipolazioni ideologiche del liberalismo e delle sue dottrine economiche deve saper uscire da questi assiomi, riacquisendo una cultura critica ancor prima di una teoria della trasformazione e saper leggere le notizie, quelle che almeno riescono a passare al setaccio delle redazioni dei media cosiddetti d’informazione e dei centri di potere, con un occhio critico, non preoccupandosi d’essere un animale in estinzione, che è quello che vogliono farla apparire gli avversari, come i liberali, questi sì in profonda crisi di prospettive. Svolgere, insomma, una critica da militanti della sinistra, utilizzando le sue categorie d’interpretazione, sia pur innovandole e aggiornandole alla realtà del mondo contemporaneo, e non camuffandoci da liberaldemocratici un po’ più progressisti dei conservatori.

Sandro Valentini

Annunci

Cinecitta Manifestazione 28 ottobre

Postato il

IMG_4209 IMG_4683

I Lavoratori di Cinecittà tornano in piazza. Martedì 28 Ottobre ore 14.00 Via del Collegio Romano, sotto al MIBACT.
Per chi vuole aderire , abbiamo organizzato un pulman da via Lamaro alle ore 13.00

Il liberalismo è alla fine della sua storia, di S. Valentini

Postato il

sandro-valentini 2

Il premio Nobel per la lettura, il peruviani Mario Vargas, in una intervista su “Il Corriere della Sera”, fa il pelo e il contro pelo a Francis Fukuyama criticandolo da destra. Non condivide infatti l’idea del politologo statunitense che la democrazia sia in affanno, addirittura in crisi, e che i modelli autoritari, come quello cinese, possano essere attraenti perché efficienti. Quella di Fukuyama, sostiene, “è una visione molto pessimistica. La democrazia ha problemi seri ma ho l’impressione che sia il totalitarismo a retrocedere”. A sostegno di questa sua tesi cita la situazione determinatasi a Hong Kong come dimostrazione del fatto “che lo sviluppo economico in ultima istanza è incompatibile con il totalitarismo, l’apertura economica prima o poi esige un’apertura politica”. Insomma, la nuova classe dirigente costringerà Pechino alla riforma democratica e nel resto del mondo la situazione non è diversa, il totalitarismo non avanza. “Abbiamo battuto il comunismo, ora dobbiamo affrontare il fanatismo religioso” islamico.

Dopo di che snocciola una serie di esempi contro il Brasile di Lula e di Dilma Rouseff, il Venezuela e Cuba (dimenticandosi a proposito di rammentare l’ignobile embargo Usa che orma perdura da metà secolo) e la Russia di Putin per dimostrare che sono paesi drammaticamente in crisi e che molto presto avranno governi democratici. Si spinge fino a criticare Obama per aver ritirato troppo presto le truppe americane dell’Iraq e di non aver sostenuto sin dall’inizio le forze democratiche in Siria che puntavano alla caduta di Assad. Nel condurre la sua “lezione” sulla superiorità del modello liberale occidentale Vargas si guarda bene però dal valutare il caos che l’Occidente ha creato in Libia, o dal denunciare il mancato sostegno alla primavera egiziana degli occidentali preferendo la normalizzazione dei militari, o dal spendere qualche critica per Israele e la Turchia, o dal bollare come paesi feudali quelli sauditi, o dal fare un bilancio del disastro americano in Afghanistan dopo il loro intervento militare, solo per ricordare qualche avvenimento.

La polemica con Vargas è fin troppo facile, quindi non mi dilungo oltre su questo aspetto. Quello che è interessante notare e che un intellettuale sud americano come lui si ponga il problema di replicare a un politologo come Fukuyama per rivendicare la giustezza della tesi sulla fine della storia con la sconfitta e il crollo dell’Urss che aveva portato 25 anni fa il politologo alla celebrità mondiale. Vargas rinfaccia Fukuyama appunto questa rivisitazione della sua tesi alla luce della nuova situazione internazionale. Uno scrittore, tra l’altro un premio Nobel, dunque che rimprovera, come se fosse un politico navigato, un illustre politologo di svolgere analisi eccessive sulle prospettive, troppo pessimiste, condizionate da una congiuntura internazionale del tutta transitoria. Tutto ciò non stupisce più di tanto. Il confronto tra lo scrittore sud americano e il politologo statunitense ci parlano infatti di due stati d’animo differenti tra i liberali, due stati d’animo che interpretano, a modo degli intellettuali, posizioni politiche chiare ma contrastanti, che vale la pena approfondire.

Si parte dal fondamentalismo islamico che indubbiamente rappresenta per l’Occidente, per l’Europa in particolare, un grave pericolo per la sicurezza. Il fronte di guerra contro il Califfato è ormai aperto. Ciò che sarebbero in ballo sono la “cultura libera e i valori dell’Occidente”, ma nessuno sa in Occidente, né Obama né le grandi capitali europee, come tenere il fronte e fare la guerra, portando nella regione truppe e mezzi e non limitandosi ai bombardamenti, del tutto inefficaci. Già questa è una contraddizione non di poco conto. Da una parte si mette l’accento sulla pericolosità del Califfato e su un Occidente assediato dall’azione congiunta tra il nuovo Stato islamico e Al Qaeda, in nome della jihad, ma nonostante tanta enfasi (probabilmente solo in parte giustificata) si tarda a predisporre un piano di guerra, cioè di dare forza politica e militare al fronte, con la sola Turchia che gongola per il genocidio dei curdi, una popolazione da sempre perseguitata dal governo di Ankara. Non sono in grado gli europei di predisporre un piano di guerra, basta guardare ai disastri che hanno combinato in Libia se lasciati soli. Non lo vuole fare la Casa Bianca, che non vorrebbe impegnarsi in una nuovo guerra in Medio Oriente dopo aver ritirato le truppe dall’Iraq e aver assunto una posizione distaccata sul “caso” libico e su una guerra voluta e cercata dagli anglo-francesi e con l’Italia che è seguita a ruota in modo del tutto subalterno, per responsabilità precise del centro-sinistra.

Da questa dura contraddizione “una parte del mondo libero” trae la conclusione che con Obama il prestigio e l’influenza degli Stati Uniti sia caduta molto in basso. Si rammentano con nostalgia, sia di qua che al di là dell’Atlantico, i Bush che scaricavano bombe e facevano sbarcare truppe nel Golfo Persico, o Kennedy che decise di impegnarsi militarmente nel Vietnam e di innalzare un cordone sanitario contro Cuba. Il problema è che l’Europa come entità politica, diplomatica, economica e militare non esiste, e alla faccia del tanto decantato europeismo, c’è chi politicamente spinge per riproporre e rinsaldare una stretta alleanza atlantica, ovviamente coordinata e diretta dagli Usa per affrontare il pericolo incombente dell’islamismo fondamentalista. Pertanto si abbandona ogni velleitaria prospettiva di autonomia europea per una rinnovata leadership americana, per un ritorno all’anomalia “felice” del periodo post-bellico. Allora il problema non è di costruire l’Europa, ma auspicare che il prossimo Presidente degli Stati Uniti abbia la capacità di rovesciare la politica di Obama.

Ma non tutti i liberali ragionano così, con l’ottimismo integralista di Vargas. C’è anche chi crede – e non sono pochi – che il modello liberale per affermarsi come modello universale ha bisogno proprio dell’Europa, anche perché i rapporti tra Usa e Germania, locomotore del capitalismo europeo, non sono idillici. Se il modello liberale europeo non è in grado di garantire la sicurezza dell’Unione, la cultura e i valori di cui il vecchio continente è portatore, non è neppure immaginabile che il sistema delle istituzione liberali possa divenire un modello di riferimento per la gran parte dell’umanità. Da qui l’attuale pessimismo, considerato eccessivo, di Fukuyama. Si badi che questa discussione, almeno in Europa, non è tra destra liberale-moderata e sinistra liberaldemocratica, ma è trasversale, poiché l’indirizzo di fondo è determinato da interessi economici reali, da rapporti di forza capitalistici che spesso vanno ben oltre all’attuali forme statuali, per cui l’economia di importanti regioni d’Italia, come la Lombardia o l’Emilia Romagna sono integrate più con l’economia bavarese che con quello del centro-sud del Paese, come ormai nell’Europa centrale si è consolidata un’area economica integrata che va ben oltre i confini della Germania; infatti coinvolge Stati e regioni, soprattutto del vecchio blocco del patto di Varsavia e della ex Jugoslavia. D’altronde, ciò che sta avvenendo in Ucraina rientra a pieno titolo in questo processo espansionistico e imperialista del capitalismo tedesco.

Tralascio per brevità di elencare gli errori e i disastri compiuti da Stati Uniti da soli o con il sostegno attivo degli europei in Medio Oriente e più complessivamente nel mondo arabo o con i paesi islamici. Il fondamentalismo islamico è anche una brutale reazione a queste politiche insensate, nel non aver risolto, per esempio, ma anzi trascinato a favore di Israele la risoluzione della questione palestinese. Si grida oggi istericamente contro il pericolo islamico, si esprime giustamente lo sdegno e la condanna contro i tagliagole e i tagliateste, ma nessun esponente di questo mondo liberale, che dice di voler rispettare la legalità democratica, prova a compiere un serio bilancio degli errori e delle gravi responsabilità dell’Occidente in questa parte del mondo, dalla fine della guerra (la prima, si badi bene) a oggi. Nessuno riconosce la rapina perpetuata per anni dal capitalismo sulla maggiore risorsa strategica del mondo arabo: il petrolio. Pochi ricordano che uno dei primi misteri della Repubblica italiana si perde nella notte dei tempi con la scoppio in volo dell’aero che portava Mattei, il quale stava realizzando, tramite l’Eni, una politica di apertura verso il mondo arabo, ma era una politica che occorreva quanto prima stroncare.

Mi interessa invece porre qualche domanda ai liberali, sia a quelli ottimisti sia a quelli pessimisti, sia a quelli di destra che di sinistra. Siete veramente certi che dopo aver sconfitto l’Urss e il campo socialista avete spento quel fuoco che alimenta la speranza di un nuovo ordine mondiale che superi il sistema capitalistico? Cioè che oltre al liberalismo non sia possibile andare? Che dall’attuale caos mondiale, politico, economico e sociale, prodotto dalla globalizzazione capitalista si possa uscire con la ricetta del libero mercato in grado di autoregolamentarsi e di attenuare così ingiustizie e disuguaglianze abnormi?

I liberali sono convinti che il legame sociale assicurato dalla società borghese sia superiore da quello dei regimi autoritari, sia di destra che di sinistra. In altri termini sia del fascismo che del comunismo, entrambi usciti storicamente sconfitti dal confronto con il sistema democratico. Credo che non sia proprio così. Intanto perché vi è un aspetto ideologico dominante su tutto il resto dietro il concetto di democrazia. Democrazia non era una parola molto usata dai rivoluzionari borghesi di ieri e i liberali di oggi fanno finta di scordarlo. Quegli uomini dicevano più volentieri “uguaglianza”, “libertà”,” repubblica”, “patria”, e se i governi non contenevano questi aspetti erano governi “tirannidi” e il termine “dittatura” era usato come sinonimo proprio per denunciare le tirannia senza coglierne le differenze del significato storico. Pochi ricordano (anche qui, chissà se è solo un problema di memoria storica) che la parola democrazia non figura né nella Costituzione americana né in quelle via via adottate dalla Prima Repubblica francese. In Italia, un grande liberale come Benedetto Croce, manteneva le distanze dal concetto di democrazia e Pericle, che avrebbe retto Atene con la democrazia, prendeva invece le distanze da essa sapendo che non era gradita alla parte popolare che preferiva appunto riconoscersi in un sistema politico basato sul concetto di popolo, giudicando invece liberticida la democrazia. Nelle opere di Platone e Aristotele la democrazia è un bersaglio polemico costante e non sarà un caso che non esistano testi di autori ateniesi, la patria dove sarebbe nata la democrazia, che inneggiano ad essa.

Succede poi, proprio quando si ragiona in termini ideologici e in questo i liberali sono dei maestri più dei comunisti (altro che morte dell’ideologia!), che nella Costituzione europea si è voluto imprimere il marchio greco-classico con una citazione tratta dall’epitaffio che Tucidide attribuisce a Pericle. “La costituzione è chiamata democratica perché il potere è nelle mani non di una minoranza ma del popolo intero”. Ma per Pericle, principe della Polis con un potere personale molto forte sia pur accettato e riconosciuto ma che finirà con lo snaturare gli equilibri dei poteri, la democrazia era solo un “criterio” per prendere le decisioni a maggioranza, la sua maggioranza. Il costituente europeo, non sapendo dove sbattere la testa, ha volto lo sguardo all’antica Grecia per legittimare storicamente la parola democrazia, facendo però ricorso a un falso. Una furba operazione culturale prima ancora che politica ispirata a quell’idea di nozione di Europa che le classi colte hanno avuto per molto tempo dell’Europa stessa, credendo che fosse stata proposta dagli stessi greci fin dall’antichità. Dori e le loro città uguale Europa, cioè libertà, democrazia e poi successivamente per molti anche cristianesimo; Persia uguale Asia, cioè schiavitù e poi Islam. Oplà, il gioco è fatto! I valori dell’Occidente, di cui il modello liberale è l’ultimo prodotto politico (fascismo e comunismo sono considerati un incidente storico risolto) sono salvaguardati e per sempre fissati, anzi superiori, poiché portatori di democrazia, a quelli dell’Oriente, costantemente turbativi dell’ordine mondiale. Nessuno però si pone la banale domanda: un sistema democratico nella storia dell’umanità è mai esistito?

Aveva ragione l’anziano Engels o Lukàcs a sostenere che in ultima istanza il socialismo è la democratizzazione piena della società. Ma torniamo a Vargas e alla sua analisi sulla Cina non del tutto peregrina. Ha più di una ragione a sostenere che mutando l’economia e l’asse del suo sviluppo si pone inevitabilmente anche la necessità di una mutazione del quadro politico. Vargas forse non lo sa, ma questo è Marx, o meglio è una interpretazione marxista di una determinata società. La questione dunque non sta nel riconoscere le grandi trasformazioni in corso in Cina. Sono sotto gli occhi di tutti, come si potrebbe negarle? La domanda vera da farsi, e fare soprattutto al gruppo dirigente del Pcc, è dove va la Cina? La risposta non può essere ideologica. Hanno torto tutti coloro che credono che in quel paese sia in atto un processo che lo porta a fuoriuscire inevitabilmente dal socialismo, ma anche quelli come Vargas che credono che la soluzione sia quella di far sventolare sulla Piazza Rossa la bandiera del liberalismo. Ed è appunto sulla soluzione che indica che Vargas sbaglia concettualmente e direi anche grossolanamente.

Non so dove porterà l’esperimento cinese e soprattutto se riuscirà a realizzare forme più avanzate di relazioni economiche e sociali. Ma una cosa è certa: il modello socialista basato sulla statalizzazione dei mezzi di produzione non regge il confronto con la globalizzazione, da qui per i cinesi la necessità di cambiare, ma la stabilità e il progresso sociale di un Paese con oltre un miliardo e quattrocento milioni di persone e che viene da una storia di sottosviluppo non si risolve instaurandovi un modello liberale. Di ciò non è cosciente un intellettuale integralista come Vargas troppo intriso di ideologia liberale, ma molti politici occidentali, un po’ più pragmatici e meno ideologici di lui, sanno bene che la questione della stabilità politica ed economica della Cina è una questione di importanza strategica per tutti, anzi è una questione vitale per il mondo intero. Si immagini un crollo del regime e il conseguente esodo di cento o duecento milioni di cinesi verso l’Occidente per cercare fortuna se tale regime dovesse essere sostituito dall’idea del libero mercato. Sarebbe un flusso emigratorio drammatico, destabilizzante, pericoloso che aumenterebbe vorticosamente le tensioni sociali su scala planetaria. Quindi non solo i “comunisti” ma anche i liberali avveduti devono scommettere sul buon esito dell’esperimento cinese, che rassomiglierà, se sarà positivo, molto poco al “socialismo realizzato” che abbiamo finora conosciuto, ma anche al modello liberale. Sarà, con molta probabilità, un sistema inedito nella storia dell’umanità. E ci penseranno i posteri storicamente a definirlo. Di ciò ha piena coscienza il gruppo dirigente del Pcc, dove per altro è in atto un feroce scontro politico e di classe, in cui diverse opzioni ormai da anni si fronteggiano.

Ragionamenti simili si potrebbero fare anche per il mondo arabo e i paesi dell’Islam. Non mi pare che il liberalismo sia un pensiero esportabile in queste nazioni dove è più facile che si affermino orientamenti socialisti, come in una serie di circostanze è avvenuto nel passato. A me pare che solo la Russia sia il paese che possa, più di altri, avvicinarsi a un modello istituzione liberale-democratico dell’Occidente. Ma la Russia controlla una vastissima aerea considerata strategica per l’umanità, cioè la Siberia, che ovviamente intende continuare a controllare anche in futuro, prescindendo dal regime interno, più o meno liberale, più o meno oligarchico o totalitario. Per questa semplice ragione oggettivamente la Russia non può divenire amica o alleata con l’imperialismo americano, che rappresenta la principale minaccia (in quanto è anche una grande potenza militare) alle sue immense riserve strategiche. Per avviare un processo di trasformazione del sistema politico russo occorre un’altra Unione Europea; una Unione radicalmente rifondata, che assuma, nell’imbrigliare l’imperialismo tedesco, un ruolo totalmente autonomo dagli Usa e nel contempo conduca una politica di dialogo e di apertura con il mondo arabo. Una Unione che si muova nella costruzione, su basi federali, degli Stati Uniti d’Europa, dall’Atlantico agli Urali. È questa l’unica strada praticabile affinché si possa sensibilmente spostare l’asse strategico russo da Oriente a Occidente. Ma da questa proposta oggi siamo lontani anni luce, neppure viene prospettata come labile orizzonte, come remoto futuro.

Non siamo quindi alla fine della storia, tutt’altro! Caso mai si potrebbe sostenere che è il liberalismo alla fine della sua storia! Del resto, la fragilità del modello politico liberale e neoliberista nella dottrina economica è sotto gli occhi di tutti. Il socialismo reale come l’Islam non sono delle alternative, ma anche le opulente società borghesi liberali dell’Occidente sono in profonda crisi, non sono un modello da perseguire. Occorre costruire un’alternativa razionale al caos mondiale prodotto dalla globalizzazione capitalistica e dalle sue enormi contraddizioni. E occorre iniziare sviluppando una visione politica ed economica alternativa a tale modello, innanzitutto con una critica di massa all’ideologia di cui è portatore, una ideologia che si spaccia come democratica quando non è altro che un sistema che lascia libertà a una esigua minoranza della popolazione mondiale di sommare i propri egoismi, sia pur tra enormi contraddizioni e tensioni.

Sono necessarie su scala globale (la questione di una riorganizzazione internazionale della sinistra nei prossimi anni non sarà più rinviabile) lotte politiche accompagnate da misure che riconsiderino i meccanismi della crescita economica in grado di ristabilire la centralità del sistema produttivo, il ruolo strumentale del settore finanziario e la sempre più stretta interdipendenza tra qualità e quantità della crescita e tra la distribuzione del reddito e gli equilibri sociali. In altre parole, la natura e le cause della crisi dovrebbero suggerire la necessità di riequilibrare i rapporti Stato-mercato con la ricostruzione di un “nuovo welfare”, in modo – come ha insegnato Keynes – che un più efficace ruolo del primo possa sopperire ai limiti del secondo, in particolare alla sua instabilità.

Una nuova politica sociale basata su scelte economiche classiche, cioè che considerano, come Ricardo e Marx e lo stesso Keynes, il capitalismo non come economia naturale, cioè un sistema per tutti i tempi, cioè una forma naturale eterna, appunto di fine della storia. Solo se la sinistra riuscirà a determinare questa rottura con il pensiero economico neoclassico potrà tornare a interrogarsi sul destino dell’umanità e avanzare soluzioni per correggere gli squilibri drammatici della globalizzazione. Con buona pace di Vargas e di Fukuyama l’esperienza storica della grande depressione del ‘29 insegna che da una crisi strutturale del capitalismo si può uscire con il New Deal, ma anche con i fascismi. Altro allora che insostituibilità del modello liberale!

Sembrerà paradossale, ma la sinistra, nonostante che ancora si stia leccando le sue molte ferite, ha oggi un vantaggio proprio perché è la meno influenzata dalle ideologie dominanti: può proporre una politica impostata su misure legate a un’idea di sviluppo economico basato su valori progressisti e su un’altra idea di un mondo possibile. Riflettere e proporre insomma un diverso sviluppo che potrebbe condurre a un “nuovo ordine mondiale”, con la consapevolezza che gli sviluppi possibili sono multiformi in quanto differenti tipi di ordine mondiale sono possibili se la sinistra non assolverà al suo ruolo. La lotta pertanto è in primo luogo su una dimensione globale e per grandi aree geografiche, come l’Europa, per estendersi infine a livello nazionale e locale.

La regolamentazione attraverso il mercato globale dei capitali è miseramente affondata con la crisi, e non poteva che essere così con l’accentuazione delle contraddizioni interimperialistiche e intercapitalistiche. Con Obama siamo tornati in parte alla regolamentazione pubblica, al ruolo dello Stato, ma si è visto in che forma, solo per garantire le assicurazioni, le banche e i profitti per la grande industria. È necessaria dunque una riforma del sistema internazionale; non è sufficiente passare dal G2 al G20 o altri tipi di incontri (tra l’altro solo degli esecutivi o della grande finanza), a secondo del contesto. Occorre democratizzare le istituzioni internazionali e creare efficaci organismi di arbitrato e di ricorso. In altre parole avanzare delle proposte di riforma del sistema internazionale che regolino i rapporti tra gli Stati o tra grandi aree geografiche; rapporti che dovranno essere fondati sui principi della “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” e della “Carta delle Nazioni Unite” , legittimando dunque l’Onu come effettivo governo mondiale.

Un nuovo sistema mondiale che operi:
a) per il disarmo totale e la distruzione delle armi di sterminio e che regoli le relazioni internazionali attraverso la politica e la diplomazia;
b) per definire nuovi rapporti economici tra le grandi regioni del mondo inegualmente sviluppate attraverso la progressiva riduzione del peso e del ruolo dei monopoli tecnologici e finanziari (ovviamente tutto ciò comporta il superamento dell’attuali istituzioni incaricate al “governo” del mercato mondiale (Banca mondiale, Gatt, Fmi, ecc.) e la costituzione di nuove istituzioni per una più equa gestione dell’economia mondiale;
c) per la possibilità di un accesso equo di tutti i popoli all’uso, compatibile con l’ambiente, delle risorse del pianeta;
d) per lo sviluppo e la regolamentazione di negoziati che permettano un rapporto dialettico corretto tra “mondo e nazioni” con la configurazione di un governo mondiale nel campo della cultura, della comunicazione e della politica, che superi l’attuale sistema delle istituzioni interstatali (degli esecutivi).

Sarebbe ora che su queste temi si aprisse finalmente una discussione, invece di rincorrere le vetuste politiche socialdemocratiche del Pse o peggio l’ideologia neoconservatrice dei liberali. D’altronde, cosa dovrebbe fare, di fronte al renzismo, la sinistra italiana? Continuare nello stantio rito delle alleanze elettorali? Attenzione non è che tale problema non esista e che pregiudizialmente si debba dire no a qualsiasi ipotesi di accordi politici ed elettorali con il Pd. Ma sarebbe anche ora di avere una teoria della trasformazione per il XXI secolo sulla base della quale avanzare delle proposte (obiettivi intermedi) che non siano solo di correzione (emendatarie) dei programmi altrui, per cercare di migliorarli, affinché facciano meno danni sociali possibili. Una teoria della trasformazione articolata su tre questioni essenziali: a) una teoria del partito e di come ricostruire un insediamento sociale della sinistra nei territori e nei posti di lavoro; b) una teoria dell’imperialismo e di come contrastarlo nell’attuale fase caratterizzata dalla globalizzazione capitalistica; c) una teoria dello Stato e degli strumenti per realizzare la democrazia partecipata, non solo in rapporto alle Regioni e al sistema delle autonomie locali, ma anche in rapporto all’Unione Europea, ma anche per un diverso rapporto tra “Paese Italia” e il mondo.

Un nuovo soggetto politico della sinistra lo si costruisce con il formarsi di una solida cultura politica comune, non solo ammassando forze critiche e antagoniste attorno a un polo politico-elettorale. La storia ventennale di Rifondazione comunista dovrebbe qualcosa insegnare. Avviamolo sul serio e con rigore questo processo, di lunga lena, togliendoci magari nel faticoso tragitto pure qualche soddisfazione politica ed elettorale o ottenendo qualche importante conquista. Un percorso in cui si parli oziosamente meno di liberali come Vargas o Fukuyama e dei loro epigoni italiani, ma molto di più di ciò che è necessario fare come sinistra nel XXI secolo, in Italia e nel mondo.

Sandro Valentini

Ora lo sappiamo, non siamo alla fine della storia. Che qualcuno informi Renzi, di S. Valentini

Postato il

sandro-valentini 2

Dopo quasi un quarto di secolo il politologo statunitense Francis Fukuyama torna a colpire con un nuovo saggio. Rammentate? Con molta leggerezza e disinvoltura ci aveva detto che con il crollo del muro di Berlino e il conseguente e inevitabile trionfo della democrazia liberale la “storia era finita”. Marx aveva torto marcio nel sostenere che vi fosse un’alternativa socialista a quella liberale (si badi bene l’analisi di Fukuyama, allora come oggi, è sempre confinata nella sfera politica, i sistemi di produzione non vengono mai presi in considerazione, dunque la teoria di Marx è ridotta a un sistema politico alternativo a quello liberale, lo scontro di classe tra capitale e lavoro non è mai valutato, semplicemente se è esistito adesso non esiste più) in quanto si sarebbe realizzato a livello globale un sistema di economia liberale e istituzioni politiche democratiche.
Abbiamo scoperto in questi vent’anni che la profezia di Fukuyama era una bufala, che le cose non stavano nel modo in cui ce le descriveva, ce ne siamo amaramente e drammaticamente subito accorti. Che la bufala (l’imbroglio culturale prima ancora che politico) conquistasse una parte consistente dell’opinione pubblica occidentale è un dato su cui riflettere, che fior fiore di intellettuali, di opinionisti, di uomini politici (di destra e di sinistra) abbiamo fatto loro tale grossolana tesi anti-storica (in buona o in cattiva fede, perché al servizio e sulla busta paga delle oligarchie finanziarie o semplicemente perché da liberaldemocratici integralisti ci credevano e ancor ci credono – a proposito si può essere liberaldemocratici senza essere integralisti? -) è un secondo dato su cui riflettere.
Fukuyama ora nel suo nuovo saggio “Ordine politico e decadenza”, a sua giustificazione, candidamente ci dice che la sua tesi non era poi tanto sbagliata anche se tutte le vicende dell’ultimo quarto di secolo sembrano andare in altre direzioni. La mia tesi è “bisognosa di una revisione. Io continuo a credere che l’idea di fondo sia corretta: in tutti questi anni un sistema alternativo alla democrazia liberale, capace di essere accettato e di diffondersi nelle principali aree del mondo, non è emerso. Ma è anche vero che il sistema liberaldemocratico non solo non ha trionfato ovunque, ma dà segni di decadenza in molte parti dell’Occidente e in modo particolare negli Stati Uniti”. Bene, anche un incallito e cinico conservatore che gioca con i sentimenti, le aspirazioni e le speranze popolari, è costretto ad ammettere che tutto sommato il problema storico solo in parte era rappresentato dal “socialismo reale”, ma vi è un qualche problemino storico nel sistema liberale e dintorni; io da vetero marxista e leninista oso dire che nel sistema capitalistico agiscono contraddizioni strutturali che il crollo del muro di Berlino non ha attenuato o superato, ma addirittura ha inasprito, fino all’attuale caos mondiale nella fase della globalizzazione capitalistica.
Fukuyama pare accorgersi solo di passaggio che il mondo arabo, la Russia di Putin, l’emergente potenza planetaria, cioè la Cina, il Sud America e gran parte dell’Africa rappresentano la maggioranza della popolazione mondiale, lontana, molto lontana dalla realizzazione di un sistema “democratico liberale”. Certamente, ognuna di queste aree, prese singolarmente, non rappresentano un’alternativa al modello Occidentale. In molti di questi paesi sono in corso processi tra loro molto diversi, addirittura opposti, e persino sono teatro di conflitti bellici, e non tutto, naturalmente, si muove nella direzione della costruzione di una società socialista. Ma un dato è certo, nessuna di queste realtà guarda al modello Occidentale, che tra l’altro, come lo stesso Fukuyama sostiene, è in profonda crisi. Allora altro che fine della storia sia pur rinviata per un bel po’ di anni! Mi pare al contrario, di grande attualità invece il pensiero di Marx sul processo di centralizzazione e concentrazione del capitale e di Lenin sul ruolo del capitale finanziario in una fase imperialistica e sulle sue contraddizioni (anche interimperialistiche), cioè che lo sviluppo del capitalismo non elimina la crisi, anzi “accresce e intensifica il caos che è proprio dell’intiera produzione capitalistica nella sua totalità”.
È singolare notare che in Fukuyama riecheggiano, sia pur inconsapevolmente, la teoria kautskiana, sul super-imperialismo, pur se rivista e aggiornata. Secondo la quale le modalità economiche e politico-militari imperialistiche storicamente sono andate strutturandosi in modo tale che gli Stati Uniti hanno ormai raggiunto – e oggi più di ieri con il crollo del campo socialista – una posizione egemonica tale che, allo stato attuale, appare destinata ad essere irreversibile. Gli altri paesi capitalistici maturi, sia pur continuando a far parte dell’area centrale di comando e a distinguersi dai paesi periferici, avrebbero ormai un ruolo di dipendenza economico-finanziaria e politico-militare dagli statunitensi. La sinistra pertanto, per continuare a svolgere un ruolo progressista, è chiamata a muoversi nell’ambito di tale definitivo contesto per non essere velleitaria. O addirittura la teoria sulla “categoria dell’impero”, riproposta in Italia da Negri, che sostanzialmente considera superata la categoria dell’imperialismo e le sue contraddizioni interimperialistiche, poiché ritiene esaurita la funzione politica delle entità statuali, supportate ora da organismi di carattere sopranazionale riconducibili a un unico “capitale globale” che domina la scena mondiale. Da qui la definizione di “impero” per descrivere questo nuovo ordinamento economico creato da un inedito potere, di cui non sarebbe possibile riconoscere e definire né centro né periferia, pur potendo contare sugli Usa come potenza coordinatrice.
Naturalmente il pensiero di Fukuyama non è complesso e forte come quello di un Kautski o di un Negri, non si avventura in analisi approfondite sulla globalizzazione capitalistica. Però il suo sistema liberale altro non è che l’espressione istituzionale-politica di un capitalismo, appunto di un super-imperialismo o di un “capitale globale”, che garantirebbe pace, ordine, libertà e democrazia proprio perché non deve fare più i conti con le sue drammatiche contraddizioni e la competizione con il “socialismo reale”.
Ma la rovinosa fine dell’Urss ha determinato il passaggio da un sistema bipolare, cioè dalla divisione del mondo in due sfere d’influenza, quello Usa e quello dell’Unione Sovietica, a un sistema multipolare: specchio tra un Occidente e paesi emergenti sempre più potenti, teatro di innumerevoli focolai di guerra e fortemente caratterizzato dall’ inasprirsi delle contraddizioni interimperialiste e sub-imperialiste, la cui lotta senza quartiere per la conquista di nuovi mercati produce tra l’altro un degrado ambientale che pare purtroppo inarrestabile. E in un mondo dominato da caotiche e pericolose contraddizioni (occorre non abbassare mai la guardia nella lotta contro la guerra) mi pare che il modello liberale, che non riesce neppure a impostare e portare avanti un processo di effettiva integrazione istituzionale, politico ed economico dell’Europa, abbia molto poco da dire all’umanità e per questo la sua capacità di divenire modello per tutti sono pressoché nulle.
Avrei concluso la mia disamina su questo nuovo saggio di Fukuyama, ma non posso esimermi d’affrontare un’ultima questione. Come mai anche vasti e maggioritari settori socialdemocratici e liberaldemocratici di sinistra, si sono fatti irretire da tali teorie neoconservatrici?
A cavallo tra gli anni ’60 e gli anni ’80 le socialdemocrazie europee mutano di natura e in questo processo è in gioco lo stesso concetto do “rivoluzione”, inteso come partito della trasformazione. Per tutta una fase, anche tra le due guerre mondiali, i partiti socialdemocratici, pur in forte opposizione all’esperienza Sovietica e al Movimento comunista, praticavano (o tentavano di praticare) una politica riformista tramite la quale perseguire, affermavano, il socialismo in termini pacifici, nel rispetto della legalità democratica e in modo graduale. Realizzare insomma una società socialista, liberata sia dai rapporti di produzione economici profondamente disuguali del capitalismo sia dalle forme politiche totalitarie oppressive dell’Urss e dei paesi del “socialismo reale”. Il disegno cosciente dunque era sempre volto a modificare qualitativamente, con l’azione politica, una società ritenuta ingiusta e sbagliata. Anche le componenti della sinistra liberaldemocratica si muovevano dentro una prospettiva progressista; per esempio in Italia la tradizione del pensiero gobettiano era forte e si intrecciava con il pensiero comunista e socialista e i liberaldemocratici si distinguevano nettamente dai liberali conservatori, di destra.
Ma con il processo di mutazione viene meno la vecchia impostazione socialdemocratica, il concetto di trasformazione, la stessa parola non aveva più corso né nel pensiero né nel vocabolario socialista; era soppiantata dalla parola “modernizzazione”, e se proprio di “rivoluzione” si voleva continuare a parlare questa non era più la modifica radicale, il superamento della società capitalista, piuttosto l’evoluzione spontanea e naturale della società che si trattava di capire e di ammodernare. Il trionfo, insomma, del “movimento è tutto” del revisionista Bernstein! Anche in questo nulla di nuovo, ma occorreva essere moderni, attuali; il reale non era più lo sviluppo disordinato e disuguale del capitalismo da superare con un’azione politica razionale, ma un contesto politico-sociale che si doveva in primo luogo capire e poi favorire e infine orientare, e chi riproponeva una interpretazione marxista era un vetero, un residuale imbottito di ideologia che si metteva fuori dalla politica. In questa “evoluzione” sta la mutazione socialdemocratica: l’idea della modernizzazione come rivoluzione. È questo il retroterra culturale di figure socialdemocratiche come Blair, Craxi, Felipe Gonzales, Papandreu, Mitterrand, del ribaltamento ideologico da loro compiuto in quegli anni. Lo stesso processo lo ha compiuto, in anni successivi e con maggiore rapidità, il Pds-Ds-Pd (rivisitata dopo circa un quarto di secolo la “svolta della Bolognina”, paradossalmente Occhetto dal suo punto di vista aveva delle ragioni politiche nel voler trasformare il Pci in partito liberaldemocratico e non in un partito del lavoro o socialdemocratico, in quanto probabilmente coglieva le mutazioni in corso in Europa di queste formazioni ) per allinearsi e magari sopravanzare gli attuali orientamenti politici e culturali del Pse.
È evidente che un tale processo di snaturamento dei partiti socialdemocratici, accompagnato dalla crisi e capacità d’attrazione del Movimento comunista e dalla globalizzazione capitalistica, ha reso labili e discutibili i confini tra destra e sinistra, soprattutto tra i lavoratori e i ceti popolari, in particolar modo quelli organizzati o che hanno come punto di riferimento i partiti socialisti e i loro sindacati di riferimento.
Modernità e innovazione innanzitutto, anche riproponendo idee molte vecchie ma presentate come nuove attraverso i media, che diventano così, nell’odierno contesto politico-culturale, delle verità assolute, razionali, reali. Per cui la lotta di classe è un conflitto di altri tempi in quanto solo la moltitudine, una massa indistinta di individui, è il punto di approdo di una società moderna (post-moderna e post-capitalista). Al posto dei contratti collettivi di lavoro, che sarebbero una forma di contrattazione novecentesca, si introduce il concetto liberale (appunto per valorizzare la libertà di ogni individuo) di flessibilità, che dovrebbe assicurare dinamicità al mercato del lavoro e una maggiore possibilità di opportunità, anche per gli individui più bisognosi ma meritevoli (meritocrazia) di migliorare la propria condizione sociale, per poi accorgersi che in una fase di lunga stagnazione economica questa flessibilità, questa libertà di fare diverse esperienze lavorative valutandone le opportunità sociali, si risolve in una brutale e drammatica precarizzazione, con il conseguente ulteriore impoverimento dell’individuo che vive questo suo “stato” in perfetta solitudine. Anche per questa ragione in molti paesi capitalistici avanzati, come in Italia, i ricchi diventano sempre più ricchi mentre cresce la disoccupazione e la povertà, anche attraverso la proletarizzazione di una parte significativa del ceto medio, che non può neppure contare sulla tutela del sindacato in quanto difficilmente sindacabile (però conservatore è il sindacato che non è in grado di occuparsi di loro). E poi ci sono gli immigrati che spesso fanno i lavori più umili, senza veri diritti e in molti casi ridotti a forme di schiavismo. Infine, la classe operaia spesso considerata in via di estinzione e comunque senza un vero peso specifico e i suoi sindacati, delle vere e proprie organizzazione vetuste, per poi restare sorpresi del suo forte incremento su scala planetaria (anche perché qualcuno dovrà pur continuare a produrre manufatti), ma non in un Occidente, sempre più deindustrializzato (post-industriale), dedico prevalentemente a garantirsi il “ciclo ricco” del processo produttivo, quello legato alla ideazione, alla valorizzazione e alla commercializzazione del prodotto.
Si perpetua poi nella “politica dello struzzo” facendo finta di non cogliere l’imponente rivendicazione che viene dai paesi emergenti di una più equa distribuzione della ricchezza, che pone agli occidentali, non solo ai ricchi ma anche ai ceti sociali subalterni, il drammatico problema di dover “tirare la cinghia”, cioè la politica di austerità, in quanto più difficile divine lo sfruttamento imperialistico di tali paesi per garantire livelli di sviluppo consono alle opulente società occidentali. E se proprio occorre imboccare tale via che siano i ceti popolari gli unici a pagare un prezzo alto per questa scelta. Diviene per questo un tabù parlare di patrimoniale, di lotta all’evasione e alla speculazione, di un sistema fiscale più giusto. Però chi crede ancora, in questa parte del mondo, in certi valori e concetti di sinistra è un conservatore, è un nostalgico che non comprende le leggi dell’economia; gli innovatori sono chi in nome della modernità, di un darwinismo sociale camuffato appunto come modernità, è per la “creativa dell’iniziativa privata”, l’unica che può stabilire, rimescolando le carte, delle nuove gerarchie sociali, che può determinare e rimettere in moto crescita e sviluppo per tutti, salvaguardando, migliorandola, la nostra civiltà, minacciata come sempre, dall’orso russo, dal fondamentalismo arabo, dal formicaio cinese che mette paura solo nel contare la massa enorme di formiche.
Una civiltà caratterizza però sempre di più, non dalla creatività e dal “rischio d’impresa”, ma da altri soggetti: per esempio, dalla gente dello spettacolo o del pallone che contano oggi di più rispetto a professioni di alto valore scientifico e dove la cultura e l’arte sono ormai del tutto condizionate da un mercato governato dal capitale finanziario che lo orienta e lo muove. Le grandi case editrici, l’industria cinematografica o quella discografica, il mercato dell’arte figurativa, l’industria della moda, al pari della ricerca scientifica, tanto per fare alcuni esempi, sono tutti comparti pregiati del processo di terziarizzazione e di finanziarizzazione dell’economia. La società civile è ridotta a queste categorie di individui (si è mai sentito un Segretario di partito candidare in una competizione elettorale un semplice operaio come esponente della società civile?), il resto è aut, è cosa vecchia, come lo Stato sociale da smantellare!
Si badi questi ragionamenti non sono svolti solo dai partiti della destra. Basta seguire Renzi nelle sue esternazioni politiche! E il leader è l’ultima conferma, forse la più emblematica, di come un pensiero socialdemocratico e liberaldemocratico di sinistra si sia attestato su posizioni liberali moderate. Non è avvenuto il contrario. Ma vi è stato in Italia e in Europa – e credo anche negli Usa – uno spostamento dell’asse politico a destra dell’Occidente capitalistico, uno spostamento che ha come precedente solo quello drammatico dell’affermazione del fascismo e del nazismo in Europa. D’altronde, facendo meno dei partiti e dei parlamenti (però vi sono libere elezioni!) il modello che si afferma è un neocorporativismo contrattualistico tra un gruppo di individui legati agli stessi interessi e il potere. Non siamo poi così molto lontani dalle corporazioni fasciste. Se sono gruppi di individui deboli, disoccupati, precari, senza casa, esodati, ect siamo in presenza di un corporativismo sociale, se invece sono gruppi forti, imprenditori, possessori di rendite, manager della finanza, ect, il fenomeno si chiama lobby, senza che nessuno si scandalizzi.
Fino alla fine del secolo scorso gli Stati Uniti di Bush senior e la Germania di Kohl sembravano degli amici siamesi. Il clima però da più di un decennio tra i due paesi è cambiato in quanto Obama considera, con qualche ragione, la Germania della Merkel la maggiore responsabile del prolungamento della crisi europea, perché non stimola a sufficienza la propria economia pur avendo le risorse finanziarie per farlo poiché ha un bilancio pubblico in pareggio. Washington, insomma, accusa la Germania di puntare sulle esportazioni anziché sulla crescita della domanda interna, causando con questa scelta tensioni economiche non solo nel vecchio continente ma a livello planetario. La Casa Bianca giudica pertanto la Germania uno di quei paesi che crea problemi alla crescita. Le ragioni di questa critica non sono solo di natura politica: gli americani sostengono una debole e modesta politica keynesiana mentre i tedeschi hanno scelto una rigorosa politica neoliberista di bilancio e di ristrutturazione microeconomica, con i socialdemocratici consenzienti. Vi è alla base del confronto e dello scontro questioni economiche di squilibrio crescente tra le due potenze. Infatti le esportazioni tedesche avvengono a spese delle altre economie occidentali, anche perché il tasso di cambio tedesco, è sottovalutato, almeno secondo il Fmi, e se non ci fosse l’euro pare che il marco varrebbe il 15% in più, frenando così l’esportazione. Dunque, nelle sedi che contano, più che di Europa di discute e si litiga su altro e l’altro come sempre è il vil denaro!
Ma intanto l’economia europea va a rotoli e cresce l’allarme di una ondata eversiva di destra, addirittura fascista e nazista, come le ultime elezioni europee hanno con preoccupazione registrato; ma il Pse nasconde la testa sottoterra, certo come Fukuyama della superiorità storica del sistema liberale, e Renzi non è da meno. Anzi, la tardiva adesione del Pd al Pse non è un segnale di apertura a sinistra, come qualche nostrano politologo ha commentato, ma una scelta perfettamente organica agli indirizzi politici e culturali del renzismo, che di questo nuovo Pse è oggi uno dei leader. Anche qui, paradossalmente, il centro-sinistra ulivista di Prodi, che rifiutava l’adesione al Pse, era più avanzato e ammetterlo non è cosa da poco!
A proposito del Pd di Renzi, bisognerebbe interrogarsi – e qualcuno della sinistra del partito prima o dopo dovrebbe seriamente spiegarcelo – come sia stata possibile la conquista del Pd da parte di Renzi. Sostiene Cuperlo che quella renziana è stata “una sorta di scalata esterna”. Questa affermazione, vera nella sostanza, lascia però sconcertati per come la giustifica Cuperlo. La scalata di Renzi aggiunge “è del tutto legittima, intendiamoci, però è qualcosa di incredibilmente nuovo, originale e anche anomalo”. Per un politico moderno che “non legge Marx”, come egli con soddisfazione afferma, questa è una considerazione senza alcun spessore politico e culturale. Però irreprensibile ci rivela che Renzi ha espugnato il partito grazie alle primarie, ma soprattutto come leader dell’opposizione è frastornato da quando è accaduto appunto con le primarie. Ma non si dice dove aveva la testa il partito, non rendendosi conto che la vera anomalia non è Renzi ma un Pd “espugnabile” da un ragazzotto dotato di spregiudicatezza e determinazione, che nel giro di un anno, nell’occuparlo, lo ha riempito con valori estranei a quelli “desueti” della vecchia sinistra socialdemocratica. La cruda verità che il Pd bersaniano, un’ispirazione socialdemocratica molto fragile, è morto senza che ne fossero celebrati i funerali, e che il Pd oggi è proiettato in quel brodo della cultura della modernità, che piace tanto alle oligarchie finanziarie, a Berlusconi e alla parte più moderata della confindustria, una cultura che lo porta a compiere una ulteriore mutazione genetica: a partito liberale, sia pur collocato al centro del quadro politico italiano ed europeo. D’altronde lo strappo del tutto inedito consumato con la Cgil sul Jobs act, con quello che una volta era il sindacato di riferimento, ci parla di un nuovo Pd completamente slegato dalla sinistra tradizionale, e anche la Camusso o la destra della Cgil si sono accorte della pericolosa novità, tant’è che si è giunti alla scadenza della manifestazione del 25 ottobre, un po’ per non lasciare solo alla Fiom l’iniziativa e soprattutto per cercare di rimarcare una funzione di insostituibilità della Cgil nella dialettica politica e sociale. Riuscirà la Cgil a guadagnarsi questa insostituibilità? Auspico di sì, per questo la giornata del 25 ottobre è politicamente decisiva, va ben oltre al Jobs act.

Non è un caso che questo Renzi piace molto a Fukuyama, che lo considera un innovatore in grado di dare vigore al suo modello liberale in crisi. Il politologo americano sostiene che per rilanciare e diffondere il liberalismo servono Stati forti, democrazia e legalità. Ma poi a leggere bene il sui saggio il rafforzamento dello Stato, efficienza, capacità di decisioni immediate e di farsi valere, viene prima della democrazia e della legalità. “La democrazia dove non c’è Stato serve a poco” sostiene e chi decide quando è l’ora della democrazia non è dato sapere. Ragionamenti non molto lontano da quelli di Renzi: lo Stato deve decidere in tempi rapidi di fare le riforme e per farle occorre cambiare le regole del gioco. Così oltre a spazzare via conquiste sociali fondamentali per il lavoratori si riducono in nome dell’innovazione spazi di libertà e di democrazia. Intanto si costruisce uno Stato forte, profondamente rinnovato dalle fondamenta. Sulla democrazia, si vedrà…

Gratta gratta esce fuori il vecchio liberalismo di fine Ottocento, altro che modernità e innovazione! Ma non siamo alla fine della storia. L’annuncio vale ovviamente anche per Renzi; che qualche buontempone si prenda allora la briga di informarlo, forse non lo sa, magari non ha letto ancora l’ultimo saggio di Fukuyama.

Sandro Valentini