Mese: settembre 2014

Tor di Valle – “Stadio della Roma” : La maschera di una clamorosa bufala, di B. Ceccarelli

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Bruno Ceccarelli

Ho uno  stranissimo talento: quello di provare diffidenza verso una determinata cosa, ancor prima che razionalmente l’abbia potuta spiegare o dipanare.

Debbo dire che questa attitudine non mi ha mai tradito. Tuttavia, e in ogni caso,  ho sempre cercato, magari mettendoci del tempo,  di spiegare (successivamente) da cosa derivasse questa mia diffidenza.

Questa questione mi si è prepotentemente riproposta nella circostanza, recente,  della delibera della Giunta Comunale di Roma circa  l’assenso alla realizzazione di un nuovo stadio di calcio in località Tor di Valle.

Ho creduto di spiegare questa diffidenza per una naturale avversione a decisioni istituzionali affrettate che saltavano procedure trasparenti e democratiche. Accompagnata da una altra naturale ostilità riguardo una idea della pianificazione del territorio, mentre si costituiva l’Area Metropolitana, che non solo non traguardava l’intera area territoriale di Roma Città metropolitana, ma che presupponeva una idea di futuro del tutto coerente ai disastri territoriali  già inferti alla città e in continuità ad un sistema (modello) di sviluppo che sta mettendo in ginocchio non solo il nostro paese ma l’intero pianeta.

Cosi mentre i rappresentanti eletti in Assemblea Capitolina  affrontavano la vicenda dal punto di vista dei vantaggi che dovrebbero derivare alla città (ovvero la affrontavano dalla coda), ho creduto di indagare partendo dalla testa (ovvero dal punto di vista dell’approccio di legittimità della Istituzione).

Tralascio ovviamente, pure se prepotentemente evidenti ed esecrabili, gli interessi della proprietà e dei costruttori tesi a trarne profitti speculativi. Come tralascio le cosiddette previsioni infrastrutturali: un vero pasticcio con strafalcioni riguardo la pianificazione e il tipo degli interventi. Tralascio persino, ancorché siano il vero oggetto di questa mia nota, le volumetrie previste ai fini garantire < al soggetto proponente il complessivo equilibrio economico finanziario della operazione>.

La dizione virgolettata sopra riportata e ripresa dalla norma di legge che viene utilizzata (a mio parere molto maldestramente (1)), credo che sia il punto che ha sollecitato tutta la mia diffidenza circa l’operazione.

Come leggo la vicenda? Sono  un proprietario di terreni che intende fare una speculazione sugli stessi, ancorché il PRG di Roma preveda vincoli di inedificabilità e altre destinazioni di natura ambientale. Propongo al Comune di costruirci uno stadio per una società di calcio della città (anche in modo di chiamarlo da subito Stadio della Roma), il comune abbocca e attraverso uno studio “grossolano” di fattibilità cerco di farmi riconoscere – come prevede la legge per l’ammodernamento o la costruzione di nuovi  impianti sportivi – la dichiarazione  di pubblico interesse  dell’opera.

Questa quisquiglia non difficile da ottenere, visto i livelli della tifoseria calcistica presenti nelle istituzioni, che voteranno con atto di fede religiosa la relativa deliberazione ragionando dalla coda – cosa si può chiedere di più in cambio?- porterà a me proprietario i seguenti incredibili vantaggi: La dichiarazione di interesse pubblico permetterà espropriazioni di terreni confinanti (supererò il milione di mq) dai quali, facilmente, potrò ricavare enormi profitti a seguito della loro valorizzazione. Permetterà  di far considerare l’opera di interesse pubblico (del Comune) e quindi se io privato devo spenderci dei soldi (per una mia opera di proprietà) posso chiedere molte cubature non necessarie per l’opera medesima. La mia richiesta sarà del tutto giustificata (visto che sono io a costruire una opera che il comune considera di interesse pubblico). Sarà quindi naturale che dovrò rifarmi con altre opere in modo da ottenere l’equilibrio economico finanziario come la legge prevede.  Anzi per questo motivo al Comune (ai cittadini di Roma) farò come minimo sborsare, almeno, 130 milioni di euro. Se poi come sarà sicuramente possibile, dopo qualche ridottissimo tempo, usando la legislazione regionale urbanistica trasformo le volumetrie realizzate come servizi (un milione di metri cubi), in edilizia residenziale (che non ho potuto fare immediatamente perchè la legislazione non l’avrebbe permesso) il gioco è fatto. Ho realizzato milioni e milioni di euro sfruttando il nome di una società calcistica, ho ottenuto la proprietà di terreni espropriati, ho ottenuto plus valenze da capogiro e infine vendo come edilizia residenziale dei grattacieli realizzati con altri scopi. Se poi la chiave taumaturgica per ottenere tutti questi vantaggi è solo inserire una clausola sul diritto di prelazione della società calcistica nel caso volessi vendere lo stadio la cosa è di cosi poca rilevanza che certamente darò il benestare a che  la clausola possa essere riportata in delibera. 

In arte militare si chiama falso scopo il puntare su un bersaglio in modo che con un cannone che spara lontano si possa colpire il vero obiettivo. Questi signori, strateghi dell’intrallazzo e della speculazione, sono davvero bravini!

Bruno Ceccarelli

Nota (1)

Ho seri dubbi che si possa applicare, cosi come previsto per opere realizzate in project financing, la normativa che concede  al privato che interviene con i propri capitali a sostenere la realizzazione di  una opera pubblica (che si intende di proprietà pubblica) di potersi ripagare attraverso la realizzazione di opere altre che lo ripaghino delle spese.

In questo caso l’interesse pubblico è altra cosa da opera pubblica e quindi il significato amministrativo da dare consiste nel solo snellimento del suo iter burocratico. Certamente il  proprietario privato può essere sostenuto nella operazione permettendogli modesti interventi a corollario dell’opera medesima che rimane privata e di sua proprietà. Il concetto di equilibrio economico finanziario cosi va correttamente interpretato.

Una interpretazione difforme (mia opinione)  non solo è un regalo alla proprietà privata ma è un varco pericolosissimo ad accordi di natura corruttiva tra imprenditoria, burocrazia amministrativa e politica.

A ben vedere è il cancro che corrode il nostro paese.

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FIRME STOPAUSTERITA’ ULTIMA SETTIMANA

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referendum fc 4 loc 001

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(22-28 SETTEMBRE).
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L’ULTIMA TAPPA DI QUESTO VIAGGIO
22 e 28 settembre
PIANIFICAZIONE TAVOLINI

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I giorni

22/09/2014         lunedì

23/09/2014         martedì

24/09/2014         mercoledì

25/09/2014         giovedì

26/09/2014         venerd?

Le sedi

Mattina

Piazzale Ostiense                                                        

                   10.00-14.00  

Viale regina Elena, fermata Metro B. ?Policlinico”                     

10.00-14.00

Piazzale Flaminio                                                         

                  10.00-14.00

Via Magna Grecia – vicino fermata metro B. ?San Giovanni”     10.00-14.00

Pomeriggio

Viale Regina Elena fermata Metro B. ?Policlinico”                  

  18.00-20.00

Piazza Bologna ?vicino fermata metro B. ?Bologna”                

 18.00-20.00

Sera

Ponte Milvio                                                              

                       19.00-21.00                                                        

WEEKEND (27-28 SETTEMBRE)

Piazza Campo de Fiori                                                    

               10.00-19.00

Piazzale Flaminio                                                         

                  10.00-19.00

Via Ottaviano ? vicino fermata Metro A. ?Ottaviano”                 

10.00-19.00
 DOVE TI TROVIAMO?

Un pensiero domenicale, di R. Achilli

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achilli riccardo

Non ho dubbi che, progressivamente, anche se lentamente, la crescita tornerà a farsi rivedere sulle devastate plaghe europee. E questo al di là della composizione (peraltro del tutto prevedibile) della prossima Commissione (che peraltro resta organo tecnico, con amplissimi poteri attuativi e propositivi, ma, come ognuno sa, il vero potere di direzione politica risiede nel Consiglio, di cui i vari Ecofin, come quello di ieri, costituiscono riunioni di preparazione ed istruttoria tecnica, dai quali però emergono chiaramente le linee politiche in gestazione). E d’altra parte Juncker non è un liberista thatcheriano, ma un onesto social-liberale della scuola ordoliberista renana, con il senso del compromesso insito nel suo DNA da cristiano democratico.

La linea è chiaramente stata segnata nell’Ecofin milanese di ieri. Il piano junckeriano di 300 miliardi di investimenti, associato ad un piano franco-tedesco di potenziamento dell’operatività della Bei, ad un piccolo QE varato dalla Bce (che peraltro farà probabilmente ripartire il mercato degli Abs, quindi a cascata quello dei mutui immobiliari) e, forse, una certa tolleranza per gli obiettivi di bilancio della prossima legge di stabilità italiana, entro ovviamente il limite del 3%, non faranno certo ripartire l’economia europea e la nostra, ma le conferiranno un pò di respiro, evitando il collasso deflazionistico. Per carità di Patria, taccio sul progetto italiano di estensione di forme di finanziamento delle imprese alternativo a quello bancario (nonostante il fatto che i mini-bond siano stati un fiasco). Ma questo la dice lunga sulla qualità intellettuale di chi ci governa.

La crescita vera e propria si vedrà solo a partire dalla seconda metà del 2016, perché l’Europa (pour cause) non si fida dell’Italia, e vuole vedere il cammello delle riforme strutturali prima di sganciare i soldi della flessibilità di bilancio. E quindi, di fatto, ci commissarierà, con contratti per le riforme anticipate dal socialista di destra Dijsselbloem, in cui la Commissione ci dirà come farle, le monitorerà, e solo a monitoraggio positivo effettuato sgancerà margini di flessibilità di bilancio sufficientemente ampi da consentire una vera e propria ripresa economica ed occupazionale.

Per Renzi suona la campana di fine ricreazione. Sarà un premier-fantoccio, commissariato. Gli unici spazi di potere che il renzismo potrà ritagliarsi saranno nelle nomine dentro le amministrazioni locali e nei posti di sottogoverno. Ma questo ridimensionamento non potrà non avere contraccolpi negativi sull’immagine politico/elettorale di Renzi stesso. Gli italiani amano assai il protagonismo del leader, è una nostra caratteristica storica. I leader dimezzati o sottoposti a protettorati di vario genere hanno destini mesti. Non è un caso se Renzi, presentendo l’andazzo, si scaglia quasi quotidianamente contro i tecnocrati europei dai quali presto riceverà ordini e consegne. “Clutching at straws”, direbbero gli inglesi. Non vale più la pena di curarsene più di tanto.

In questo quadro, oramai ben delineato, la sinistra ha uno spazio molto preciso, a mio avviso (a proposito, si astengano commentatori del tipo “la sinistra è morta”. La sinistra è anzitutto uno spazio sociale e culturale, prima che politico/organizzativo. Il primo esiste ancora, il secondo, evidentemente, deve essere ricostruito). Ed è lottare sul tema di “quale modello di crescita”. Perché c’è modello e modello di crescita. Se la ripresa dovrà avere i tratti del modello cileno dei Chicago Boys (grandi aumenti del PIL, ma enormi diseguaglianze sociali e distributive, nessuna tutela dei lavoratori, deflazione dei salari, colonizzazione industriale da investimenti esterni) allora mi verrebbe quasi voglia di essere solidale con l’ingenua ed infantile Arcadia dei decrescisti (“poveri ma belli”). Ed è chiaro che la destra europea, e alcuni pezzi del Pse, ambiscono proprio a tale modello.

Chi si riconosce, a vario titolo, in posizioni di sinistra, ha allora, nei prossimi due anni, un compito molto arduo. Quello di lottare, con i denti e con l’anima, per difendere il difendibile, in materia di tutele del lavoro, welfare pubblico, ruolo programmatorio dello Stato nell’economia e nella società. E proporre soluzioni per avere crescita alternativi a quello liberista/monetarista. Iniziare a contestare la stupida idea del pareggio di bilancio, anche sostenendo referendum come il referendum anti-fiscal compact per il quale si stanno raccogliendo le firme. E poi: creare occupazione nel settore sociale e del no profit, ricentrare un ruolo dell’industria statale su campioni pubblici di dimensione europea, in grado di competere con i colossi statunitensi, giapponesi (ed a breve cinesi ed indiani), investire massicciamente sulla scuola pubblica, sulla sanità pubblica, riformare il sistema degli ammortizzatori sociali con un reddito minimo di inserimento che associ tutela monetaria e strumenti efficienti di inserimento/reinserimento lavorativo, prevedere un budget pubblico consistente, e strumenti di tipo economico ed anche di tipo socio-educativo e socio-sanitario, e di socializzazione e motivazione, per la lotta alla povertà non lavorativa ed a ogni forma di esclusione sociale nel senso più ampio (che non è legata solo ad aspetti economici o lavorativi), prevedere strumenti di inserimento socio-lavorativo reale degli immigrati, con diritti equiparati a quelli dei lavoratori domestici, evitando concorrenze al ribasso, investendo massicciamente nella crescita patrimoniale (anche per linee orizzontali di collaborazione) delle PMI e per una loro più intensa capacità innovativa e di internazionalizzazione e nell’autoimpiego dei giovani, nei settori produttivi più promettenti (green economy, industria creativa e culturale, ecc.), ma anche in un recupero di professionalità e capacità tecnico-programmatica delle Amministrazioni pubbliche, con una riforma della P.A. Completamente diversa da quella renzian-madiana (riformando l’organizzazione vertical-funzionalista di stampo napoleonico per avere una P.A. che lavori per progetti, riempiendo le piante organiche drammaticamente carenti nei settori strategici tornando ad assumere, dando strumenti reali di formazione e crescita professionale continua, potenziando ad ogni livello la valutazione delle politiche, rafforzando, anziché indebolire, le figure di controllo e garanzia, ma al tempo stesso dando agli amministratori gli strumenti per scegliere in modo snello la loro squadra di dirigenti, con una riforma della dirigenza pubblica che sia efficace).

Ed occorrerà lottare, sul piano politico/istituzionale, per evitare ogni forma di accentramento oligarchico dei poteri, che un modello di crescita impostato su linee neo-liberiste comporta, per determinare il necessario controllo sociale. Ogni battaglia andrà fatta, dalla difesa del parlamentarismo, dalla proposta di leggi elettorali proporzionali, alla difesa strenua della divisione tripartita dei poteri dello Stato, alla difesa del federalismo (consapevoli di un antico concetto presente nel DNA del socialismo, ma ribadito persino da economisti borghesi come Porter, ovvero che le comunità locali sono il luogo dove ci si difende dagli effetti negativi della globalizzazione).

Per tale lotta servono tutti quelli che si riconoscono in un simile programma. Non servono invece i nostalgici di ciò che fu e non potrà essere mai più nelle stesse forme e condizioni, né i fanatici nazional/comunitar/anti euro. A fronte dello scenario che si va delineando, questi ultimi iniziano ad assumere l’odore, non proprio gradevole, dei cani randagi lasciati per una settimana sotto la pioggia.

Ricardo Achilli

Per la scuola pubblica. Anticlericali sempre, di M. Foroni

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Foroni 1

Quando si affronta la questione della scuola in Italia, è necessario non dimenticare mai come il principio dell’istruzione obbligatoria viene ad affermarsi storicamente nel Paese. L’istruzione pubblica è stata, nell’Ottocento, una conquista dello Stato italiano unitario, contro i politici reazionari e le gerarchie ecclesiastiche.

In una lettera del 1870, pochi mesi prima della presa di Roma da parte dell’esercito italiano a Porta Pia, papa Pio IX scrisse una lettera al re Vittorio Emanuele II, nella quale definiva un “flagello” la proposta di legge sulla istruzione obbligatoria. Da decenni, sulla spinta delle istanze liberali e borghesi della Rivoluzione francese, l’istruzione pubblica era già patrimonio di tutti gli Stati europei. Ma in Italia la Chiesa cattolica di Roma si opponeva con caparbietà all’estensione a tutte la classi sociali di un insegnamento organizzato e gestito dallo Stato, che le avrebbe sottratto il monopolio sulla educazione del popolo e che avrebbe avuto il subdolo fine di “scristianizzare il mondo(1).

Già nel 1850, dopo che Carlo Alberto aveva chiamato a Torino il pedagogista Ferrante Aporti e un primo movimento riformatore aveva investito positivamente il Regno di Sardegna, l’arcivescovo di Saluzzo scriveva in una sua lettera pastorale: “Uno zelo ipocrita per l’istruzione di ogni classe del popolo si impadronisce di tutta l’intelligenza, non risparmiando la tenera gioventù di ambo i sessi, per apprestare alle loro innocenti labbra il veleno. Evitate, fuggite tutti coloro che vi parlano un linguaggio diverso da quello che vi tiene il catechismo della diocesi“.

Fedele a questa visione oscurantista, la Chiesa di Roma osteggerà tutte le riforme dello Stato sardo e poi di quello unitario: la Legge Boncompagni del 1848, che sottoponeva al controllo statale l’ordinamento scolastico del regno di Sardegna; la Legge Casati del 1859, che prevedeva la gratuità del primo biennio della scuola elementare; il Progetto Correnti del 1872, che rendeva sempre più concreto l’obbligo dell’istruzione scolastica astrattamente astrattamente enunciato dalla Legge Casati. Contro questo Progetto, che grazie alla opposizione della Chiesa verrà approvato solo nel 1877, i Gesuiti (che ritenevano l’istruzione pubblica obbligatoria “minaccia tremenda per l’ordine sociale“) avevano tuonato dal loro giornale “Civiltà cattolica”: “Al lavoro si richieggono le braccia, e non l’alfabeto“.

Nel 1874, al primo Congresso cattolico italiano l’impossibilità dello Stato di organizzare l’istruzione verrà esplicitamente teorizzata: “I Governi degli Stati non hanno diritto di insegnare. Quei sono sotto la potestà suprema insegnatrice della Chiesa. Il Governo dello Stato può cooperare colla Chiesa nell’istruzione e educazione dei cittadini, ma sotto i di lei dettati“.

Quello che è doveroso dire, dopo questa premessa storica, è che non si contesta il diritto della Chiesa di predicare i propri valori, istituendo liberamente le proprie scuole. Ma che è necessario ribadire l’onere ideale e morale nel difendere il dovere dello Stato di assicurare a tutti l’istruzione e di respingere sempre ogni tentativo clericale di impadronirsi, direttamente o indirettamente, delle leve della istruzione. Da ciò, la considerazione dell’ormai superato neo-Concordato del 1984 (Craxi-Casaroli) che, pur cancellando il precedente principio della religione cattolica come unica religione dello Stato italiano, continua a prevedere l’insegnamento della sola stessa religione cattolica nelle scuole pubbliche, con oneri rilevanti a carico del contribuente.

Conseguentemente dovremo essere sempre inflessibilmente contrari ad ogni tipo di finanziamento delle scuole private a carico dello Stato, nel rispetto dell’art. 33 della Costituzione della Repubblica che prevede sì l’istituzione di scuole private ma “senza oneri per lo Stato“. Una norma che, contrariamente alle libere fantasiose e di comodo interpretazioni dei vari Ministri avvicendatisi negli ultimi quattro Governi di centro-destra, non si presta ad alcun dubbio interpretativo. Perchè “senza” vuol dire “senza” e niente altro. Diversamente, ogni legge in merito, sarebbe incostituzionale.

Una posizione rigorosamente laica, certo. Ma che in passato ha avuto ampio sostegno anche da parte di illustri giuristi, profondamente credenti e devoti fedeli alla Chiesa, come tra gli altri Arturo Carolo Jemolo. Il quale per tutta la sua vita resterà fedele ad una visione dei rapporti tra Stato e Chiesa, nella quale riecheggiò la “grande idea” cavouriana, il separatismo tra gli stessi, declinandola come limpida direttiva ideale e come presupposto di fede nella libertà. In uno Stato “che deve apparire come la casa comune che accoglie uomini con convinzioni, orientamenti e idee che non coincidono“, e il cui compito primo è quello di “non creare discriminazioni o disparità di trattamento tra i cittadini” (2).

Pensieri alti, per questa epoca di profonda reazione culturale.

Marco Foroni

____________________________

(1) Lettera 3 gennaio 1870

(2) A.C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Einaudi, 1948

Il 24 settembre alla Fondazione Nenni per il 70° anniversario della scomparsa di Eugenio Colorni

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colorni anniversario

Mercoledi 24 settembre 2014 ricorderemo la figura di Eugenio Colorni.Dirigente Socialista, Redattore capo dell’Avanti, filosofo, europeista. Durante il Confino a Ventotene fu tra i promotori, insieme a Spinelli e Rossi del Manifesto di Ventotene. A Roma, durante la Resistenza, si impegnò con grande fervore alle diffusione delle idee federaliste e morì con il sogno degli “Stati Uniti d’Europa”.L’evento organizzato dalla Fondazione Nenni, dalla Fondazione Buozzi e dalla UI L, con il Patrocinio del Comune di Roma e dell’ANPI di Roma e Provincia, prevede numerosi interventi che ricorderanno, a settant’anni dalla scomparsa, un grande personaggio, un intellettuale, “un visionario”.

Alle ore 11 Presentazione del libro “Il partigiano Colorni e il grande sogno Europeo” di Antonio Tedesco, Prefazione di Giorgio Benvenuto, Editori Riuniti, 208 pag. Il saggio, che fa parte della collana “Biblioteca della Fondazione Nenni”,  sarà presentato presso la sede nazionale della UIL in via Lucullo a Roma.

INTERVENGONO:
Giorgio Benvenuto, Presidente Fond. Buozzi
Pier Paolo Bombardieri, Segretario Generale UIL Lazio
Pier Virgilio Dastoli, Presidente del Consiglio italiano del Movimento
europeo
Antonio Parisella, Direttore Museo Storico della Liberazione
Giuseppe Tamburrano, Presidente della Fondazione Nenni
Antonio Passaro, Capo Ufficio stampa UIL
Antonio Tedesco, autore del libro

Alle ore 16 Deposizione della Targa in memoria di Eugenio Colorni in via Livorno, luogo in cui fu ferito mortalmente il 28 maggio 1944(morì due giorni dopo in Ospedale), alla presenza dell’Assessore del Comune di Roma Giovanna Marinelli, del Senatore Tocci, del Presidente dell’ANPI di Roma e Provincia Ernesto Nassi.

Per info:
Fondazione Pietro Nenni
Via Alberto Caroncini 19, 001 97 Roma
tel 068077486- fax 0680691122
 

Appello per una manifestazione nazionale in sostegno al popolo palestinese il 27 settembre a Roma

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palestina locandina

TERRA, PACE E DIRITTI PER IL POPOLO PALESTINESE.

FERMIAMO L’OCCUPAZIONE

L’aggressione israeliana contro il popolo palestinese continua, dalla pulizia etnica del 1948, ai vari massacri di questi decenni, dal muro dell’apartheid, all’embargo illegale imposto alla Striscia di Gaza e i sistematici omicidi mirati, per finire con il fallito tentativo di sterminio perpetrato in questi giorni sempre a a Gaza causando più di 2000 morti ed oltre 10.000 feriti.

Il Coordinamento delle comunità palestinesi in Italia indice una manifestazione di solidarietà:

–         per il diritto all’autodeterminazione e alla resistenza del popolo palestinese;

–         per mettere fine all’occupazione militare israeliana;

–         per la libertà di tutti i prigionieri politici palestinesi detenuti nelle caceri israeliane;

–         per la fine dell’embargo a Gaza e la riapertura dei valichi;

–         per mettere fine alla costruzione degli insediamenti nei territori palestinesi;

–         per il rispetto della legalità internazionale e l’applicazione delle risoluzioni del Cosiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite;

–         per uno stato laico in Palestina con Gerusalemme capitale (come sancito da molte risoluzioni dell’Onu);

–         per l’attuazione del diritto al ritorno dei profughi palestinesi secondo la risoluzione 194 dell’Onu e la IV Convenzione di Ginevra.

Chiediamo a tutte le forze democratiche e progressiste di far sentire la loro voce contro ogni forma di accordi militari con Israele.

Chiediamo al Governo italiano e in qualità di presidente del “semestre” dell’UE di adoperarsi per il riconoscimento europeo dei legittimi diritti del popolo palestinese e mettere fine alle politiche di aggressione di Israele, utilizzando anche la pressione economica e commerciale su Israele.

Il coordinamento delle Comunità palestinesi in Italia chiede a tutte le forse politiche e sindacali e a tutte le associazione e comitati che lavorano per la pace e la giustizia nel mondo di aderire alla nostra manifestazione inviando l’adesione al nostro indirizzo e-mail: comunitapalestineseitalia@gmail.com

Politica e classe, di A. Badessi

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antonello badessi

La politica, se non si colloca strutturalmente dentro lo scontro di classe, e se non lo ammette esplicitamente, non è politica.

Ma negli ultimi anni, soprattutto a partire dalla costruzione della “Seconda Repubblica” in Italia, la politica ha iniziato ad essere rappresentata su terreni altri da quelli delle dinamiche sociali. La questione morale, la legalità, una concezione tutta scolastica della lotta alla Mafia, etc.. Ce le ricordiamo le parole d’ordine della sinistra, dell’ex-PCI nei primi anni ’90? Su quale terreno è stata condotta la battaglia su tangentopoli?

Ora siamo all’avvento della “Terza Repubblica” e il tema dominante è quello della “lotta alla casta”, cioè un terreno surrettizio che pretende di giocare sul disagio sociale di milioni di lavoratori, precari, disoccupati e di contrapporre questo disagio non già alla condizione dei padroni del vapore dell’economia finanziaria bensì a quella di un ceto politico, sicuramente avverso, ma che tuttavia non è il centro strutturale di un fronte avversario di classe. E’ uno stato di egemonia ideologica, nel senso che gli attribuiva Marx, cioè di falsa coscienza, che pervade anche la sinistra e la rende subalterna al populismo di Beppe Grillo ma anche di Matteo Renzi.

Che dire poi dei temi del terrorismo, del fondamentalismo, del diritto internazionale? Ci infervoriamo sulla situazione in Medio Oriente, o in Ucraina, in base ad una agenda compilata dai padroni del vapore e dell’opinione pubblica. Sappiamo per caso i motivi strutturali del perché c’è l’ISIS, perché Obama gli ha dichiarato guerra dopo averli caldeggiati? Se li sapessimo, questi motivi, potremmo anche convenire, con autonomia, che quella barbarie va combattuta, ma invece siamo trascinati, senza resistenza, nell’enorme stadio mondiale a fare da tifoseria. Sappiamo qual è la vera posta in gioco dello scontro in Ucraina? Sappiamo che i ribelli rappresentano la risposta delle classi più basse ad una situazione insostenibile?

In passato, il movimento dei lavoratori costringeva gli avversari a muoversi sul proprio terreno, che poi era il terreno oggettivo di classe. Il fascismo nascente cercava di mutuare una ottica di classe, basti darsi una letta al programma di San Sepolcro. Dopo di che rivelava la sua natura matura e funzionale nello scagliarsi contro i socialisti sovversivi. Anche la Chiesa lottava contro il “Socialismo ateo e sovvertitore”.

La lotta di classe dalla fine della seconda guerra mondiale fino agli anni 80 costituiva il centro dell’immaginario collettivo della lotta politica. La stessa costruzione della democrazia, che è stata l’opera colossale della sinistra italiana per 40 anni, non era altro che funzionale agli interessi dei lavoratori e non di una indistinta società civile. Anzi la società civile, nei fatti, era la naturale estensione del movimento egemone dei lavoratori.

Negli anni della Repubblica, persino la cinematografia, compresa la commedia all’italiana, ci regalava pagine e pagine di lotta di classe rappresentate nelle trame dei film. Da Monica Vitti, a Romi Schneider, a Ugo Tognazzi, ad Alberto Sordi, A Gianmaria Volontè, a Giuliano Gemma, e via dicendo, o impersonavano operai o padroni, o poliziotti mobilitati contro la sovversione. Questa liquida orizzontalità ha relegato tutto ciò nel passato.

Ma la lotta di classe è una cruna dell’ago: ci si deve passare attraverso per forza. Comprese le forme surrettizie, che hanno iniziale fortuna proprio perché fanno leva sull’istinto di classe che è connaturato all’uomo anche quando viene deviato su un terreno che non è quello proprio.

Per questo motivo dobbiamo farci trovare pronti quando la delusione verso le sirene della “nuova politica” prenderà il posto dell’entusiasmo per aver creduto ad una falsa via di uscita alla disperazione.

Antonello Badessi