Mese: luglio 2014

Alla ricerca del moderno Principe di Gramsci- Le Case per la sinistra unita, di S. Valentini

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1. La discussione a sinistra sulla forma partito e sui suoi tratti distintivi.
Da anni è in atto a sinistra, tra sussulti e cadute, una discussione abbastanza oziosa sulla forma partito. I cosiddetti “conservatori” continuano ad avere in testa, anche se non sempre hanno la sufficiente onestà intellettuale di riconoscerlo, il modello partito del XX secolo, nella duplice variante comunista o socialdemocratica. Gli “innovatori”, quelli che vorrebbero determinare una discontinuità più o meno marcata con i modelli del passato, teorizzano invece nuove forme, ma a poi a dir il vero costituiscono circoli che sono la brutta copia delle sezioni del Pci e il metodo della formazione dei gruppi dirigenti resta quello antico della cooptazione, però sulla base della logica correntizia e non sull’esperienza selettiva delle lotte. Così riemergono, nonostante l’accanita discussione, le due facce della stessa medaglia, ma con una ulteriore negatività: a ruolo di direzione politica sono sempre più spesso chiamati giovani cresciuti in “batteria”, come “polli d’allevamento”, con scarsa credibilità e autorevolezza politica.

Iniziamo a dircelo chiaramente: anche questo aspetto rientra nei limiti della sinistra dell’ultimo ventennio. Il Comitato per Tsipras, per esempio, predica l’innovazione ma si è formato con il vecchio metodo della cooptazione, cioè un gruppo precostituito indicato da partiti ed aree, come tutte le sue scelte successive al voto confermano amaramente.

Ovviamente si discute molto non solo sulla forma partito, ma anche sui suoi tratti distintivi. Anche qui vi sono i “conservatori”, gli identitari e gli “innovatori”, tutti protesi, almeno a parole, a tuffarsi nel sociale, e i “pragmatici”, gli istituzionali, che hanno in tasca la sola certezza che non si fa politica, quella con la P maiuscola, se non si è nelle istituzioni, costi quel che costi. Per cui l’iniziativa politica è ridotta dai primi a pura testimonianza ideologica, dai secondi al lavoro sociale o alla intercettazione dell’associazionismo, illudendosi che sommando una miriade di specificità e particolarità si costruisce un soggetto politico alternativo egemone, i terzi, infine, si muovono in modo subalterno al Pd e in diverse ondate confluiscono come ultimo atto nelle sue file.

 

2. “Senso d’appartenenza, volontà collettiva” e iniziativa politica.
Tutti sparlano a distanza di oltre vent’anni del Pci individuando magari un aspetto di quel partito, mai la sua complessità. Per esempio, è senz’altro vero che le sue sezioni erano anche un luogo di aggregazione e d’azione sociale, ma il tratto distintivo della fittissima rete comunista era la forte valenza strategia organizzativa e politica appunto delle sue strutture territoriali. La parola sezione stava a significare ciascuna delle parti in cui è suddiviso un tutto, nel caso specifico il Pci. Le sue sezioni non erano solo espressione delle contraddizioni e dei conflitti sociali del territorio, cioè di una peculiarità, ma rappresentavano un tutto che interagiva con le questioni sociali del territorio stesso. Insomma nel tentare di dare risposte e soluzioni al “problema della fontanella” esercitavano una funzione egemone dando anche localmente un “senso” d’appartenenza a un partito, “senso” senza il quale non si forma una “volontà collettiva” per il cambiamento e la trasformazione della società.

Per dirla con Gramsci, una volontà collettiva per sviluppare l’iniziativa politica; ma l’iniziativa politica è efficace se sposta avanti, a vantaggio delle classi subalterne, i rapporti di forza. Una iniziativa politica è incisiva se stabilisce un rapporto dialettico, un nesso tra struttura e momento sovrastrutturale, se determina, insomma, uno spostamento reale. Se si separano i due momenti si scivola inevitabilmente nel politicismo o nel determinismo, nella subalternità ai ceti sociali dominanti o nel radicalismo estremista.

Può esserci <<riforma culturale e cioè elevamento civile degli strati depressi della società, senza una riforma economica e un mutamento nella posizione sociale e nel mondo economico>> si chiede Gramsci? Egli risponde al suo interrogativo pleonastico chiarendo che per valutare <<se esistano le condizioni perché possa suscitarsi e svilupparsi una volontà collettiva nazionale-popolare>> occorre un’analisi economica della struttura sociale, ma anche un’analisi delle forme in cui si sono affermati (o dei tentativi drammatici manifestatisi) gli aspetti sovrastrutturali, cioè sui caratteri storici, politici e culturali di un paese.

 

3. Alla ricerca del moderno Principe di Gramsci.
È questo un lavoro complesso di analisi, di ricerca e di formazione, di intreccio tra lavoro teorico e pratica politica che può essere condotto e svolto solo da un collettivo che nel far circolare idee, dall’alto al basso e viceversa, metta ogni sua parte in condizione di essere sezione di un tutto, non però come pura cassa di risonanza, ma come parte capace di acquisire nuovi dati, di fare esperienze politiche e di lotta, di sperimentare forme inedite di insediamento sociale. Un collettivo, insomma, che indirizzi proposte e idee, concrete e razionali, anche se non ancora verificate e criticate, all’irrobustimento di una “volontà collettiva” per rendere efficace l’iniziativa politica.

Un lavoro del genere non può che farlo il Principe di Machiavelli, il moderno collettivo organizzatore <<di una riforma intellettuale e morale>> terreno per un ulteriore sviluppo <<della volontà collettiva nazionale- popolare verso il compimento di una forma superiore e totale di civiltà moderna>>. Ma una riforma culturale non può non essere legata che a un programma di riforma economica, anzi il programma di riforma economica è appunto il modo concreto con cui si presenta ogni riforma intellettuale e morale. Ed è il moderno Principe, il partito come collettivo organico, l’organizzatore e il portatore della riforma, in quanto sconvolge tutto il sistema dei rapporti produttivi, ma anche intellettuali e morali. Lo sviluppo della sua azione politica diviene così un atto concreto di trasformazione della società, cioè un qualcosa di simile all’introduzione di elementi di socialismo teorizzata da Berlinguer per <<fuoriuscire dal capitalismo>>.

 

4. Limiti soggettivi e limiti oggettivi.
Proprio la separazione del rapporto dialettico tra struttura e sovrastruttura nell’azione politica è stato uno dei gravi errori soggettivi che ha portato la sinistra da un disastro all’altro, accumulando così in più di vent’anni solo macerie.

Senz’altro i processi oggettivi di finanziarizzazione e terziarizzazione dell’economia su scala globale sono alla base della crisi della sinistra e dei suoi modelli di crescita fino alla metà del XX secolo. Grandi imitazioni che hanno favorito la dislocazione dell’industria, il ciclo produttivo povero, nel sud del mondo, mentre è rimasto all’occidente capitalistico il ciclo produttivo ricco, perché anche e soprattutto con i processi di valorizzazione di merci e beni, materiali o immateriali, dello stesso sapere e conoscenza, dello sfruttamento dell’ambiente, si ricava plusvalore. Alla globalizzazione capitalistica la sinistra non ha saputo contrapporre una sua concezione del mondo, un suo “senso”, un suo sistema di valori che non fosse la stanca riproposizione di modelli in crisi, sconfitti e superati, sia che fossero di espressione comunista sia di espressione socialdemocratica.

La risposta della sinistra alla globalizzazione e alla grande ondata neoliberista è stata soprattutto in Europa la “terza via” di Blair, con una minoranza, sempre più esigua, che ha tentato di resistere arroccandosi su posizioni radicali, ma senza indicare una strategia politica credibile. Ma la “terza via” del Pse è una scelta a rimorchio delle politiche neoliberiste, le attenua ma non le rimuove, né le supera. In Italia poi, per la presenza di un movimento di destra dai tratti illiberali come quello di Berlusconi, addirittura la “terza via” si è concretizzata su posizioni di completo allineamento con le politiche economiche della destra europea, attraverso governi di centrosinistra guidati da personalità come Prodi, Ciampi, Amato, D’Alema e Veltroni.

La contraddizione durissima in cui è rimasta schiacciata la sinistra (ma anche la Cgil) è di aver sostenuto quei governi (e spesso ne ha fatto parte) per tutelare spazi reali di democrazia, per difendere i principi sanciti dalla Carta Costituzionale, per salvaguardare le funzione del Parlamento e la Repubblica parlamentare. Di aver condotto insomma una politica di resistenza all’offensiva moderata delle destre. È stata una scelta che invece di rafforzarla l’ha ulteriormente indebolita nella sua capacità di rappresentare, almeno in parte, un mondo del lavoro devastato dalle politiche neoliberiste.

Le grandi privatizzazioni, la “riforma delle pensioni”, l’introduzione delle precarietà nel mercato del lavoro con la parcellizzazione dei contratti a termine e la conseguente riduzione del peso sindacale e politico dei contratti collettivi di lavoro, l’esasperazione delle imposte indirette, delle tariffe per i servizi e lo smantellamento di importanti comparti dello Stato sociale, dalla sanità alla casa, sono stati provvedimenti impopolari presi dai governi di centrosinistra nell’ambito dei vincoli europei di riduzione drastica della spesa pubblica e di pareggio dei bilanci pubblici: obiettivi politici questi da sempre della destra!

Una sinistra dunque fortemente indebolita e in crisi che ha svolto una battaglia di resistenza cavalcando il politicismo, illudendosi di poter “salvare la pelle” e il sistema democratico chiudendo accordi elettorali e di governo con il Pds-Ds-Pd, senza però mai avanzare uno straccio di proposta ricavata da un suo programma di riforma economica, che avrebbe dovuto essere alla base di qualsiasi azione di governo, sia pur nell’ambito di una coalizione. La sinistra o è questo o non è!

Il suo essere forza di governo per la trasformazione non può essere ridotto a forza di modernizzazione e di miglioramento del “sistema Paese”. Non a caso a sinistra questi aspetti erano una volta lasciati tradizionalmente all’azione del sindacato: suo era soprattutto il compito di migliorare le condizioni materiali di vita dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani precari o disoccupati; suo era il compito di avanzare proposte per modernizzare il Paese con vertenze aziendali di riqualificazione dei servizi, riducendo gli sperperi, per una burocrazia statale e un servizio pubblico più efficiente e produttivo, più corrispondenti ai bisogni della collettività.

Il compito della sinistra era soprattutto di legiferare su queste proposte battendosi affinché diventassero legge per essere attuate. La sua azione politica si spinge pertanto ben oltre: è azione permanente tesa alla trasformazione, in quanto la politica promuove organizzazioni permanenti sulla base di precisi interessi ed esigenze economiche, In questo senso la politica si identifica con l’economia. Ma la politica si <<distingue>> dall’economia e quindi si può parlare, sostiene Gramsci, <<separatamente di economia e di politica>>, fino a parlare appunto <<di “passione politica” come di impulso immediato all’azione che nasce sul terreno “permanente e organico” della vita economica, ma lo supera, facendo entrare nel gioco sentimenti e aspirazioni…>>. Insomma, l’insieme degli aspetti sovrastrutturali, religiosi, intellettuali, culturali, che non ubbidiscono, egli osserva, al solo <<tornaconto individuale>>.

 

5. Il governo Renzi.
Oggi, spesso gli stessi che si sono imbarcati in avventure politicistiche, assumendo incarichi istituzionali ed elettivi a tutti i livelli nel centrosinistra, sostengono, con l’ascesa di Renzi, la morte del centrosinistra. Si guarda, giustamente anche con grande preoccupazione, al complesso di riforme istituzionali ed elettorali – un sistema elettorale quello dell’italicum per esempio che va oltre ad ogni più ristrettiva riforma elettorale di restringimento delle rappresentanze democratiche tramite il maggioritario e il bipolarismo – mettendo con atti legislativi concreti, e non con minacce politiche, in discussione la Costituzione dalle fondamenta.
Ma, mentre si grida contro Renzi denunciando il suo disegno autoritario a coronamento di una offensiva moderata che ha maciullato la prima e poi la seconda repubblica, non ci si accorge che sul terreno economico egli è portatore di un politica sociale di attenuazione delle dottrine economiche neoliberiste. Il suo successo elettorale non è solo il risultato di uno sviluppo mistificatorio apparentemente “democratico e innovativo” del populismo rispetto a quello dei luoghi comuni moderati di Berlusconi, e meno distruttivo e demagogico di quello estremista di Grillo; non è solo l’uomo d’ordine democratico della provvidenza che dialoga direttamente con il popolo facendo meno della mediazione delle istituzioni, dei partiti e dei sindacati, il cui populismo però è presentato in modo contrapposto a quello conservatore di destra; è anche il leader di un nuovo disegno strategico interclassista, senz’altro non assimilabile a quello democristiano che guardava a sinistra.

È un interclassismo più spostato al centro, su un versante moderato in cui la mediazione tra capitale e lavoro per essere stabile e duratura ha bisogno da un lato di attenuare le politiche più oltranziste del neoliberalismo, dall’altro lato di istituzioni elettive piegate al governo del leader, proprio perché la “politica delle mance”, della costruzione di uno Stato assistenziale e di un sistema clientelare di potere oggi non è più possibile. D’altronde l’operazione molto criticabile degli 80 euro come una tantum a sostegno dei redditi più bassi e soprattutto le sue reiterate dichiarazioni sulla necessità di una politica economica europea basata non solo sui vincoli di bilancio, ma anche sulla crescita e l’occupazione, pur se non si sono tradotte in atti concreti e significativi di governo, devono essere lette come un chiaro tentativo di stabilizzare il Paese ridisegnando le istituzioni in chiave di riduzione degli spazi di democrazia a supporto di una debolissima mediazione tra capitale e lavoro. Sarebbe però sbagliato credere che con questo Pd la sinistra non ha più nulla in comune. La situazione non è lineare: non lo era con Prodi, non la è oggi con Renzi!

 

6. Una nuova sinistra del XXI secolo.
A sinistra solo gli identitari non sbagliano valutazioni. Infatti, tutto ciò che non rientra nel loro schema ideologico è una variante del pensiero borghese o di quello socialdemocratico, sempre e comunque subalterno al primo; la questione della politica delle alleanze è così bella che risolta. Si resta arroccati nel proprio credo, prigionieri di una ideologia fuori dalla realtà. È questo un problema di tutti gli identitari, non solo dei neo-comunisti post-Pci, ma anche ugualmente di quei socialisti che pensano di essere gli unici depositari della storia novecentesca del movimento operaio in quanto il movimento comunista ha lastricato il suo percorso di errori, concezioni autoritarie e crimini.

Ci sono però identitari che colgono il limite dei loro schemi ideologici. Allora utilizzando in modo macchiettistico il pensiero di Lenin, di Togliatti o addirittura di Stalin, rivendicano con orgoglio la posizione che <<fermo restando i principi si può fare l’alleanza anche con il diavolo!>>. Rimuovono completamente il contesto storico eccezionale in cui questa “tattica” fu utilizzata per applicarla a una normale situazione politica di ricerca di alleanze elettorali e di costruzione di coalizioni di governo del Paese, di una Regione o di un Comune. La tattica è dunque ridotta alla giustificazione di accordi elettorali, il più delle volte privi di veri contenuti programmatici di cambiamento. Un modo di intendere la politica non lontana dalla “teoria di entrare nella stanza dei bottoni” con cui una parte del Psi giustificò l’accordo strategico con la Dc. Ma allora personalità come Giolitti o De Martino tentarono la strada della programmazione e delle riforme, invece oggi nel Psi di Nencini non si va oltre la possibilità d’acquisire dal Pd qualche ministero minore e qualche deputato per riaffermare un riformismo il cui unico impegno è a stare nella stanza di comando, appunto dei bottoni!

Noi abbiamo la convinzione che vi è tra il Pd e il Movimento5 Stelle un enorme spazio per una moderna sinistra del XXI secolo che mantenga aperta una prospettiva socialista; e siamo altresì la convinti che questa sinistra può essere costruita solo liquidando ogni forma di settarismo e minoritarismo da un lato e ogni forma di opportunismo e di subalternità al Pd dall’altro lato. Questo spazio non ha acquisito ancora i contorni della necessità, ma è opportunità, una possibilità su cui aprire un nuovo processo storico. Del resto, segnali forti che vanno in questa direzione ci vengono dal voto europeo. Vi è una sinistra in ripresa non solo in termini di consensi, ma anche nella qualità del voto. Una nuova sinistra che ha di fatto soppiantato la vecchia sinistra comunista e antagonista, guadagnando tra l’altro sensibilmente voti e consensi al Pse.

 

7. Le case per la sinistra unita.
In questa scia, dentro questo contesto si muovono le Case per la sinistra unita. Si è più volte detto che le Case ripartono dai territori e non sono interessate a rimettere insieme i cocci della sinistra italiana, magari sommandoli attraverso operazioni politicistiche dall’alto. È questa una prima differenza, non marginale, con il Comitato per Tsipras che è e resta un “cartello elettorale”, o meglio è un “contenitore” in cui si fronteggiano due diverse culture: una minoritaria, che sconfina verso tendenze identitarie, l’altro che intende costruire una sinistra nuova che si canditi a governare la transizione; insomma che traduca lo slogan “un’altra Italia ed Europa sono possibili” in un programma economico e sociale attorno al quale sviluppare l’iniziativa politica.

Sono due opzioni strategiche che impediscono, oggettivamente, di trasformare il Comitato per Tsipras in un centro propulsivo di azione politica credibile e riconoscibile. Per questo non ci sono le condizioni affinché il Comitato da “contenitore” si trasformi in un soggetto politico, a meno che una delle due parti non decida deliberatamente o forzatamente di uscirne. Un “contenitore£ certamente utile per condurre grandi campagne condivise, come quella referendaria contro il pareggio di bilancio, o di affrontare scadenza elettorali dando vita a una unica lista, una volta decisi unitariamente gli aspetti programmatici e le alleanze. In questo senso il Comitato può continuare a svolgere un ruolo e avere una utilità politica, ma oltre ad essere un luogo d’incontro non gli è dato andare.

Il gruppo dirigente o meglio di coordinamento del Comitato è inoltre precostituito, è il risultato di equilibri tra micro partiti e aeree politiche e il metodo su cui si è chiamati a farne parte è quello della cooptazione senza mettere in discussione gli equilibri. È anche questo un punto di differenza non di poco conto dalla Case per la sinistra unita, strutture aperte invece, alle quali si aderisce individualmente sulla base del criterio “una testa un voto”.

Le Case per la sinistra nascono per contribuire ad aprire un processo tutto in divenire, quindi non si presentono come strumenti compiuti – per questa ragione sono Case per o non della sinistra unita – che hanno come primo obiettivo quello di lavorare per un nuovo e robusto insediamento sociale della sinistra.

Quando si afferma di voler lavorare per un nuovo insediamento sociale della sinistra partendo dai territori non si intende il “territorio” in senso letterario, ma territorio come area di conflitti sociali, in primo luogo a quelli legati al ciclo produttivo della fabbrica e a quelli connessi ai processi di terziarizzazione dell’economia, cioè all’insieme dei “mondi del lavoro”. Ma anche il conflitto legato alle contraddizioni dei luoghi del sapere e della conoscenza, allo sfruttamento dell’ambiente, al degrado urbanistico e al riconoscimento di elementari diritti individuali. Un insediamento sociale, dunque, che in una certa misura configura un nuovo blocco storico per la trasformazione. Lontana da noi pertanto l’idea delle due società, quella garantita, di “sopra” e quella degli oppressi, di “sotto”, destinate a un perenne antagonismo che non determina però il superamento della contraddizioni nell’ambito di un processo di transizione. Siamo invece per la riproposizione di una rinnovata e moderna visione dei conflitti sociali e di classe, in una società caratterizzata da un oligarchico capitalismo finanziario che mette, per alimentarsi e svilupparsi, in discussione anche importanti diritti e libertà conquistate dalle rivoluzioni democratiche-borghesi, come l’ultimo Engels aveva genialmente intuito.

Senza questo insediamento non si ricostruisce la sinistra, si può tutt’al più fare testimonianza o agire come forza marginale. Solo un progetto così concepito può avere un respiro strategico e non avere il fiato corto come tutti quelli tentati in questi anni. È però questo un lavoro di lunga lena che non si esaurisce nelle scadenze elettorali, locali o nazionali.

Le Case perciò non vogliono essere la copia, brutta o bella che sia, delle attuali sedi dei partiti, un po’ comitati elettorali e un po’ sedi correntizie di confronti congressuali; ma neppure, attenzione, dovranno essere confuse o identificate con l’associazionismo sociale. Non perché non siano inclini all’attività sociale e a connettersi con i conflitti sociali, tutt’altro! Ma questo loro specifico tratto dovrà essere ricondotto a una dimensione politica complessiva. Le Case perciò come una parte di un tutto, con una loro autonoma attività, e non come sommatoria di peculiarità sociali, sia pur significative e importanti. Anche per questo sono progettate come luoghi di analisi, di discussione e proposta politica; dei laboratori capaci di moltiplicare forze ed energie per un’azione politica efficace, incisiva. Si tratta, insomma, di avviare un processo di formazione di un “senso comune”, di “una volontà collettiva”.

Per questo non poniamo all’ordine del giorno la forma partito, non perché si teorizza un “sistema a rete”, ma solo perché sarà il reale processo a definirla. Il ”sistema a rete” è un punto di partenza necessario, ma non l’approdo. Ecco perché si evitano slogan roboanti e logori, come “costituente” o “superamento immediato dei partiti” per la costruzione di un nuovo soggetto politico. Per la militanza nelle Case il possesso della tessera a un partito della sinistra non è questione per l’oggi rilevante. L’impegno ora non è di configurare una ossatura di partito, anche perché vi è un lavoro ancora tutto da svolgere legato alla elaborazione, nel vivo dell’iniziativa politica, proprio di una nuova teoria del partito corrispondente a una società matura come quella contemporanea.

 

8. I tre elementi gramsciani della formazione del partito.
L’impegno immediato affinché un partito, come ci dice Gramsci, sia storicamente necessario è la formazione dcl primo degli elementi, che operi e sia diffuso. Si tratta – ricorda il fondatore del Pci – della militanza <<di uomini comuni, medi>>, la cui la partecipazione è data dalla presa di coscienza della necessità del partito, ma <<non da uno spirito creativo ed altamente organizzativo>>. Per dirla in altri termini, si tratta dell’adesione al partito dei ceti sociali subalterni, partecipazione che non deve essere ristretta e quindi <<politicamente insufficiente e senza conseguenza>>. Insomma, di come si riesce a fare “massa critica” al capitalismo.

Gramsci ricorda però nelle “Note sul Machiavelli” che questo primo elemento da solo non darebbe vita a un partito perché in assenza di una <<forza coesiva>> questi uomini <<si sparpaglierebbero e si annullerebbero in un pulviscolo impotente>>. Senza un elemento coesivo principale, con capacita sia inventiva sia di indicare una certa direzione, un partito non si forma. Il secondo elemento più che il primo è necessario perché sarebbe un esercito senza capitani, allo sbando, sarebbe facilmente distrutto o mai si formerebbe. L’esistenza dunque di un gruppo di capitani con fini comuni – cioè di un gruppo dirigente – è dunque decisivo per formare un esercito anche là dove non esiste. Infine Gramsci pone in evidenza un terzo elemento, che connetti in rapporto dialettico il primo con il secondo: un elemento <<che li metta a contatto, non solo “!fisico” ma morale e intellettuale>>. Si tratta dei quadri intermedi senza i quali il partito non è in grado di agire.

Scrive Gramsci:<<Date queste considerazioni, si può dire che un partito non può essere distrutto con mezzi normali, quando esistano necessariamente il secondo elemento, la cui nascita è legata alle condizioni materiali oggettive (e, se questo secondo elemento non esiste, ogni ragionamento è vacuo), sia pur allo stato disperso e vagante, non possono non formarsi gli altri due, cioè il primo, che necessariamente forma il terzo come sua continuazione e mezzo di esprimersi>>. Una riflessione decisiva dalla quale partire che aiuta a comprendere la situazione italiana. Forse si può affermare che mentre il Pci-Pds.Ds-Pd nel corso delle sue diverse mutazioni, anche genetiche, ha mantenuto una <<proporzione definita>> tra questi tre elementi, così non è accaduto per il Pci-Prc e le successive formazioni di sinistra nate da scissioni dal Prc o dal Pdci. Viste oggi in termini critici, erano tutte formazioni non storicamente necessarie. Soltanto, forse, il primo Prc era un partito in cui si erta giunti a una <<proporzione definita>> tra i tre elementi, però appena appena sufficiente, che andava irrobustita con un lavoro teorico e politico impostato dai <<capitani>> che però non c’è stato.

Basta osservare, anche superficialmente, le micro organizzazioni della sinistra per renderci conto che non hanno una vera e propria articolazione dei tre elementi: un esercito di scarsa consistenza, dei gruppi dirigenti nazionali con rari capitani e divisi tra loro, dei quadri intermedi che sono molto spesso più militanti promossi da logiche correntizie al ruolo di dirigenti territoriali che quadri formatisi nelle lotte e nella battaglie politiche. E se lo stato della sinistra è questo i promotori delle Case per la sinistra unita non potevano che riflettere tale drammatica situazione, anche se hanno coinvolto e favorito la partecipazione, proprio perché consapevoli di questa drammatica debolezza, sindacalisti e militanti dell’associazionismo. Ma non è questo encomiabile impegno, naturalmente, a rendere la situazione migliore.

Ecco perché alle Case non piace parlare di un nuovo soggetto politico, ma indicare invece un processo. Non siamo interessati a un altro piccolo e modesto partito transitorio. Non siamo contro i partiti, cioè dei “movimentisti”, bensì le Case nascono proprio per fare un partito, stoicamente necessario, come direbbe Gramsci, espressione delle contraddizioni della società contemporanea. Alle Case aderiscono donne e uomini che potrebbero appartenere teoricamente ai tre diversi elementi, ma questa articolazione nella realtà oggi non esiste. Per questo l’unica organizzazione possibile è quella “a rete” e un metodo di discussione e del formarsi delle decisioni basato sul consenso e sulla trasmissione di idee e proposte in senso circolare, non gerarchizzato. Solo quando le Case avranno quel peso sufficiente per determinare una diversa storia saranno mature le condizioni di nascita del nuovo soggetto, del nuovo partito.

Consideriamo per questo l’esperienza romana delle Case per la sinistra unita un esperimento che ha valenza nazionale. Le Case non sono inclusive. Ben vengano altre esperienze simili alla nostra: associazioni politiche, nazionali o locali, centri e circoli territoriali, e la trasformazione ovunque sia possibile dei Comitati per Tsipras in veri e propri luoghi di iniziativa politica. E soprattutto la presa d’atto consapevole dei micro partiti di sinistra di essere transitori e del tutto insufficienti e autoreferenziali. Con tutti vogliamo discutere e avere uno stretto collegamento, rispettosi delle diversità; ma il percorso comune richiede una scelta strategica irrinunciabile: partire dai territori per ricostruire la sinistra: L’improvvisazione di progetti dettati prevalentemente da scadenze elettorali per cui s’imboccano scorciatoie in cui si sommano debolezze a debolezze e con i soliti finti capitani che precostituiscono i gruppi dirigenti poco o nulla ci interessano. Magari possiamo sostenerli con il voto, come già abbiamo fatto con la Lista Tsipras, ma non parteciparci. Siamo proiettati a ricercare nuovi orizzonti Non intendiamo farci politicamente ancora del male rincorrendo un modo di fare politica datato, che in vent’anni non ha prodotto nulla di buono.
Noi preferiamo invece che la vecchia talpa torni a scavare.

Sandro Valentini

 

Il sostegno della Sinistra Socialista e della Lega dei Socialisti al Referendum sul Fiscal Compact, di F. Bartolomei

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franco

La LEGA dei SOCIALISTI e la SINISTRA SOCIALISTA SOSTERRANNO LA RACCOLTA DELLE FIRME NECESSARIE PER SVOLGERE I REFERENDUM per abrogare, in particolare, alcune disposizioni della legge n. 243 del 2012 , attuativa del nuovo principio dell’ obbligo di equilibrio di bilancio introdotto in Costituzione durante il governo Monti , che ne prevedono il conseguimento attraverso politiche di austerità di natura assolutamente recessiva, dannose per lo sviluppo del Paese, e per il lavoro ,e pericolose per la stessa stabilità dei conti pubblici a causa della inevitabile contrazione degli introiti fiscali derivante dalla sicura futura contrazione della ricchezza prodotta .

Decidiamo di sostenere i referendum abrogativi proposti , al di la’ del merito dei quesiti referendari , per contribuire comunque a costruire nella opinione del paese un consapevole fronte del dissenso rispetto alle normative europee imposte dalle autorita’ finanziarie sovranazionali sull’onda dell’ attacco dei mercati finanziari alle sovranita’ degli stati , ed ovviamente per cercare di attenuare le conseguenze che l’introduzione di una stringente normativa vincolistica delle politiche di spesa ed incentivazione pubblica dell’economia potra’ causare al.tessuto produttivo ed all’equilibrio sociale del paese .

E’ pero’ opportuno chiarire da subito che, in ogni caso , la celebrazione di un referendum parziale, come questo , non puo’ e non deve essere considerato, in alcun modo , una fonte di legittimazione indiretta degli indirizzi complessivi fissati alle politiche di bilancio degli Stati della zona ” Euro” fissati dall’ACCORDO EUROPEO sul ” FISCAL COMPACT ” , che deve, al contrario , continuare ad ESSERE CONDIDERATO UNO DEI PUNTI CENTRALI DELLA REVISIONE TOTALE DEI TRATTATI ISTITUTIVI DELLA UNIONE .

In tal senso riteniamo questo REFERENDUM ; ANCHE IN CASO DI ACCOGLIMENTO DEI QUESITI ABROGATIVI DA PARTE DEL CORPO ELETTORALE, una espressione di volonta’ del corpo elettorale che non puo’ ESSERE CONSIDERATO , in alcun modo, QUALE ATTO DI LEGITTIMAZIONE POPOLARE DEL DISPOSTO GENERALE DELLA NORMATIVA ; anche in relazioni alle parti rilevanti della legge attuativa , n. 243 del 2012 , che non sono neppure SOTTOPINIBILI A REFERENDUM ABROGATIVO in quanto assumono il contenuto dispositivo vincolante di precetti normativi costituenti diretta espressione applicativa di un disposto costituzionale , che sicuramente non puo’ essere da noi condiviso nel suo reale significato di limite invalicabile di natura politico -finanziaria alla discrezionalita’ valutativa ed operativa del governo del paese in materia di politica economica e sociale , ed attraverso essa alla sua stessa sovranita’ .

Un referendum abrogativo parziale come questo , peraltro costretto alla parzialita’ del suo oggetto dalla stessa natura di legge costituzionalmente rafforzata della legge n. 243 del 2012 , attuativa del disposto costituzionale introdotto in esecuzione del trattato europeo sul Fiscal Compact , che contiene le norme di cui si chiede l’abrogazione , puo’ sicuramente contenere, quale sua conseguenza naturale , una portata legittimante dell’intera normativa restante sugli obblighi di pareggio o di equilibrio di bilancio essendo obbligatoriamente limitato solo ad alcune delle modalita’ del suo concreto perseguimento , per cui riteniamo indispensabile il nostro chiarimento diretto ad inquadrare correttamente la parziale battaglia referendaria nel reale contesto complessivo che la circonda, e sopratutto lo riteniamo necessario ad evitare che il suo svolgimento possa essere succesivamente considerato una sorta di accettazione indiretta del significato politico reale della restante normativa complessiva .

Noi continuiamo infatti a ritenere assolutamente negativo quel principio fatto divenire disgraziatamente Costituzionale , e lo consideriamo da eliminare in toto attraverso quella revisione complessiva dei trattati europei per cui ci battiamo , e che riteniamo debba costituire il vero obiettivo attorno a cui ricostruire la Sinistra in Italia ed in Europa .

Il processo costituente di una nuova forza della sinistra , in cui noi crediamo , deve infatti costruire una forza nuova che abbia un profilo di forza riformatrice Socialista dai caratteri di programma molto radicali , totalmente autonoma culturalmente dagli schemi mentali e dalle sugestioni del modello neo-liberista , o , ancor meglio ancora, del sistema neo -finanziario dei processi di creazione della ricchezza .

Una forza politica che ricostruisca la Sinistra, libera del tutto da ogni condizionamento dei poteri forti che costituiscono i sogetti attuatori sovranazionali del modello economico dominante , alternativa al quadro esistente ed in grado di reggere con energia ed intelligenza un ruolo di opposizione , ma in condizione di assumersi ,se ne dovessero creare le condizioni , le responsabilita’ di una politica di governo .

Il nostro impegno in questo referendum , con la chiarezza necessaria riguardo al suo autentico significato , e’ quindi un passaggio decisivo di questa nostra idea di ricostruzione della Sinistra Italiana .


Franco Bartolomei

Partito il Cinecittà Film Festival, di A. Galeotta

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Dal 10 al 13 luglio si terrà il primo Cinecittà Film Festival.

Il Festival vuole essere anche una risposta alla speculazione del piano di Luigi Abete che gestisce Cinecittà Studios e che inaugurerà nella stessa data, insieme ai fratelli Della Valle, il parco giochi Cinecittà World.

L’evento promosso dalla rete territoriale Cinecittà Bene Comune e dalle maestranze degli storici studios è autogestito, aspira ad essere partecipato e popolare, e vuole valorizzare la grande produzione cinematografica di Cinecittà proiettando i grandi capolavori della fabbrica dei sogni italiana. Ad ospitare la rassegna sarà la suggestiva cornice del Parco degli Acquedotti, una location altrettanto celebre nel quartiere simbolo del cinema italiano.

Il Festival nasce a sostegno delle maestranze del cinema di Cinecittà Studios, del lavoro, della cultura contro il piano di cementificazione di Luigi Abete che prevede all’interno degli studi 400 mila metri cubi di cemento, di natura commerciale e per intrattenimento.

Il festival vuole essere anche un luogo di discussione e riflessione sul futuro degli Studios attraverso il coinvolgimento della cittadinanza ma anche delle istituzioni e del mondo del cinema, con autori, registi e attori, ma anche sindacati e forze politiche.

Augusta Galeotta
 

I tre pilastri della sinistra, di M. M. Pascale

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pascale

 

Relazione alla tavola rotonda “ricostruire la sinistra”, Civitavecchia, 5 luglio 2014

 

Libertà e giustizia sociale. Un vecchio enunciato di Sandro Pertini che ha scosso a suo tempo la politica italiana in maniera trasversale. Due parole semplici ma potenti. Libertà vuol dire poter disporre di se, poter essere ed esistere nel mondo. Aristotele diceva che era libero solo “chi possedeva almeno uno schiavo”. Spartaco rispose impugnando la spada contro i padroni. La libertà è anche un punto di vista. Non la si impara, la si costruisce. La libertà viene a noi attraverso l’autonomia economica che porta a poter soddisfare bisogni materiali e ci dà la possibilità di soddisfare i bisogni spirituali. Il lavoro diventa, da sintomo di schiavitù, simbolo di libertà. Avere un salario che porti un avanzo rispetto alle spese, poterlo gestire, vuol dire essere liberi.

Ma se solo alcuni sono liberi, la libertà esiste? La risposta è no. Esiste solo il sopruso. Per rendere possibile la libertà noi abbiamo bisogno dello strumento della giustizia sociale. Ogni uomo nasce libero, compito nostro, interpretando J. J. Rousseau, è quello di evitare che cada in catene. Pari opportunità di partenza, stimolo a chi resta indietro o parte svantaggiato, ma anche incentivazione dell’impegno e dei meriti. La giustizia sociale non è rendita di posizione, ma è la strada verso una società migliore.

Ecco quindi cos’è la sinistra. Da ognuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni ed i suoi meriti. Ma forse non dovremmo neanche chiamarla più “sinistra”, nome che ci fa pensare, oggi, ad intellettuali prezzolati che di giorno predicano Marx e Gramsci e la sera parlano con Berlusconi per proporre il loro ultimo libro ad Einaudi o a Mondadori. Politici di professione, cacciatori di “contatti” che portino a scorciatoie per l’ascesa nei salotti che contano, conduttori televisivi dal ghigno cattivo più o meno radical chic, eroi di carta che parlano, parlano e basta, di camorra, godendosi lauti diritti d’autore.  Sarebbe il caso di creare tra noi e tutta questa genia di parassiti una certa distanza e ripeto, provocando, forse un nome nuovo per i concetti espressi dalla forma storica che noi chiamiamo “sinistra” non sarebbe una cattiva idea.

Su questo ci penseremo.

Ma dato che noi siamo qui ed ora, mi preme pormi e porvi un interrogativo. Mi chiedo e vi chiedo,che fare a Civitavecchia? Francamente sono rimasto frastornato, dopo la vittoria dei 5 stelle, dal coro bipartisan che si levava dalle opposizioni, dentro e fuori l’aula consiliare, e che ripeteva, a mo’ di mantra “siamo collaborativi”. Ne comprendo, al limite, l’esigenza tattica, ma ci vedo anche una palese incapacità di lettura dei dati politici. I nostri rappresentanti credono di avere a che fare con un “nemico convenzionale”, che si combatte, vero, ma con cui si può anche dialogare, al limite fare la pace dopo la guerra, perché, in fondo, esistono valori comuni che possono portare a linee di azione condivise. Per fare un esempio: il social housing è stato ed è una preoccupazione sia della sinistra che del mondo cattolico e ambedue questi soggetti, nonostante le feroci battaglie combattute, hanno sempre collaborato per portare avanti progetti.

Eppure è evidente che con i 5 stelle non sia così. La vicenda di TVS, ad esempio, la dice lunga sul tema della difesa del lavoro e sulla sua irrilevanza nei disegni della “nuova politica”. Il comune di Civitavecchia non è stato neanche invitato al tavolo ministeriale che doveva discutere il problema. Gli altri comuni interessati si sono presentati lo stesso, con tanta faccia tosta, sbattendo i pugni sul tavolo. I nostri amministratori sono rimasti incollati alle loro poltrone, preferendo il “tavolo dei bambini” più piccolo, minoritario e destinato al fallimento.

Semplicemente per loro il lavoro non è un valore così importante. Lo si difende a tempo perso.

Pari opportunità? Giustizia sociale? Quando sento l’assessore al welfare dire che “i servizi sociali non sono ad personam” e che gli utenti “debbono recarsi in ufficio, riempire un modulo ed aspettare”, mi si gela il sangue nelle vene. I servizi sociali sono ad personam, ogni caso è diverso dall’altro e la data di presentazione delle domande non coincide mai con la gravità e con l’urgenza del caso. Una donna maltrattata, un bambino abusato, una famiglia cui è crollata la casa non possono sedersi ed aspettare il loro turno. Dietro alla visione burocratica si cela l’arroganza di chi vuole eliminare il bisogno dalla città, ma non perché vede un mondo migliore, non perché risolve il problema, ma semplicemente perché la vista dei bisognosi offende lo sguardo del piccolo borghese.

Meriti? Certo i 5 stelle hanno la qualità dei curricula e le competenze tra le loro parole d’ordine. Eppure guardiamo chi sono, questi meritevoli. Tra eletti, amministratori e delegati, l’unica loro dote, oggettivamente, è quello di aver votato e  fatto campagna elettorale per loro. Marx li definirebbe, in blocco, senza mezzi termini, “studenti e giuocatori di biliardo”. Questo mentre le eccellenze, quelle vere, continuano ad andare ogni mattina verso Roma, dove vengono stritolate dal precariato.

Quali valori comuni possiamo avere noi, figli e nipoti della grande tradizione socialista, con loro? Loro ogni giorno demoliscono i tre pilastri della sinistra: libertà, giustizia sociale e merito. Loro hanno portato, in Italia e a Civitavecchia, un abbrutimento della politica, con la pratica quotidiana del linciaggio mediatico contro chiunque fosse in disaccordo. L’egemonia dell’urlo, il razzismo strisciante, evidentissimo nell’alleanza tra Grillo e Farage, che si estrinseca a Civitavecchia con il mitologema antisemita applicato ai cinesi.

La politica, per i 5 stelle, non è geometria, ma è degradata a luogo in cui si risolvono contraddizioni psicologiche di fondo.

Compagni, senza tanti giri di parole: vogliono la morte dei nostri valori. Vogliono, da un punto di vista politico, la nostra morte. Di fronte a questa evidenza vi domando, cosa dovremmo fare? Dovremmo “collaborare” oppure sarebbe lecito difendersi? La domanda è retorica, ovviamente. Dobbiamo difenderci con tutto quello che abbiamo a disposizione, coprendoci le spalle gli uni con gli altri. Quando si è nella stessa trincea la morte del compagno, per quanto antipatico possa essere, mi scopre il fianco. Io divento vulnerabile.

La sinistra, nella sua genesi storica, ha dimostrato ampiamente un fatto. Ogni qual volta c’è stato un soggetto che ha provato ad essere egemone sugli altri, si è sempre perso. Veltroni e la teoria dell’autosufficienza ne sono un esempio. La sinistra ha vinto, in Italia e a Civitavecchia, solo quando si è presentata unita. I più sofisticati, a questo punto, obietteranno impugnando la categoria di governabilità. D’accordo. Ma la politica non è solo amministrazione, bensì anche visione del mondo. Oltretutto la nostra carta costituzionale (che è sempre valida, finché non ne avremo un’altra) non cita la governabilità come valore, bensì la democrazia. Sono due cose profondamente diverse ed io, nel mio piccolo, preferisco la democrazia, quella dei padri fondatori, al vile dominio dell’amministratore di condominio.

Ma voglio anche farmi carico della categoria di governabilità, perché poi è pur sempre un governo (nazionale o locale) che deve agire per il raggiungimento degli obiettivi.

Come si governa, efficacemente, tutti insieme?

Dobbiamo tutti, senza eccezione, guarire dal berlusconismo, che ci ha contaminato negli ultimi anni. I partiti, anche se difendono “una parte” del corpo sociale, debbono svolgere alloro interno una dialettica tra diversi punti di vista. Non possiamo permetterci più partiti “padronali”, che rispondono ad un solo uomo o partiti “azienda” che difendono ciecamente gli interessi di una sola lobby. Questo deve essere un impegno condiviso e comune. Non possiamo permetterci di congelare la mobilità generazionale: chi ha fatto il suo tempo dia pure buoni consigli, ma si faccia di lato. Non possiamo permettere alla vanità personale, alle psicologie particolari, di governare i partiti. Non possiamo permetterci di essere schiavi dei voti, che sono importanti, certo, ma dobbiamo capire che in politica servono, in egual misura, tre cose: certamente i voti, ma anche le capacità organizzative e le capacità intellettuali.

Proprio per questo dobbiamo abbandonare lo schema perverso della dittatura degli eletti. La politica non può coincidere con la pura e semplice amministrazione.

Queste le mie considerazioni per ricostruire la sinistra. Il mio augurio e che si riparta qui, tutti insieme, per l’edificazione di una casa comune.

Mario Michele Pascale

Ultimo sprint per la campagna DELIBERIAMO ROMA, di M. Luciani

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deliberiamo

Siamo ormai agli ultimi giorni utili per raccogliere le firme a sostegno delle Delibere di Iniziativa Popolare della campagna cittadina DELIBERIAMO ROMA.

L’istituto della Delibera d’Iniziativa Popolare è previsto dallo Statuto di Roma Capitale ed è un atto con il quale almeno 5000 cittadini iscritti nelle liste elettorali del Comune di Roma, le cui firme devono essere autenticate dal Comitato Promotore e certificate dal Sindaco, presentano un progetto di deliberazione all’Assemblea Capitolina o alla Giunta (nel nostro caso all’Assemblea Capitolina).

Le delibere proposte dai promotori sono quattro: 1)Acqua Pubblica, 2) Uso sociale del patrimonio abbandonato, 3) Sostegno alla Scuola Pubblica per l’Infanzia, 4) Finanza sociale.

Attraverso i contenuti delle quattro delibere i promotori intendono indicare su alcuni temi qualificanti una prospettiva alternativa a quella definita dal decreto Salva-Roma e caratterizzata da piani di austerità, dismissioni e privatizzazioni.

  • ACEA ATO 2 S.p.a. va ri-pubblicizzata e va assicurata la gestione pubblica per migliorare la qualità del servizio idrico e garantire la partecipazione delle comunità locali e la dignità dei lavoratori, in coerenza con l’esito del referendum del 2011 promosso da Acqua Bene Comune che ebbe uno schiacciante successo col pronunciamento di 27 milioni di cittadini italiani un milione dei quali erano romani.
  • Acquisizione a Patrimonio Comune anche attraverso espropri e requisizioni, in alternativa alle svendite degli edifici sfitti ed invenduti, delle ex aree militari, le fabbriche, i cinema e i teatri dismessi, delle terre incolte e i casali abbandonati, per trasformarli in case, servizi, centri culturali, verde pubblico, laboratori, sedi di amministrazioni a canone zero.
  • Spostare i finanziamenti alle scuole d’infanzia private verso le scuole d’infanzia comunali con l’obiettivo di soddisfare la domanda inevasa quantificabile in 4600 bambini di famiglie che ogni anno a Roma vedono respinte le domande per raggiunti limiti di capienza delle graduatorie.
  • Il Consiglio Comunale deve fare formale richiesta alla Cassa Depositi e Prestiti di modificare status giuridico e funzione al fine di sostenere con finanziamenti a tasso agevolato gli investimenti degli Enti Locali riguardanti Beni Comuni e Welfare Locale, affrancandoli dai vincoli del Patto di stabilità.

La campagna è stata promossa dal Coordinamento Romano per l’Acqua Pubblica, la Rete Patrimonio Comune, Il Comitato Articolo 33 e il Forum per una Nuova Finanza Pubblica e Sociale di Roma.

I contatti per dare una mano alla campagna in questi ultimi e decisivi giorni o, semplicemente, per sapere dove si può andare a firmare sono:

www.craproma.blogspot.it

www.patrimoniocomune.org

http://www.art.33.roma@gmail.com

www.perunanuovafinanzapubblica.it

www.deliberiamoroma.org

Le Case per la Sinistra Unita sono un luogo aperto dove la campagna può trovare consenso e appoggio.

Massimo Luciani

 

Renzi, le riforme e la Costituzione, di M. Ferro

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Renzi dovrebbe smettere di turlupinare gli italiani con bugie e falsità sul problema delle riforme istituzionali.
Non è vero che le riforme istituzionali le ha chieste l’Europa. Anzi sarebbe gravissimo se così fosse. I Paesi europei non possono permettersi di interferire sulle modalità che ciascun Paese ha scelto per organizzare, secondo la propria storia e le proprie tradizioni, il sistema di democrazia interna, purché questo sistema rispetti i principi fondamentali della democrazia parlamentare.
L’Europa ha chiesto di riformare il nostro sistema economico perché esso sia confacente con le regole economiche che regolano l’Unione. (ed anche su questo ci sarebbe da obiettare che il nostro sistema economico deve rispondere, non solo alle esigenze dell’Europa, ma prioritariamente alle esigenze irrinunziabili del nostro Paese, soprattutto in materia di lavoro e di occupazione, ma anche di sviluppo e di protezione internazionale del nostro sistema industriale).
L’obiettivo di Renzi è quello di costruire un sistema parlamentare che sia il più controllabile possibile da parte del Governo. La riforma del Senato con un sistema elettorale indiretto che rischia di creare un Senato quasi monocolore, un sistema elettorale maggioritario che cancella totalmente il principio costituzionale della rappresentatività e che consente ai Capi dei Partiti di scegliere i deputati secondo il loro grado di sudditanza, costituiscono il più grave e subdolo tentativo nella storia della Repubblica di attentato alla nostra Democrazia.
Tenuto fermo il principio dell’intoccabilità della prima parte della Costituzione, la seconda Parte, l’Ordinamento della Repubblica, può avere, nel corso del tempo, necessità di adeguamento alle mutate situazioni politiche e sociali, ma tali interventi debbono tener conto degli equilibri e dei contrappesi che i Nostri Padri costituenti riuscirono ad introdurre nella Carta costituzionale. E’ perciò senz’altro possibile rivedere i poteri e le competenze del Senato tenendo conto che comunque questo deve esercitare un potere di controllo e di seconda lettura su alcune importanti materie rilevanti per l’intero sistema democratico.
Per quanto riguarda la Legge elettorale Renzi sa perfettamente che l’attuale proposta dell’italicum presenta notevoli aspetti di incostituzionalità e quindi è soggetta ad essere respinta dalla Corte costituzionale, ma sa anche che i tempi che la Corte impiegherà per farlo sono talmente lunghi che comunque la nuova legge può essere utilizzata per almeno due legislature e questo gli permetterebbe comunque, per questo periodo, di governare con un Parlamento costituito a sua immagine e somiglianza.
I più rilevanti aspetti di incostituzionalità della legge elettorale riguardano il premio di maggioranza che potrebbe consentire ad un Partito che ottenesse il 37% dei voti di impossessarsi del Governo del Paese a scapito del rimanente 63% dei cittadini che non lo hanno votato, e le soglie di sbarramento che impedirebbero a organizzazioni politiche che pur ottenendo un rilevante numero di voti (4% o perfino l’8%) di essere rappresentati in Parlamento (in tutte e due i casi il principio di rappresentatività verrebbe disatteso).
L’unica speranza per evitare questa deriva è che i Parlamentari (Deputati e Senatori) che hanno a cuore le sorti della Democrazia e il rispetto della Costituzione, indipendentemente dalla loro appartenenza politica, votino secondo la propria coscienza e non secondo le indicazioni dei propri Capi – partito.

Michele Ferro

Costruire le Case per la Sinistra Unita obiettivo della Lega dei Socialisti, di F. Bartolomei

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franco

Cari Compagni, questo risultato del PD di Renzi al 40% sancisce il punto di arrivo di una svolta centrista del baricentro politico del paese che caratterizzera’ per un lunghissimo il quadro di governo del paese . E’ un risultato che , unico caso in Europa, riassume in un solo partito ( con la sola appendice del NCD e dei minuscoli reduci Montiani) uno spazio elettorale pressoche’ coincidente con quello che sottende l’accordo del resto d’europa tra i Popolari , i Liberali , ed i Socialdemocratici . E’ un risultato che sancisce… la fine del bipolarismo imperfetto della II Republica , la fine della sinistra come componente di massa del nostro sistema politico , e la nascita di un sistema politico, garantito dalla riforma elettorale in cantiere , nuovamente imperniato su un blocco centrale di governo pressoche’ inamovibile . E’ un risultato che blinda la direzione politica del PD Renziano verso la ricostituzione di un blocco elettorale di natura tendenzialmente centrista- democratico , all’interno del quale si porta definitivamente a compimento la logica trasformazione dei vecchi diessini in una sua subalterna componente di ispirazione simil – blairiana , priva di autonomia politica e culturale. Questo nuovo blocco di governo si muovera’ nel solco di una gestione moderata del paese secondo i dettami della nuova gestione dell’economia occidentale , impostata in modo probabilmente piu’ flessibile dalle nuove autorita’ monetarie europee ed internazionali , in cui Draghi rappresenta il piu’ intelligente punto di congiunzione tra le necessita’ del sistema bancario internazionale e le esigenze di governo delle economie avanzate . I Socialisti Italiani in tutto cio’ cesseranno di esistere come soggetto autonomo, rendendo esplicita quella loro attitudine alla collateralita’ che ne ha caratterizzato il ruolo in tutta la II repubblica , purtroppo da ben prima che Nencini facesse di necessita’ virtu’ coprendosi con la copertina , per la verita ‘ sempre piu’ logora , della nostra appartenenza al PSE . Non a caso Il risultato dei candidati Socialisti nella lista del PD e’ stato disastroso , come prevedibile . L’unica nota lieta e’ il raggiungimento del quorum della lista Tsipras, alla quale questo risultato elettorale complessivo affida compiti molto piu’ grandi delle sue attuali spalle . Per noi della Sinistra Socialista questo risultato costituisce uno stimolo in piu’ a continuare nel nostro disegno di costruire una nuova forza Socialista alternativa al PD , riunendo a partire dai territori i Socialisti e tutte le forze che hanno contribuito al buon risultato della lista Tsipras . Le” Case per la Sinistra Unita “, trasformate in un progetto di aggregazione nazionale e non piu’ solo un esperimento romano , allo stato attuale sono lo strumento concreto che possiamo attivare per tentare di arrivare alla costituente della nuova forza della sinistra . La costituzione di una nuova sogettivita’ politica a sinistra del PD e’ in effetti un processo molto complesso che necessita’ di una omogeneita’ politica ancora tutta da costruire , e che non puo’ essere affidato solo ai diversi e conflittuali gruppi dirigenti sopravvissuti alla sconfitta della vecchia Rifondazione , ma necessita’ della presenza primaria e centrale di una forte componente Socialista . Inoltre SeL, come gia’ fatto altre volte , con la posizione di ieri di fatto si e’ sottratta per ora , per salvaguardare la sua unita’ interna , al processo costituente , le forze della ex rifondazione da sole non bastano a far decollare un progetto del genere, e lo stesso Tsipras , ovviamente , non potra’ entrare nei processi di politica interna italiana , e sopratutto avra’ bisogno di un buon accordo con Renzi, utile alla sua politica di avvicinamento al governo greco . Un processo costituente a sinistra fondato su un rapporto esclusivo tra Rifondazione e Sel, oltre a rischiare di non nascere nell’immediato , darebbe comunque un respiro corto ad una operazione di ricostruzione della sinistra italiana che dovrebbe avere una ben piu’ ampia portata, per cui noi Socialisti se non assumiamo una forte iniziativa per condizionare la qualita’ e la pluralita’ di tutto questo processo rischieremmo seriamente di rimanere in mezzo ad un guado , tra una sinistra ufficiale fagocitata in toto da Renzi , ed una riedizione in piccolo della originaria Rifondazione , riproducendo quella stessa situazione che si sarebbe creata se avessimo aderito alle scorse elezioni politiche alla lista Ingroia , che riuscimmo ad evitare a caro prezzo interno solo utilizzando una nostra candidatura Socialista alle regionali del Lazio , ed azzeccando le previsioni politiche sulla sconfitta di Bersani . Le “Case per la Sinistra Unita’” costituiscono in questo senso un momento di aggregazione dalla base , aperta ed unitaria , tra i compagni appartenenti a diverse componenti politiche della sinistra che si riconoscono in questo disegno di fondo, che si pone l’obiettivo di costruire un tessuto nuovo di rapporti politici ed organizzativi su cui innestare il futuro processo costituente nazionale , anticipandone dal basso il lavoro di elaborazione politica e di costruzione organizzativa diffusa sul territorio. Tutto questo mentre nel PSI , di fatto ormai morto come soggetto politico reale , ci sara’ poco da fare in questi prossimi tre anni , in cui Nencini ,come fatto gia’ in passato, simulera’ una ripresa di autonomia fasulla , che cancellera’ alle prossime politiche tornando nelle liste PD ( ora divenuto PSE ) , se non addirittura fin dalle prossime regionali laddove il Partito e’ troppo debole per fare la lista da solo. Purtroppo per noi oggi un margine per ricostruire un quadro come quello del congresso di Venezia ,migliorando le nostre posizioni interne nel Partito , non c’e piu’ , perche’ l’adesione al PSE di Renzi , ed il suo successivo successo elettorale ,consolidano la posizione di Nencini , in un partito retto da amministratori , politici professionisti , molto furbi nella tutela del loro staus , nel quale la passione vera per l’autonomia e l’identita’ socialista e’ solo un giocattolino buono per i pochi militanti in buona fede rimasti , che si fanno gabbare da Nencini ad ogni suo alito minuscolo di iniziativa politica. Inoltre il vecchio e radicato sub strato culturale dell’anticomunismo Craxiano permane duro a morire bloccando ogni nostro tentativo di forzare sulla costituente a sinistra , per cui l’unico nostro attacco che potrebbe trovare consensi puo’ avvenire solo su una posizione rigorosamente identitaria , come avvenuto all’ultimo CN , che in ogni caso non e’ la nostra , e che comunque ci porterebbe fuori dal nostro progetto di fondo . La linea della autonomia Socialista infatti , ancor piu’ alla luce della vittoria elettorale di Renzi , finirebbe alla prova dei fatti per riportare il Partito , per stato di necessita’ , come gia’ avvenuto alle politiche ed alle primarie del 2012/ 2013 con la non presentazione di un socialista , ad un nuovo ingresso nelle liste del PD alle prossime elezioni politiche. Tra l’altro in Direzione tutti i compagni tradizionalmente sostenitori di posizionifortemente identitarie si sono astenuti proprio perche’ non hanno ragioni frontali di opposizione al rapporto con il PD, ritenendo la sua adesione finale al PSE un passo determinante sul terreno di una appartenenza che ritengono condizione prima per qualsiasi atto politico . Questo e’ il quadro esistente, e questo spiega la mia personale volonta’ smettere di inseguire Nencini in una marcatura defatigante sul suo terreno ,che qualche denigratore, per ritagliare scientificamente per se ‘ , o per la sua organizzazione , uno spazio sulla nostra pelle, scambia in modo interessato per cedimento nella contrapposizione interna alla linea della segreteria Nencini , figuriamoci poi di fronte ad una proposta come quella di estendere il patto federativo con il PD alle realta’ territoriali , che riproduce su tutta Italia l’esempio autodistruttivo delle regionali Piemontesi e del risultato debolissimo dei 4 socialisti nella lista del PD alle europee. Pur di fronte alla confusione del quadro di riferimento nel quale siamo costretti ad agire restiamo ,comunque ,sempre piu’ convinti di due cose : 1) Che Lo schema dei riferimenti politici europei non puo’ essere risolto per i Socialisti nella dialettica PSE -PPE , a maggior ragione dopo il voto di Francia Italia e Grecia , ed il compito della Sinistra Socialista deve essere quello di costruire con tutta la Sinistra Socialista Europea, ormai parimente appartenente ad entrambi gli schieramenti esistenti , PSE e GUE , un tessuto unitario attorno ad una comune progetto di riforma degli assetti economici ed istituzionali dell’Unione . 2) Che solo da una ridefinizione del rapporto tra Comunisti e Socialisti , che porti ad una loro nuova comune soggettivita’ politica sulla base di un ripensamento critico delle loro rispettive esperienze , puo’ rinascere la sinistra nel nostro paese , ne’ piu’ ne’ meno come gia’ avvenuto in Francia , Grecia , e Germania, sulla base di una acquisizione chiara della consapevolezza che solo un impostazione fondata sull’impianto politico e teorico del Socialismo di Sinistra , italiano ed europeo , puo’ consentire la ricostruzione di una nuova forza politica a sinistra del PD sufficentemente rappresentativa e credibile . Per questo riteniamo che le ” Case per la Sinistra unita ” possano essere un primo progetto concreto , e realizzabile nell’immediato , per lavorare a questo grande disegno di rinascita della Sinistra , in Italia ed in Europa , ed alla luce delle difficolta’ esistenti siano , di fatto , l’unico tentativo serio di far vivere un progetto del genere attraverso un rapporto unitario , diretto e nuovo, tra diverse componenti di provenienza Socialista e Comunista.

Franco Bartolomei

PD, il primato dell’economia sulla politica, di G. N. Marras

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pd simbolo

Nello spazio politico che dovrebbe essere occupato dalla sinistra, la candidatura di Tsipras rappresenta un importante segnale per uno specifico motivo: conferire centralità e importanza ad un paese come la Grecia, regione periferica dell’eurozona e vittima sacrificale delle politiche di austerity decise sull’asse Bruxelles-Berlino. Tutti sappiamo che la crescita esponenziale dell’intelaiatura burocratico-amministrativa degli organi di governo dell’Europa non si è tradotta in una crescita della coesione sociale dell’Europa, (o nel concetto filosofico-politico dell’Europa dei popoli) bensì in politiche di rigore fiscale e austerity. Bisogna invertire questa tendenza e i paesi del Mediterraneo sono chiamati per raccogliere questa sfida. L’Altra Europa con Tsipras si presenta quindi come foriera di opportunità, il movimento che si sta costituendo in queste settimane potrebbe innescare quella scintilla necessaria per avviare una discussione necessaria in Italia: offrendo la storica occasione di elaborare un nuovo soggetto politico a sinistra, aperto e plurale. Una forza rappresentativa in grado di condannare le conseguenze sociali di un capitalismo finanziario predatorio, talvolta, perpetuato nella sua forma edulcorata del liberismo di sinistra. Forze politiche come il PD hanno perpetuato, e tuttora continuano a confermare, un modus operandi attendista in materia di gestione e programmazione della linea politico-economica abbracciando totalmente dettami conformi alla dottrina liberista laissez-faire. La proposta politico economica di un partito che si dice di sinistra deve andare in direzione di un monitoraggio delle attività dei mercati al fine di favorire un direzionamento delle risorse finanziarie verso attività realmente produttive piuttosto che verso quelle speculative. Difesa del Welfare e valorizzazione il capitale umano per la creazione di vero lavoro, le regole d’azione per un partito che si proclama “di sinistra”. Partiti come il PD hanno invece favorito una progressiva infiltrazione di oligarchie finanziarie all’interno dei loro organi di potere, una scelta che rischia di innescare un processo distruttivo per lo stato sociale e i diritti dei cittadini europei svantaggiati che vivono nella periferia dell’eurozona. La disoccupazione di massa, l’incremento statistico dei rapporti di lavoro precari e degli junk jobs, riduzione forzata dei salari (si veda il caso Electrolux), distruzione di migliaia di posti di vero lavoro, sono fenomeni accentuati dalle politiche di austerity e fanno ricadere sulle famiglie il peso della recessione economica. Nel frattempo ad essere in pericolo è la stessa democrazia, in tutta Europa si riaccendono pericolosi focolai populisti e xenofobi, l’euroscetticismo (sia di destra che di sinistra) impazza dalla Bretagna fino all’Attica. È necessario rivedere i trattati europei come il fiscal compact, il patto di stabilità, e il piano europeo per il lavoro, riformare il sistema bancario, (separando definitivamente le banche di risparmio e credito dalle banche speculative d’investimento) , favorire un “New Deal” che garantisca un forte intervento pubblico nell’economia. Permane in numerose orientamenti politici del centrosinistra italiano, l’illusoria convinzione dell’attuabilità di un progetto riformista della politica che trascuri totalmente l’analisi sugli aspetti finanziari e lobbistici che muovono la stessa politica nel mondo globale. L’attuale crisi è la conseguenza di sconsiderate scelte dei governi sul piano finanziario globale. Le scelte del PD dimostrano come il partito confidi in una sorta di autoregolazione del mercato economico, demandando il ruolo di monitoraggio del mercato al potere finanzcapitalistico personificato dalla finanza globale. Nulla di più assurdo, un mercato autoregolato è mera utopia. In questo senso giungono straordinarie analisi e considerazioni elaborate con magistrale lucidità da autori classici come Marx, Polanyi, Keynes, Schumpeter, Federico Caffè, Hyman Minsky, e più recentemente anche da autori “liberals” come Krugman e Stiglitz. L’egemonia neoliberista corre (anche e soprattutto) sul filo dell’informazione: idee liberiste ammantano le narrazioni dei media generalisti e col tempo hanno imposto un nuovo registro di valori dominanti per la sinistra, cementando nella coscienza dei cittadini che si dicono orientati a sinistra, teorie che promuovono le privatizzazioni come lecite e giuste. L’appiattimento dell’orizzonte critico e analitico della sinistra europea non consente di affrontare con autorevolezza e serietà il complesso fenomeno della globalizzazione economica e culturale in corso: la delocalizzazione della produzione (transplant), la finanziarizzazione dei sistemi industriali, sono evidenti segnali di un ridimensionamento dell’economia reale oggi ridottasi a giochi borsistici gestiti da holding transazionali. La distruzione creatrice del capitalismo magistralmente descritta da Schumpeter. Tornando alla politica, all’interno dello scenario italiano, numerosi militanti del centro-sinistra perpetuano l’illusoria e utopica convinzione che un PSE condizionato dall’interno possa essere un autorevole propugnatore di valide soluzioni per la crisi e le problematiche strutturali dei paesi euromediterranei. La lista Tsipras si pone in rottura totale con questi orientamenti liberisti che hanno preso piede nella sinistra politica. I detrattori del progetto consci della potenziale erosione del consenso dei partiti a cui sono legati fanno piovere le prime critiche. La maggior parte delle critiche mosse da sinistra giungono da tutti gli individui protagonisti della oramai solida tradizione della sinistra frazionista italiana. Questi non si stancano di contestare il progetto, e, comodamente imbracciati alla loro tastiera, scrivono articoli al vetriolo, dove la lista Tsipras viene sempre dipinta con giudizi complessivi apocalittici e negativi. L’artificio retorico e dialettico è il miglior strumento per mascherare il rancore per l’assenza “iconoclastica” di un simbolo di riferimento, gelosie pregresse, pregiudizi diffusi e revanchismi correntizi di partiti in via di dissoluzione ora divenuti fortemente ridimensionati in termini di consenso elettorale. Da destra i liberisti di sinistra distribuiti tra varie forze politiche, gettano facilmente discredito evidenziando –le peraltro lecite- riserve sul ruolo degli intellettuali nella costituzione della lista, altri ancora forti dell’egemonia neo-liberista dei media, hanno prontamente bollato il progetto “L’altra Europa con Tsipras” affiancando nelle narrazioni giornalistiche che lo riguardano, aggettivi come “comunisti”, “radicale” al fine di affibbiare un’etichetta estremistica per delegittimare agli occhi dell’opinione pubblica europea la valenza della proposta. In questo orientamento culturale rientrano a pieno titolo anche sia i fassiniani e i civatiani che, nonostante la loro debacle politica all’interno del PD, si sono sentiti chiamati in causa (chissà perché) e hanno seguito gli sviluppi del processo di costruzione della lista Tsipras, volgendo timidissimi encomi per il progetto. Interessante oggetto di discussione è l’indiscutibile movimento d’opinione messo in moto all’interno del PD dal “disobbediente democratico” Civati. Il suo operato politico non è da considerarsi come insignificante: la passione politica e la compilazione tematica messa in moto dal suo movimento d’opinione, risulta essere uno dei principali indicatori di un desiderio politico, quello di immaginare una realtà alternativa all’attuale panorama politico e culturale del PD. Impossibile sminuire il lavoro e la passione politica che ha animato la chimerica illusione civatiana di un PD di sinistra. La gratuità e la spontaneità di tanti (non troppi) militanti che animano la base di quel partito, non serve però a garantire un’alternativa praticabile, nonostante tanti di loro continuino a dedicarsi all’attività politica nelle sedi e nei circoli con passione e speranza. È la buona faccia del partito, quella delle timide buone pratiche. Ottimi propositi che certo non bastano per invertire la tendenza dominante che anima il PD, quella forma mentis affaristico-lobbistica che ha contaminato anche parte consistente della base, un agire sociale strumentale mosso dalla convenienza immediata estranea alla logica della gratuità delle idee. Ergo il problema nel caso di Civati è la prassi, la strategia pragmatica per la realizzazione politica delle proposte avanzate. I civatiani si configurano quindi come incapaci di guardare a sinistra, forse intimoriti dall’idea di superare un qualche tipo di invisibile limes dell’ortodossia socialista. Chissà. Allora mi rivolgo anche ai civatiani ricordando loro che è dalla società civile che dovrebbe emergere la politica. Con questo intendo dire che un politico di sinistra che desidera maturare una profonda conoscenza riguardo la composizione sociale del suo potenziale elettorato, o quello cui sostiene di volersi rivolgere, deve necessariamente avvicinarsi alle esigenze e ai bisogni di quei gruppi sociali esclusi dalla rappresentanza. Un progressivo processo di “insalottimento” (più che imborghesimento) ha allontanato quel partito dal paese reale. Quindi è dal magma sociale che dovrebbe emergere la politica, l’alternativa dovrebbe crearla lo stesso Civati se solo avesse il coraggio di maturare una scelta: mettere al servizio di tutte le persone della sinistra cui desidera rivolgersi, i contributi e le analisi elaborate nei suoi mesi di lavoro, maturare un progressivo dialogo con le realtà escluse dalla rappresentanza politica di sinistra (e sono tante) occupando finalmente uno spazio a sinistra in grado di coagulare sempre nuovi consensi e perché no partecipando attivamente alla costruzione della lista Tsipras. Tanti sono i cittadini che rimasti delusi dalla politica hanno rimpinguato le percentuali elettorali del M5S, perché esausti dalla oramai innegabile prassi affaristico-clientelare che avvolge parte consistente del PD. Altri continuano a vedere nell’astensionismo l’unica soluzione, altri ancora ripiegano sul tradizionale voto di scambio poiché proletarizzati dalla crisi economica. Se Civati e i suoi avranno il coraggio e l’intenzione di rivolgersi a questi gruppi sociali, piuttosto che al salotto di Montecitorio, avranno la possibilità di mostrare ai potenziali elettori se la loro è una “disobbedienza democratica” è fine a se stessa o è una convinzione ideologica indirizzata verso il desiderio di un’altra politica. Personalmente non credo che il personaggio Civati abbia il coraggio di mettere al servizio della comunità della sinistra extrapolitica i contributi sopra descritti, però non si può richiedere uno sforzo più alto: sganciarsi dal PD per lui e i suoi seguaci significherebbe abbandonare quella visione incantata, quella granitica illusione della scelta del percorso più comodo quando ci si trova davanti ad un bivio. Egli in quanto esponente del PD, è orientato verso un’idea di partito a vocazione maggioritaria, difficile che possa scegliere di mettere a disposizione il suo lavoro, le competenze e il consenso raccolto in questi anni da lui e dal suo staff a vantaggio di un partito minoritario (elettoralmente parlando) come SEL che per giunta ha scelto di avviare un processo costituente interessante per la lista Tsipras, quindi il dialogo e il confronto con altre realtà sociali della sinistra. Amici civatiani del PD abbiate il coraggio di ammetterlo: la poltrona è comoda e ci vuole un coraggio da leoni per abbandonarla a vantaggio di un cantiere incognita a sinistra del PD. L’errore storico dei partiti tradizionali è quello di essersi rinchiusi in una metodologia di valutazione complessiva degli individui calibrata solo esclusivamente sull’appartenenza politica e sulla loro capacità di “muovere voti”. Certo siamo in democrazia rappresentativa e i voti sono quello che conta, ma bisogna avere la lucidità di realizzare che viviamo in una società del lavoro in cui numerose persone operano e lavorano nell’associazionismo, nei movimenti e nelle battaglie civili, nella maggior parte dei casi le persone che si dedicano a queste battaglie acquisiscono competenze trasversali (organizzazione, gestione, amministrazione) ben più edificanti e costruttive della maggior parte delle pratiche politiche tradizionali. Non è proficuo ignorare completamente che il processo in atto di disaffezione e allontanamento dalla politica ridimensiona fortemente a livello elettorale ogni finalità diretta al cambiamento e alla gestione e valorizzazione dei nuovi fermenti sociali. Rinnovo ai critici e ai detrattori naif della sinistra extraparlamentare il suggerimento di non essere troppo “choosy” (usando una celebre espressione in voga nei tempi dei governi commissariati dalla BCE) perché le opportunità di ricostruzione della sinistra prima o poi cesseranno definitivamente. Non vorrei che proprio gli attuali detrattori della lista cadano dalle nuvole, come accadde in occasione delle politiche nazionali italiane del febbraio del 2013, quando il M5S sbancò alle urne. Ricordo quindi che il M5S sarà presente alle europee, non stupitevi se il populismo e la demagogia diverranno di casa nel parlamento europeo (o forse lo sono già vista la presenza di deputati leghisti?). L’importante è che questo promemoria arrivi alla sinistra radical-naif. Affinché la sinistra italiana non rimanga la sinistra del “qualcun altro avrebbe dovuto”. Dipende tutto da noi, anche questa volta.

Gian Nicola Marras

giornalista dell’edizione sarda de “Il manifesto”

 

Articolo pubblicato il 16 marzo 2014  dal sito: http://www.manifestosardo.org/pd-il-primato-delleconomia-sulla-politica/