Mese: luglio 2014

Quanto ci accade intorno ci preoccupa non poco. Qualche riflessione sulla vicenda del Senato e sulla legge elettorale, di B. Ceccarelli

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La crisi SISTEMICA che, da qualche decennio, ha investito l’economia, i rapporti sociali, i rapporti tra paesi, il tipo di produzione e di sviluppo in un mondo globalizzato, che ha finito per condizionare ogni aspetto della vita dei cittadini, ha assunto il carattere di una sfida della modernità di drammatica ed eccezionale rilevanza.  Non solo e con evidenza mette a rischio la democrazia e ne impedisce un ulteriore avanzamento, ma, contorcendola, parefarla precipitare all’indietro. E’ la discussione che si incentra su nuove forme di autoritarismo che, in questi giorni, investe il paese.

Sono,infatti, ri-messe in discussione e sono sotto attacco molte delle conquiste fatte nel corso della storia dell’umanità ed in particolare quelle avvenute a partire dalla metà del secolo trascorso. Purtroppo la vera politica annaspa e nel nostro paese si parla di tutt’altro. Mantenere una condotta subalterna e senza nuove idee per il governo dell’economia del XXI secolo, significa dover rincorrere continuamente, in danno dei cittadini,  misure che sono dettate esclusivamente dalla cecità insaziabile dei moderni predoni del mondo globalizzato.  Si osanna un sistema economico che mentre fa morire di stenti un milardo di persone, produce per gli altri 6 miliardi una quantità di cibo doppia (per 12 miliardi di persone)  che va tutta buttata al macero. Le conseguenze le sappiamo!

Aver creduto possibile una procedura che tenesse separata, nelle implicazioni riguardo gli istituti della democrazia, la nuova legge elettorale dalle  riforme sia di carattere istituzionale che Costituzionale è stato un approccio che si è dimostrato velleitario e in sostanza non adeguato e funzionale. La cautela e la saggezza nell’affrontare la materia elettorale e ancor di più la riforma della Costituzione avrebbe dovuto consigliare un approccio del tutto diverso.  E’ una delle cause del triste spettacolo (la rissa) che viene offerto dalla politica. E’ soprattutto una delle ulteriori manifestazioni dei limiti di un ceto politico, del tutto inadeguato, che sembra perseguire con lucidità, – dopo i continui fallimenti circa la gestione sociale ed economica (con le relative misure e proposte) per uscire dalla crisi,- l’allargamento della voragine tra la politica e i cittadini.

La cosa che concorre ad aggravare la situazione è il ruolo assolto dai media. Il loro proposito non è di “produrre” cultura e opportunità di ragionamento circa gli argomenti in esame,  ma è  piuttosto quello di voler partecipare alla mischia per dar man forte alle opposte fazioni. Una battaglia che vorrebbe essere di civiltà per il progresso del paese è, nei fatti, una volgarissima lotta di potere di oligarchie mediocri che pensano ad un futuro nel quale i soli interessi che contano sembrano essere le loro fortune personali.

Ci costringono o vorrebbero costringerci a parteggiare. Non di questo il paese ha bisogno.

Il periodo che stiamo attraversando fa venire alla memoria la  invettiva che Dante – nel 6° canto del Purgatorio – lancia contro l’Italia del suo tempo, dilaniata da lotte intestine, nido di corruzione e di decadenza: “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di provincie ma bordello!”

Non c’è alcun dubbio che il nostro paese può essere paragonato ad una nave che galleggia a stento nel mezzo di una tempesta. L’equipaggio (le Istituzioni tutte e in particolare il Governo e il Parlamento) invece che ingegnarsi per uscire dalla tempesta ed evitare di affondare, invece che tracciare una rotta di sicurezza per  portare la nave in un porto riparato, invece che scaricare zavorra (malfunzionamento e debiti delle regioni e dei comuni,evasione fiscale e corruzione,  privilegi parassitari)  contende, anche in modo rissoso, per stabilire da chi e come dovrà essere composto l’equipaggio del successivo viaggio.

Provo qualche considerazione, – modesta e sommessa che trae origine dai sentiti trala gente -, per come, da un punto di vista fuori (non dentro il ceto politico),la problematica si pone o dovrebbe essere posta e districata. Non eludendo alcune questioni di principio che attengono ad una democrazia, anche questa,vista dal lato fuori, ovvero dal lato dei cittadini.

Credo sia utile soffermarmi un attimo per  inquadrare  la situazione dei valori e della cultura del paese e la relativa necessità di istituti democratici che ne tengano conto.

Credo sia indiscutibile, al di la dei limiti che presenta la scuola nel nostro paese,che il tempo storico che viviamo è contrassegnato dalla cancellazione di una diversità (pure gerarchica) del sapere e delle conoscenze tra governanti egovernati. Anzi, sono personalmente convinto che il paese è più avanti della cultura e dei valori che sono espressi, complessivamente, dal ceto politico. Nella stragrande maggioranza i cittadini ragionano in modo più laico, più aperto, più compreso delle difficoltà del paese,  anche perché le pagano direttamente.

Alcuni riferimenti di principio:

Si dovrebbe partire da un primo principio: la legislazione elettorale è un diritto-bene comune di tutti i cittadini (nel senso che ciascun cittadino è “proprietario” di questo diritto e che è illegale – un furto – privarlo di ciò che è suo).

Dichiarare che la legislazione elettorale è un diritto-bene comune può servire anche a unificare una cultura dei diritti e dei doveri civili da parte dei singoli cittadini. Significa questo che la procedura per la formazione della legge elettorale non può passare sopra la testa dei cittadini ma dovrebbe, invece, coinvolgerli durante la fase della maturazione delle relative  proposte. Analogo ragionamento, forse ancor più penetrante, vale quando si mette mano a modifiche di carattere costituzionale.

Un secondo principio fondamentale è il diritto dei cittadini a scegliere programmi di governo che realizzino al meglio gli interessi generali,  e uomini e donne capaci di interpretarli.Sacrosanta la parità di genere, deve essere garantita all’elettore l’istituto della preferenza. E’ anche questa una questione democratica.

Rimarrebbe il problema del come compilare le liste, ovvero come decidere riguardo le candidature.  La soluzione “apparentemente” più semplice e funzionale potrebbe rilevarsi la scelta delle primarie. Le primarie non sono confliggenti con  l’istituto della preferenza elettorale.

In ultimo, ma non meno importante, si dovrebbe fissare, almeno per il 90% degli eletti e con deroghe pubblicamente argomentate, la durata del mandato. Un numero massimo di legislature (o di consigliature) per ogni eletto.

Rimane,naturalmente la necessità del coniugare la funzionalità istituzionale con il principio della rappresentanza, il come fissare soglie di sbarramento e il come applicare un possibile premio di maggioranza.

Sono personalmente convinto che con la realizzazione di una legislazione elettorale che sia il risultato di un coinvolgimento degli elettori (i proprietari del diritto)  tali problematiche troverebbero soddisfacenti soluzioni. Se posso esprimere una opinione personale, la soglia di sbarramento non può cancellare possibili modi diversi di interpretare (i programmi) le esigenze del paese. Deve poter  affrontare le frantumazioni molecolari o gliinteressi minoritari e di parte, non di più. Un 4 o 5 % potrebbe essere una soglia di sbarramento che i cittadini troverebebro del tutto normale che venga applicata. In caso di coalizione tra diversi partiti per il medesimo programma, si dovrebbe applicare una suddivisione diversa. Il numero degli eletti è assegnato alla coalizione per il risulato dei voti presi complessivamente e la suddivisione dovrebbe avvenire, senza soglie di sbarramento, all’interno dellacoalizione medesima. Per il premio di maggioranza che scatterebbe per la “coalizione” con il più alto numero di voti ricevuti,  la soglia minima dovrebbe essere almeno il 40%dei voti espressi.

Appare, infatti,  del tutto opportuno cercare di evitare di essere governati da coalizioni che “complessivamente” rischiano dinon rappresentare nemmeno il 25% dell’intero elettorato.

La medesima legge elettorale potrebbe prevedere, al fine di evitare la malattia del trasformismo, che mentre è garantito il dissenso costituzionale, un eventuale abbandono del proprio partito o della coalizione, per puro ed evidente opportunismo individuale, comporta inevitabilmente la applicazione di una norma (decadenza dal mandato?) – sotto richiamata- a difesa della volontà degli elettori.

Questa è una questione che mette in evidenza una ulteriore esigenza che credo, dal lato fuori, i cittadini sentano molto. E’ la questione della rappresentanza.Infatti questo è un contenitore non sempre limpido e nel quale si incuneano possibili velenosità.

E’ uno dei terreni per il quale, con molto equilibrio,  deve essere ricercata la sintesi, che sia capace di soddisfare e interpretare in modo moderno la democrazia di mandato.Vengono in risalto  le esigenze dei partiti, la funzionalità delle istituzioni e soprattutto va data assoluta priorità alle esigenze del paese e alle aspirazioni (ed anche alle speranze) del cittadino elettore, che ha espresso la preferenza.

La libertà di opinione, ovvero anche la sua espressione di voto, da parte dell’eletto (come previsto dalla Costituzione) va rigorosamente rispettata, in particolare,  nella circostanza di materie o di scelte che non erano state previste nel programma di coalizione per cui si è stati eletti.

Dovrebbe invece rigorosamente essere rispettata, anche, la volonta dell’ elettore.Ovvero, appunto, una norma da inserire per la difesa delle prerogative dell’ elettore. Norma che dovrebbe tener conto del fatto che il proprio eletto (quello cui è stata data la preferenza) ha una sorta di obbligo al rapporto congli elettori, specialmente nei casi di posizioni che risultassero in contrasto con quello della formazione politica o della coalizione di appartenenza elettorale (cioè per il programma per il quale si è stati eletti e sul quale sisono pronunciati gli elettori).

Questioni collegate alla funzionalità delle Istituzioni:

Se vengono sciolte positivamente le problematiche di principio riguardo la legge elettorale, ritengo diventi anche meno complicato, se visto dal di fuori, dare la migliore soluzione ad altri istituti, pure di rango costituzionale.

Mi riferisco al numero di firme occorrenti per indire Referendum o leggi diiniziativa popolare. Per fare un esempio chi intende cimentarsi con un Referendum dovrà avere consapevolezza che nel caso non riesca ad ottenere,  a referendum effettuato, la maggiornaza dei voti espressi (non la maggioranza degli elettori potenziali), la raccolta delle firme e le diverse spese sostenute non potranno essere a carico dell’erario. Si otterrebbe a mio avviso il doppio risultato di responsabilizzare i comitati referendari e contestualmente anche i cittadini che saranno disponibili asostenere economicamente misure considerate utili o altrimenti bocciarle, partecipando al voto e non astenendosi dal voto medesimo.

Da qui la  inutile ( a mio avviso) altissima soglia fissata per l’indizione degli stessi.

Altra questione è invece la raccolta di firme per la proposta di una legge di iniziativa popolare. Qui dovrebbe valere un principio democratico circa la esigenza di un voto obbligato del Parlamento, sulla proposta di legge di iniziativa popolare. Nel votare la proposta il Parlamento può decidere, in caso di bocciatura argomentata, egualmente il sostegno economico per le spese affrontate dai promotori per la raccolta delle firme necessarie. Anche in questo caso, la soglia minima di firrme da raccogliere non dovrà essere eccessiva. Una Democrazia avanzata dovrebbe trovare positivo il concorso dei cittadini al governo del bene comune.

Una ultimissima considerazione circa la riforma del Senato. Credo che il paese faccia fatica a capire le ragioni di tanta litigiosità. Soprattutto è davvero singolare che ci si cimenti sopra la testa dei cittadini che ritengo, sono tra quelli,  non abbiano colto appieno le nuove funzioni da attribuire alla “Camera Alta”.

Semplificando, le questioni principali sono: quale ruolo e funzioni debbono essere assegnate al nuovo Senato. Il carattere delle funzioni di controllo, modifica, proposta, camera delle autonomie, ecc. E ancora con queste diverse funzioni (giusta la eliminazione della funzione legislativa e di fiducia al Governo) sarà ancora necessario che sia aperto (ovvero lavori) continuamente come adesso o può assolvere al suo ruolo attraverso sessioni periodiche di lavoro?

Se deve svolgere attività, praticamente tutto l’anno, parrebbe opportuno che sia un Senato elettivo. Se invece sarà per sessioni periodiche, è forse meglio funzionale un Senato eletto di secondo livello (composto da Consiglieri Regionali e Sindaci). Questo ovviamente sempre all’interno di un sistema complessivo, che non prevede falsi eletti. nominati dalle segreterie dei partiti.

Rimarrebbe la esigenza del  contenimento della spesa. Periodicamente, forse, diventa complicato avere una sua struttura didipendenti che lavorino solo per preparare le attività di sessione.

Parrebbe utile considerare, invece, il costo complessivo delle due Camere. Un numero di Parlamentari ridotto permetterebbe, ad esempio, anche  la elezione di cento Senatori,  a pari costi per lo Stato.

Il problema vero, quindi, rimane quello di avere piena contezza delle funzioni e della sua attività conseguente.

Personalmente credo che al di la delle soluzioni utili, anche il Parlamento dovrebbe essere un poco snellito, nella sua pletorica composizione.

Quello che diventa difficile, per noi umili e modesti cittadini, è il districarsri all’ interno di battaglie di poteri di varia natura e qualità che davvero producono il sapore amaro della politica. Vorremmo veder chiusa l’era degli inchini alla Schettino e percepire la nave Italia navigare sicura e risoluta a risolvere,con nuove idee, i problemi e gli affanni che ci stanno mettendo in ginocchio.

Bruno Ceccarelli

GAZA E’ ZONA DI GUERRA, IL DIRITTO INTERNAZIONALE E’ SOSPESO, di Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese

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In queste due settimane di violenti attacchi sulla striscia di Gaza assistiamo non solo al massacro orrendo di civili palestinesi – al momento, 17.a giornata dall’inizio dei bombardamenti, sono 775 le vittime palestinesi (85% civili), oltre 4.500 i feriti (con oltre la metà dei morti e feriti costituiti da donne, bambini e anziani), 150.000 gli sfollati – ma ad una vergognosa censura dell’informazione. Gli eventi che hanno portato all’ennesima “punizione collettiva” da parte del governo israeliano sulla popolazione di Gaza sono stati taciuti dai media nazionali e internazionali, che hanno prodotto un’”informazione” falsa e pro-israeliana. Ecco alcune delle false informazioni entrate ormai nel credo comune:

1. Israele ha iniziato i bombardamenti su Gaza come risposta ai continui razzi sparati da Hamas verso il suo territorio: Falso! A seguito della scomparsa ed uccisione, avvenuta in modi ancora tutti da chiarire, dei tre giovani coloni il 12 Giugno, Israele ha accusato apertamente Hamas, che invece ha decisamente negato il suo coinvolgimento nel rapimento, ed ha inflitto una massiccia “punizione collettiva” alla popolazione in Cisgiordania. Il giorno successivo al ritrovamento dei tre corpi senza vita, il 30 Giugno, è Israele che ha infranto la tregua con Hamas in vigore dal 2012, ed ha iniziato a bombardare la striscia di Gaza. Solo dopo i raid aerei israeliani, Hamas e altri gruppi hanno risposto con il lancio di razzi.

2. Israele afferma che gli attacchi sono mirati per distruggere gli armamenti di Hamas ed i cunicoli: Falso! Israele sta deliberatamente mirando ad obiettivi civili: ha distrutto completamente oltre 2000 case, e ne ha danneggiate seriamente oltre 3.000, ha bombardato moschee e chiese, ospedali, centri di assistenza e mezzi di soccorso, barche, sedi giornalistiche. Ha causato lo sfollamento di quasi 150.000 persone che, non avendo un posto in cui andare (le scuole dell’UNRWA sono colme), giacciono per strada. 1,2 milioni di persone non hanno accesso all’acqua o solo in modo limitato e all’energia.

3. Il governo di Gaza ha rifiutato la tregua proposta dall’Egitto: Falso! L’Egitto ha consegnato la sua proposta di tregua soltanto a due delle parti coinvolte, Israele e Autorità Nazionale Palestinese, ma non ad Hamas, il che ha reso impraticabile ogni tregua.

4. Israele afferma che vuole distruggere i tunnel sotterranei per far passare armi ed armati: Ma omette di dire che, dal 2006, anno in cui Hamas ha vinto democraticamente le elezioni, ha imposto ad una striscia di terra di soli 360 km² dove vivono quasi 2 milioni di abitanti, un embargo che affama la popolazione, devasta l’economia e causa malattie e decessi, per la mancanza di strutture mediche adeguate e medicinali. Perciò tunnel e cunicoli sono l’unico ingresso possibile per medicinali, cibo, materiale da costruzione.

La verità è che Gaza è zona di guerra dove il diritto internazionale è stato sospeso. “Non è garantita la sicurezza per nessuno in tutta la Striscia di Gaza”, queste le parole dell’esercito Israeliano, che riguardano anche gli internazionali presenti. Chiunque può essere target e colpito in ogni momento, medici, ambulanze, giornalisti, operatori umanitari. Nessuno è autorizzato a muoversi, e i suoi abitanti sono diventati il target preferito dell’esercito. Uno schiaffo al diritto di aiuto umanitario, di protezione e di informazione. Per continuare a perpetrare crimini lontano dagli occhi del mondo.

CHIEDIAMO:

CESSAZIONE SUBITO DEL MASSACRO CHE ISRAELE STA COMPIENDO

L’IMMEDIATO DISPIEGAMENTO DI UNA FORZA DI PROTEZIONE INTERNAZIONALE

LA FINE DELL’EMBARGO E L’APERTURA DI TUTTI I VALICHI

IL DEFERIMENTO DI ISARELE ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE E LA SUA CONDANNA PER CRIMINI DI         GUERRA E CONTRO L’UMANITA’

LA FINE DI OGNI OCCUPAZIONE, AGGRESSIONE E APARTHEID SU TUTTA LA PALESTINA

EMBARGO MILITARE, BOICOTTAGGIO, DISINVESTIMENTO E SANZIONI CONTRO ISRAELE

 

Rete di Associazioni, Gruppi e Comitati di Roma in Solidarietà con il Popolo Palestinese

CORTEO DI GIOVEDI’ 24 LUGLIO ORE 18 IN P.ZA VITTORIO

 

NUOVO PRESIDIO PER LA PALESTINA. Di Rete Romana di Solidarietà col Popolo Palestinese

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bandiera palestinese

 

A ROMA PRESIDIO PER LA PALESTINA Da oggi Giovedì 31 Luglio a Sabato 2 Agosto alla METRO COLOSSEO ORARIO 16-20.
PARTECIPATE E DIFFONDETE !

PRESIDIO PER LA PALESTINA. Di Rete Romana di Solidarietà con il popolo palestinese.

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bandiera palestinese

IMPORTANTE:
E’ in corso il presidio per la Palestina per 3 giorni (28-29-30 luglio) a Largo Ricci (Fori Imperiali) sempre dalle 16 alla 20.

PARTECIPATE !

Rete Romana di Solidarietà con il popolo palestinese.

CONTRO LA TAGLIOLA DELLA DEMOCRAZIA di Altraeuroparoma

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MERCOLEDI’ 30 LUGLIO ORE 19.00 

 

PRESIDIO IN PIAZZA DELLE CINQUE LUNE A ROMA

 

Con le senatrici e i senatori in lotta contro lo stravolgimento della Costituzione

Alle senatrici e ai senatori che in questo momento stanno combattendo una dura battaglia parlamentare contro lo stravolgimento della Costituzione, vogliamo dire: non siete soli!

La vostra battaglia è anche la nostra!

Non sarà il bavaglio della “ghigliottina” o della “tagliola” a fermarla.

Nonostante il linciaggio mediatico, la campagna di bugie e le pesanti pressioni istituzionali cui siete sottoposti, la vostra azione sta accendendo i riflettori su una manomissione della Costituzione che si vuole imporre nel clima di distrazione di un Paese in cui scuole, università, fabbriche e uffici stanno chiudendo per le ferie estive.

Noi pensiamo che non possa essere legittimato a cambiare la Costituzione un Parlamento figlio di una legge elettorale incostituzionale.

Siamo convinti che la riduzione del Senato a una Camera di serie B, l’innalzamento delle firme necessarie per l’esercizio di istituti di democrazia diretta, assieme alla approvazione dell’Italicum, travolgerebbero ogni logica democratica di equilibrio e di bilanciamento dei poteri.

Grazie ad abbondanti premi di maggioranza e antidemocratiche soglie di sbarramento si cancellerebbe il diritto di milioni di cittadini a essere rappresentati in Parlamento e si metterebbero nelle mani dell’Esecutivo, espressione di una minoranza di elettori, organi di garanzia essenziali , come il Presidente della Repubblica, la Corte Costituzionale e gli organi di governo della magistratura:

Ci auguriamo che l’allarme che state lanciando a tutto il Paese induca il resto del Senato a ragionare, a non farsi complice di un progetto autoritario, di un vero e proprio furto di democrazia.

A questi senatori e a queste senatrici noi diciamo: fermatevi.

www.altraeuroparoma.it

 

https://www.facebook.com/tsipras.roma

Dichiarazioni in merito alla mobilitazione per la manifestazione nazionale della scuola del 14 luglio, di F. Bartolomei

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franco

 

L’inizio della mobilitazione nazionale del mondo della scuola contro le proposte fumose e controproducenti del Governo Renzi, rappresenta un primo serio tentativo di unificare diverse istanze progettuali per la costruzione di una nuova opposizione, da sinistra, fondata sulle reali priorità della società civile, ad un sistema di istruzione scolastica e formazione culturale delle giovani generazioni oramai ridotto a scimmiottare, con pochissima valenza formativa, uno schema di istruzione ricalcato su un vecchio modello produttivo spazzato via dalla crisi in atto.

Le riunioni preparatorie dell’8 luglio, del 13 e la grande manifestazione nazionale del 14 luglio, hanno rappresentato un primo importante passo verso l’unione delle forze sindacali sino ad ora divise e polverizzate, incapaci di scuotersi dalla omologazione al ribasso rispetto a modelli selettivi, scarsamente formativi , ispirati ad una filosofia di mercato , propria del pensiero unico liberista ,orientati alla parcellizzazione del sapere e alla rincorsa di una offerta professionale più presunta che dimostrabile.

E’ importante che la piattaforma unitaria di azione, su cui si va’ lavorando , ponga in termini più unificanti e trasversali il nuovo contratto nazionale con le priorità di stabilizzazione dei precari già assunti e l’assunzione di nuovi lavoratori per far fronte al ricambio generazionale, con l’obiettivo di rimettere la scuola pubblica in condizione di offrire elevati standard di qualità nella sua opera di formazione culturale , nell’ottica di un nuovo modello di sviluppo .

A questo proposito appare necessario riaprire una contestazione ampia della bizzarra docimologia dei test elaborati dall’istituto “INVALSI “, che il Ministero ha gia’ introdotto nei processi valutativi finali delle scuole primarie, a partire dalla critica della condizionabilità di questo istituto ‘di diritto pubblico’, totalmente in mano a forze economiche private , strutturato come le peggiori Autority , che vede tra i suoi finanziatori l’ingombrante presenza della Fondazione Agnelli e di altre realtà legate all’impresa .

Noi socialisti continuiamo a ritenere , al contrario , che la migliore garanzia della salvaguardia dei livelli culturali della nostra societa’ e dell’inclusivita’ dei suoi sistemi formativi sia una scuola pubblica dello Stato ,libera ed autonoma nella definizione dei suoi metodi didattici e del suo spessore culturale fondato essenzialmente sul livello professionale dei suoi operatori.

 

Franco Bartolomei

Responsabile Nazionale Cultura PSI

Democrazia e Lavoro – Minoranza Congressuale CGIL

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CGIL democrazia e lavoro

 

Con l’elezione della nuova segreteria nazionale della CGIL è stata ribadita una scelta di chiusura e di autoconservazione del gruppo dirigente, che non tiene conto del pluralismo di posizioni e del malessere che hanno attraversato lo svolgimento dei congressi a tutti i livelli, compreso il Congresso Nazionale.

Non c’è stato, anzi è stato negato alcun momento di riflessione sullo svolgimento del Congresso Nazionale, sul risultato delle votazioni, sul livello di esasperazione che ha determinato per alcune ore la sospensione di fatto del congresso, per cercare soluzioni che evitassero la rottura della nostra Organizzazione.

Si è scelto il nulla, come se non fosse successo niente.

Una scelta irresponsabile a fronte della gravità della situazione sociale e delle evidenti difficoltà della nostra Organizzazione.

Le ragioni che ci hanno portato durante lo svolgimento del Congresso Nazionale alla presentazione della lista 2, che aveva come riferimento gli emendamenti al documento “Il lavoro decide il futuro”, e il giudizio negativo sull’accordo del 10 gennaio 2014 “ Testo Unico sulla Rappresentanza”, vengono in questo modo confermate.

Non è possibile pensare di cancellare le diverse posizioni esistenti, con una torsione autoritaria nella gestione dell’Organizzazione.

Per fare vivere queste diverse posizioni stante gli strumenti previsti dallo Statuto, non ci resta che la nostra ufficializzazione come “minoranza congressuale della CGIL”.

I contenuti dei nostri emendamenti – previdenza; democrazia; welfare; diritti; contrattazione– e l’opposizione al “Testo Unico sulla Rappresentanza” disegnano il nostro terreno di iniziativa e di approfondimento di un’altra idea della CGIL.

Il collante che tiene insieme questi obiettivi e che caratterizza il nostro impegno in CGIL è la necessità di un profondo cambiamento nella definizione stessa di questi obiettivi e nella pratica da adottare perla loro realizzazione.

Rivendicare cambiamento significa pensare concretamente ad una possibilità di futuro perla CGIL:

l’arroccamento burocratico, autoreferenziale e conservativo vuole dire l’ininfluenza, la marginalità la sconfitta per i lavoratori e le lavoratrici, i giovani precari e disoccupati, i pensionati.

Continuiamo a pensare che anche nel terzo millennio ci sia bisogno di Sindacato: il tema oggi è quale Sindacato, come il Sindacato struttura e organizza la sua rappresentanza, come la esercita, su quali obiettivi, su quale progetto di cambiamento della società e dell’Europa.

Non è più possibile negare la dimensione e la profondità della crisi della CGIL.

L’illusione che l’affannosa ricerca della “sponda istituzionale” fosse sostitutiva della pratica contrattuale e rivendicativa perseguendo nel corso di questi anni la logica del meno peggio, della riduzione del danno, ci ha portato alla cancellazione di tutte le conquiste degli anni 60′ e 70′ senza alcun reale contrasto sociale e che oggi ci consegna un quadro legislativo e contrattuale finalizzato alla aziendalizzazione del Sindacato, al Sindacato di mercato.

La concertazione è finita da tempo, quello che adesso è saltato con il nuovo Governo è la sua variabile degenerativa che perseguiva il rapporto con una forza politica o ancora peggio con una parte di esso, come “sponda emendativa”, rispetto alle scelte che venivano compiute dal Governo senza capire nulla delle dinamiche in atto nelle nostre controparti a livello nazionale ed europeo.

Abbiamo in questo modo accompagnato il processo sociale che ha determinato l’attuale situazione.

Il Congresso è stata la plastica rappresentazione di tutto ciò, di un gruppo dirigente che ha scelto di non misurarsi con l’apertura di un reale confronto, un gruppo dirigente che non è disposto a mettersi in discussione per preservare se stesso, le sue logiche interne, che sempre più in assenza della politica sono quelle promozionali degli esercizi di fedeltà, dell’utilizzo degli strumenti di gestione dell’Organizzazione, fino a metterne in pericolo la stessa unità che al congresso è stata evitata grazie all’intervento di importanti strutture della nostra Organizzazione.

La CGIL:

tutti gli strumenti disponibili.

Cosa vogliamo essere?

· Siamo coloro che (come si evince dagli emendamenti portati in discussione nelle assemblee congressuali di base) fanno del cambiamento del Sindacato Confederale la ragione principale della loro azione. Con ciò intendendo un cambiamento che coinvolga non solo le strategie e le politiche della CGIL relative alla democrazia sindacale, alla contrattazione,che deve garantire diritti a prescindere dalla tipologia contrattuale,al mercato del lavoro,agli ammortizzatori sociali, al reddito minimo, alla scuola e alla formazione, al welfare (sanità, previdenza), ai beni comuni, ma anche il suo modo di essere, la sua organizzazione democratica,la trasparenza della sua azione politica, organizzativa e amministrativa, la sua indipendenza e autonomia nel rapporto con il padronato e il quadro politico.

· Siamo coloro che vogliono dare vita e continuità a una iniziativa nuova e aperta, non all’unione burocratica di  esperienze che, per quanto importanti e significative, appartengono ad una fase ormai conclusa. Per questa ragione siamo interessati alla discussione più ampia possibile, senza steccati e posizioni precostituite.

· Vogliamo interloquire dentro e fuori l’Organizzazione, con grande libertà e capacità di movimento, al fine di realizzare compiutamente quella la CGIL continua a non fare. Per questo intendiamo avvalerci della facoltà prevista dallo Statuto che riconosce i diritti delle minoranze congressuali, definendo gli strumenti a loro disposizione, quali le agibilità sindacali, gli strumenti interni dell’Organizzazione, il diritto di proposta per le sostituzioni negli organismi dirigenti.

· Con questa scelta vogliamo dare vita a un luogo che dia visibilità al pluralismo di posizioni che vivono tra gli iscritti della CGIL, e che, a partire dalle assemblee congressuali di base, hanno avuto un consenso ben superiore a quello effettivamente riconosciuto nella composizione nella platea congressuale nazionale.Tale luogo deve essere di iniziativa sindacale, di libera discussione, di ricerca, di scambio di esperienze, di monitoraggio e di difesa del pluralismo in tutte le sedi, comprese quelle decisionali dell’Organizzazione.

· A questo obiettivo occorre rapportare il modo di organizzare il nostro lavoro che deve essere il più libero, partecipato e collegiale possibile, in grado di coinvolgere tutti coloro che guardano con interesse alla nostra battaglia. Un atteggiamento inclusivo e idoneo a liberare e utilizzare tutte le potenzialità che aspirano ad esprimersi nella ricerca e nella azione politica, volta al cambiamento della CGIL. Un atteggiamento che faccia del rinnovamento la molla per recuperare un dialogo che si sta spegnendo con i nuovi lavoratori e con i giovani più in generale.

· Vogliamo attivare a tutti i livelli dell’Organizzazione, una modalità di lavoro che incalzi e coinvolga l’insieme della CGIL e la costringa a misurarsi con il cambiamento necessario e urgente a difendere e rilanciare, nel mutato mondo contemporaneo,la dimensione di Sindacato Confederale Generale, che basa la sua forza sulla rappresentanza collettiva e sulla funzione contrattuale. Un Sindacato per risalire la china, per modificarel’attuale sfavorevole rapporto di forze e una sua percezione critica assai diffusa nella società italiana, partendo dal rapporto con le lavoratrici e i lavoratori, dalla democrazia e dalla partecipazione, lavorando al coinvolgimento reale di ogni settore di un mondo del lavoro sempre più frantumato e disperso.

In previsione della Conferenza di Organizzazione della CGIL prevista per il prossimo anno è necessario aprire da parte nostra un confronto ed una ricerca collettiva a tutto campo sulla democratizzazione della CGIL, sui processi di formazione dei gruppi dirigenti, della partecipazione dei delegati e degli iscritti nelle decisioni, sulla trasparenza  nell’uso delle risorse e la loro distribuzione ai vari livelli.

Insomma si tratta di aprire una sfida democratica perché non esiste futuro per un Sindacato che non sia radicalmente democratico.

 

Roma,1 luglio 2014

 

PERCHE’ UNA UNIVERSITA’ POPOLARE “ANTONIO GRAMSCI”. Documento programmatico del Comitato Promotore

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up gramsci

 

Per molti il crollo dei regimi comunisti europei nell’ultimo decennio del secolo passato ha significato, oltre che il fallimento di una esperienza storica, anche il tramonto della possibilità stessa di promuovere un progetto di trasformazione radicale degli assetti sociali.

In quegli anni, il monito di quanti avvertivano che la vittoria dell’Occidente non aveva rimosso – e anzi avrebbe aggravato – gli squilibri e le disparità che si dipanano dalla natura intrinsecamente contraddittoria del capitalismo globale è rimasto sostanzialmente inascoltato, sopraffatto dall’egemonia acquisita dalla narrazione storica della destra neoliberista, che, nell’analizzare il “secolo breve” ha accentuato unilateralmente il nesso tra economia di mercato e libertà politica (in Italia, tra l’altro, indicando nella impostazione “anticapitalista” il punto critico della Costituzione repubblicana), ignorando il corto circuito verificatosi tra classi dirigenti e istituzioni democratiche a partire dalle radici stesse dello Stato unitario

D’altra parte, l’esito devastante della crisi esplosa nel 2008 non ha avuto l’effetto di fare emergere una linea alternativa di direzione dell’economia e delle istituzioni, né di avviare una riflessione organica sulle conseguenza di una liberalizzazione che ha considerato come eresia qualsiasi riflessione sul controllo democratico del ciclo economico e su forme di intervento pubblico sull’economia. In altri termini, la “lunga durata” ideale del successo neoliberista ha messo in ombra il declino economico reale.

La dimensione della sconfitta subìta è epocale e non riguarda solo le forze politiche ma il senso comune, la mentalità, il sentire di sinistra. Per l’Italia c’è una data che può essere presa a simbolo dopo il decennio rosso e un ventennio di avanzata delle forze popolari e precede ampiamente l’implosione del socialismo reale e la collegata fine di un Pci, già in crisi di consensi: il 14 ottobre 1980 con la cosiddetta “marcia dei quarantamila” contro gli operai della Fiat e la sua gestione in chiave di piena ripresa dell’egemonia padronale. Ad aggravare la situazione in maniera decisiva ha poi contribuito il modo in cui il Pci ha scelto di chiudere la sua storia: con la maggioranza dei suoi dirigenti decisi a non fare i conti con il passato, pronti a cambiare rapidamente giacca, per ritrovarsi poi tutti liberali e magari disposti a giurare di non essere mai stati comunisti, rinunciando insieme sia ad una assunzione di responsabilità che a rivendicare una propria storia su cui riflettere, per elaborare un’interpretazione critica del passato.

Ormai la destra risulta vincente anche sul terreno della “narrazione” riscrivendo nel senso comune delle masse, cioè nel loro cervello, la storia nazionale e mondiale.

Ma non c’è un bel tempo andato da ritrovare. Se si vuole ridare respiro a un pensiero e a una prassi di sinistra non ci si può limitare a una trasmissione della memoria, perché la storia, le nostre storie, sono tutte da capire. A partire dalle domande di oggi. A partire da come è andata a finire. A partire dalla presa d’atto radicale della sconfitta, ma della possibilità di riprendere un cammino (come ha scritto Pintor nel suo ultimo articolo).

Anche il lavoro sulla memoria può assumere punti di partenza, che guardino non solo alla valorizzazione di un patrimonio senz’altro importante (per la cui conservazione si è rivelata essenziale la storia orale, che ha tutta la forza di una narrazione diretta, e anche tutte le peculiari caratteristiche degli scherzi della memoria) ma anche i modi attraverso i quali si forma, oggi, la percezione di ciò che è stato e come esso rivive, anche a livello individuale, nell’esperienza del presente.

La nostra passione è politica, ma in un senso preciso. Abbiamo l’ambizione di contribuire anche noi a “fare società”, così come un orto sociale o una società di mutuo soccorso, abbiamo la speranza di dare una mano a ricucire o creare un tessuto umano e sociale dentro e contro la crisi. Rivendichiamo il valore di un percorso di ricerca critica anche per il “qui e ora” proprio perché non abbiamo nessuna intenzione di “inseguire le scadenze”, tantomeno elettorali, ma vogliamo tentare di costruire percorsi di ricerca senza farci prendere dall’ansia dell’attualizzazione o della riduzione di temi complessi a formule facilmente assimilabili ma, alla fine, poco nutrienti.

Può essere un altro modo di togliere dall’angolo la politica che, come ha scritto efficacemente Stefano Rodotà, “oggi appare come l’ancella dell’economia, è declassata ad amministrazione, è affidata alla tecnica”. Ma la liberazione della politica di sinistra dalla subalternità passa per la ricostruzione di una prospettiva e questa si nutre di analisi del passato e sguardo sul futuro.

Della nostra proposta fa parte integrante la critica (anche con un impegno in rete a partire da Wikipedia) del “pensiero unico” dominante e dei luoghi comuni anche di sinistra: come la riduzione delle forze di cambiamento che hanno agito in Italia al Pci o la mitizzazione eroica di Br e affini che hanno invece contribuito ampiamente a rafforzare lo Stato e a distruggere quell’egemonia che il lungo ’68 aveva creato.

L’ambizione è di attivare percorsi di ricerca orientati secondo diversi ambiti disciplinari e interdisciplinari, con una forte apertura verso le esperienze europee ed internazionali.

Si parte dal presupposto di un pluralismo che vorremmo fosse la cifra di questo progetto: pluralismo di pensiero, di sensibilità, di proposte: nessuno ha la linea in tasca per ricreare le condizioni di una larga opposizione di sinistra allo stato di cose esistenti. Del resto addirittura il Papa dichiara che non è più tempo di proselitismo, ma di ascolto. Una citazione che è un invito: ad avere occhi attenti a quello che accade nella Chiesa, perché può segnalare l’avvio di processi che vanno ben oltre il mondo dei credenti. Del resto il Concilio si è svolto prima e non dopo il ’68 e ha contribuito a farlo essere quello che è stato.

Questo spazio pubblico intende assumere una forma e una connotazione specifica: quella dell’Università Popolare. A favore di questa denominazione militano varie considerazioni. Ci limitiamo a proporre quelle che ci sembrano più significative:

1) il nome “Università popolare” si ricollega a una bella tradizione del movimento operaio e popolare delle origini, a cui (come ci insegnava Pino Ferraris) la nostra fase storica, ahimé, somiglia;

2) noi (ri-)fonderemmo – quasi simbolicamente – una Università del popolo come luogo di ricerca e formazione nel momento stesso in cui la borghesia distrugge la sua Università, quella che avevamo cercato di democratizzare nel dopoguerra e tanto più a cominciare dal ’68, e nel momento in cui la tutela del patrimonio culturale materiale ed immateriale si limita a riproporre la stucchevole retorica del “petrolio nazionale” mentre le già scarse risorse vengono ulteriormente ridotte e il lavoro intellettuale è condannato a una crescente emarginazione sociale;

3) “Universitas” implica alcuni significati che rispecchiano i nostri intenti: a) occuparsi praticamente di tutto (tutto ciò che ci interesserà), e in questo senso le forti differenze delle competenze e degli interessi disciplinari già presenti sono di buon auspicio; b) legare didattica a ricerca, dando vita ai primi nuclei di lavoro costituiti in seminari a carattere permanente, nel senso che da essi dovrebbero svilupparsi strutture più stabili e meglio definite dal punto di vista disciplinare.

4) per ultimo, ma non meno importante: questo stesso nome di UP potrebbe favorire i raccordi di una iniziativa che non si propone di cercare o rivendicare finanziamenti pubblici, ma intende mantenere sempre aperto il dialogo con il comparto pubblico, sia con le istituzioni rappresentative, sia con gli enti e gli istituti di ricerca.

Intitolare poi al nome di Antonio Gramsci la nostra UP vorrebbe dire molte altre cose:

1) il richiamo ad un atteggiamento di ricerca caratterizzato da un chiaro e solido ancoraggio politico ed etico, ma aperto e inclusivo ( anche di chi tra noi non si considera comunista);

2) il richiamo a un pensatore studiato e usato in tutto il mondo, a cominciare dagli USA e dall’America Latina che ci sta particolarmente a cuore: insomma un segnale forte di internazionalità;

3) infine si vuole scegliere non solo il nome di Gramsci, ma anche cercare di cogliere il senso più sostanziale della sua lezione: tenere duro nella sconfitta e, al tempo stesso, interrogarsi senza remore sulle ragioni vere e profonde del fallimento.

Insomma: intitolare ad Antonio Gramsci il nostro progetto non vuole dunque essere né una scelta identitario-minoritaria, né un omaggio a un presunto paradiso perduto. Ripartiamo da Gramsci, con umiltà e con una gran voglia di ragionare insieme tra generazioni, perché Gramsci si interrogava su una sconfitta. E proprio questo noi dobbiamo fare. Lo storico Guido Crainz si è chiesto: da dove sono usciti fuori gli anni Ottanta? E si è risposto: “Già c’erano, ma vi erano degli anticorpi che li contrastavano”. Vero, ma aggiungiamo noi: anche gli anticorpi non erano poi così sani.

Insomma, nessun rimpianto, ma l’atto umile di rimboccarsi le maniche e cominciare a lavorare al futuro.

Roma, 29 aprile 2014

Il Comitato Promotore

UNIVERSITA’ POPOLARE ANTONIO GRAMSCI, di C. Gambini

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up gramsci

 

SEMINARIO PERMANENTE “UN MONDO NUOVO: ISTITUZIONI OPERAIE E POPOLARI NELL’ITALIA POST UNITARIA”. Nota esplicativa

Per fornire ai potenziali frequentatori una prima idea dei nostri intenti, è stata redatta questa scheda sintetica, che traccia un “indice” di massima degli argomenti da affrontare:

Il corso dovrebbe svolgersi lungo due percorsi: il primo è relativo alle diverse forme che l’associazionismo operaio e popolare assume a partire dagli anni Ottanta del XIX secolo, con specifici approfondimenti su mutualità, cooperazione e resistenza, oltre che su realtà specifiche come ad esempio la Società Umanitaria. Lo scopo è quello di studiare i meccanismi di funzionamento di questi organismi e di ricostruire anche il dibattito che si svolge attorno ad essi, sia fuori sia all’interno del movimento operaio. Il secondo percorso dovrebbe invece affrontare il tema dell’istituzionalizzazione, ossia delle forme con cui si è realizzato il rapporto tra istituzioni operaie ed istituzioni pubbliche: per fare alcuni esempi, la nascita del Consiglio superiore del lavoro nel contesto della formazione degli organi consultivi del Governo; alcuni profili della legislazione sociale; il socialismo municipale; la cooperazione e gli investimenti pubblici.

Successivamente, sono stati approfonditi alcuni punti, nel presupposto che i temi elencati nella scheda debbano essere affrontati in più moduli e che, in particolare, il tema specifico del rapporto tra istituzioni pubbliche ed istituzioni del movimento operaio possa essere svolto il prossimo anno, dopo lo svolgimento della prima parte del corso. Pertanto di seguito si parlerà solo del primo modulo del corso.

Dal punto di vista organizzativo, il corso stesso dovrebbe avere inizio a novembre e concludersi ad aprile, prevedendo un incontro settimanale, di circa 90 minuti l’uno. In totale, avremmo pensato a 18-20 incontri, per un totale di 30 ore. Da settembre a novembre dovremmo tenere una serie di incontri preliminari con le persone che hanno manifestato l’intenzione di partecipare attivamente all’organizzazione di questo lavoro, che, considerata anche la sua articolazione temporale su almeno due anni, dovrebbe essere parte di un seminario permanente, ovvero, nell’ottica della costruzione dell’università popolare, di un soggetto collettivo promotore di studi e corsi su un determinato argomento (nel nostro caso, la storia del movimento operaio italiano nel periodo post unitario).

Nel merito, il corso dovrebbe essere ripartito in una parte più istituzionale, con due o più lezioni “frontali” dedicate al tema “storia d’Italia e storia del movimento operaio” con il fine di dare un inquadramento generale di problematiche che verranno poi approfondite in focus specifici. Avremmo pensato di articolare le lezioni su due periodi: 1880-1901, ovvero dalle prima manifestazioni del conflitto sociale alla svolta di fine secolo, con la formazione del governo Giolitti—Zanardelli; 1901-1914, fino allo scoppio della prima guerra mondiale che costituisce, per così dire, il termine finale della nostra ricerca. Saremmo interessati anche ad integrare la parte “istituzionale” con una o due lezioni sulla storia economica del periodo 1880-1914. Per lo svolgimento delle lezioni abbiamo la disponibilità di Claudio Gambini, di Giacomo Gabbuti (per la parte di storia economica) e di Valerio Strinati.

Una seconda parte del corso dovrebbe riguardare gli approfondimenti riguardanti l’organizzazione del movimento operaio nel periodo preso in considerazione. Al momento, l’idea sarebbe di prendere in esame tre questioni: l’organizzazione sindacale fondata sulle camere del lavoro (quindi a base territoriale o, come si dice spesso, “orizzontale”); l’organizzazione sindacale “verticale”, per federazioni di categoria; la cooperazione. Questi temi dovrebbero essere affrontati prendendo in esame sia il dibattito politico che si sviluppò su di essi tra le diverse correnti del movimento operaio e in seno al PSI, sia esaminando le modalità concrete con cui queste forme organizzative presero corpo nel periodo considerato. Del mutuo soccorso si parlerà con riferimento ai percorsi che portano alle prime forme di resistenza, così come credo che una specifica attenzione dovrà essere dedicata al processo di formazione della CGdL, che potrebbe essere inquadrata nell’ambito della riflessione sulla vicenda delle federazioni di categoria. Non escludiamo, tempo permettendo, un focus sulla Società Umanitaria.

Queste proposte sono emerse da conversazioni informali e scambi di email e ovviamente vanno prese come ipotesi da approfondire, modificare, anche radicalmente ed eventualmente rigettare (speriamo di no). L’importante è che da settembre a novembre ci si possa vedere con coloro che hanno dato la loro disponibilità e lavorare insieme a mettere a punto il corso e a costruire il nostro auditorio. Per il corso, riteniamo credibile aspirare a un minimo di 10-15 studenti.

Gli approfondimenti dovrebbero essere svolti in forma seminariale, con il coinvolgimento del maggior numero possibile di noi. Non escludiamo dei possibili contributi esterni, in forma, eventualmente, di lezione-conferenza: uno potrebbe essere chiesto al professor Fabio Fabbri (Roma 3), studioso della cooperazione; un altro al professor Paolo Mattera, autore di un bel libro sulle origini del riformismo sindacale.

Non sarebbe male, per quello che riguarda la bibliografia, cercare di lavorare sulle fonti dell’epoca. Addirittura, potremmo pensare di arrivare ad un esame di testi che porti ad edizioni “critiche” con introduzioni e note esplicative, da elaborare collettivamente e proporre ad un più vasto pubblico attraverso il sito internet attualmente in costruzione. Una proposta di bibliografia ragionata verrà comunque presentata alla prima riunione utile, da fissare nei primi giorni di settembre.

Referenti organizzativi sono:

Valerio Strinati; v.strinati19@gmail.com, cell. 3397091191.

Claudio Gambini; Claudio.gambini49@alice.it cell. 3284683817.

Claudio Gambini

Paura di volare, di R. Giordano

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alitalia

 

Dall’inizio della crisi economica molte aziende sono entrate in difficoltà e sono fallite, ad Alitalia è accaduto ben due volte. E pensare che il fallimento ed il successivo salvataggio sono stati gestiti direttamente dal governo in carica, sia per quanto riguarda la prima che la seconda crisi. Si ricorderà nel 2008 la scesa in campo dei capitani coraggiosi, un manipolo di eroi votati al sacrificio pur di salvare la storica compagnia di bandiera: la patria lo chiedeva e Berlusconi lo sollecitava. In quell’occasione, per la prima volta, sentimmo parlare di bad company, ossia di quel contenitore spazzatura – a carico dello stato – nel quale confluirono con pari dignità debiti e cassintegrati. Solo successivamente Marchionne fece tesoro di quell’insegnamento, fino a conferirgli la dignità di sistema. Ricordiamo anche che tutta l’operazione doveva servire ad evitare che Air France prendesse tutto il pacchetto. Come è andata lo sappiamo: i capitani coraggiosi, non capendo nulla di trasporto aereo, hanno sbagliato tutte le strategie industriali ed hanno condotto la new company sull’orlo del fallimento; la crisi del vettore di riferimento ha messo in ginocchio parte del sistema (handling, manutenzioni, indotto); i cassintegrati invece di diminuire, attraverso il paventato riassorbimento, sono aumentati; il governo continua a subordinare la definizione di un piano nazionale del trasporto aereo ai desiderata degli proprietari di turno ( incredibile come Hogan detti le condizioni pur non avendo formalizzato alcuna acquisizione).

Con l’ingresso di Ethiad lo sviluppo industriale di Alitalia ne potrebbe trarre evidenti benefici, posizionandosi maggiormente sul lungo raggio (nord e sud America, ma anche Asia), in modo da evitare la concorrenza spietata delle compagnie low cost che, soltanto nel 2014, potrebbero rosicchiare quote decisive di mercato.

Tutto bene dunque? Non sembrerebbe. Ethiad ha chiesto, in cambio di qualche centinaio di milioni freschi, alcune condizioni che fanno tornare alla mente la vecchia bad company: azzeramento dei debiti e mobilità per 2251 lavoratori.

Sorvolando sulla questione dei debiti, vorremmo sottolineare alcuni aspetti legati al costo del lavoro. Se mettiamo a confronto il numero di dipendenti per aeromobile di Alitalia con quello di Air France, British, Lufthansa e la stessa Ethiad, scopriamo che questo è rispettivamente di 105.8, 174.1, 158.3, 419.9, 152.1, vale a dire che quello di Alitalia è il più basso di tutti. Lo stesso fatturato per dipendente (migliaia di euro) è rispettivamente, per i primi quattro vettori citati, di 261.7, 238.8, 257.6, 243.2.

Si deduce con facilità che il problema di Alitalia non è nel costo del lavoro, anche perchè il CCNL varato nel 2009 operò un taglio del 10% proprio in questo senso. Il problema sta nei ricavi e nella redditività (scarsa attività lungo raggio ed errato posizionamento sul mercato). Il vantaggio dell’entrata di Ethiad sta proprio nel nuovo posizionamento strategico di Alitalia e nello sviluppo dell’hub di Fiumicino.

Per questi motivi non si comprende la volontà di estromettere da Alitalia un numero così consistente di lavoratori, la gran parte impegnati nell’attività di terra e collocati presso il sito di Fiumicino, rischiando di perdere definitivamente professionalità e competenze che hanno fatto grande la nostra ex compagnia di bandiera e trascinando altre migliaia di lavoratori dell’indotto.

Certamente convince l’alleanza con un vettore importante e strategico, convince molto meno l’idea che la competizione la si vince estromettendo i lavoratori ed impoverendo un intero territorio. Certo, la ricollocazione di parte dei paventati esuberi lenisce la ferita inferta, ma dà l’idea di un governo senza strategie, completamente prono alle necessità del profitto.

Roberto Giordano